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La settimana in rete
a cura di Primo Casalini - 29 febbraio 2004

Nota introduttiva
Nel sito de La Stampa c'è un rubrica molto frequentata: Il meglio del web , a cura di Anna Masera.
Lì, qualche giorno fa, ho trovato la segnalazione del sito dedicato al Rossini Opera Festival di Pesaro che mi ha incuriosito, perché questo Festival è ormai da diversi anni famoso in Italia ed all'estero, sia per l'accuratezza delle esecuzioni musicali che per le regie e le scenografie. Una grande storia di successo. Da questo sito ho tratto le immagini per la settimana in rete. Si tratta di foto di scena realizzate durante le rappresentazioni a Pesaro delle opere di Rossini.
Ma Pesaro non è il solo caso, ci sono altre città di provincia che hanno saputo realizzare manifestazioni divenute notissime nel giro di pochi anni. Così Mantova, col Festivaletteratura, Modena (con Carpi e Sassuolo) col Festivalfilosofia, Ferrara con Ferrara Musica (la Mahler Chamber Orchestra diretta da Claudio Abbado e Daniel Harding), Il Ravennafestival a Ravenna con Riccardo Muti, Cremona, con il Cremonamostre dell' APIC, il MART di Rovereto e Trento, il Premio Borciani (Concorso per Quartetto d'Archi) di Reggio Emilia, e non finisce qui.
Sarebbe interessante esplorare i motivi che hanno consentito il successo negli anni di queste manifestazioni. Credo che due siano comuni, pur nella diversità delle situazioni: la capacità di fare gruppo, evitando inutili contrapposizioni, ed un forte radicamento abbinato con una visione ampia, assolutamente non provinciale.
p.c.

adina 1999
  
L´Occidente che non pensa
Amartya Sen su
la Repubblica 28 febbraio

Yeats scrisse ai margini de La genealogia delle morali: "Ma perché Nietzsche pensa che la notte non ha stelle, nient´altro che pipistrelli e gufi e la luna insana?". Nietzsche espresse il suo scetticismo sull´umanità e presentò la sua visione inquietante del futuro appena prima dell´inizio del secolo scorso: morì infatti nel 1900. Gli eventi che seguirono, inclusi le guerre mondiali, l´olocausto, i genocidi e tutte le altre atrocità che accaddero con sistematica brutalità, ci portano a credere che forse la visione scettica di Nietzsche sia stata quella giusta.
(…) La possibilità di ragionare è una forte risorsa di speranza e affidabilità in un mondo sempre più oscurato da accadimenti orribili. (…) La questione centrale qui non è tanto capire quanto distinte società possano essere dissimili, ma che abilità e opportunità i membri di una società hanno - o possono sviluppare - per apprezzare e comprendere il modo in cui altre culture funzionano. Tale meccanismo può ovviamente non essere un modo immediato per risolvere i conflitti. Ciononostante, la speranza è che dedicarsi razionalmente alla comprensione e alla conoscenza possa probabilmente aiutare a superare il conflitto.
Il problema che va affrontato qui è se questi esercizi di ragionamento possano richiedere dei valori che non sono rintracciabili in certe culture. Questo è il passaggio in cui diviene centrale il problema del "limite culturale". Recenti posizioni, ad esempio, supportano l´idea che alle civiltà non-occidentali manchi tipicamente una tradizione di pensiero analitica e scettica e che per questo motivo esse sono distanti da ciò che viene qualche volta chiamata la "razionalità occidentale". Commenti simili sono stati fatti sul "liberalismo occidentale", "l´idea occidentale di diritto e giustizia", e generalmente riguardo ai valori occidentali. In effetti, vi sono molti sostenitori della tesi (argomentata da Gertrude Himmelfarb con chiarezza ammirevole) che "l´idea di giustizia, diritto, ragione e amore per l´umanità siano rintracciabili prevalentemente se non unicamente nei valori occidentali" .
Queste e altre credenze simili traspaiono implicitamente in diverse discussioni, anche quando gli interlocutori rifuggono dal prendere una posizione chiara in materia. Se il ragionamento e i valori che possono aiutarci a coltivare l´immaginazione, il rispetto e la compassione necessari per comprendere meglio e apprezzare chi è diverso da noi fossero davvero fondamentalmente retaggio dell´Occidente, ci sarebbe di che essere pessimisti. Ma siamo sicuri che sia così?
In effetti, è molto difficile investigare tali questioni senza accorgersi del dominio della cultura occidentale contemporanea nelle nostre percezioni e nelle letture sull´argomento. La forza di tale dominio è ben esemplificata dalla recente celebrazione del nuovo millennio. L´intero pianeta è stato stravolto dalla fine del millennio gregoriano come se questo fosse l´unico autentico calendario del mondo, a dispetto del fatto che ne esistono molti altri nel mondo non-occidentale (Cina, India, Iran, Egitto e altrove) che oltre ad essere felicemente utilizzati sono anche di gran lunga più antichi di quello gregoriano. E´ però certamente molto utile che per gli scambi culturali, tecnici e commerciali nel mondo si possa utilizzare un calendario comune. Ma se questo utilizzo diventa una tacita assunzione del fatto che il Gregoriano sia l´unico calendario utilizzabile, ecco che si può dare adito a un malinteso pericoloso.
Si pensi, ad esempio, all´idea di "libertà individuale", che è spesso attribuita integralmente al "liberalismo occidentale". L´Europa moderna e l´America, incluso l´Illuminismo europeo, hanno avuto certamente una parte decisiva nell´evoluzione del concetto di libertà e delle diverse altre forme che essa ha assunto nel tempo. Tuttavia, queste idee si sono diffuse da un paese all´altro, sia in Occidente che in altri paesi, in maniera per certi versi simile alla diffusione dell´organizzazione industriale e delle tecnologie moderne.
Concepire le idee liberali come "occidentali" in questo senso limitativo e approssimativo non facilita certo la possibilità che esse vengano adottate in altre regioni: abbracciare l´idea che vi sia qualcosa di "quintessenzialmente" occidentale in questi valori può avere degli effetti negativi nel loro uso in regioni che occidentali non sono. E´ giusta dunque la tesi secondo la quale la libertà individuale è tipicamente occidentale? L´evidenza per tale tesi, sintetizzata dalle parole di Samuel Huntington "l´Occidente è stato Occidente molto prima che diventasse moderno", è lungi dall´essere chiara. E´ senza dubbio facile rintracciare esempi a difesa della libertà individuale nella letteratura classica occidentale. Per esempio, libertà e tolleranza ricevono entrambe sostegno da Aristotele (anche se solo per uomini liberi, non per le donne, né per gli schiavi). Ciò nondimeno però, possiamo trovare parimenti esempi di tolleranza e di libertà in autori non-occidentali. Un buon esempio è l´imperatore Ashoka in India, che nel III a.C. tappezzò il paese di iscrizioni su tavolette di pietra sulla buona condotta e sulla saggezza di governo, incluso un richiamo alla libertà basilare per tutti i sudditi (comprese donne e schiavi); egli insistette persino che tali principi dovessero essere goduti anche dagli "uomini delle foreste", ovvero coloro che vivevano nelle comunità pre-agricole distanti dalle città indiane.
Esistono, sicuramente, altri autori classici indiani che enfatizzano la disciplina e altri concetti piuttosto che la tolleranza e la libertà, per esempio Kautilya nel IV d.C. (nel suo libro Arthashastra ? traducibile come Sulle scienze economiche). Ma gli scrittori classici occidentali, come Platone e Sant´Agostino, diedero anche priorità alle discipline sociali. Può essere rischioso, quando entrano in gioco libertà e tolleranza, associare Aristotele e Ashoka da una parte e Platone, Agostino e Kautilya dall´altra. Tali classificazioni, operate in base al significato delle idee, sono radicalmente differenti da quelle basate sulla cultura o sulla religione.
Una delle conseguenze del dominio della cultura occidentale nel mondo è che spesso altre culture e tradizioni vengono identificate e definite per contrasto con la cultura occidentale contemporanea. Diverse culture vengono così interpretate in una maniera che sembra rinforzare la convinzione politica che la civiltà occidentale sia in qualche maniera la principale, forse l´unica, risorsa di idee razionalistiche e liberali (tra queste, lo scrutinio analitico, il dibattito aperto, la tolleranza politica e l´accettazione di opinioni diverse). L´Occidente, in effetti, è visto come l´area che ha esclusivo accesso ai valori che stanno alla base della razionalità e del pensiero, della scienza e della verificabilità, della libertà e della tolleranza, e certamente del diritto e della giustizia. Una volta radicata, questa visione dell´Occidente - confrontata con le altre - tende a giustificare se stessa. Dal momento che ogni civiltà contiene diversi elementi, una cultura non-occidentale può allora essere caratterizzata in base a quelle tendenze ritenute più distanti dai valori e le tradizioni occidentali. Questi elementi selezionati tendono così a essere considerati più "autentici" o più "genuinamente endogeni" rispetto ad altri relativamente simili a quelli che si possono rintracciare in occidente.
Per esempio, la letteratura religiosa indiana come i testi BhagavadGita o il Tantra, che sono visti come diversi rispetto ai testi tradizionali occidentali, suscitano molto più interesse in Occidente che altri testi indiani, come la lunga storia dell´eterodossia indiana. Il Sanscrito e il Pali hanno una letteratura agnostica e ateistica più vasta di qualunque altra tradizione classica. C´è però in Occidente un disinteresse per la letteratura indiana non religiosa: dalla matematica, l´epistemologia, le scienze naturali all´economia e la linguistica (l´eccezione, io penso, è il Kamasutra, per il quale gli occidentali sono riusciti a coltivare un interesse). Attraverso questa enfasi selettiva che mette in luce le differenze con l´occidente, le altre civiltà possono in questo modo essere definite in termini alieni, siano essi esotici e affascinanti, o anche bizzarri e terrificanti, o semplicemente strani e stimolanti. Quando comunque l´identità viene definita "per contrasto", la divergenza dall´Occidente diventa più forte.
Si prenda, ad esempio, il caso dei "valori asiatici", spesso messi in contrapposizione con quelli occidentali. Dal momento che diversi sistemi valoriali e diversi stili di pensiero sono fioriti in Asia, è possibile caratterizzare i valori indiani in maniere molto diverse, ciascuno con una vasta letteratura alle spalle.
(…) La ragione ha un suo potere che non viene compromesso né dall´importanza delle psicologia istintiva né dalla presenza di una diversità culturale nel mondo. Essa ha un ruolo particolarmente importante nello sviluppo dell´immaginazione morale. E abbiamo proprio bisogno di questa immaginazione per combattere i pipistrelli e i gufi della luna insana.

il barbiere di siviglia 1992
  
Quanti giocolieri, lo stadio sembra un circo
Gian Antonio Stella sul
Corriere della Sera 27 febbraio

"Siamo qui tutti per guadagnarci la michetta. Il pallone è una bella cosa, ma non va dimenticata una cosa: è gonfio d'aria" disse una volta il mitico Giuàn Trapattoni. Sagge parole: gonfia e gonfia il pallone nostrano ormai è più smisurato della bolla di sapone di 32 metri con cui il neozelandese Alan McKay entrò nel Guinness dei primati. E come quella rischia di finire. Con un "pfufff!" e una bella lavata collettiva.
Che cosa uscirà dalle carte sequestrate dalla Finanza nelle sedi delle società di A e di B non si può sapere. Ma possiamo scommettere che ne verrà fuori la fotografia di un mondo in tutto e per tutto uguale a una certa Italia. Un Paese con alcuni poeti che ancora si aggrappano con accanita ingenuità all'immagine del calcio libero e felice cantato da Libero Bigiaretti ("Vorrei tirar in porta dopo un dribbling stretto, ma son di vista corta e colpirei il paletto"), alcuni santi che tentano di chiamarsi fuori dai giochetti troppo disinvolti rischiando di essere spazzati via. E una flotta di scafati navigatori buoni per tutte le rotte. O comunque disponibili a compromessi coi bucanieri.
C'è la cara vecchia mamma italiana, come quella Maria Gabriella Gentili che di fatto fa il presidente del Pisa governando al posto del figlio come Caterina de' Medici al posto di Carlo IX, e aveva giurato di darsi fuoco come un bonzo se con la B a 24 squadre non fosse stata recuperata la sua. C'è la legge uguale per tutti ma un po' più amica degli amici, al punto che dovendo scegliere se promuovere il Martinafranca o la Fiorentina viene scelta la seconda perché ha più potenziali abbonati alla tivù.
C'è l'interpretazione muscolare della democrazia illustrata dal milanista Adriano Galliani che, quando rischiavano di eleggere presidente della Lega un suo "nemico", ringhiò: "Se vince lui non accetterò le sue regole".
C'è l'ipocrisia dei lucciconi ai funerali dei centravanti di ieri uccisi da siringhe di prodotti proibiti e insieme i silenzi dei baldanzosi campioni balbettanti al processo sull'abuso di farmaci a Torino: "Non ricordo... Non ricordo...". C'è il delirio di chi spasima solo di andare in tivù e gode anche se finisce tritato a "Mai dire gol" come lo strepitoso presidente del Monopoli Pasquale Bellomo che barriva: "I poliziotti non devono tirare i crimoggeni a passo d'uomo!". C'è la megalomania di chi, nella scia del leggendario catanese Angelo Massimino ("Pecché ho preso u brasilianu? C'è chi può e chi non può: io può") ha comprato asini e ronzini pagandoli cifre spropositate avviando alla rovina se stesso e la società o gonfiato tutto per creare plusvalenze.
E poi ci sono i fedelissimi a libro paga, come quell'Antonio Giraudo che faceva un gran tifo per il Torino finché non fu chiamato a fare il ras alla Juventus. E i principi illuminati come Maurizio Zamparini che, essendo stati sventuratamente aboliti lo ius primae noctis o la garrota, si rifanno decapitando gli allenatori e svuotando l'antica squadra del cuore (il Venezia) per portarsi via la merce (portieri, goleador...) nella nuova (il Palermo) sulla base di un sobrio principio: " I schei xè mii ". E i trimalcioni come Franco Sensi, che regalano orologi da 26 milioni a chi sceglie gli arbitri per questa e quella partita: "Embè? Che volete da me?". E brav'uomini sinceramente democratici e magari ammiccanti a sinistra come Massimo Moratti che non sono poi così schifiltosi se un loro giocatore viene preso col passaporto falso. Ed ex tranvieri immensamente arricchiti come Luciano Gaucci che trovano normale possedere tre o quattro squadre e, da gentlemen quali sono, se ne escono con battute tipo: "I cavalli sono meglio dei calciatori perché non chiedono ingaggio e danno tutto".
E ci trovi ancora capi del governo che parlano come presidenti del Milan alla "Domenica sportiva" con la scritta sotto che recita "Presidente del Consiglio". E baby-pensionati come il già citato Adriano Galliani che arrotonda i guadagni milionari con 223 euro e 83 centesimi mensili che incassa da quando si dimise alla vegliarda età di 32 anni dal ruolo di geometra comunale, dove era stato piazzato dal papà. E dietro a lui tanti altri figli di papà premiati con qualcosa di più che una pensioncina. Come i rampolli della Gea, la società che ha in mano i contratti di oltre duecento calciatori e che si è fatta largo allineando Alessandro Moggi (papà è il direttore generale della Juve), Riccardo Calleri (papà è stato presidente di Lazio e Torino), Giuseppe De Mita (papà è stato presidente del Consiglio), Davide Lippi (papà allena la Juve), Francesca Tanzi (papà era il patron del Parma e truffava i risparmiatori inventando conti miliardari alle Cayman), Andrea Cragnotti (papà era presidente della Lazio e distribuiva agli allocchi bond Cirio avariati) e Chiara Geronzi, figlia di quel Cesare Geronzi, il presidente di Capitalia al centro di gran parte delle bufere finanziarie degli ultimi mesi.
E padre anche di Benedetta, la quale lavora con chi? Con Franco Carraro, il presidente della Federazione chiamato a vigilare sulla correttezza delle cose e colpire i conflitti d'interesse. E per favore, alla larga dai moralismi: è o non è un grande business? "Perdiamo così perché i nostri allenatori pensano a chiederci solo sesso. Di come giochiamo non gliene frega niente", si sfogarono anni fa le giocatrici della nazionale dello Swaziland, un piccolo regno africano, dopo aver perso 15 a 0 con il Sudafrica.
Nel calcio italiano no, nessuno chiede ai giocatori solo sesso. Ma certo è che ormai nessuno chiede loro solo calcio.

il signor bruschino 1988
  
Quando l'Italia scoprì l'antipolitica
Giampaolo Pansa su
la Repubblica 25 febbraio

Quando Silvio Berlusconi ha sbraitato contro i politici di professione che rubano e si fanno le ville al mare, la casa in montagna e pure la barca, mi sono detto che questa invettiva l'avevo già sentita. Ma dove e da chi? Poi la memoria mi ha riportato a un giorno di sedici anni fa, il 15 luglio 1987. All'Eur di Roma era stata convocata l'Assemblea nazionale socialista. Nel Psi avevano visto levarsi una ventata passeggera di moralismo. E Craxi aveva promesso di ripulire il partito non con la scopa, bensì con la spada.
All'inizio della seduta pomeridiana del 15 luglio, venne data la parola a Enzo Mattina, 47 anni, di Buonabitacolo (Salerno), già segretario confederale della Uil e in quel momento deputato europeo. Di fronte a una sala vuota, presenti soltanto qualche sentinella delle agenzie e un paio di inviati, compreso il sottoscritto, Mattina si abbandonò a uno sfogo accorato e furente.
Rivolto alla sedia vuota di Craxi, Mattina disse: "Caro Bettino, se non vogliamo soltanto fare delle parole, dobbiamo affrontare la questione morale prima di tutto dentro il nostro partito".
Poi aggiunse: "Diamo un'occhiata alle denunce dei redditi di molti nostri compagni, parlamentari e dirigenti. Con i redditi che vengono dichiarati, al massimo si mantiene una buona casa di livello medio-basso. Invece che cosa vediamo? Vediamo molti quadri del partito con case lussuose, magari pacchiane, ma lussuose. Con yacht da centinaia di milioni. Con ville al mare, ville in montagna, ville in collina. Con apparati personali costosissimi. Che cosa dobbiamo concludere? Che siamo tutti ereditieri? Che abbiamo sposato tutti mogli ricche? Ma è possibile che tutte le ragazze ricche sposino dirigenti di partito?".
Non ricordo più se Mattina disse "di partito" o "del nostro partito". Ma la sostanza non cambiava. Era antipolitica, quella? O invece, come penso, la denuncia onesta di un cancro che aveva già cominciato a divorare il terzo partito italiano e non da solo? La nomenklatura del Psi alzò le spalle davanti all'intemerata, parole in libertà, aria tra i paracarri e basta. E poi chi era, questo Mattina? Un sindacalista demagogo.
Un principiante che non conosceva l'Abc della politica. Un qualunquista. Un sabotatore del Garofano, che pure l'aveva mandato al Parlamento europeo. Che invece di parlare di programmi, di leggi, di meriti e bisogni, diffamava i compagni. Soprattutto quelli cresciuti nelle trincee fangose delle sezioni, del tesseramento, delle competizioni elettorali. Insomma, i benemeriti professionisti del partitismo.
Quelli di cui Craxi diceva: "Il più stupido di loro sa suonare il violino con i piedi" .
Passò del tempo. E dentro il Psi si continuò a trattare come cani in chiesa quei pochi compagni che chiedevano pulizia e moralità. Voglio ricordarne uno, di seconda fila: Pino Cova, già segretario della Cgil a Milano, poi consigliere comunale, supporter di quel galantuomo di Giorgio Ruffolo.
Insisteva di continuo sull'onestà politica, sulle mani nette. Così, a un certo punto, Paolo Pillitteri, cognato di Bettino e sindaco di Milano, cominciò a sbeffeggiarlo chiamandolo "Mastrolindo" .
Poi, nel febbraio 1992, quasi cinque anni dopo l'urlo di Mattina, cominciò il terremoto di Mani Pulite. A Milano cadde il Muro di Bettino, ossia il sistema di potere imperniato sulla Sacra Famiglia, come gli stessi socialisti definivano il giro craxiano. Quindi pure la Balena Bianca democristiana s'incagliò nelle secche di San Vittore. Infine toccò al Pds ambrosiano. E uno sconvolto Achille Occhetto si precipitò a Milano per convincere i compagni che lui non sapeva niente di niente.
Mani pulite fu tante cose, tutte positive. E fu anche, per quel tempo, l'espressione massima dell'antipolitica. Intendo la spinta contraria all'unica politica che allora esisteva e contava: quella sfornata dai partiti della Prima Repubblica. Niente girotondi. Niente Internet. Quasi niente associazioni di oppositori dell'andazzo imperante (a Milano ricordo soltanto "Società civile" di Nando dalla Chiesa). Zero no-global. Zero marce di liberi pensatori. Ma il troppo del partitismo aveva stroppiato. L'italiano qualunque era pieno di rabbia contro i professionisti della politica. Anche contro quelli onesti che non avevano il coraggio di denunciare i vicini di banco corrotti. E i procuratori della Repubblica apparvero gli angeli vendicatori della gente, come si disse poi, vessata dall'arroganza e dalla voracità di tanti don Rodrigo annidati nel sistema repubblicano.
In quel mare infuriato inzupparono il pane anche parrocchie politiche che oggi rognano nel sentire il Berlusconi moraleggiante. Il 13 maggio 1992, giorno d'inizio delle votazioni per il nuovo presidente della Repubblica, in piazza Montecitorio i Verdi lanciarono mazzette di centomila lire, fotocopiate. Una di queste centrò in pieno il dc Arnaldo Forlani, tirato e livido, con un grugno da museo delle cere. Sulla facciata della Camera troneggiava un cartello affisso dal missino Filippo Berselli, da Bologna: "San Vittore" . Poi, dentro il palazzo, apparvero le prime manette.
Erano manette vere, ridipinte di nero. Le portava alla cintura un altro deputato missino, Carlo Tassi, da Piacenza. Il Tassi si presentava sempre alla Camera vestito come i suoi antenati nel ventennio: sahariana nera, camicia nera, cravatta nera, brache nere. Adesso la divisa era integrata dall'optional dei ferri carcerari. Queste manette il Tassi le esibiva. Le faceva tintinnare.
Le esponeva, luccicanti, al sole di maggio nel corridoio dei Passi Perduti. Ma le manette le aveva portate anche un deputato verde, Stefano Apuzzo, da Napoli. Lui le scaraventò sullo scranno di un allibito Pillitteri.
In quei giorni, l'antipolitica in piazza si materializzò a Milano nei primi cortei pro-Mani Pulite. Trionfò subito una canzonaccia, dedicata al giovane Bobo Craxi, sull'aria di un vecchio motivo, "Ma Pippo Pippo non lo sa" .
Faceva cosi: "Ma Bobo Bobo non lo sa / che Mario Chiesa ruba in tutta la città / Ruba di qui / ruba di là / e porta tutto al suo papà!" . In attesa del nuovo presidente della Repubblica, il Transatlantico risuonò di altri slogan scanditi in quel corteo ambrosiano: "Trussardi / disegna / la collezione / per i compagni / che stanno in prigione" , "Sono finiti / i Ceausescu in Romania, / finiranno / i Craxi in Lombardia" .
Infine arrivò l'anno del cappio. Fu un'invenzione del partito che allora esprimeva il massimo dell'antipolitica: la Lega di Umberto Bossi. Il 16 marzo 1993 lo espose nell'aula di Montecitorio un deputato leghista. Era Luca Leoni Orsenigo, da Cantù, 31 anni, un marcantonio che in quel di Merone aveva un negozio di attrezzature per la ricetrasmissione. Cappio vero. Da forca in piazza. Di corda robusta. Urla di reazione. Rissa. Rabbia del presidente della Camera, Giorgio Napolitano. Il capogruppo leghista, Marco Formentini, incitava a gridare: "Mafia, mafia, mafia!" . Poi i deputati della Lega uscirono dall'aula formando un trenino, soffiante scherno e improperi.
Trascorse un anno e mezzo. Berlusconi scese in politica. E trovò, belli come il sole e pronti all'incontro, proprio i missini delle manette e i leghisti del cappio. La campagna elettorale 1994 del Cavaliere fu giocata tutta sull'antipolitica. Sua Emittenza presentò se stesso come l'esatto contrario dei figuranti espressi dal partitismo. L'uomo del fare. L'imprenditore vincente. L'italiano che aveva inventato la tivù commerciale.
Il presidente del Milan campionissimo.
Gli avversari erano dei paria da rifiutare. Anche nei faccia-a-faccia elettorali. Il 9 marzo 1994, giorno del suo primo tour nel collegio di Roma Centro, il Cavaliere disse subito di no al confronto con il candidato progressista, Luigi Spaventa, ministro del Bilancio. Sentite questo Silvio sprezzante-ridanciano: "Spaventa? Spaventa chi? Spaventa non mi spaventa. Spaventa mi fa ridere. Spaventa prima faccia quello che ho fatto io. Crei un gruppo come il mio. Vinca un po' di coppe. E poi si ripresenti!" .
Quell'anno, Berlusconi vinse cavalcando il vento di Mani Pulite. Con un'operazione antipolitica paradossale: dare addosso al vecchio partitismo e accogliere in Forza Italia i naufraghi della Dc e del Psi. Rimettendoli all'onor del mondo, con seggi in Parlamento e incarichi nel suo nuovo partito.
Del resto, pure lui apparteneva all'antico sistema, ne aveva goduto i vantaggi e gli aiuti. Ma era anche un mago del travestimento. Il trucco gli riuscì.
L'unico colpo fallito fu quello di portare nel suo governo nientemeno che Antonio Di Pietro. Lo voleva (così sostenne) come ministro dell'Interno.
Dieci anni dopo, Berlusconi mette in scena lo stesso inganno. Adesso che affonda nella palude di una politica fallita e di un governo inconcludente, i suoi spin-doctors gli consigliano di rimettersi i panni dell'antipolitico. Ma forse non esistono né esperti di comunicazione né consigli. Il Cavaliere è un formidabile fiutatore di vento. Sa che l'italiano medio è incazzato nero. Per il carovita. Per le tasse che non sono scese. Per il risparmio gabbato. Per i giovani senza lavoro. Per il paese ingovernato. Silvio dovrebbe dire: la colpa è mia. Invece grida: la colpa è dei politici professionali, compresi i miei alleati. Parolai, nullafacenti e ladri. Dovete fidarvi soltanto di me. Che sono uguale a voi: alla gente che lavora! Attenti a sottovalutarlo. La sua mossa è astuta. Andate nei bar, sui treni, nei mercati rionali, allo stadio. Sentirete dire: "Berlusconi non ha mica pisciato del tutto fuori dal vaso" .
Non sarà semplice far passare un'opinione contraria. E spiegare che la sua mossa non porterà a nulla. Perché dopo l'antipolitica, un mestiere da cicale, sarà inevitabile tornare alla politica, mestiere da formiche. Ma l'Italia ama le cicale o le formiche? Questo è il problema.

la cambiale di matrimonio 1991
  
Progresso e decadenza
Dalla ciclicità alla linearità del tempo
Giuliano Boccali su
Golem l'Indispensabile

Il tempo passa, il tempo fugge e non ritorna - chissà se è un bene o un male: certo quando si pensa così si è inclini più al rimpianto e al timore che al sollievo. E sicuramente sul piano personale non sembrano esserci alternative. Sul piano universale, invece, non tutti sostengono che il tempo non ritorna; anzi, questa convinzione, per sorprendente possa sembrare, non è affatto comune ed è, per di più, molto recente; nella prospettiva delle saggezze antiche potrebbe perfino essere giudicata un po' infantile. Per esempio la concezione indiana del tempo, elaborata dall'induismo ma condivisa in generale dalle altre religioni dell'India, è la ciclicità: il suo corso ha un punto d'origine, procede scandito in ère predeterminate, finisce tornando al punto di partenza per ricominciare un nuovo ciclo identico ai precedenti in struttura e ritmi. Connaturato al corso del tempo è l'apparire, dispiegarsi, dissolversi dell'intera manifestazione e, per quanto concerne la società umana, il suo tenore religioso ed etico; questo è pieno e perfetto all'origine, ma destinato con lo scorrere, appunto, del tempo a un progressivo degrado, sempre più rapido fino alla fine inevitabile e - come si è accennato - alla palingenesi. Questa concezione presenta analogie evidenti con il mito, cantato in Grecia da Esiodo, delle età del mondo che iniziano con quella dell'oro e si concludono con la dura età del ferro - non a caso l'attuale; non molto diversa era anche l'idea del tempo nell'antica Roma. In riferimento alle sorti dell'umanità, e in definitiva della natura, il corso del tempo sembra dunque segnare un peggioramento, una degradazione irrimediabile.
Tutto ciò appare - ai nostri occhi contemporanei - probabilmente molto primitivo, frutto di un pensiero pre-logico che si manifesta con immagini forse fantasiose e suggestive, ma certo ingenue e indimostrabili: ben lontani da simili fantasticherie, noi invece sappiamo che nel corso del tempo l'umanità muove verso la liberazione, forse la felicità, sicuramente verso il progresso. Non ci si rende conto, così pensando, di essere ingenui tanto quanto supponiamo fossero gli indiani o i greci e i romani antichi: non perché le nostre convinzioni siano sbagliate - cosa che certo non ci si augura, anche se, purtroppo, su molti successi e progressi della società attuale sarebbe fin troppo facile (se non fosse tragico) ironizzare; tali convinzioni sbagliate non sono, ma non sono nemmeno giuste, in quanto non sono a loro volta dimostrate, né dimostrabili, né si saprebbe in realtà su quali parametri "oggettivi" effettuare le valutazioni: in definitiva sono mitiche né più né meno delle cicliche età del mondo del Mahabharata o de Le opere e i giorni. La vieta espressione il mito del progresso è in realtà molto più profonda e veridica di quanto il suo stereotipo uso lasci supporre: tanto il tempo ciclico e decadente quanto il tempo lineare e progressivo sono infatti mitici, e lo sono in un senso preciso, in quanto entrambe le concezioni non sono constatazioni, ma sono il riflesso di aspirazioni e, soprattutto, di esperienze psichiche e interiori definite; appartengono così al substrato fondante dell'umanità intera (ciascuno può riconoscerle entrambe) e alternativamente alle civiltà o ai periodi che le hanno scelte ed elaborate come modelli ideali del loro divenire. Ciò vale indipendentemente dalle immagini di cui si sono rivestite, fiabesche o apparentemente oggettive.
Accettata la considerazione, rimane da constatare (questa sì è una constatazione) che l'idea di un tempo progressivo ha più o meno trecento anni, concepita e annunciata dall'Illuminismo in un momento di grande fervore e fiducia nella ragione, nell'iniziativa, nella possibilità umana di emanciparsi con la propria opera da ogni servitù e di salvarsi al di fuori di ogni intervento (o presenza) divina. L'idea del regresso e del decadimento ha invece diverse migliaia di anni, declinata fra le altre dalla civiltà indiana, da quella greco-romana e in parte ripresa anche dal cristianesimo: anche l'iniziale condizione di Adamo ed Eva nel paradiso terrestre è infatti "aurea", ma sarà soggetta (non per interna necessità, ma per il peccato originale) alla decadenza, anzi a una caduta istantanea. Il seguito del tempo, segnato dall'incarnazione di Dio nel mondo, offrirà così (solo) la possibilità di una risalita dolorosa: chi vorrà e potrà seguire la via di riscatto e di salvazione testimoniata dal Cristo ritornerà alla condizione originaria, arricchita da una beatitudine cosciente. Più vicina a una nozione positiva dell'orientamento del tempo, anche se molto meno diffusa e nota, è la posizione zoroastriana: il Dio supremo e benefico, Ohrmazd, quando si rende conto dell'esistenza di un antagonista malvagio, Ahriman, dà consapevolmente inizio al tempo - un tempo miticamente fissato in dodicimila anni - perché il conflitto fra il bene e il male possa avere corso e concludersi con la finale vittoria del primo e il dissolvimento del secondo. Senza "tempo", senza movimento, il conflitto rimarrebbe latente e, per l'eternità, minacciosamente irrisolto. Visione ottimistica, così come ottimistica è per lo zoroastrismo (oggi parsismo) la visione del cosmo e dell'uomo: il mondo, la natura, con i suoi ritmi (ciclici!) è come un immenso quadro, che offre all'uomo saldi e suggestivi punti di riferimento; quando sono seguiti, questi gli permettono - se vuole: la scelta è assolutamente individuale e libera - di allearsi con Ohrmazd e di contribuire al suo trionfo. Visione ottimistica, ma non progressiva: anche qui, infatti, si torna a una condizione originaria, per quanto depurata dalla macchia insidiosa che la contaminava; l'acquisto è indubbio, ma sul piano assoluto non c'è progresso, solo adempimento dell'intero potenziale insito ab origine nel Dio del Bene.
Solo oggi, dunque, siamo felicitati (o condannati?) dall'idea del progresso, altrettanto mitica quanto l'età del ferro dei greci, la caduta dal paradiso terrestre dei cristiani o la lotta fra Ohrmazd e Ahriman dei parsi. Soprattutto oggi, dunque, mentre le facili illusioni di un progresso senza fine, e senza confini, sembrano crudelmente smentite, è quasi spontaneo chiedersi: come ci si può regolare? Ma qui le risposte riservano forse qualche sorpresa: siano i tempi destinati a concludersi, dopo catastrofi orrende, in una conflagrazione universale per poi rigenerarsi nella perfezione originaria; o siano per finire con la resurrezione dei corpi e l'inappellabile giudizio universale, sta di fatto che a ciascun uomo è dato solo il presente. Su questo almeno sembrano convenire tutti i grandi ricercatori spirituali dell'umanità, da Oriente a Occidente, dal Buddha a Marco Aurelio - e conviene precisare: su nulla l'uomo ha un potere reale se non su se stesso, e nell'istante attuale. Ma questo potere, se accettato e utilizzato integralmente, ha la facoltà, perfino... di cambiare i tempi.

la cenerentola 2000
  
La riguerra di George
Stefano Benni su
il Manifesto 25 febbraio

Popolo americano e popoli sudditi, ho una grande notizia per voi. Abbiamo vinto la guerra in Afghanistan e in Iraq con poche perdite. Abbiamo portato la pace in quei paesi e da allora ci muoiono decine di marines e civili ogni giorno. Questa è la prova che la guerra è meglio che la pace. Perciò ho una buona notizia: una nuova grande guerra sta per iniziare. Contro un nemico ancora più subdolo e pericoloso di Osama e di Saddam.
Questo nemico è il CLIMA.
Questa sigla significa in realtà Complotto Leninista Internazionale per Massacrare l'America. Ma il Pentagono li ha scoperti, e niente li salverà dalla nostra ira. Essi vogliono attaccare le nostre coste con iceberg e tornadi, invaderci con bufere di pioggia e neve, inaridire i nostri fiumi e destabilizzare il quadro internazionale: ma non cederemo alla loro basse pressioni e alle loro funebri isobare.
Non ci lasceremo intimidire!
In Africa il CLIMA ha un piano per desertificare il continente, di modo che i Bongo Bongo chiedano acqua al posto delle nostre armi, e magari si ribellino attaccando i nostri bananeti e pretendano di abbeverarsi al nostro glorioso Mississipi...
Ma ciò non accadrà: abbiamo già spedito sul posto un milione di distributori di Coca-Cola, ognuno guardato a vista da un marines anti-scasso. Così il problema della sete è risolto.
Inoltre abbiamo mandato latte in polvere tossico e medicinali da esperimento. I morti, generalmente, non bevono.
In quanto all'inquinamento e al buco dell'ozono, qualcuno ha osato incolpare le nostre aziende petrolifere, le nostre auto, i nostri utili disboscamenti. Accuse da comunisti obsoleti, pagati dalle lobby dei camini e delle biciclette.
Non ho firmato il protocollo di Kyoto perché dopo Pearl Harbour non mi fido dei giapponesi, e poi non so cosa vuol dire protocollo. Ma so benissimo cosa vogliono dire Effetto Serra e Buco dell'Ozono: sono subdole armi di sterminio di massa in possesso del CLIMA, specialmente del suo braccio armato chiamato Anidride Carbonica, nome in codice Co2, un gruppo terrorista che negli ultimi anni ha visto moltiplicare i suoi adepti nell'atmosfera.
Abbiamo già un piano per chiudere gli aeroporti americani a ogni volo che possa trasportare anidride carbonica. Ogni molecola in transito verso gli Usa dovrà fornire le impronte digitali. Sappiamo che tra gli iscritti alla Co2, ogni atomo di carbonio usa accoppiarsi in modo orgiastico e amorale con due atomi di ossigeno. Da ora in poi ogni reazione chimica di questo tipo verrà considerata associazione a delinquere. Non ci lasceremo certo intimidire da un biossido bisessuale.
Inoltre da oggi ogni iceberg che si staccherà dalla banchisa polare verrà bombardato. Anzi, bombarderemo la banchisa preventivamente.
Per evitare gli incendi nell'Amazzonia, la disboscheremo tutta. Questo l'ho già detto anni fa e lo ripeto.
Il governatore della California Schwarzenegger ha ordine di arrestare ogni onda anomala superiore ai quindici metri.
Ogni temperatura sopra i quaranta gradi verrà considerata propaganda antiamericana. Ogni campo da golf sarà dotato di irrigatori supplementari.
Non tollereremo parimenti che CLIMA attacchi le nostre città con piovaschi e grandinate. Tutte le nuvole di forma sospetta verranno bombardate.
In quanto alla desertificazione, abbiamo pronti dieci milioni di oasi gonfiabili.
Il progresso americano basato sul petrolio, sul golf e sul surf non teme nessuno.
Ma sappiamo che questo CLIMA ha un capo subdolo. Un signore che dopo avere creato il mondo non sa più gestirlo, un pessimo manager andato in crisi per qualche gas di scarico e qualche molecola sballata. Ebbene se questo signore, sostenuto da meteorologi terroristi e cirrocumuli bolscevichi , vuole dichiaraci guerra, troverà pane per i suoi denti.
Le chiese integraliste americane hanno un giro di introiti e proprietà che le ha fatte inserire tra le prime multinazionali del mondo. Se uniamo i soldi delle chiese e dei petrolieri possiamo non solo andare su Marte, ma molto più su, e bombardare molto molto in alto.
Non dite che sono un pazzo megalomane, so quello che dico.
Il CLIMA non ci spezzerà. Ed è inutile che Kerry mi attacchi. Lui è un veterano di guerra, io un imboscato, ma l'esercito è con me.
Marines, ognuno di voi da domani stia all'erta: ogni nuvola, ogni iceberg, ogni soffio di vento, può nascondere il complotto. Non respirate ossigeno, potrebbe essere una trappola del nemico! Saddam è nelle nostri mani, Osama sta per caderci e il CLIMA sta per conoscere la nostra vendetta.
God blast America.
Dio spazzi via l'America.
E noi spazzeremo via lui.

l'equivoco stravagante 2002
  
Tre bonsai di Sebastiano Messina
su
la Repubblica

L'imitazione 19 febbraio
Si capisce che Berlusconi non sopporti la Guzzanti: gli ruba il mestiere. Nessuno infatti riesce a imitare Berlusconi meglio dello stesso Berlusconi, nessuno è capace di farne la parodia come ci riesce lui. L´altro ieri ci ha mostrato il Berlusconi di lotta e di governo, il premier che non potendo abbassare le tasse concede ai ricchi l´"autorizzazione morale" a evaderle. E mentre i commentatori ancora discutevano della performance, ieri sera il Cavaliere si è esibito in un altro numero. Il Berlusconi barzellettiere - il suo pezzo forte - che racconta ai presidenti delle Regioni un´allegra storiellina ambientata in un campo di concentramento nazista, con il solito kapò (Schulz?) che annuncia una notizia buona e una cattiva: quella buona è che la metà di loro sarà trasferita, quella cattiva è che sarà trasferita la metà di ciascuno di loro: dalla cintola in su.
Ormai siamo tutti così abituati alle sue imitazioni di se stesso, che invece di stupirci vogliamo solo vedere la prossima puntata: quella in cui ci chiederà che differenza passa tra un palestinese e una mucca pazza, o qual è il colmo per un infoibato.


L'infallibile 20 febbraio
Quando uno legge che persino Giuliano Ferrara bacchetta senza pietà la "ciarlataneria forcaiola" di Berlusconi, giustamente sgomento davanti al suo "estremismo mattoide" e alle sue "scemenze reazionarie", capisce che il Cavaliere ha definitivamente varcato il confine tra la gaffe politica e il delirio di onnipotenza. Perché Berlusconi, che senza l´aiuto di Craxi forse oggi sarebbe solo un ex re della tv commerciale, è sinceramente convinto di essere dotato del potere straordinario di spostare il Male dalla parte opposta a quella dove sta lui.
Dunque è un esercizio inutile cercare una contraddizione tra la sparata qualunquista contro i politici che rubano e l´attacco pseudogarantista ai procuratori che danno la caccia ai mascalzoni. Berlusconi, che nella sua vita ha sostenuto tutto e il suo contrario, vuole solo spiegarci che lui è sempre dalla parte giusta, perché è infallibile per definizione: altrimenti non sarebbe l´uomo più ricco, più potente, più intelligente, più fortunato e più bello del paese. A noi, comuni mortali senza ville e senza jet, restano solo le parti da cattivo: l´aguzzino, il ladro, il comunista. A turno, magari.


Da mattino a sera 24 febbraio
Buongiorno da Raiset. Vediamo ora i principali programmi della giornata. Alle 6 "Prima pagina", i giornali letti e commentati dall´editore di Panorama, Silvio Berlusconi. Alle 10,20 "Nonsolosoldi", la rubrica del Tg2 dedicata ai risparmiatori: oggi in studio il maggior azionista della Mediolanum, Silvio Berlusconi. Alle 11,40 "Forum": il giudice Santi Licheri, chiamato a dirimere una divertente vicenda tra musicisti, viene ricusato da uno dei contendenti, il paroliere Silvio Berlusconi. Alle 13, "Occhio alla spesa": i trucchi per risparmiare al mercato raccontati da esperto di prezzi, l´ex proprietario della Standa Silvio Berlusconi. Alle 18,40, "L´eredità": un ospite d´eccezione, Silvio Berlusconi, spiegherà come è riuscito a evitare ai suoi figli la tassa di successione. Alle 20,30 "Affari tuoi": oggi è il turno del concorrente della Lombardia, Berlusconi Silvio. Alle 20,40 "Striscia la notizia" con uno scoop su "Affari tuoi": il concorrente Berlusconi sarebbe uno del mestiere. Alle 21, "Bisturi!" con Irene Pivetti e Platinette: assisteremo alle riprese inedite del miracoloso lifting del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. E adesso buona visione, dalla vostra Silvia Berlusconi.

la gazzetta 2001
  
Ehi un momento!
Che vuol dire questa parola?
Riccardo Orioles su
Macchianera

In Italia le spese per l'istruzione sono fra le più basse d'Europa. Un terzo degli italiani praticamente non riesce a leggere i giornali. Nessuno pensa a loro: il dibattito va avanti senza di loro, e la politica pure. Ma può durare?
L'ora di italiano. “Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi…”. Un momento: che vuol dire “presidente del Consiglio”. Chi è Berlusconi, lo sappiamo: ma di che consiglio si tratta? È una cosa politica, vero? Io guardo la televisione (tranne il telegiornale), a volte trovo Leggo in treno, ma poi tempo per leggere non ne ho. E anche se l'avessi, dovrei perdere troppo tempo, a ogni riga, a farmi spiegare tutte le parole difficili: finanza, verifica, rimpasto, maggioranza, opposizione… Che vogliono dire?
Ok, tu sorridi. Ma un terzo degli italiani è così (un terzo che non sta in internet, naturalmente). Ventidue milioni e mezzo di cittadini sanno leggere sì, ma non fare il riassunto di una frase. Capiscono un “divieto di sosta” (anche perché c'è il logo) ma non un “obliterare il biglietto prima di salire sul mezzo”. Le cifre del vero e proprio analfabetismo di ritorno (difficoltà anche solo a leggere) sono meno precise, ma si può valutarle fra il dieci e il venti per cento della popolazione: sono cifre che crescono, comunque (per strana coincidenza, la regione con la maggior percentuale di laureati, la Calabria, è anche quella con più analfabeti: i due estremi). La popolazione è sempre più alfabetizzata sul piano televisivo, distingue fra Bonolis e Ricci, fra la Carrà e la Cuccarini; ma lo è sempre meno sul piano della scrittura. In una qualunque discussione di bar, troverete sempre qualcuno che sa (per esempio) che Emilio Fede è di destra e Santoro di sinistra; ma solo alcuni hanno sentito parlare di Montanelli, e nessuno di Pintor o di Pansa.
Così, in questo momento, noi - qui ai giardinetti - stiamo parlando solo fra una parte della gente che ci è vicina. Un sacco di gente entra ed esce dal giardino, magari passa proprio davanti alla nostra panchina, e resta astralmente lontana da noi, come fra terrestri e klingoniani. Teniamone conto, quando parliamo di politica: ci sono due partiti in realtà, il Partito dell'Alfabeto e quello senza. Se apparteniamo al primo, non consideriamoci autosufficienti, nè “importanti”.
La politica consiste essenzialmente nell'alfabetizzare la gente. Non educare, che è un'altra cosa. Nessuno può insegnare a un altro, senza essere presuntuoso, dei contenuti: i contenuti seri, non strettamente specialistici, si scoprono da sè, e analfabeta non vuol dire affatto stupido nè ignorante. Si possono insegnare invece le tecniche per tirar fuori i propri contenuti: che sono sempre immensi, in ogni essere umano. La vecchia sinistra, nel sud, insegnava a leggere e scrivere nelle sezioni, metteva i compagni in grado di leggere l'Unità ma anche Manzoni, Grandhotel, l'Origine della specie e la Gazzetta. La Dc, alla tv, aveva il maestro Manzi. L'Italia nel suo insieme, cattolici e communisti, aveva Don Milani. Tutti i “politici” di base di allora, dal parroco al segretario di sezione, erano essenzialmente dei maestri di scuola.
Adesso, il messaggio va solo a senso unico, nessuno insegna più alcuna tecnica, s'impongono dall'alto direttamente i contenuti. E tutto ciò è sistematico, è un'ideologia. Dall'eliminazione della scuola pubblica al misero cinque per cento (scandalo fa le nazioni) stanziato per l'istruzione, tutto va coscientemente e cinicamente nel medesimo verso: disalfabetizzare le classi povere, rendere un privilegio lo strumento-lingua italiana. A volte, fra le maglie del Sistema di Dealfabetizzazione, qualcosa riesce a passare, clandestina: il rumeno che legge attentamente, faticosamente ma la legge, la pagina sportiva sul metrò; il ragazzino che, provando e riprovando, è riuscito a mandare alla sua ragazzina un sms da cui forse lei capirà quanto lui le vuol bene. Il che è già fare una poesia, anche se lui lo ignora. La Lingua Italiana, passando sul ragazzino e sul rumeno, li guarda affettuosamente e sorride: come quando, in qualche rozzo villaggio del medioevo, qualcuno improvvisamente vergò “Adalbertos komis kurtis…”.
L'ora di latino. Gli Dei greci erano persone abbastanza comuni, solo un pò più importanti. La loro principale virtù era di non esistere, ma la gente era abbastanza educata da rispettarli lo stesso. Insomma, se eri un greco, di Zeus e di Apollo potevi tranquillamente fare a meno: comunque, non te ne dovevi spaventare. L'unica cosa da temere veramente era la “hybris” (presunzione): ma questa colpiva gli dei esattamente come te. Per i romani, invece, gli Dei esistevano veramente: non Giove e Marte (ai quali facevano finta di credere per fare i progressisti) ma tanti deuzzi piccoli e incazzosi dei quali uno serviva a proteggere la porta di casa, un altro a non fare scappare i soldati, un altro a far spuntare i dentini al bambino… Insomma, Dei burocratici e seri e molto ma molto permalosi: Dei da starci in campana perché se s'incazzavano portavano molta sfiga.
I greci, per decidere gli affari loro, bastava che si riunissero in assemblea: chi è favorevole? chi è contrario? Ok, approvato. Eleggevano qualcuno che badasse all'esecuzione di quanto deciso e poi se ne potevano tornare a casa tranquilli, dopo avere inventato la democrazia. Cioè semplicemente il modo di mandare avanti tutti insieme una città, una “polis”.
E i romani? Loro, poveracci, ogni volta dovevano trovare qualcuno che, parlando con gli dei, li convincesse a comportarsi da gentiluomini e non inondarli di sfiga. L'elezione non serviva a scegliere un sindaco, ma uno specialista anti-sfiga. Questa capacità di tener buoni gli dei si chiamava “imperium”: nessun politico ne poteva fare a meno, pena una colossale ondata di sfiga su tutta l'urbe. Capirete che i berlusconi e i d'alemi di quei tempi sgamarono subito che, per farsi gli affaracci loro, bastava che s'inventassero auspici sfavorevoli (“San Quirino è incazzato perché i sindacati fanno troppo casino”) e avevano partita vinta.
Dal modo di fare dei greci è derivata la “politica”, che è una faccenda chiara e cittadina. Da quella dei romani l'“impero”, che non è affatto chiara (con tutti quei misteri di mezzo) e non è per niente cittadina. E siccome d'imperatori e d'impero, da un pò di tempo, si torna a parlare fin troppo spesso, ci conviene decidere una volta per tutte se preferiamo essere greci o romani.
Questa faccenda “classica” di Atene e Roma, che noi europei abbiamo digerito da tanto tempo da trovarla ormai noiosa, è invece attualmente al centro del dibattito “alto” fra i politici americani: che sanno tutto di Pericle, di Silla, del post-Cartagine, di Ottaviano prima e dopo la presa del potere, e si compiacciono di citarli spesso e con gran serietà. Due temi da seguire con attenzione, per quanto possibile qui da noi: la democrazia “comunitaria”, di dichiarato modello greco, substrato ideologico (non nuovo: Jefferson, Whitman, Thoreau) di quasi tutto il no global americano, trasversalmente fra sinistra e destra; e il dibattito fra impero “marittimo” (Mahon, ma in un certo senso già Monroe) e impero “alla romana” (Luttwark, e più recentemente Krauthammer) che è ormai denominatore comune nel nuovo ceto politico americano. Un dibattito decisamente di destra, a volte di destra estrema (Wolfowitz) ma più frequentemente con toni realistici e moderati, in cui però il concetto di impero in sè non viene più messo in dubbio da nessuno. Differenza con l'ideologia britannica dell'ottocento, in cui la parola “empire” veniva translata in “commonwealth” e non (salvo che fra i poeti) in “imperium”.

l'italiana in algeri 1983
  
La caduta degli intoccabili
Francesco Merlo su
la Repubblica 27 febbraio

Dev'essere stato per coscienza e per paura che nella religione del calcio nessun milite laico, nessun Di Pietro, nessun Caselli e neppure nessun pensoso Voltaire aveva sinora potuto e voluto accertare, con mani pulite o con occhi illuministi, quello che tutti sanno e dicono, e cioè che i bilanci delle società, di troppe società, sono gonfiati, dissestati, beneficiati da calcoli opportunistici; che il calcio è ormai un gioco d'azzardo; che i piedi, buoni o cattivi, non sono puliti. E, infatti, adesso che l'inchiesta è partita, tutti capiscono che è come operare su un ascesso purulento, che le indagini e le perquisizioni a tappeto affidate alla Guardia di Finanza sanno già di retata, e che sarà peggio della Parmalat e della Cirio perché il calcio è più cremoso del latte e più grumoso del pomodoro. Tanto più che l'atmosfera non era mai stata più nervosa per i rapporti riprovevoli tra tifosi e calciatori e tra presidenti e politica. Temiamo dunque un sommovimento epocale perché il calcio, più che economia e spettacolo, è religione e passione identitaria, oppio della coscienza, balsamo dell'infelicità, rancore di classe e di ceto distratto e deviato verso il tifoso antagonista.
Insomma, nella sostanziale cautela giudiziaria verso il calcio, a dispetto dell'irriguardosità verso la politica e verso l'economia, c'era forse un timore responsabile. Perché il calcio è sì un gioco, e un gioco d'azzardo anche, ma è comunque fondato sulla devozione dei fedeli-tifosi, come un moderno mercato delle indulgenze, con la differenza che, in quella simonia, l'anima si salvava facendo tintinnare i soldi nelle cassette, mentre oggi, in questa offesa, l'anima si danna perché non ci sono soldi nei bilanci societari, ma soltanto debiti coperti da altri debiti, in una lunga rincorsa di puntate al rialzo, sempre in cerca del colpo vincente, del colpo definitivo che non arriva mai.
Dunque, contratti pubblicitari, incredibili diritti televisivi, premi, Coppa Uefa, Champion's League, coppa intercontinentale: ogni debito produce un nuovo azzardo, sono cambiali inestinguibili onorate con nuove e più pesanti cambiali, tanto che il debito sinora accertato in serie A supera i due miliardi di euro.
Ed è ovvio che così le gambe diventino reliquie sante. Non esiste più Ronaldo ma il suo ginocchio, Buffon è un paio di mani, Mihajilovic è un piede sinistro. Ma gli stipendi miliardari e gli ingaggi stellari nascondono truffe, fideiussioni e plusvalenze sono gli espedienti attorno ai quali prospera una costosa corte di intermediari, di esperti e di consulenti. Persino i vecchi amatissimi campioni sono arruolati nei consigli di amministrazione nel ruolo di simboli, di martiri, di eroi di guerra: fanno immagine, sono inconsistenti garanzie per nuovi debiti. E le banche inseguono, promuovono e coprono l'azzardo coprendosi con altri azzardi. L'economia delle società, con molte eccezioni significative come la grande Juve e il simpatico Chievo per esempio, diventa manicomio criminale, mentre i devoti fluttuano in corteo per le città da una ecclesia-stadio a un'altra ecclesia-stadio, pronti ad accendersi, a maledire, a picchiare, come le folle del fondamentalismo islamico, come gli assatanati di ogni fondamentalismo.

Ecco perché, in questi anni, nonostante mani pulite, nonostante in Italia tutto sia passato nel setaccio della magistratura, e nonostante l'inarrestabile avanzata dei peggiori avventurieri ai vertici delle società, nessun giudice si era sentito pienamente autorizzato, stimolato e invitato a rovistare questo mare di soldi e di passione, di religione e di campanilismo, e nessun poliziotto finanziario se l'era sentita di esaminare sino alle estreme conseguenze l'intollerabile intreccio contabile di messico e nuvole, la faccia allegra dell'Italia.
Ebbene, qualcosa deve essere cambiato se il calcio ha perduto la sua extraterritorialità giudiziaria. Noi abbiamo il fondato sospetto che le follie del calcio abbiano ormai invaso i luoghi della ponderatezza, i consigli di amministrazione delle holding. Tutti vedono le connessioni tra Tanzi, Parmalalt e Parma calcio; tra Cragnotti, Cirio e la Lazio; tra gli affari di Cecchi Gori e la Fiorentina... A una a una le pazzie calcistiche hanno fatto impazzire strutture che sembravano condotte sul filo della misura.
Perciò sono saltate la pazienza, quella resistenza matura e quel cauteloso senso di responsabilità che rischiava ormai di diventare irresponsabile ed obliqua connivenza con la mala amministrazione.
Del resto l'inchiesta dei giudici è parallela ai collassi economici e anche alla storica trattativa per vendere la Roma a un gigante del nuovo capitalismo russo, petrolio e belle donne, una di quelle fortune improvvise alimentate dall'assenza di regole, di etica e di tutto, come una polla che fuoriesce dopo un terremoto e nessuno capisce da dove arriva, quanto è pulita e quanto durerà. Ebbene, il capitalista russo Suliman Kerimov comprando la Roma sembra quasi realizzare il sogno del panslavismo della Terza Roma, con la differenza che ieri Mosca si sovrapponeva a Roma in nome della civiltà religiosa greco ortodossa, e oggi lo fa in nome della civiltà calcistica. A pensarci bene, questa coincidenza tra l'arrivo della Guardia di Finanza e del capitale russo è addirittura diabolica, in fondo sono la stessa cosa, entrambi evocati dalla mancanza di soldi. Sempre i debiti chiamano giudici e compratori, poliziotti e investitori, che in questo caso sono tutti stranieri perché anche i giudici sono stranieri in un mondo che si è sempre giudicato e assolto da sé.
L'iconoclastia dei giudici è infine significativamente parallela anche alle intemperanze iconoclastiche dei devoti-tifosi che qua e là bastonano i santi campioni, a Latina, a Milano, a Catania, mentre i presidenti, modellati e confortati dal premier Berlusconi, non si fanno scrupoli a vivere in conflitto di interessi, ad organizzare il tifo più depravato, a ricattare con il calcio le istituzioni, "se tu non mi dai il campo gratis, non compro giocatori... ", "i miei tifosi sono tuoi elettori... ". Così, in poco tempo, la Lega Calcio è diventata come il peggiore Parlamento italiano, dove "Marx e Nietzsche ? dice la canzone ? si prendono a braccetto", i Gaucci e i Carraro sono costretti a convivere e ad assomigliarsi pur disprezzandosi di cuore, il candido Facchetti e il malmostoso Galliani partecipano della stessa sostanza...
Ma forse di nuovo il laboratorio Italia anticipa e prefigura una riforma del sistema calcio che sta diventando impellente, dalla Spagna alla Germania alla Francia. Come Berlusconi ha anticipato Putin ed è diventato fenomeno di imitazione o paura di contagio, e come Mani pulite ha aperto la strada ai giudici in Germania, in Francia e persino in Israele, così forse anche la Guardia di finanza che regola il campionato, anche il giudice penale che diventa arbitro di campo è l'alba italiana di un'altra crisi, di un altro terremoto e magari presto di un altro eccesso, forse si arriverà a uno scontro tra moralismo giustizialista e immoralismo tifoso... Di sicuro nelle mani dei giudici il sistema calcio è destinato a deflagrare, proprio come la devozione popolare del Cinquecento deflagrò nelle mani di Calvino, di Zwingli e di Lutero i quali aprirono la strada alle sette ereticali che misero sottosopra il mondo, radicalismi pericolosi dai quali in Italia esce sempre un pescivendolo rivoluzionario, un masaniello, nulla in confronto ai girotondi e neppure ai black bloc, persino peggio di Berlusconi.

le nozze di teti e di peleo 2001
  
Tre esperienze in stile libero
su
Ulivo Selvatico

Il lupetto
Rigoletto 28 febbraio
Mi sono regalato una fotocamera digitale e, da due giorni, ci sto giocando come un ragazzino. E, come al solito, la mia mente divaga e mi ricordo di un ragazzino che mi somiglia.
… La guerra e' finita da pochi anni ed io sono un “lupetto”. Non nel senso che, con il branco, vado per boschi a caccia di prede. Ma nel senso che faccio parte di una organizzazione che (mi sembra) si chiami (si chiama ancora oggi) A.S.C.I., in altre parole i boyscout. Poiche' sono troppo giovane per essere boyscout, sono solo lupetto. Pero' ho una bellissima divisa, sui toni del verde e del blu, di cui vado molto orgoglioso. Un'estate piantiamo il campo a Valeggio sul Mincio, ai bordi del fiume, vicino all'imponente, ma incompiuto, ponte Visconteo, un'opera militare detta Ponte Rotto.
Montiamo le tende e, dopo una ruvida cena, ci addormentiamo come sassi, nel senso che a quella eta' si dorme anche sui sassi. Al mattino sveglia presto, per la santa messa (i boyscout sono noiosissimi); poi via per prati e boschi. Rientriamo a mezzogiorno, affamati. Io mi sono offerto volontario come cuciniere; non che sappia cucinare, ma questa e' una passione che mi sta accompagnando nella vita. Oggi patate fritte e pane: il massimo! Accendiamo un grande fuoco in un campo di stoppie e, sopra, una grande padella di ferro, di molto dubbia pulizia, nella quale mettiamo grasso di maiale: burro non ce n'e', olio men che meno. Il grasso si scioglie sfrigolando, poi prende fuoco e lo appicca alle stoppie. Il fuoco divampa e si avvicina pericolosamente ai covoni di grano che erano stati trebbiati. Arriva il contadino, urlando; di buona lena riusciamo a circoscrivere l'incendio e, poi, a spegnerlo. Le patate non sono venute molto bene, ma ce le mangiamo tutte egualmente. Poi c'e' il problema di pulire la padella; detersivo non ce n'e', ma solo l'acqua fredda del fiume e la sabbia. Dopo un gran lavorio il risultato non cambia: dubbia pulizia prima, ora anche……
Con la mia fotocamera digitale, xxx megapixel, nnn Mhz, yyy complicatissimo software di cui non capisco nulla, sto cercando l'immagine del ragazzino che fui, ma non la trovo.
L'ho sempre pensato che la tecnologia non serve a nulla.

Foto d'interno
Quando il pubblico imita il privato
Rowena 28 febbraio
Vorrei invitarvi a guardare con me questa fotografia. Poi, una volta osservata bene, ad indovinarne i rumori che la riempiono.
La sala si intravede appena, ma appare subito lussuosa: poltroncine di tessuto lilla, schermi giganti, faretti che diffondono una luce fredda e indiretta e specchi, che raddoppiano la capienza e la prospettiva.
Al tavolo della presidenza sono in otto, quattro maschi e quattro femmine.
Sono tutti, se non giovani, giovanilistici. I maschi hanno camicie bianche e cravatte scure. I capelli sono rasati attorno alle orecchie e gellati sopra. Così che l'effetto è di rapper imbalsamati in abiti da cerimonia.
Fra le donne, due sono belle e in carriera – le distingui dai lunghi capelli artificialmente arricciati, sono delle dure ma civettano con un'immagine di femminilità; le altre due sono brutte e in carriera, ostentano occhiali e grosse collane. Sono delle dure, e basta. Ma tutte in tailleur, scuro, e sotto una camicetta chiara.
Al centro e ad un'estremità del tavolo ci sono due microfoni: uno per il Presidente, l'altro per i relatori che si succedono sulla stessa poltrona.
Le due donne all'estremità del tavolo stanno diligentemente rivolte verso chi parla. Il signore di fianco ha lo sguardo vitreo fisso sul pubblico. Uno è bloccato mentre si tormenta l'orecchio, un altro mentre si cincischia il labbro. Uno tiene le mani sotto il tavolo. Una piccolina si rivolge al vicino, ma con scarso successo. Tutti hanno l'espressione di chi sta pensando ad altro, nonostante mostrino un'eccessiva, cortesissima attenzione.
Sul tavolo, davanti ad ognuno, una cartellina uguale a quella che è stata data ad ognuno degli intervenuti.
Le cartelline sono state distribuite da algide signorine in tailleur scuro e camicetta bianca, gambe lunghe, unghie curatissime. Dentro alla cartellina c'è il programma della giornata, e un dépliant patinato della Ditta che ha organizzato il convegno, fornitori di prodotti software. Gli invitati sono funzionari pubblici, che di quel prodotto hanno fatto, o faranno le spese. Il rumore di fondo è di carta strusciata.
I relatori che si succedono hanno tutti voci monotone e ipnotiche. Accompagnano gli interventi con lucidi su cui è riportato quello che stanno leggendo. Ognuno parla di cose diverse e anche contraddittorie, impermeabili l'uno all'altro.
Tutti usano lo stesso linguaggio: i lucidi sono gli slides (il mio parrucchiere chiama così le sue eleganti sforbiciate) e il Comune è l'Azienda Comune. Rispetto ad un paio di anni fa è in ribasso l'activity based costing, ma tiene ancora il benchmarking. L'accento è omologato, da omogeneizzato televisivo, le “e” molto aperte, le “s” sibilanti (troppo sibilanti!)
Alla fine di ogni intervento il Presidente simula entusiasmo e ridesta il pubblico per un breve, meccanico applauso. Ad ogni interruzione la sala si svuota un po' di più (rumori di passi ovattati dalla moquette) e dopo un po' anche il tavolo della presidenza incomincia a dare segnali di stanchezza. Fuori, nei bagni, nei corridoi, al bar, nello spazio fumatori, si svolge, come accade anche nei congressi dei partiti, il vero convegno. C'è sempre qualcuno che incontrandosi si bacia rumorosamente.

il turco in italia 2001
  
Il tempo è proprio denaro!
Solimano 27 febbraio
Il campanilismo aiuta ad arrivare a Treviglio.
Difatti l'alto campanile della chiesa di San Martino si comincia a vedere a qualche chilometro di distanza, ed è una cosa ormai rara, mentre un tempo era abituale, perché i campanili li facevano alti non per essere più vicini a Dio, ed in fondo neppure per far sentire meglio il suono delle campane, ma per narcisismo, per campanilismo, appunto. La tautologia aiuta a capire.
Poiché proprio lì devo arrivare, sono contento.
Parcheggio in Via Mons. A. Portaluppi, che già chiarisce l'habitat: una bella tesi “Monsignori & Stradari” l'hanno certamente già fatta, magari alla Cattolica.
Entro in un bar, e chiedo la strada migliore per arrivare alla chiesa di San Martino. Il campanile, difatti, negli ultimi 500 metri è scomparso dalla vista.
Un vecchio, bianco di pelo ed allegrotto, con bicchiere di vino sul bancone alle 10 di mattina, inizia una concione in lingua locale; già questo è un problema, a cui si aggiunge che per lui San Martino non è una chiesa, ma un albergo, forse ad ore, come deduco dalle strizzate d'occhio.
Il barista è un vero deus ex machina e svela l'arcano della lingua e quello dell'albergo, poi come segno di fiducia, mi dà la chiave (con catenella) della toilette. Commosso, approfitto della opportunità.
Cinque minuti a piedi, e sbuco nella piazzetta a fianco della chiesa. Strano mercato della frutta: tre bancarellone e basta.
Il portone principale della chiesa è chiuso. Non mi scoraggio, e trovo l'ingresso laterale.
Una bella ragazza sta dando lo straccio per terra. Proprio bella, assolutamente candidabile a Miss Sagrestana.
Ma non è la sola: ce ne sono altre due, bellocce pure loro, (anzi belline, niente prepotenza) che svolgono la stessa attività: la chiesa è vasta. Si muovono secondo un disegno armonico forse progettato dal nipote di Mons. A. Portaluppi. Le tre grazie sono extracomunitarie: polacche o lituane o slovacche o quelchelé.
E' una specie di volontariato simbiotico: io ti trovo il posto, ti faccio ottenere il permesso etc, tu mi pulisci la chiesa: Cooperativa Veline Cattoliche. Buona idea, 2000 anni di storia rendono sgamati. Chissà, le vocazioni al sacerdozio smetteranno di scendere.
Mi studio il polittico, oggetto delle mie brame, che mi ha spinto al viaggio dalla lontana Monza.
Vado in sacrestia per cercare documentazione: zero via zero. Però ci sono tanti zaini, appoggiati fra gli oggetti liturgici, e comprendo che le veline cattoliche, ben più di tre, lì hanno fatto il loro nido di api operose.
Esco dalla chiesa, e chiedo lumi ad una coppia di vigili. Mi danno tre dritte.
Prima dritta. La libreria delle Paoline. Due suore in borghese. Mi rivolgo a quella che somiglia a Lidia Ravera. Gentile, mi procura un depliant patinato ed una cartolina, poca roba che però non mi fa pagare.
Seconda dritta. La Pro Loco. Un bel cortile storico, uno stanzone confortevole. Cento depliant diversi su un tavolo; non uno utile al caso mio (cerco immagini del polittico). Però uno dei tre addetti mi dice che l'anno scorso hanno stampato una guida esauriente di Treviglio. Disposto alla spesa, per fortuna prima la sfoglio, la guida. Niente pure lì.
Terza dritta. Il Santuario. La chiesa più famosa di Treviglio non è San Martino, ma il cosiddetto Santuario: c'è l'elmo e la spada del famoso Lautrec, nel '500 coinvolto nel miracolo che è all'origine del Santuario. Quando entro (sono circa le 11 di mattina), trovo la chiesa piena di donne, non abituali vecchine e neppure speranzose pellegrine: facce e cappotti da insegnanti. Il monsignore (che sia mons. A. Portaluppi in persona?), bardato liturgicamente alla grande, con un assistente-scudiero distinto pure lui, quando mi vede entrare smette la funzione nel giro di trenta secondi: sembra che abbia sentito l'odore del maligno.
Un applauso vivace, non clap clap né frenetico, proprio spontaneo e vivace, lo saluta.
Poi comincia a parlare una delle donne, con un tono non da collotorto, ma di una religiosità un po' karaoke. Non è un insulto, mi sembra un gruppone tutt'altro che sfigato. Ma anche al Santuario, documentazione sul polittico zero via zero.
Torno nella chiesa di San Martino, e decido, per consolarmi, di fare un colpo di vita: 0,50 Euro per due minuti di grande luce sul polittico. Non male, se uno vuole guardarselo per un'ora deve cacciare 15 Euro. Altro bel business, dopo quello delle extra-comunitarie.
Ma i due minuti che ho trascorso a guardarmi il polittico sono stati di felicità assoluta.
Lo conoscono a Londra e a Parigi, a Treviglio un po' meno.
P.S. Al ritorno, sempre a Treviglio, ho incrociato Via Case Operaie. La Lombardia ha questo di bello, che ci si trova di tutto.

ricciardo e zoraide 1996
  

   29 febbraio 2004