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La settimana in rete
a cura di Primo Casalini - 22 febbraio 2004

Nota introduttiva
1
. A Cremona è in corso la mostra “Pittori della realtà”, nata in collaborazione, fra l'altro, col Metropolitan Museum di New York. Riporto la diffusa introduzione che ho trovato nel sito della mostra. Nella settimana in rete inserisco immagini di opere conservate tutte nella Pinacoteca di Brera, che è anche una specie di mostra permanente di pittori della realtà a 10 km da casa nostra. Le immagini le ho tratte, come di consueto, dalla Web Gallery of Art, in cui, solo per quanto riguarda la Pinacoteca di Brera, ci sono ben 121 immagini. Provare per credere ad utilizzare la funzione search di quel sito…
2.Ancora Guia Soncini. Stavolta se la prende (a suo modo) con Tony Renis, alias Al Tacchino. L'articolo è lungo (un po' meno di quello dedicato all'Isola dei famosi), ma assai gradevole. Evidentemente ancor oggi milioni di italiani trovano interessante il Festival di Sanremo. Ma alla Soncini interessa il personaggio Tony Renis, e tutto quello che gli sta attorno. Una specie di lente per capire meglio ciò che succede. Proprio come ha fatto con l'articolo “L'isola che non c'è”.
p.c.

baschenis: natura morta con strumenti musicali (part)
  
Il mestiere dell'antipolitico
Gli sfoghi di Berlusconi
Barbara Spinelli su
La Stampa 22 febbraio

Fare politica è un mestiere così duro che il presidente del Consiglio quasi ha l'impressione di non farcela, e per questo se la prende di nuovo, come agli esordi della sua avventura extra-aziendale, contro i politici che "chiacchierano molto ma intanto rubano, rubano soldi ai cittadini". Dicono i suoi fedeli che lo sfogo è stato provvidenziale, oltre che in perfetta sintonia con le sensazioni di milioni d'italiani. Dicono che finalmente c'è qualcuno che sfrontatamente dice una verità che tanti pensano, e che suscitare scandalo fa bene alla nostra decadente democrazia, così come fece bene al cristianesimo nascente la cacciata dei mercanti dal tempio ad opera di Gesù.

Ma di questa politica Berlusconi deve sentirsi totalmente prigioniero, se a dieci anni di distanza dalla nascita di Forza Italia e a tre da una vittoria che gli diede una maggioranza assoluta in Parlamento si sente costretto a ripetere, immutato, il primordiale gesto che nel '94 e nel 2001 gli portò grande fortuna, e che caratterizzò prima il suo ingresso in politica, poi la vittoria sui partiti allora governanti. Quel gesto viene riesumato tale e quale, sospendendo tutto quel che nel frattempo la storia ha fatto accadere: viene abolito il tempo e quel che il tempo ineluttabilmente produce e trasforma, vengono aboliti tre anni di governo guidati da Berlusconi e la sconfitta dell'Ulivo nel 2001. È come se Berlusconi dicesse: non abbiamo ancora vinto, anzi non abbiamo mai vinto, perché la politica ha una forza tale che tutti ne siamo prigionieri e io stesso ne sono tutt'ora prigioniero. Siamo ricaduti al punto di partenza, anzi al punto che precede la partenza, quando ero all'opposizione, e io non sono riuscito a essere quel che volevo: non sono un uomo libero, non posso fare quel che mi propongo. Forse le parole del presidente del Consiglio sono ingegnosissime, di certo occupano le prime pagine dei quotidiani e dei telegiornali. Ma l'immagine che vien trasmessa non è forse così geniale come sembra: un uomo così prigioniero, nonostante quasi tutte le leve del comando politico gli appartengano, non può dire d'aver avuto successo.

gaudenzio ferrari: l'annunciazione a gioacchino ed anna
  
Un uomo costretto a manipolare i servizi televisivi nei modi denunciati da Giovanni Sartori sul Corriere del 19 febbraio (le platee dell'Onu che abbiamo visto applaudirlo all'epoca in cui era presidente dell'Unione europea erano un fotomontaggio: in realtà non applaudivano il nostro premier ma Kofi Annan) è un uomo che ricorre a espedienti non sapendo escogitare soluzioni, che riparte sempre da zero non essendo giunto da nessuna parte. È un uomo che sembra addirittura credere di non aver fatto nulla, se cerca le cause del proprio indebolimento non nelle politiche che non ha fatto, ma nel mestiere stesso della politica. Un uomo così è come avesse un tic nervoso, che lo spinge a dire sempre lo stesso slogan - politici, tutti ladri - ma su questo slogan non edifica alcunché.

Naturalmente è difficile sapere quel che gli italiani pensano in cuor loro, e cosa penseranno nella solitudine imprevedibile delle urne. Forse sono ancora sensibili a quello che appare come tic, forse sono maggioritariamente in sintonia con il disprezzo che Berlusconi dice di nutrire per i politici, anche se nel frattempo si è corretto ed ha assicurato di aver accennato solo a precisi esponenti dell'opposizione. Forse gli italiani si identificano ancora con le sfrontatezze del premier, e con lo schema che potremmo così riassumere: chi vive per la politica, come succede all'imprenditore Berlusconi, non ne profitta perché le sue fonti di ricchezza sono ben altre. Mentre chi vive della politica e ne ha bisogno per guadagnarsi la vita è costitutivamente un chiacchierone e ladro. È una distinzione che faceva anche Max Weber, che dedicò un saggio alla Politica come Professione. Ma il filosofo tedesco aggiungeva: un mondo che esclude chi vive della politica è interamente fondato sul reclutamento plutocratico, visto che solo chi è straricco può permettersi il lusso di vivere per la politica. E concludeva che era un bene che esistesse una professione dedita tutta alla politica, anche se dalla politica traeva il suo sostentamento e forse proprio per questo. Far politica infatti non può esser qualcosa di sporadico, di occasionale. È un'arte che esige dedizione, proprio perché è dura e lenta a produrre risultati. Weber stesso dice: "La politica consiste in un trivellare lento e possente di duri assi di legno, da compiersi con passione e discernimento al tempo stesso".

Oggi questa professione che consiste nel lento trivellare di duri assi di legno non è ancora riabilitata, e le ragioni non mancano. Gli anni che ci separano da Tangentopoli sono un passato che nessuno si sforza davvero di far passare, sono una storia di melma e corruzione del mestiere politico che Berlusconi stesso ha voluto che restasse melma, con il suo continuo attacco a giudici e processi, ma che non cessa di essere melma per il solo fatto che Berlusconi d'un tratto torna a servirsene con animo giustizialista, per sporcare questo o quell'avversario oltre che, più in segreto, questo o quell'alleato. Non c'è stata ancora una purificazione delle memorie, per quanto riguarda quel passato di corruzione e abuso del potere, né nell'ex Dc né nell'ex socialismo, né fra i repubblicani né fra gli ex Pci. E quando la memoria viene così occultata o schivata, quando manca ogni seria riflessione sul passato, tutti i colpi bassi diventano possibili, nulla viene chiarito, e ogni cosa e il suo contrario restano in fondo vere. È vero, c'è chi ha fatto illecitamente fortuna in politica, ma c'è anche chi l'ha fatta illecitamente fuori di essa e profittando di essa. Se non si rompe l'inconfessabile complicità fra il dentro e il fuori della politica, se il politico di professione non spiega all'elettore come son stati ottenuti certi averi, allora anche Berlusconi potrà continuare a schivare le domande sull'origine delle sue ricchezze e il risultato sarà che la melma resterà immutata, eterna, adoperabile da ciascuno nei modi più perversi. E alle urne potremmo avere il disastro: gli italiani potrebbero allontanarsi da qualsiasi politica, sia essa berlusconiana o dell'opposizione.

Chi tuona contro i politici di professione ha trovato un espediente assai temerario. I tempi infatti sono radicalmente mutati, rispetto agli Anni 90: oggi, a seguito dei fatti Cirio e Parmalat, vediamo sui banchi degli imputati non più i corrotti ma i corruttori, non più i politici ma piuttosto i banchieri e gli imprenditori che fanno il mestiere con cui Berlusconi divenne ricco prima di entrare in politica. Una nuova epoca si apre, e il premier rischia molto, con il suo gesto ripetitivo e anacronistico. Inoltre gli italiani hanno altri miti, rispetto a quelli del '94 e 2001: resta la simpatia per Berlusconi, ma l'ammirazione dei più va oggi al presidente Ciampi, che alla politica ha restituito molta della nobiltà perduta. E poi ci sono altri segni della politica professionale che rinasce, meno visibili solo perché meno seguiti dai mezzi di comunicazione.

Un esempio estremo dell'esistenza di una forte aspirazione a ridar credibilità al mestiere politico è il ricorso agli scioperi della fame, che i radicali hanno istituzionalizzato. È il tentativo di conferire alla politica una dignità di natura straordinaria, attraverso la messa in gioco di se stessi. Un parlamentare europeo, Olivier Dupuis, è al 34° giorno di digiuno, e ha attirato l'attenzione di alcuni dirigenti europei e del presidente della Commissione Prodi sul genocidio che Putin sta attuando in Cecenia. Un deputato della Margherita, Roberto Giachetti, digiuna contro la mancata discussione in Parlamento della legge sul conflitto di interessi. Lo sciopero della fame può essere un mezzo discutibile, ma nessuno può contestare la passione e la dedizione che esso incarna: una passione prossima al sacrificio personale, per la politica allo stato puro.

Questo significa che dipende da ciascuno di noi, fare in modo che la politica appaia un nobile mestiere fatto di passione e anche discernimento. Dipende da noi giornalisti, che non dovremmo star zitti quando un applauso tributato a Kofi Annan viene proditoriamente regalato a Berlusconi. Dipende da chi fa politica di professione, rispondere alle provocazioni con una meditazione sul passato e con parole di verità. Berlusconi sta facendo una cosa strana: davanti agli elettori, non si presenta come uno statista riuscito che ha cominciato a riformare l'Italia (con le leggi sul lavoro, sulle pensioni). Si presenta come uno schiavo di Michelangelo che invano cerca di divincolarsi dalla pietra. Certo, è più facile far politica nelle dittature o negli stati di guerra, perché nelle dittature la politica intesa come scelta fra due o più alternative viene semplicemente abolita. Per questo c'è oggi chi volutamente oltrepassa i recinti del professionismo politico, pur di mantener vivo il carisma del capo, che in fondo non necessita di coalizioni. Bush si presenta come president of war, come Presidente in stato di permanente mobilitazione bellica. Berlusconi si presenta come professionista ormai rodato dell'antipolitica, che non negozia con gli alleati ma li tiene sotto comando, e che sembra considerare ogni critica dell'opposizione come un'aggressione cui è lecito rispondere abusando del potere - a cominciare dal potere sulla Tv pubblica. Siccome siamo ancora in democrazia, e la possibilità di scegliere esiste ancora, spetta all'opposizione dimostrare che esiste un'alternativa dignitosa e non sospettabile a questa fuga dalla politica.

bramante: eraclito e democrito (part)
  
Una televisione senza smentite
Giovanni Sartori sul
Corriere della Sera 19 febbraio

Nelle dittature il dittatore mente quanto vuole senza tema di smentite. Intanto manca il modo per smentirlo: il dittatore comanda su tutti i media, e ne dispone a suo piacimento. Ma ammettiamo che qualcuno trovi il modo di contraddirlo e di denunciarne le menzogne. È sicuro che quel solitario eroe sarebbe subito silenziato e probabilmente spedito in qualche lager, prigione o confino. E in democrazia? In democrazia non dovrebbe essere così. La democrazia postula una pluralità di voci libere, e cioè effettivamente indipendenti, che finiscono per controllarsi l'una con l'altra. Se il canale A, per esempio, ci comunica che la terra è piatta, il canale B deve essere libero di ribattere che questa è una sciocchezza. Beninteso, non è che se il canale A dice il falso, il canale B, nel rispondergli, dica necessariamente il vero. Possono mentire entrambi. E dunque stiamo attenti: una voce che ne contraddice un'altra non stabilisce ancora quale sia la verità.
La verità è un parolone, lo so. Ma io lo scrivo con la minuscola, senza troppo pretendere, e con riferimento a verità "modeste" e accertabili. Per esempio, nel corso della presidenza italiana dell'Unione europea Berlusconi ha parlato, a New York, alle Nazioni Unite. In quell'occasione in Italia abbiamo visto sulle nostre televisioni una sala gremita che applaudiva calorosamente. Era un falso, un videomontaggio, che trasferiva su Berlusconi l'applauso a Kofi Annan, il segretario generale dell'Onu. Quel falso era clamoroso, stupido
(era innecessario), e molto rischioso, visto che in qualsiasi Paese di televisione libera sarebbe stato vistosamente denunciato dalla concorrenza. Da noi sette reti su sette (anche La 7 , che davvero avrebbe avuto interesse a fare lo scoop) non hanno fiatato, hanno avallato. Eppure quell'inganno sarebbe stato facilissimo da provare.
Prendiamo un caso più complesso, il tema del conflitto di interessi. A fine giugno dell'anno scorso Berlusconi dichiarò a Europe 1, in Francia, che quel conflitto era "una menzogna", dato che "le tre reti pubbliche sono molto libere". Ma si è appena visto sopra come lo sono, e cioè che non lo sono. D'altra parte, è già tutta scritta una proposta di legge, la legge Frattini, che "disciplina" (così dichiara) il conflitto di interessi. Occorre una legge per regolamentare una menzogna? Ovviamente no, ovviamente il problema esiste alla grande. E sono anni che discutiamo se la Frattini risolva o no il problema. Ma questa discussione non è mai stata resa visibile e comprensibile in televisione. Lo stesso vale, altro esempio, per il lodo Maccanico-Schifani sull'immunità. Per Schifani un'immunità simile a quella da lui proposta esiste in tutto l'Occidente. Vero o falso? Sarebbe facilissimo dimostrare che questa asserzione è falsa. Ma chi si azzarda? La difesa degli spaventati o asserviti di Saxa Rubra è che questi temi non interessano, o comunque che sono troppo complicati per la televisione. Se così fosse sarebbe inutile avere un servizio pubblico che ignora i temi di interesse generale che condizionano i nostri destini. E il fatto è che negli Stati Uniti esiste una televisione - la Pbs - che per l'appunto dibatte in modo intelligibile e imparziale problemi che per il popolo bue degli italiani sarebbero troppo complicati. E allora?
Allora la triste morale di questa storia è che in Italia anche la tv "di tutti" è imbavagliata; il che consente a Berlusconi e alla sua squadra di mentire senza "spazio di controprova", senza par condicio per le smentite. Si capisce, a mentire si provano tutti. Ma dove la tv è autenticamente libera le bugie hanno le gambe corte, mentre da noi hanno gambe lunghissime. La verità, sulla nostra tv, non è accertabile.

borgognone: madonna col bambino e santi
  
Tutti nel loro piccolo si incazzano
Alessandro Robecchi su
il Manifesto 15 febbraio

Facciamo un gioco di società, anzi il gioco della società. So già che mi dimenticherò qualcuno e mi scuso in anticipo, ma ci provo lo stesso. Vado dunque ad elencare tutti gli italiani incazzati come cobra che ringraziano di cuore il buongoverno (e la buonopposizione) di questo paese. Sono incazzati i tranvieri, i tassisti, i lavoratori dei trasporti pubblici in generale. Sono incazzati alla grandissima quelli dell'Alitalia, ma anche i ferrovieri, mi risulta, non sono del tutto sereni. I controllori di volo sono incazzatelli assai. Sono incazzati persino i pompieri, che di solito stanno buoni-buoni tanto che i bimbi da piccoli sognano di fare il pompiere (se volete fargli cambiare idea, fategli vedere una busta paga pompiera). A scuola sono leggermente furibondi insegnanti, mamme, papà, bambini, quei bambini che - come facevano i nazisti - usiamo noialtri di sinistra per fare propaganda alle nostre idee. Non so i bidelli, croce e delizia della nostra gioventù fumogena nei cessi del liceo, ma consiglio di incazzarsi anche a loro. Gli studenti son già incazzati, diciamo così, di default, ma lo saranno sempre più e rischieranno la galera per una canna. Sono incazzati nella sanità i primari, i portantini, gli infermieri, i paramedici. Anche i pazienti cominciano ad essere un po' meno pazienti. Gli anestesisti sono parecchio incazzati, i medici generici pure. Nonostante abbiano persino letto dei libri (lazzaroni! Invece di guardare la tivù!), e siano persino un po' colti, sono incazzati i docenti universitari, i ricercatori di cui ci si ricorda solo quando vanno a ricercare all'estero, e tutti i lavoratori dell'università. Sono incazzati i magistrati - molto incazzati - perché se il mestiere di uno è applicare la legge non è bello sentirsi dire ogni due minuti che è eversivo, un po' stronzo, "antropologicamente diverso" e financo "comunista". Per motivi forse più terra-terra ma non meno importanti sono incazzati tutti quelli che lavorano nella giustizia, che non hanno le matite e le fotocopiatrici, somigliando in questo a tutti gli altri incazzati del paese, dalla scuola in giù. Sono incazzati gli operai delle acciaierie di Terni e pure quelli delle acciaierie di Genova: sono dei signori molto distinti grandi come armadi e abituati alla fonderia, per cui sarà un po' più difficile menarli coi manganelli tonfa come i boyscout o i pacifisti di Genova. Sono incazzati tutti quelli che solo qualche mese fa erano incazzati di essere co.co.co e adesso si devono ri-incazzare, dopo aver studiato ben bene quale tipo di lavoratori precari sono diventati (forse serve un master in precariato). Sono incazzati i famosi ceti medi perché devono tirare la cinghia: questa è l'incazzatura più popolare e trendy, la grande stampa non parla d'altro con tabelle, interviste volanti, grafici, pareri e lamentele. Dei ceti men che medi, colpo di scena, non si parla mai, ma non dovrebbe sfuggirvi la semplice equazione che se un ceto medio non arriva alla fine del mese, un ceto basso non arriva nemmeno alla metà. Deduco che saranno incazzati anche loro. Sono in ogni caso incazzati i pensionati, questo va da sé. Sono incazzati i giornalisti e quelli che lavorano nei media, perché vedono restringersi gli spazi di libertà. Sono incazzati tutti tranne quelli che sono disposti a giurare, dire e scrivere (mentendo) che tutti quelli elencati qui sopra non sono per nulla incazzati. Ce ne sono migliaia di altri, aggiungete a piacere. Ma esercitate, anche un po' di teoria degli insiemi. Un tranviere, per dire, può essere incazzato in quanto tranviere, in quanto padre di bambino in età scolare, in quanto (ex) cetomedio, sommando in sé cinque o sei o pure dieci solenni incazzature contemporanee (immaginate se poi ha un altro figlio ex co.co.co e magari, toh, la moglie maestra). Potete immaginare come tutti questi italiani qui, bi o tri o quatri-incazzati, si incazzano vedendo un pupazzo miliardario che va in tivù a dire che tutti sono più ricchi e più felici. Lascio naturalmente ai lettori e ai fini analisti politici del manifesto ogni riflessione, analisi o previsione di come e dove questa incazzatura nazionale possa portare, nella speranza, naturalmente, che volteggiando per l'aere ricada alla fine sulla capoccia liftata - o su quella delicatamente riformista - di chi li ha fatti così tanto incazzare.

butinone: madonna col bambino
  
La politica alla verifica del cibo
Filippo Ceccarelli su
La Stampa 16 febbraio

Cibo di verifica, cibo elettorale, cibo come quasi infallibile indicatore delle tendenze politiche.
La verifica? "L'abbiamo fatta sul cuoco..." ha cercato di glissare l'altro giorno Umberto Bossi. Non voleva parlare, ma in qualche modo ha parlato.
Ah, come passa il tempo. Nell'autunno del famigerato 1994, ai tempi del primo governo Berlusconi, il Senatùr cominciò a prendere le distanze dal Cavaliere proprio sul cibo. Non voleva più andare a pranzo o a cena a via dell'Anima, dove allora abitava il presidente del Consiglio. Disse pure che si mangiava male. Il cuoco Persechini se la prese. Ma Bossi insisteva: "Si mangia troppo male". E una sera si ritrovò a casa sua a mangiare pane e sardine con Buttiglione e D'Alema. Era il ribaltone.

Anche Fini, di recente, ha disertato la tavola imbandita del presidente. Gli incontri della verifica si sono svolti a Palazzo Chigi, e non a Palazzo Grazioli, tantomeno all'ora dei pasti. Chi nutre ha il vero potere. Chi invita, fa la spesa, apparecchia e cucina guida il gioco. E anche se non è vero che la verifica l'hanno fatta "sul cuoco", resta il fatto che Bossi si ritiene in diritto di poter mettere in discussione il cuoco: e quindi un certo tipo di potere.
Fresco di dieta specialissima, intanto, il presidente Berlusconi è tornato a Milano e lì, con tanto di mamma e fratello, ha inaugurato un format di cena elettorale, all'americana. Oltre seicento persone, piccolo rituale politico (recita del "Credo" da parte di giovinetti) concluso dal Cavaliere con un gagliardo "Buon appetito!". Tavoli separati. Menù robusto, lombardo: salumi, risotto, carne, verdure, "caffè e frivolezze".

Per mangiare con Berlusconi si pagano 2000 euro i singoli, 2500 la coppia. I soldi li chiedono subito dopo l'accredito. In compenso si è nominati "Cavalieri Azzurri", con pergamena, senza accenni al pasto. Ora: la sinistra si potrà scandalizzare, ma un imprenditore lombardo che ha pagato 2000 euro per una cena mai e poi mai potrà perdonare di aver preso una fregatura al Fondatore di un Ordine Cavalleresco.
Anche questa del mangiare con il leader a pagamento è una pratica semi-nuova. Si sviluppò negli ultimi anni della segreteria De Mita; e il povero Severino Citaristi, che pure allora era un uomo onesto, anche se doveva fare il tesoriere della dc, fu l'ideatore e l'organizzatore della prima serata, a Bergamo.

La sinistra sembra aver giustamente smesso di farsi notare per cibi, ristoranti, cuochi istituzionali e risotti televisivi. Davvero non le è giovato quell'andazzo un po' narcisistico di potere, raffinatezza e curiosità. Solo Il Riformista resiste alla vena auto-moralizzatrice, seguitando a puntare alla più strenua promozione sociale e gastropolitica. Ma alla recente festa il menù sfumava nell'irreale. Molto saporite, al solito, le immagini di Umberto Pizzi, su Dagospia, con Vissani che abbraccia ospiti e ospitesse.
Ci sarebbe poi il latte. E gli yogurt, le merendine, le focaccine e il Santal del ragionier Calisto Tanzi. E, sempre in zona, ci sarebbe anche la sede della nuova agenzia europea per l'Alimentazione. S'è fatto tanto per strapparla alla Finlandia, terra di surgelati che non sa nemmeno dove sta di casa il prosciutto. E dove la metteranno, adesso, l'agenzia europea? A Parma.

Sulla tempestiva destinazione l'Economist ha pubblicato un pezzetto, cattivo come solo gli inglesi sanno scriverne. Neanche a dirlo, nella sede provvisoria c'entra Tanzi, e i giudici hanno posto il palazzo sotto sequestro. Una volta letto quell'articoletto ci sarebbe da mettersi sotto terra per la vergogna. O da darsi da fare dimostrando che non è come dice l'Economist, ma l'importante sarebbe farlo subito.
Di solito questo spetterebbe al governo. Ma in una faccenda del genere, il cuoco berlusconiano Persechini e i "Cavalieri Azzurri" che ci possono fare?


vincenzo campi: la cucina (part)
  
In coda per ascoltare Montale
La poesia fa il tutto esaurito
Paolo Foschini sul
Corriere della Sera 17 febbraio

MILANO - C'è una donna appoggiata al muro, sui cinquanta: non sta facendo niente, semplicemente ascolta. Di fianco un uomo, forse suo marito: ascolta anche lui, lanciando ogni tanto un'occhiata a lei. Vicino, lungo il marciapiede, un crocchio di ragazzi seduti per terra: alcuni hanno un libro sulle ginocchia, seguono il testo col dito. E poi ancora, non solo lì in via Rovello ma fin dietro l'angolo, a risalire via Dante: chi in pelliccia chi in jeans, liceali e pensionati, insomma gente, gente e basta, senza aggettivi. Tutti lì zitti, in strada, ad ascoltare un altoparlante che rimanda all'esterno una voce: "Non chiederci la parola che squadri da ogni lato / l'animo nostro informe...". In strada.

Perché dentro al Teatro Grassi di Milano, quello che una volta era il "Piccolo" e che mai come ieri sera si è rivelato tale al cospetto della folla accorsa, i 600 posti disponibili per sentir leggere le poesie di Montale erano andati esauriti in tre minuti. Il risultato è stato una specie di raddoppio: con la poesia del testo, dentro, con un attore a leggerla sul palco, e la poesia di un'immagine, fuori, fatta semplicemente di gente che ascolta la prima. È un'isola pedonale, il solo rumore è il tram che passa ogni tanto, trenta metri più in là: "E per la prima volta - mormora a un certo punto un tizio - vorrei che ne passassero meno". È la prima serata di "Sette poeti per sette città", l'iniziativa promossa dalla Fondazione Corriere della Sera assieme a Telecom Progetto Italia in contemporanea con l'avvio de "La Grande Poesia", la nuova collana di volumi proposta ora dal Corriere e inaugurata appunto ieri con Eugenio Montale.

"Non si poteva non cominciare da lui - ha spiegato Giovanni Raboni introducendo la serata -: in primo luogo perché Montale è il poeta italiano "moderno" per eccellenza, e in secondo luogo perché ha sintetizzato in sé le figure di poeta, intellettuale, uomo di cultura del panorama italiano e mondiale, naturalmente, ma anche milanese, avendo egli vissuto a Milano - la città della sua lunga collaborazione al Corriere - dal '48 sino alla sua morte avvenuta nell'81".

E Milano ha risposto confermando una volta di più la stessa sete già manifestata nell'ottobre scorso: quando migliaia di persone, per un mese di fila, riempirono le navate e la piazza di Santa Maria delle Grazie in religioso ascolto dell'Inferno dantesco letto da Vittorio Sermonti. Ieri sera, con quasi un'ora d'anticipo sull'apertura del teatro, la coda per entrarci dentro era già lunga da far impressione: quelli con la faccia da prof in pensione e quelli coi capelli rasta. Tutti lì ad aspettare e, in qualche modo, a "riconoscersi" al di là delle reciproche diversità.

Lungo la fila si sentono i discorsi degli esperti ("Perché il linguaggio di Satura, rispetto a quello delle Occasioni..."), quelli dei sentimentali ("Ai miei tempi le poesie si studiavano a memoria..."), ma anche quelli di chi disquisisce sui secondi fini ("Eppure io ti dico che con la poesia si cucca ancora..."). Ma alla fine il teatro si apre, i primi seicento entrano, i tecnici piazzano gli altoparlanti per gli altrettanti rimasti fuori, le luci si spengono: e nessuno parla più.
Un video ripropone Giorgio Strehler che, all'indomani della morte di Montale, legge quel "Non chiederci".

Poi è Franco Graziosi a proseguire nell'antologia: Meriggiare pallido e assorto, Le stagioni, La storia, La bufera... Non ad ogni poesia segue un applauso: non è un concerto. Ma i secondi di silenzio tra una lettura e l'altra fanno più effetto ancora, ed è un ragazzo a sottolinearlo: "È che la gente, più che di risposte confezionate in tv, ha davvero bisogno di ricominciare a pensare e basta. Senza casino. E la poesia in questo aiuta...".

caravaggio: la cena in emmaus (part)
  
Pittori della Realtà
Le ragioni di una rivoluzione
Su
Cremona Mostre

Da Foppa e Leonardo a Caravaggio e Ceruti

CREMONA
Museo civico Ala Ponzone
14 febbraio - 2 maggio 2004
lunedì-sabato ore 9-19; domenica e festivi ore 10-19


A dieci anni dalla mostra internazionale (Cremona, Vienna e Washington) dedicata alla pittrice cremonese Sofonisba Anguissola, donna quasi unica a dominare un'epoca, il tardo '500, assai poco incline a valorizzare le pittrici, il 2004 trova l'APIC protagonista di un nuovo progetto, forse il più grande e impegnativo mai affrontato, nato dall'incontro con una delle istituzioni culturali
più autorevoli a livello mondiale, il Metropolitan Museum of Art di New York, e con la Regione Lombardia, che coproducono l'evento.
Dopo l'Anguissola altre mostre, importanti e di successo, hanno visto l'Apic dialogare con prestigiosi musei in Italia e in Europa, ma con Pittori della realtà per la prima volta abbiamo raccolto la sfida di una vera coproduzione, complessa e laboriosa ma dall'esito felice: una mostra, affascinante nel tema e nell'altissima qualità dei dipinti e dei disegni esposti, pensata
e progettata per due sedi (il Museo civico Ala Ponzone di Cremona e il Metropolitan Museum of
Art di New York) su uno stesso impianto scientifico e con le stesse modalità operative.
Scaturita dalla passione e dalla grande competenza dei curatori Mina Gregori, Keith Christiansen e Andrea Bayer, "Pittori della realtà" rivendica le radici lombarde di un naturalismo che ha finito poi per affermarsi in tutta l'Italia settentrionale e ne ripercorre le tappe dalla seconda metà del Quattrocento quando, a Milano, operavano il bresciano Vincenzo Foppa
e Leonardo, lungo il Cinquecento e il periodo di formazione del Caravaggio negli anni '80, fino, nel Settecento, a Fra' Galgario e al Ceruti, in una linea ininterrotta che si alimenta via via
dell'apporto di artisti accomunati dall'interesse per l'osservazione della realtà.
L'importanza della tradizione lombarda nella rivoluzione naturalistica "scatenata" da Caravaggio in Europa – rivoluzione che ha aperto la strada alla modernità – era già stata intuita da Roberto Longhi, che aveva riconosciuto come il pittore, nativo di Caravaggio nella diocesi di Cremona, fosse giunto a Roma con il manifesto della sua rivoluzione realistica. Eppure la presa di coscienza della portata, della forza e delle profonde radici di questa tradizione, che fa della Lombardia la madre del naturalismo moderno, è cosa recente e la mostra, proponendo
un excursus attento dei "pittori della realtà" in quest'area geografica, è determinante nel
consolidare tale interpretazione a livello mondiale. Insomma, le ragioni della rivoluzione caravaggesca stanno tutte in Lombardia.
Oltre 100 straordinari dipinti e disegni, molti dei quali costituiscono un'assoluta novità per il pubblico italiano ed europeo, sono esposti a Cremona, a mostrare come Caravaggio – di
cui si possono ammirare opere capitali quali Il suonatore di liuto, Il cavadenti, il San
Francesco in meditazione
– abbia raccolto e portato a maturazione un'eredità ben precisa, che aveva trovato un precursore già in Leonardo, ed era continuata poi nell'opera di tanti artisti bergamaschi e bresciani – da Romanino a Previtali da Lotto a Moretto, da Savoldo a Moroni – e in altri lombardi quali l'Arcimboldi e l'Anguissola, i Campi, i Carracci, Fede Galizia e Tanzio da Varallo.
La mostra, che vanta prestiti dai più grandi musei e collezioni private del mondo (The Metropolitan Museum of Art di New York, The National Gallery di Washington, Musée du Louvre di Parigi, The British Museum e The National Gallery di Londra, Kunsthistorisches Museum
di Vienna, The Museum of Fine Arts di Boston, The J. Paul Getty Museum di Los Angeles, Staatliche Museen di Berlino, The Royal Library di Windsor Castle, Museo e Galleria Borghese di Roma, Galleria Palatina di Firenze, e tanti altri), allarga infine la visuale agli sviluppi uccessivi al Merisi: a quelle autonome e personali interpretazioni – Baschenis, Ceresa, Campi, Crespi, Fra' Galgario, Ceruti e altri – che, tuttavia, confermano una fedeltà alla rappresentazione
realistica, espressa nel modo diretto con cui gli artisti si sono avvicinati alla natura, in una
secolare continuità.
Lo spiccato naturalismo di Leonardo e la sua capacità di permeare la successiva produzione artistica lombarda sono evidenziati in mostra da uno straordinario gruppo di quattro disegni del
grande maestro, provenienti dalla Royal Library del Castello di Windsor: quattro studi di piante per la preparazione della Leda con cigno, testimonianza pregnante di quel naturalismo su
base empirica che è parte fondamentale della sua prodigiosa eredità.
E poi opere notevolissime di quella generazione di artisti lombardi che, tanto nel disegno quanto nella pittura, seguirono la rotta tracciata dal maestro.
Dai disegni e dipinti di Cesare da Sesto – tra cui un sorprendente Studio di albero, evidentemente eseguito guardando un esemplare reale – a quelli di Giovanni da Udine e
di Giovanni Antonio Boltraffio: in particolare uno Studio di panneggio proveniente da Oxford – ritenuto da Linda Wolk-Simon preparatorio del panneggio del vestito della Madonna Litta – un olio raffigurante una Fanciulla con ciliege, del Metropolitan Museum of Art di New York, attribuito a Giovanni de Predis, ma forse di mano proprio del Boltraffio, e ancora uno Studio di testa di donna realizzato a gessetti neri e colorati, che è il suo primo disegno eseguito con questa tecnica introdotta in Lombardia alla fine del '400; fino ai dipinti di Bernardino Luini (splendida la Maddalena, così come la poco nota tela di San Sebastiano da collezione privata newyorkese) e di Andrea Solario.
In mostra anche una accattivante sequenza di disegni con scene di genere, del pittore lombardo Polidoro da Caravaggio, che a Roma operò nella bottega di Raffaello: affascinanti per freschezza ed immediatezza, sono un testamento visivo del retaggio lombardo. Nella seconda,
ricchissima sezione della mostra spiccano alcuni prestiti importanti: tra i dipinti di Lorenzo Lotto, anch'egli momento chiave di questo percorso, va per esempio ricordato il famoso Ritratto di uomo con cappello di feltro, proveniente dalla National Gallery di Ottawa in Canada, che lo ha acquistato nel 1998 o il Cristo Portacroce dal Louvre di Parigi; di Savoldo la straordinaria Crocifissione, prestata dalla Maison d'Art di Montecarlo e correttamente attribuita all'artista bresciano solo nel 1999; ma anche il famosissimo Pastore con flauto conservato al J. Paul Getty Museum di Los Angeles.
Ancora importanti lavori di Moroni da prestigiose collezioni private e la sua penetrante Badessa Lucrezia Agliardi Vertova dal Metropolitan Museum,
e poi Moretto (Ritratto di giovane, Londra, The National Gallery), Calisto Piazza, e Previtali (straordinaria e da tanti anni non più visibile la Trinità esposta in quest'occasione), in un alternarsi di opere che spaziano tra tutti i generi, dimostrando come l'attenzione verso la
natura si sia manifestata nell'arte lombarda attraverso tendenze diversificate: l'osservazione della realtà, l'interesse per la rappresentazione dal vivo e l'uso empirico della luce, la presenza di una pittura religiosa fondata sulla realtà umile, lo scambio tra lingua e dialetto e lo sviluppo del ritratto non idealizzato, la natura morta e la pittura di genere.
Anche gli artisti che operarono in Lombardia nei decenni precedenti, contemporanei e immediatamente successivi al breve periodo di attività del Caravaggio (terza sezione della mostra), mantennero vivi i germi di questa tradizione che esploderà nella Roma manierista con Michelangelo Merisi, il quale, avviando una rivoluzione epocale, dichiarerà esplicitamente di riconoscere come sola maestra la natura.

Ecco dunque i lavori di Sofonisba Anguissola di cui lo stesso Vasari riconosceva e ammirava
il realismo e della quale a Cremona si può ora ammirare anche un eccezionale Autoritratto in miniatura proveniente dal Museum of Fine Arts di Boston, oltre a disegni dal Museo di Capodimonte di Napoli e dalla Galleria degli Uffizi di Firenze; ecco le opere del cremonese Vincenzo Campi con fruttivendoli, cuoche e popolani; ecco Annibale Carracci, che getta prima ancora di Caravaggio i semi della rivoluzione naturalistica.
La più esplicita testimonianza della vitalità della koiné naturalistica lombarda nel corso del Seicento è testimoniata, nell'ultima sezione della mostra, dalle opere soprattutto di Carlo Ceresa e del conterraneo Baschenis, che in comune hanno il medesimo atteggiamento
di fedeltà all'osservazione del reale e di resistenza alle mode culturali; mentre il Settecento vede portare avanti, seppure in pieno illuminismo, le istanze del realismo lombardo soprattutto da due autori: Vittore Ghislandi, alias Fra' Galgario, che con sguardo lucido e disincantato, libero da pregiudizi e da encomiastiche idealizzazioni, osserva e giudica la propria epoca, e Giacomo Ceruti, con la sua umanità dolente così diversa dalle figure di poveri e viandanti divulgate dai Bamboccianti o dalle incisioni d'oltralpe del secolo precedente.
Non c'è astrazione e tipizzazione: la potenza del dettato naturalistico e l'infallibilità del dato ottico-percettivo oltre che l'assenza di ogni facile sentimentalismo fanno la differenza, dimostrando ancora una volta che i pittori lombardi "imitavano la natura ancora di più" delle altre scuole di pittura in Italia.

luini: bagnanti (part)
  
Appuntamento con Al Tacchino
Tony Renis a Sanremo
Guia Soncini su
Il Foglio 17 febbraio

Bisogna immaginarselo, Tony Renis, con una maglietta rossa e blu con una scritta "Tony" impressa su una manica, le lettere si stanno staccando, la maglietta deve averla comprata in un negozio di quelli da poco sulla Melrose o giù di lì, a occhio a non più di quattordici dollari e novantanove, non ha il cappellino con cui si fa in genere fotografare ma dei terribili stivaletti grigi e una catenina con un pendaglio, c'è una palma d'oro che non è una di quelle di Cannes ma una di quelle di Sanremo, "è un regalo che il direttore artistico fa alle quarantacinque persone del suo entourage, quelle che gli sono state più vicine", e ci sarà da divertirsi, al festival, a vedere chi sono i cattivi segnati sulla lavagna, chi sono i benpiùdiquarantacinque al cui collo non c'è il pendaglio. Gemello del ciondolo di Tony Renis è quello che sta al collo del padrone di casa, probabilmente il secondo a essere forgiato. Renis riceve chez Carmelo Messina, "ero l'assistente di Saccà, poi è arrivato questo nuovo... buoni rapporti ma...". Ma c'è Sanremo da organizzare, ed è arrivato lui: i figli di Messina arrivano, e lo baciano, "Ciao zio". Bisogna immaginarselo, Tony Renis, mentre ti toglie dall'imbarazzo dell'unico argomento che non puoi non affrontare e che non sai come affrontare senza indisporre subito l'intervistato, mentre presenta Messina: "E' il mio consigliori. Visto che dicono". Già, dicono. Eppure Messina non ha nulla dell'apparente mitezza di Tom Hagen, consigliori di casa Corleone. Bisogna immaginarselo, Tony Renis, quando indica il sodale e dice "Carmelo è un vero amico: leale", e si capisce subito che per lui "leale" è il complimento massimo.

***

Bisogna immaginarselo, Tony Renis. Umile e sbruffone, ingenuo e scafato. "Sono sorpreso. Impressionato, ecco. Tutto questo interesse, questa bagarre sconvolgente. Proporzionata a una gravissima crisi di governo, ma non...". Ma non a quello che e pur sempre solo un festival di canzonette. E neppure di canzonette, al di là della denominazione: mai visto uno spettatore cui interessino le canzoni, di Sanremo, e non le vallette; e anche quest'anno, è chiaro che la parte più interessante saranno i vestiti della Ventura: ce la farà ad andare oltre i vertici di orrore dell' "Isola dei famosi"? "Anche Simona sa di essere lì per le canzoni". "Lui ha riportato la canzone al centro", spiega Messina, che interviene quando teme che Renis l'irruento faccia gaffe. Tipo: scusi, Renis, ma alcuni di questi che cantano a Sanremo (e che per la maggior parte noi che stiamo qui non avevamo mai sentito nominare) lei che sta a Los Angeles li conosceva? "Neanche mezzo". Come, neanche mezzo: mai sentita neppure "Supercafone"? "No..." (sguardo di disperazione di Messina) "Ma sì. certo che sì". Bisogna immaginarselo, Renis, mentre garantisce che il suo sarà "un festival risorto" e si dice "orgoglioso" di dare a uno come Pacifico "la possibilità di spiccare finalmente il volo". Già, ma con le major che non mandano i cantanti come la mettiamo? "Ah lei vuol fare subito come nella canzone di Pacifico, infilare la lama nella carne".

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Bisogna immaginarselo, mentre conferma tutto ciò da cui ti hanno messo in guardia: non prendere altri impegni, mettiti comoda e fingi di avere tutto il tempo del mondo a disposizione. Bisogna immaginarsi non un direttore artistico, e certo non un organizzatore ("Non posso pensare a tutto io", è la sua risposta a questioni marginali come quali e quanti calciatori dovranno fare da valletti a Simona Ventura nella serata in cui è previsto ci siano dei calciatori ma di una questione importante come l'identità dei valletti, e in particolare di quel valletto che va sotto il nome di George Clooney, si parlerà più tardi, e a lungo). Bisogna immaginarsi un entertainer. Che se gli chiedi di Mogol di cosa diavolo possa insegnare ai cantanti uno che ama raccontare di sé di essere talmente stonato che quando, per convincere qualche interprete a eseguire una sua canzone, gliela canticchiava, quello immancabilmente pensava fosse una porcheria comincia a risponderti da molto lontano. Mentre Messina cerca di far passare la linea "Mogol dice così per vezzo", Renis parte dalla nazionale cantanti; passa per l'inno del Milan e quello della Ternana, entrambi scritti da lui assieme a Mogol; arringa in difesa di coloro che, pur stonati, hanno però un fortissima sensibilità musicale, "anche alcuni critici"; devia sull'orecchio assoluto. Quando arriva al fatto che i primi a definire Mogol poeta furono i russi, hai completamente dimenticato la domanda. Ed è meglio così, perché a quel punto, non si sa bene perché e attraverso quali scorciatoie e deviazioni, Renis sta facendo la sua seconda uscita con cadenza sicula ("Non bisogna mai parlare") e subito dopo si sta producendo nella prima di molte imitazioni, ripetendo la frase attribuita a Frank Sinatra "Non farti mai vedere ma devi sempre far parlare di te". Ed è allora che capisci che si diverte. Che non c'è niente che lo diverta quanto alimentare i pettegolezzi sul suo conto. "I don't care what they say about me, as long as it's not true" (io non mi curo di quello che si dice su di me, purché non sia vero), diceva Katharine Hepburn. Si vede che a Hollyvood si usa così.

***


Quindi è stato lei. "A fare cosa?". A mettere in giro tutte le voci che girano. L'ha fatto perché si parlasse di lei. "Quali voci?". Bisogna immaginarselo, con l'aria di chi davvero non sa di cosa tu stia parlando.

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Bisogna immaginarsi la fatica con cui il discorso viene ricondotto nei binari, stavo dicendo delle major, e come a questo punto il poliziotto buono Renis lasci il posto al poliziotto cattivo Messina, e la tesi del complotto viene esposta. "Lui non vuole dirlo, ma avevano un disegno ben preciso. Loro non volevano che Sanremo si facesse; e se non si faceva quest'anno non si sarebbe fatto mai più. Pensavano che non facesse vendere abbastanza dischi, che fosse meglio spostarlo di città, il progetto c'era già, e il passo successivo sarebbe stato farlo con un altro netvork televisivo". Beh, "un altro".
ceruti: il portarolo
  
In Italia non è che ce ne siano diecimila: sta dicendo che il direttore artistico messo lì dal Cav. è l'uomo che sta per salvare la Rai ed evitarle di perdere il più prezioso gioiello della corona regalandolo a Mediaset? Sta dicendo che chiedere di togliere Renis da Sanremo significa chiedere la vittoria ai punti di Mediaset? "Le sinistre si stanno dimostrando i veri alleati di Berlusconi". Dice Messina che le scuse opposte a questa gestione sono state le più varie, e le più infondate. Dice che prima hanno detto che oramai era tardi, non si potevano più trovare le canzoni: "Lui si è messo al lavoro, e sono arrivate setteottocento canzoni. E allora? Allora erano tutte scuse" Renis: "Erano settecentoottanta, ma non diciamolo sennò fanno polemica"). Dice che poi hanno obiettato che l'anno scorso c'era stato un accordo per un rimborso spese, per le case discografiche Sanremo era troppo oneroso e si era deciso che ci sarebbe stato un ulteriore contributo economico in parte a carico del Comune di Sanremo in parte a carico della Rai (tradotto per noi dal pensiero debole: non solo io metto a disposizione dei tuoi cantanti una vetrina promozionale gratuita da una dozzina di milioni di spettatori, dimodoché tu gratuitamente possa far sentire il loro disco e la gente prenda in considerazione l'idea di comprarselo, ma voglio sollevarti dal disturbo di doverci rimettere i soldi dell'albergo, per te e per il cantante in questione); l'accordo per il rimborso spese non era stato rispettato dal Comune: "I cinquecentomila euro del Comune non li avrebbero visti mai, lui ha convinto la Rai a farsene carico, e non solo: li ha convinti anche a ripetere il contributo". (Renis: "Ho trasformato un'una tantum in un'una semper"). Renis dice che "chissà cosa gli hanno raccontato, i loro dirigenti italiani, alle major del disco". Già. Chissà come si fa, a convincere delle multinazionali a credere al lupo cattivo. A spingerli a privarli di cotanta (gratuita) vetrina.

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Bisogna immaginarsi Tony Renis all'hotel Cala di Volpe. "Con mia moglie Elettra, e un amico che sarà a Sanremo: Lionel Richie". Bisogna immaginarselo che prende il sole, e il telefono che squilla. "Era il mio amico Gianmarco Mazzi, che conosco per via della nazionale italiana cantanti e che però non sentivo da un po', perché con una scusa o con l'altra non mi facevano mai giocare, dicevano che non mi allenavo, e allora mi hanno fatto ambasciatore della nazionale italiana cantanti nel mondo". Che è un po' peggio che venire messo in porta, ed è uno smacco incommensurabile per uno che ti spiega che lui voleva fare il calciatore, che fare il cantante è stato un ripiego, colpa di suo padre, che gli diceva: "Tu sei un artista, non puoi fare il calciatore", ma lui sarebbe stato un grande, e te lo spiega alzandosi e continuando a parlare, mentre in mezzo al salotto palleggia senza palla. Bisogna immaginarselo.

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Bisogna immaginarsi la riunione dei vertici Rai che cercano disperatamente un direttore artistico, e Mazzi suggerisce Renis, e Cattaneo dice: "Ma Renis è un uomo no", perché lui è uno che se ne sta in disparte, dice, da un po' di anni, e Cattaneo dice a Mazzi di provare a chiamarlo e chiederglielo, e come credete che glielo chieda, Mazzi? Bisogna immaginarsi il divertimento di Renis, nel riferire: "Ti faccio un'offerta che non puoi rifiutare".

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Bisogna immaginarsi la "grassa risata" e il "neanche morto" con cui Renis racconta di avere accolto l'offerta, e quel Mazzi che "era un mastino, non demordeva, lui ha fatto telefonare da tutti, da Mogol, da Claudia Mori, anche Adriano credeva fosse una buona idea". (Bisogna fra parentesi immaginarsi la diplomazia con la quale Renis elude le domande sulla possibilità di vedere i suoi amici Mina e Celentano a Sanremo, prova a dire di non averglielo ancora chiesto, si obietta che non è che il giorno prima del festival uno può pensare di chiamare Mina e dirle: "Scusa tanto, mi era passato di mente: saresti mica disposta a un ritorno sulle scene, diciamo fra un paio di giorni?", e allora lui dice che "è vero che qualche volta the dreams come true, ma credo che questo sogno resterà tale", e pazienza). Bisogna immaginarsi il cedimento finale di Renis ("Devono avermi imbriagato"), che però dice che ha avuto poco tempo, e pare metta le mani avanti, e "ora c'è la competition, è iniziata l'anno scorso, quest'anno c'è 'Zelig', 'Il Grande fratello', 'La Corrida', non si possono fare paragoni coi numeri degli anni in cui la concorrenza sospendeva i programmi e si metteva a guardare il festival". Bisogna immaginarsi i "chimel'hafattofare" che attraversano la mente di uno che dice di rendersi conto solo ora della fatica dei predecessori. "è una cosa immane", e anche "è mio modesto parere che Pippo Baudo sia insuperabile". E si può solo immaginare il tono con cui dice: "Mi avrebbe fatto piacere che mi avesse dato almeno un colpo di telefono".

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Bisogna immaginarsi un ragazzo di Porta Ticinese che fa di necessità virtù, e dell'assenza delle major una forza. "Io so che Baudo ha due belle orecchie. Non credo fosse colpa sua. Lui sceglieva fra quello che le major gli proponevano. Era colpa del loro dispotismo: il festival è una vetrina, se poi loro in vetrina piazzano oggetti che non godono del gusto del pubblico non si lamentino se restano in vetrina". Ma, lodi della critica a parte ("Castaldo è leale. Ha anche avuto dei problemi col suo direttore, che vuole attaccarmi politicamente, ma lui non può scrivere il contrario di quel che pensa, e ha dovuto riconoscere che le canzoni sono belle. Su ventidue, le radio cui le ho fatte sentire mi hanno detto che ce ne sono almeno diciotto trasmettibili. Gli altri anni otto, sei... due... una. Castaldo ha scritto bene perché è leale"), l'assenza delle major non è stata un problema da poco. E, come si tentava d'indagare alcune ore e molti cambi di discorso fa, è inspiegabile. Stiamo parlando di multinazionali, gente per cui "business is business", pure se per portare a casa il business è necessario fare accordi col Male Supremo. "Già. Hanno un padrone, le major. E devono fare fatturato. E non rinunciano facilmente a un passaggio così. Chissà cos'hanno raccontato ai loro padroni. A meno che per loro il business non sia più business".

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Bisogna immaginarsi l'educata comprensione, fra il rassegnato e il compassionevole, con cui Renis racconta di Eros Ramazzotti: "Un grande artista, cui avevamo riservato l'ultima serata: sarebbe stato un momento magico in occasione del suo ventennale, mi aveva dato la sua completa adesione, lui personalmente mi aveva detto 'Tony, sarò al tuo festival', e invece una settimana dopo la casa discografica ha fatto di tutto per non farlo venire. Le pressioni devono essere state forti, perché per un artista comunque il festival di Sanremo ha un fascino. Poi certo, io non mi sono mai lasciato e non mi lascerei mai condizionare da nessun presidente ci nessuna casa discografica, ma si vede che ci sono artisti che non hanno la forza o la voglia di lottare, di discutere o d'imporsi. A me non sarebbe potuto capitare, ma io sono fatto a modo mio.

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Bisogna immaginarsi un uomo per cui gli amici sono tutto. Mina, che gli fece fare il suo primo Sanremo. "Ero innamoratissimo di Mina, e non gliel'ho detto se non molti anni dopo. Lei mi chiamava, e io correvo che sembravo Speedy Gonzales. L'avevo accompagnata a fare una serata all'Enalc hotel di Castel Fusano, e alle due di notte arrivò Ezio Radaelli, che allora era il patron di Sanremo e voleva convincerla a partecipare. Lei non ne aveva nessuna voglia, disse di no, continuammo a mangiare e a bere finché, alle cinque di mattina, Mina Mazzini disse: 'Ezio, partecipo. Ma solo se inviti anche il mio amico Tronis'. Lei mi chiamava così, anagrammando il nome e il cognome. Era come una sorella, per me. Anche se avrei preferito qualcosa in più. Comunque portai a Sanremo 'Pozzanghere"'. Da sorteggio, fu il primo a esibirsi, "e il primo ad andare a casa. Fu un dolore talmente grande. Atroce. Pensai: farò il travet in banca. Avevo già fatto la mia brava gavetta, sa. Avevo scritto una canzone per l'epoca scandalosissima, che diceva 'Ay Carmela, dammi la mela, e con la mela fammi godere'. Ero stato un bambino prodigio. E avevo già scoperto quello che reputo il più grande artista italiano: Adriano Celentano". Gli amici, già. Mogol, che da figlio di Mariano Rapetti delle edizioni Ricordi gli fece portare "Quando quando quando" al Sanremo successivo. "L'avevo portata in giro, ma mi dicevano tutti che era tardi, mancavano pochi giorni alla chiusura delle selezioni sanremesi. Mi dicevano di tornare dopo il festival, ma io volevo andare al festival. La feci sentire a Giulio, e lui disse 'Forte, andiamo dal mio papà'. Lui era una persona seria, mi disse 'Io te la mando ma non ti prometto niente'. Al primo ascolto alla commissione piacque talmente che la misero da parte: non c'era bisogno di risentirla, erano sicuri sarebbe stata una finalista. La misero da parte talmente bene che se ne scordarono: finì fra le prime otto escluse. Solo che quell'anno il festival dovevano presentarlo Tognazzi e Vianello, e Tognazzi aveva portato una canzone alle selezioni. L'ottava esclusa. Tognazzi disse che non avrebbe presentato se la sua canzone non concorreva, e così ripescarono le prime otto. Trentadue canzoni in gara, invece delle solite ventiquattro". Non tutto il conflitto d'interessi viene per nuocere.

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Bisogna immaginarselo, il berlusconiano che dice di non aver mai parlato del festival con Berlusconi, e che non vuol dire ma lascia capire che certo, l'unica operazione vittoriosa del governo rischia d'essere Sanremo, e se gli chiedi se come premio voglia un seggio al Senato dice: "L'ha detto lei"; bisogna immaginarselo, il direttore artistico che dice che il festival non sarà come lo vuole lui, "l'optimum sarebbe un festival di tre giorni, e chiudere alle undici e mezza", ma ci sono esigenze aziendali, e amen; bisogna immaginarselo, il diplomatico che se gli prospetti la rivolta dei giornalisti esclusi dal dopofestival ti dice che "era oneroso anche per loro, fisicamente faticoso, fare le quattro di notte tutte le sere"; bisogna immaginarselo mentre magnifica quella che secondo lui sarà la vera sorpresa del festival, un sassofonista catanese quattordicenne che improvvisa jazz. E il valletto George Clooney? "Vuole una barca di soldi, ancora non ci siamo messi d'accordo". Urge autotassazione delle spettatrici.

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Bisogna immaginarselo mentre dice che se "non ci fosse stato Sanremo, sarei lì che cerco di riprendermi l'Oscar che mi hanno scippato tre anni fa", e racconta che quando Jennifer Lopez lesse un nome che non era il suo pensò si fosse sbagliata, e il regista che inquadrò in diretta la sua faccia incredula e delusa è ora creative consultant per Sanremo, e Gregory Peck lo chiamò per dirgli che la sua canzone era comunque la più bella. Fa una straordinaria imitazione, di Gregory Peck, poi riprende il tono normale e ti racconta che comunque aveva vinto il Globe, e aveva detto "I knew it", e tutti temevano stesse svelando un magheggio ma era solo che giorni prima aveva mangiato in un ristorante cinese con la moglie e con un amico che è stato l'accordatore di Rubinstein e fa l'imitatore di Elvis Presley a Las Vegas; avevano pranzato al cinese dopo aver comprato un pianoforte bianco nella Valley, e il biglietto nel suo fortune cookie diceva: "Vincerai un premio importante", e quindi lui lo sapeva.

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Bisogna immaginarsi Renis che pronostica la propria vittoria in quest'impresa "against the odds, come dicono da quelle parti", e si concede un solo minuto d'amarezza, in cui parla di "orgoglio", di "dignità" e dice: "La mia fortuna è che non somatizzo, perché è così che hanno ucciso Enzo Tortora". Bisogna immaginarsi Renis che cambia tono prima che la gente si stufi e cambi canale senso dello spettacolo, anche in salotto. "Chiambretti aveva le idee chiare": è convinto, Renis, che "comunque vada sarà un successo" sia un buon motto, per il festival. Immaginatevi la faccia che fa quando gli si chiede se questa è la storia di "Appuntamento in riviera". Prima pensa gli si stia chiedendo di raccontare gli esordi di carriera, poi capisce. Il film (1962, regia di Mario Mattòli) in cui Tony Renis fa un Tony Renis che va a Sanremo e trionfa contro tutto e tutti, specie contro i cattivi manager musicali. Lì, non faceva il direttore artistico ma il cantante. E il perfido impresario gli attribuiva una relazione con Mina per alzare le vendite. Mettendo a rischio il suo matrimonio. Figurarsi. Lui, che quando squilla il telefono con un Tchaikovskji per suoneria, ed è Elettra, prende un tono puccipucci che neanche i fidanzatini di Peynet.

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Bisogna infine immaginarsi la cronista incantata che ascolta il raccontatore di fiabe e dimentica che in quel momento sta andando in onda "Elisa di Rivombrosa", bisogna immaginare che alla fine Renis abbassi la voce e si immedesimi nella parte dell'uomo ferito. "Il Golden Globe, l'Oscar scippato, il premio alla carriera a Sanremo: leggi i giornali italiani e sembra che io non abbia fatto niente...". Stai per crederci, per esprimergli solidarietà, poi l'entertainer che è in lui prende (ancora una volta) il sopravvento: "Sembra sia solo amico di Joe Adonis e di Al Capone, Al Fagiano, Al Tacchino". Bisogna immaginare il sorriso innocentemente soddisfatto di cui Renis gratifica la persona che gli passa il telefono e lo invita ad ascoltare, facendogli scoprire che la musica d'attesa del radiotaxi e' "I hate you then I love you", ovvero "Grande grande grande" cantata da Céline Dion. Musica di Al Tacchino.

moroni: ritratto di antonio navagero)
  
La leggenda di Nereo Rocco
Semplice, vero, unico
Gianni Mura su
la Repubblica 16 febbraio

Oggi Nereo Rocco avrebbe 93 anni. Ecco 33 pezzi di ricordo.
1. "Noi semo de Cecco Beppe". Il nonno era scappato da Vienna con una cavallerizza spagnola, il padre a Trieste aveva avviato una macelleria che serviva le grandi navi.

2. "Tuto quel che se movi su l'erba déghe, se xe 'l balon pazienza" è una frase attribuita a Rocco, ma non sua. Di Memo Trevisan, giocatore triestino e poi allenatore (anche di Haiti, mondiale '74, gol di Sanon, infranto il record di Zoff).

3. Rocco è stato il primo triestino a indossare la maglia azzurra, nel '34 a Milano: Italia-Grecia 4-0. All'inizio del secondo tempo fu sostituito da Giovanni Ferrari. Prima e unica presenza. Emozionato, giocò maluccio.

4. Era affezionato al numero 10, per sé. E ai numeri 10 in generale.

5. Allenata da lui, la Triestina concluse al secondo posto (stessi punti di Juve e Milan, 49) il campionato 47/48, vinto dal Grande Torino (65 punti).

6. Era mancino, aveva un gran tiro di collo sinistro.

7. Pin; Blason, Scagnellato; Pison, Azzini, Moro; Hamrin, Rosa, Brighenti, Mari, Boscolo. Anche il suo Padova lo si è imparato a memoria. Questa è la formazione che arrivò terza nel '58, perdendo il secondo posto all'ultima giornata con la Fiorentina.

8. "Se la stampa avesse protetto decentemente il Padova, il Padova avrebbe vinto di sicuro uno o due scudetti" (Gianni Brera).

9. Nella sua permanenza al Padova, Rocco ottenne nell'ordine questi piazzamenti: quinto, undicesimo, terzo, settimo, quinto, sesto.

10. "Un giocatore invecchia precocemente se si sente abbandonato" (Nereo Rocco).

11. A Padova, famose cene da Cavalca. Sul baccalà, vino rosso (Merlot).

12. "Ci alleniamo tutti i giorni dalle 9 alle 12 e dalle 14.30 alle 18. C'è chi si spoglia e chi no. L'allenamento è tecnico, fisico e morale, sono per me tutti e tre alla pari. Non uso tabelle e non faccio lezioni teoriche, la mia tabella è il campo e lì, con esempi pratici, al martedì rivediamo gli sbagli fatti alla domenica". Sull'uomo in più in difesa: "La sostanza è quella: che si chiami uomo libero, ala tornante, mezzala fluttuante. Tutte le squadre hanno quest'uomo in più in difesa, e ciò per valorizzare l'estro, l'indole, la facoltà d'improvvisazione del giocatore italiano". I due brani sono tratti da un'intervista di Luigi Montobbio apparsa sulla Gazzetta dello Sport il 4 marzo 1958.

13. Va detto, a questo punto, che ogni intervista a Rocco, sui giornali, perdeva la metà del vigore e della bellezza. Rocco si è sempre espresso in italo-triestino, un grammelot molto efficace, appoggiato dalla mimica e dalle occhiate. Anche chi era da pochi giorni in Italia (Altafini, Greaves, Sani) si abituava. Altafini, anche a sentirsi chiamare, regolarmente, Josè. Alla Domenica Sportiva, costretto a esprimersi in italiano, Rocco era un uomo in gabbia, si capiva il lavorio interno per tradurre il pensiero, o più spesso le battute. Era un uomo in gabbia.

14. Ricordo personale. Rocco: "Ciò, fino a che no se taja la barba no podo darghe del ti, me pari un profesor". Ne sarei stato lietissimo, del tu. Ma la barba non l'ho tagliata (pur pensando di essere un po' stupido).

15. Al nuovo arrivato in una squadra di Rocco, la commissione interna (gli anziani) consigliava di rivolgersi all'allenatore chiamandolo Mister. Questo scatenava la solita reazione: "Mister a chi, muso de mona? Mi son il signor Rocco".

16. Non capitava spesso, ma la domenica qualcuno che sperava di giocare e non giocava andava da Rocco a chiedergli perché. Risposta fissa: "Decision de la siora Maria" (sua moglie).

17. Il 15 maggio 1960 l'Alessandria di Rivera gioca all'Appiani di Padova, Finisce 1-1, il pareggio su rigore (fallo di Blason su Rivera) non basta ad evitare la retrocessione. Impressioni di Blason in spogliatoio: "Grande attor quel magretto. No lo g'ho gnanca tocà". E Rocco, grattandosi la bazza: "Meio de lui g'ho visto solo Meazza".

18. Si continua a discutere sull'inventore del libero: Viani a Salerno, Rocco a Trieste, l'austriaco Rappan, Ottavio Barbieri nel '44 coi Vigili del Fuoco spezzini? Rocco non ha mai preteso di essere stato il primo.

19. "Viani ordinava, Rocco parlava" (Josè Altafini)

20. "Si dice che la metropoli bruci gli uomini. Va bene, vuol dire che brucerà anche me, ma che mi lascino tentare. E poi che io sia un duro è una favola raccontata dai giornalisti. Esigo un po' di disciplina e basta. Più va male la baracca più sono vicino ai giocatori". Nereo Rocco, intervista a Franco Mentana, Gazzetta dello Sport del 20 maggio 1960.

21. Avete presente la foto di Rocco che scende dalla scaletta dell'aereo con la Coppa dei campioni in mano? Ride, ma sapeva già che avrebbe lasciato il Milan per il Torino. Niente di scritto, aveva dato la sua parola al presidente Pianelli, la mantenne.

22. "Se non capisco Torino, capitemi". Rocco intervistato da Gian Paolo Ormezzano, Tuttosport, 13 novembre 1963.

23. Ogni tanto si rivede uno spezzone, in bianco e nero, di un lungo servizio di Gianni Minà a Trieste. Anno 1974: al tavolo, sotto il pergolato della casa di via D'Angeli, Rocco e Brera. Sul tavolo una quantità impressionante di bottiglie, qualcuna se ne vede anche adagiata tra l'erba. E' un esempio di come si trattava (e non si tratta più) lo sport. E non serve dire che è normale, è morto Rocco, è morto Brera. E' morta anche la voglia di fare bene le cose, di dare gli spazi giusti. E comunque questo fu il commento di Rocco alla fine: "Ciò, me gavé fa un danno de mezzo milion".

24. Lo voleva Fellini per "Amarcord". Sotto sotto era lusingato, ma rispose che aveva dei nipotini, non poteva fare il pagliaccio.

25. Sulla Gazzetta dello Sport, 1934: "Rocco giocatore è per temperamento un animatore mentre personalmente deve considerarsi uno dei più modesti militanti sui campi da gioco della Divisione Nazionale. Per sincerarsi di questo basta osservarlo quando ha segnato un goal: se ne torna verso il centro del campo a passi lunghi, scuotendo il capo basso, insensibile e quasi vergognoso per gli applausi che scoppiano da ogni parte".

26. Nella Triestina che finì terza Rocco utilizzò 15 giocatori in tutto il campionato.

27. Aveva bisogno di una tana, di un posto sicuro. A Trieste era una trattoriola vicino a casa, Jeti. A Padova e a Milano un ristorante, Cavalca e l'Assassino. A Torino e a Firenze il baretto interno del Filadelfia e quello del Comunale.

28. Quattro delle "Cinque poesie per il gioco del calcio" Umberto Saba le scrisse sull'onda emozionale di una sola partite: Triestina- Ambrosiana, 6 ottobre 1933, finita 0-0. "Appena vide i rossoalabardati uscire di corsa tra il delirante entusiasmo della folla, il poeta si sentì perduto" (è Saba che scrive in terza persona). Meazza sbagliò un rigore, Rocco si scalciò con Pitto che lo sfotteva. Rocco, ha conosciuto Saba? "Lo vedevo spesso al caffè Tommaseo con Virgilio Giotti ma non ci siamo mai parlati".

29. Rocco fece la fortuna di Herrera, e viceversa. Prima di loro, gli allenatori erano meno pubblici, più appartati. Come personaggi della commedia dell'arte i due compari se ne dicevano di tutti i colori. HH era il Matamoros un po' spaccone, Rocco una specie di Bertoldo che lo rimetteva coi piedi per terra. Provocazioni, frecciate, polemiche, ma senza volgarità. Nel marzo del '75 Rocco a Firenze soffriva di solitudine e incomprensioni varie. Gli arrivò una cartolina: "Coraggio caro amico, quante mone ci sono in questo mondo". La firma: Helenio Herrera.

30. Una delle massime incomprensioni fu con l'attaccante Speggiorin. Arrivava la Juve di Bettega, a Rocco mancava l'amato stopper Galdiolo più un altro difensore. Giovedì, amichevole a Pontassieve, propose a Speggiorin di stare in difesa per poi giocare, una tantum, in marcatura su Bettega, e Speggiorin abbandonò lo stadio e poi telefonò protestando a Campana, presidente dell'Associazione calciatori. Commento di Rocco: "Posso prendere un terzino e metterlo all'ala e va tutto bene, ma se dico a un'ala di fare il terzino mi metto contro il sindacato". Per la cronaca, con la Juve Speggiorin non giocò e la Fiorentina vinse 4-1.

31. Per i rocchiani che non s'accontentano di questi crostini, segnalo "El Paron" di Giuliano Sadar (ed. Lint Ts, 1997) e "Nereo Rocco, la leggenda del paròn" di Gigi Garanzini (Baldini&Castoldi, 1999).

32. Su invito del Milan, dicembre '78, Rocco segue la trasferta di Manchester. Una polmonite presa all'Old Trafford e una malattia epatica che indebolisce le difese dell'organismo lo portano in ospedale, a Trieste. Muore alle 11.47 del 20 febbraio, mattino freddo e luminoso. Ultime parole al figlio Tito, in un momento di lucidità: "Damme el tempo". Come diceva in panchina, a Marino Bergamasco, a Maldini, a Mazzoni, agli sgoccioli delle partite.

33. Ci è mancato, e ci manca, molto.

cesare da sesto:madonna col bambino)
  

   22 febbraio 2004