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sulla stampa
a cura di G.C. - 30 aprile 2003


Processo Imi-Sir, 11 anni a Cesare Previti
Redazione del
Corriere della Sera

MILANO - Condanna a 11 anni per l'imputato Cesare Previti. Il tribunale di Milano ha ritenuto il senatore di Forza Italia colpevole di corruzione giudiziaria al termine del processo Imi-Sir/Lodo Mondadori. La sentenza è stata letta in aula dal presidente della quarta sezione penale Paolo Carfì, al termine di quasi otto ore di camera di consiglio a conclusione di un dibattimento durato circa tre anni, dopo che la Corte d'Appello di Milano ha respinto la settima istanza di ricusazione presentata sabato scorso dall'ex ministro della Difesa e uomo di fiducia del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Ed è proprio il premier tra i primi a commentare la sentenza, definendo Previti un perseguitato e chiedendo solidarietà con il condannato.

PREVITI: "PERSECUZIONE GIUDIZIARIA" - "E' una persecuzione giudiziaria" è stato il primo commento alla sentenza fatto da Cesare Previti. "Hanno portato a termine quello che si erano prefissi di fare. Quali altri commenti ? Qui l' unica cosa che sussiste è la persecuzione giudiziaria che oggi ha raggiunto il suo culmine".

LE ALTRE CONDANNE - Attilio Pacifico è stato condannato a undici anni, l'ex giudice Vittorio Metta a tredici, l'ex capo dei gip romani Renato Squillante a 8 anni e sei mesi, Giovanni Acampora 5 anni e 6 mesi, Felice Rovelli ha avuto sei anni, Primarosa Battistelli è stata condannata a 4 anni e 6 mesi. Unico assolto l'ex giudice Filippo Verde.

I RISARCIMENTI - E' una sentenza dura anche per quanto riguarda i risarcimenti in relazione alle responsabilità degli imputati considerati colpevoli dai giudici della IV Sezione penale. Previti, Acampora e Metta dovranno risarcire la Cir di Carlo De Benedetti con 380 milioni di euro e pagare spese processuali per 440mila euro. Ancora Previti e gli altri imputati condannati per l'affare Imi-Sir dovranno risarcire l'Imi con 516 milioni di euro e pagare spese per 666.884 euro. Per la presidenza del Consiglio i giudici hanno deciso un risarcimento di 1 milione 290mila euro.

LE RICHIESTE DI OTTOBRE - I giudici della quarta sezione penale si erano ritirati in camera di consiglio per la sentenza al processo Imi-Sir/Lodo intorno alle 15, dopo aver respinto una istanza di sospensione presentata dalla difese.
Il 19 ottobre scorso, al termine della sua requisitoria, il pm Ilda Boccassini chiese per Previti la condanna a 13 anni di reclusione. Richieste di condanna anche per gli altri imputati: l'ex giudice
Vittorio Metta (13 anni e mezzo), l'avvocato Attilio Pacifico (13 anni), l'avvocato Giovanni Acampora (7 anni), gli ex giudici Renato Squillante e Filippo Verde (7 anni), la moglie e il figlio Felice del defunto proprietario della Sir Nino Rovelli (rispettivamente 5 anni e 4 mesi e 7 anni).
Previti e gli altri imputati hanno sempre respinto le accuse e si sono dichiarati innocenti, sostenendo la tesi secondo cui le operazioni estere contestate fossero investimenti e transazioni finanziarie lecite.


Chi sporcava la giustizia
Giuseppe D'avanzo su
la Repubblica

Non si comprende la solidarietà che il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha espresso alla velocità della luce nei confronti di Cesare Previti, condannato a undici anni di carcere per corruzione. Le cose stanno così. Cesare Previti, per il tribunale di Milano, ha corrotto i giudici di Roma per truccare alcune sentenze. Una di queste sentenze ha annullato il cosiddetto Lodo Mondadori che ha consentito al presidente della Fininvest, oggi capo del governo, di mettere le mani sulla più importante casa editrice del Paese.

Anche Berlusconi è stato imputato in questo processo. La Cassazione lo ha tirato via dall'affare ritenendolo semplicemente un corruttore "costretto" alla corruzione dall'opaco andazzo che governava le cose di giustizia nella capitale. Di quella opacità, Cesare Previti era un dominus, per il tribunale di Milano. Un "signore delle sentenze" che, grazie alla rete di interessi economici intessuta con i magistrati, otteneva risultati assai benefici per i suoi assistiti. Tra i quali, anche il presidente del Consiglio.

Ora a tutti dovrebbe apparire evidente che Silvio Berlusconi dovrebbe, per lo meno, avvertire, anche se imputato salvato dalla prescrizione, la responsabilità morale della condanna di Previti. Quella condanna lo interpella, lo chiama in causa. La sua funzione di capo del governo, come è ovvio, oggi non c'entra nulla. Questa è soltanto una sentenza di primo grado e anche i condannati di oggi rimangono ancora sub judice. Ci sarà l'appello.

Interverrà la Cassazione, e soltanto allora si potrà parlare di processo concluso, di condanna (o assoluzione) definitiva. Ma una condanna provvisoria così severa dovrebbe per lo meno imbarazzare, invitare al silenzio e al rispetto per la Giustizia chi, nei fatti, è stato ed è tuttora, come proprietario della Mondadori, beneficiario diretto di quell'atto corruttivo.

Di quella manipolazione, di quella "baratteria". Perché la sentenza di ieri di Milano questo dice: quelle toghe erano "sporche". C'erano i corruttori, avvocati che nell'interesse dei loro clienti pagavano i giudici e giudici corrotti che manipolavano le decisioni. Le sentenze Imi/Sir e Lodo Mondadori sono state, dunque, barattate per il Tribunale di Milano. Cesare Previti, Attilio Pacifico, Giovanni Acampora pagavano i giudici e i giudici addomesticavano le loro decisioni.

Per dirla con le parole giuste, le toghe hanno asservito la funzione giudiziaria agli interessi di chi gonfiava il loro conto all'estero. Dopo sette ore e quarantacinque minuti di camera di consiglio, la quarta sezione penale del Tribunale (Paolo Carfì, presidente, Maria Luisa Balzarotti, Enrico Consolandi) legge un dispositivo durissimo, severo.

La pena più alta il tribunale la riserva a Vittorio Metta. Tredici anni (contro i tredici anni e i sei mesi chiesti dal pubblico ministero). Il giudice scrisse materialmente la sentenza (160 pagina e passa in una sola notte) che annullava il Lodo Mondadori e consegnava la casa editrice di Segrate a Silvio Berlusconi. Undici anni per Cesare Previti e Attilio Pacifico (contro i tredici anni invocati dall'accusa). Otto anni e sei mesi per l'ex consigliere istruttore Renato Squillante. Sette anni per l'avvocato Giovanni Acampora. Sei anni per Felice Rovelli e quattro anni e sei mesi per sua madre Primarosa Battistella. Assolto Filippo Verde.


Il primo caso è il Lodo Mondadori. Il 21 giugno 1990 c'era stato il lodo arbitrale sul contratto Cir-Formenton. La decisione fu presa dai tre arbitri, Carlo Maria Pratis, Natalino Irti e Pietro Rescigno, incaricati di dirimere la controversia tra De Benedetti e Formenton per la vendita alla Cir da parte dei Formenton di 13 milioni 700 mila azioni Amef (il 25,7% della finanziaria che controlla la Mondadori) contro 6 milioni 350 mila azioni ordinarie Mondadori. Il lodo fu favorevole alla Cir e diede a De Benedetti il controllo del 50,3% del capitale ordinario Mondadori e del 79% delle privilegiate (Berlusconi perde la presidenza).

24 gennaio 1991. La Corte d'Appello di Roma presieduta da Arnaldo Valente e composta dai magistrati Vittorio Metta e Giovanni Paolini dichiarò che l'accordo del 1988 tra i Formenton e la Cir era in contrasto con la disciplina delle società per azioni e da considerarsi nullo come il lodo arbitrale. Per il tribunale di Milano, non si può parlare nel caso di Cesare Previti di corruzione in atti giudiziari, ma soltanto di corruzione semplice perché tra il 12 maggio 1990 e il 17 marzo 1992 il legislatore non aveva previsto nel codice la norma da usare per punire il soggetto privato autore della corruzione in atti giudiziari.La corruzione semplice di Previti non salva il pubblico ufficiale, Vittorio Metta, che scrive sotto dettatura la sentenza.


È una vittoria per la procura della Repubblica di Milano che si vede confermato l'intero impianto accusatorio se si esclude la posizione di Filippo Verde, per il quale evidentemente il Tribunale non ha ritenuto sufficiente l'indizio di un passaggio di denaro. È una sconfitta per Cesare Previti, che ostinatamente ha voluto cancellare il processo delegittimando il lavoro della procura, l'imparzialità del tribunale di Milano. È una brutta pagina per Silvio Berlusconi che, incapace di vedere se stesso nelle pieghe di questo affare giudiziario, invita a mettere mano alla riforma della giustizia "nell'interesse del Paese" ovvero nel suo personale interesse.


Le prove, i conti esteri e le attenuanti negate
Giovanni Bianconi sul
Corriere della Sera

MILANO - "In nome del popolo italiano", il tribunale di Milano è riuscito a ritirarsi in camera di consiglio e a stabilire che a Roma, all'inizio degli anni Novanta, un gruppo di avvocati ha corrotto dei magistrati per "aggiustare" alcune sentenze dal valore miliardario. Fra quegli avvocati, ha sostenuto l'accusa e hanno stabilito i giudici di primo grado, c'era l'onorevole Cesare Previti, ex ministro nel primo governo Berlusconi e oggi deputato di Forza Italia: condannato a undici anni di carcere più varie pene accessorie.

Condannati anche i "complici" avvocati e magistrati - ad eccezione di uno, Filippo Verde - più alcuni "mandanti". Finisce così, alle 23 di martedì 29 aprile 2003, il primo grado della più accesa battaglia giudiziaria degli ultimi anni che ha travalicato i muri dell'aula del tribunale di Milano per estendersi nelle stanze della politica, in Parlamento e nel resto del Paese, dividendo l'Italia in due. Per tanti motivi, di cui uno più evidente di altri: in questo processo era inizialmente imputato anche Silvio Berlusconi, coinvolto in una delle due "compravendite di giustizia" giudicate dalla pluri-ricusata (sempre a torto, secondo gli "arbitri" della Corte d'Appello) IV sezione del Tribunale milanese, la vicenda del Lodo Mondadori. I giudici che decisero il rinvio a giudizio, però, accordarono a Berlusconi le attenuanti generiche, che fecero scendere il tetto della pena prevista dal codice e scattare la prescrizione. Niente attenuanti invece per gli altri imputati, tutti mandati alla sbarra. A cominciare da Previti.

Neanche ieri all'ex-ministro e agli altri accusati sono state concesse le attenuanti, e dunque sono arrivate le condanne. Che hanno un valore esclusivamente giudiziario - per di più solo di primo grado, laddove il sistema italiano garantisce la presunzione d'innocenza fino al giudizio definitivo della Cassazione, ovviamente anche in questo caso - ma hanno avuto e avranno anche un'evidente ricaduta politica. Perché a prescindere dall'esito dell'altro processo che si gioca nell'arena milanese dove Berlusconi deve rispondere direttamente ai giudici (vicenda Sme), in questo dibattimento il premier era una sorta di "imputato di pietra". Nella ricostruzione dell'accusa quasi interamente fatta propria dal Tribunale, infatti, il mandante dell'"aggiustamento" che ci sarebbe stato nella storia del Lodo Mondadori era proprio il gruppo imprenditoriale che fa capo a Silvio Berlusconi.


Una volta che Previti, ieri mattina, ha rinunciato a sferrare l'ennesima ricusazione (teoricamente possibile) che avrebbe rinviato ancora di qualche giorno la sentenza, un tribunale formato da tre giudici "normali", senza altri aggettivi, s'è chiuso in camera di consiglio dopo tre anni di dibattimento, e in otto ore ha decretato che gli indizi raccolti dall'accusa, basati soprattutto sull'inseguimento e la scoperta dei conti bancari all'estero, sono "prove" sufficienti a dimostrare la colpevolezza degli imputati.
Criticabili nel loro contenuto da tutti, le sentenze - come si dice in questi casi - vanno comunque rispettate per la forma che rivestono e per la sostanza di ciò che stabiliscono. Mai come in questo caso - intossicato fin sulla soglia della camera di consiglio dagli strali di almeno uno degli imputati e dei loro supporters, come pure, a volte, dalle scomposte esultanze di qualche loro avversario politico -, quella frase non dovrebbe essere soltanto un'inutile formula di rito. Nel merito del verdetto di ieri sera ci sarà modo di discutere e dibattere finché si vorrà. Ma sarebbe auspicabile che la giustizia continuasse a fare il suo corso fuori dal clima da stadio, e che la politica tornasse a studiare e varare riforme e leggi senza l'ossessione di impedire o ostacolare i verdetti. In nome del popolo italiano. Tutto.


"Cesarone" Previti tra lusso e potere
Marco Bracconi su
la Repubblica

A Renà, te stai a scorda' questa. "Questa" è una busta gialla piena di vecchie lire; "Rena'" è il giudice Renato Squillante, all'epoca capo dei Gip del Tribunale di Roma, sede giudiziaria allora conosciuta come "il porto delle nebbie". Chi porge la busta all'amico, è Cesare Previti, Cesarone per gli amici, potente e conosciuto avvocato, calabrese di nascita ma romano d'adozione e gran tifoso laziale. E chi racconta la scena è Stefania Ariosto, la teste Omega del filone "toghe sporche" di Mani Pulite, la quale afferma davanti ai magistrati di avere direttamente assistito all'episodio dopo una serata trascorsa, nel 1995, al Circolo Canottieri Lazio.

Secondo la teste, e secondo i pm che cinque anni dopo lo porteranno al processo, "Cesarone" Previti è tra quelli che hanno corrotto i giudici romani. Con loro gioca a calcetto, appunto al Circolo Canottieri. Alcuni sono gli stessi che nel 1988, sostiene il pool Mani Pulite, Previti portò a New York, a sue spese, a festeggiare Bettino Craxi "uomo dell'anno". Alle mogli di tutti, racconta la Ariosto, Cesarone fa sontuosi regali. Ora comunque - è l'accusa che lo ha portato alla condanna di oggi - la vera partita da giocare con loro è quella dell'aggiustamento delle sentenze: la vendita della Sme, dell'Imi, della Mondadori.

Lo studio legale Previti, via Cicerone, quartiere Prati, è uno dei più noti e importanti della capitale ma anche uno dei più chiacchierati. Lui, al massimo si autoaccusa di evasione fiscale. Non punibile, perché condonata. E fa intendere che con i suoi soldi, in fondo, ci fa quello che gli pare. Per il resto - così dice in aula al processo Imi-Sir - non c'è prova che abbia corrotto qualcuno. Ma i giudici dicono che invece le prove ci sono.

Nell'ennesima richiesta di ricusazione, la penultima di una infinita serie, il ricco e potente avvocato Previti avverte: una sentenza di condanna può portare danni irreparabili alla mia immagine e anche al mio patrimonio. Che è di tutto rispetto.

Case, ville, barche. Le ricchezze di Previti sono molte e spesso esibite. Nella sfarzosa casa romana - si favoleggia - ha trasformato lo scantinato in una vasca per aragoste, che offre durante le cene in cui si pasteggia solo champagne, rigorosamente di marca Taittinger. Sul suo grande veliero, anni fa, si fa fotografare assieme agli amici: Berlusconi, per esempio, ma a quei tempi anche Dotti e la Ariosto. La foto, memorabile, fa il giro d'Italia. Segna il definitivo addio alle grisaglie democristiane. La seconda Repubblica veleggia sul Barbarossa, e i nuovi potenti indossano tutti la stessa maglietta a strisce orizzontali.

E hanno tanti soldi. Nel caso di Previti i magistrati dicono di averli trovati in Svizzera. E alle Bahamas. Normale frutto della mia attività di avvocato, spiega lui. Non tanto normale, secondo i giudici. "Processano la mia faccia, il mio modo di vivere", si arrabbia Cesarone ancora alla vigilia della sentenza, e chi lo difende, compreso l'attuale premier, conferma che è vittima di un pregiudizio lombrosiano. Insomma, che ha una faccia un po' così, e per colpa di questa faccia lo condannano. E' la "grave inimicizia", sommata alla teoria del complotto, di cui parlano i suoi avvocati nelle innumerevoli istanze con cui provano a far spostare da Milano il processo Imi-Sir.


Al Foglio, qualche mese fa, ha rivelato che è tutta una montatura. Non le inchieste, né i processi, ma la sua fama di "cattivo". Però Scalfaro, quando Gianni Letta gli presenta la lista dei ministri (sono i tempi del Berlusconi I), non ne vuole sapere di vederlo giurare da Guardasigilli. Allora Cesarone viene dirottato alla Difesa. E in una delle prime interviste ricorda che lui, il militare, lo ha fatto.


Di certo però l'onorevole Previti non è propriamente un "ex" potente. Anzi. Proprio Mancuso ne ha saputo qualcosa, solo un anno fa, quando ha visto che gli soffiavano da sotto il naso il posto alla Consulta che il Cavaliere gli aveva promesso. All'alta Corte è andato a finire un avvocato di casa in via Cicerone. Un amico di Cesarone. Per un perseguitato, come si definisce Cesare Previti da Reggio Calabria, classe 1934, non c'è male.


Uno scontro senza precedenti
Luigi La Spina su
La Stampa

Dopo sei anni di inchiesta e tre di dibattimento è arrivata la sentenza sul "caso Previti". Non si tratta del primo processo che vede imputato un parlamentare. Né viene coinvolto un politico di grande prestigio e di lungo corso, basti pensare ai procedimenti contro Andreotti e Craxi. Eppure, intorno a questo caso, si è svolto e continuerà a svolgersi uno scontro politico e giudiziario di straordinaria durezza che si lega sostanzialmente a una strategia processuale inedita: quella di un accusato che preferisce difendersi non dentro ma fuori dalle aule giudiziarie.

Il nodo della polemica è legato alla scritta che compare in ogni tribunale italiano: "La legge è uguale per tutti". Gli accusatori di Previti sostengono che l'ex ministro, in questi anni, abusando della sua carica parlamentare, dell'appoggio della sua parte politica e dello zelo dei suoi avvocati nello scovare qualsiasi cavillo per evitare la sentenza, abbia dimostrato come quella legge sia stata, nei suoi confronti, "meno uguale" di quella che colpisce un qualsiasi cittadino. I suoi difensori ritengono, invece, che sia stata "più uguale", perché i magistrati, con un accanimento giustificato solo dall'odio politico, hanno voluto a tutti i costi una condanna.

La tesi di una persecuzione politica contro Previti, che dovrebbe comprendere, in una manovra concertata e complessa, non solo i giudici di Milano, ma quelli della Cassazione e, perfino, della Corte Costituzionale, si scontra, tra l'altro, almeno in una contraddizione del suo comportamento. Se è lecito, infatti, usare la carica politica per disertare le udienze, far appello ai colleghi di maggioranza per sollecitare iniziative legislative che possano aiutarlo, non è giusto, sfruttati fino all'ultima possibilità i diritti di un parlamentare, negare i doveri che il ruolo politico comporta: quelli, innanzi tutto, di accettare il giudizio e confidare che un eventuale errore possa venir corretto nei successivi gradi di esame. Anche perché una così totale ed estesa sfiducia nell'intera magistratura italiana dovrebbe impedire l'accettazione di una carica politica in questa Repubblica. Uno Stato, se così fosse, dove non esisterebbero le condizioni minime di una democrazia.



I ds: "Il referendum va reso inutile"
Ninni Andriolo su
l'Unità

Né "sì", né "no", né "libertà di voto". Il referendum per l'allargamento dell'articolo 18 alle piccole imprese è dannoso", "sbagliato" e "negativo". Sta "producendo una lacerazione grave tra le organizzazioni sindacali, nel mondo del lavoro, tra lavoratori autonomi e dipendenti". Per questo bisogna renderlo "inutile" impegnandosi - eventualmente - perché il 15 giugno non venga raggiunto il quorum. L'invito a disertare le urne non è contenuto nelle ventinove righe del documento conclusivo della segretaria diessina. Questa, infatti, rimanda ad una successiva riunione la proposta definitiva da avanzare "agli organismi dirigenti" del partito. Ma la discussione di ieri mattina ha assunto un orientamento preciso: mettere in campo gli strumenti necessari per far fallire la consultazione referendaria promossa da Bertinotti. Quali? "Di fronte a noi - spiega Pierluigi Bersani - ci sono tre o quattro soluzioni possibili" per "non cadere nella trappola ordita da Berlusconi e dal gruppo dirigente di Confindustria, nella quale si è infilata una sinistra radicale". Secondo il responsabile economico della Quercia, una strada da imboccare potrebbe essere quella di "non indicare un orientamento di voto". L'altra, che ha trovato maggior sostegno in segreteria, è quella, appunto, dell'"invito all'astensione". Una terza ipotesi, potrebbe essere quella della "scheda bianca" da depositare nelle urne. Soltanto la cautela avrebbe spinto il vertice diessino a non ufficializzare subito una proposta definitiva, rimandandola a dopo la tornata elettorale primaverile. In tutta Italia, tra l'altro, sono 111 i candidati sindaci dell'Ulivo sostenuti da Rifondazione. Non solo, verdi e Pdci si sono schierati per il "sì", mentre Rutelli ha già preso posizione per il no. La preoccupazione, quindi, è quella di evitare che l'appuntamento referendario interferisca con il voto per rinnovare province, comuni e regioni. L'obiettivo, nella sostanza, è quello di impedire che un centrosinistra diviso sull'allargamento dell'articolo 18 giochi male le sue carte nella partita elettorale.



Iraq, liberi da morire
Sommario su
il Manifesto

Soldati Usa aprono il fuoco su una manifestazione a Falluja. "Qualcuno sparava in aria e tirava pietre", spiega il tenente americano. Almeno tredici i morti, 75 i feriti
Truppe americane hanno ucciso almeno tredici persone e ne hanno ferite altre 75 sparando l'altra notte sulla folla che manifestava a Falluja, a una cinquantina di chilometri dalla capitale. I soldati hanno aperto il fuoco su centinaia di manifestanti disarmati che stavano chiedendo lo sgombero della scuola che l'esercito Usa ha trasformato nel proprio quartier generale. "Era una manifestazione pacifica, non avevamo alcuna arma" ha detto il capo sunnita locale, Kamal Mahmoud. Un ufficiale americano presente, il tenente colonnello Eric Nantz, ha dichiarato che dalla folla partivano spari in aria e qualcuno lanciava pietre. I marines hanno risposto con raffiche di mitragliatrice pesante. Poche ore prima, a Mosul, soldati americano avevano fatto fuoco su un'altra manifestazione uccidendo sei persone. E a Baghdad anche ieri un'imboscata, ferito un soldato americano che stava ispezionando un edificio nella zona nord della città. L'ordine non regna sovrano, l'esercito americano incontra crescenti difficoltà nel mantenere anche una parvenza di calma nel paese occupato, secondo fonti militari ufficiali altri tre o quattromila soldati saranno dispiegati nella capitale con compiti di polizia e ordine pubblico. Nemmeno sul fronte diplomatico l'occupazione va a gonfie vele: l'Onu ha lasciato trapelare ieri che al vertice di maggiorenti convocato nei giorni scorsi dal "vicere" americano Jay Garner, il segretario generale Kofi Annan non ha voluto inviare alcun proprio rappresentante.


Un kamikaze a Tel Aviv. Tre morti e trenta feriti
e. st. su
La Stampa

TEL AVIV. Una nottata di sangue è subito seguita al voto di fiducia al nuovo governo palestinese di Abu Mazen (Mahmud Abbas). A Tel Aviv un kamikaze palestinese si è fatto esplodere all'ingresso di un caffè, provocando la morte, oltre a se stesso, di almeno due israeliani e il ferimento di altre trenta persone, sette delle quali in modo molto grave. Poco prima, presso la colonia di Eilon Moreh (Cisgiordania settentrionale) era stato sventato un tentativo di infiltrazione in cui due palestinesi erano rimasti uccisi. E quattro palestinesi sono stati uccisi nei Territori dal fuoco israeliano: due miliziani delle "Brigate martiri di Al Aqsa" vicino Betlemme; un capo militare del Fronte popolare per la liberazione della Palestina (Fplp) e un giovane passante in un raid a Sud di Gaza. L'esplosione di Tel Aviv si è verificata all'ingresso del caffè "Mikès Place", nella via Herbert Samuel, ossia nella passeggiata a mare di Tel Aviv. Testimoni hanno riferito di una forte deflagrazione avvenuta su un marciapiede, probabilmente dopo che uno dei guardiani aveva notato il palestinese sospetto. A breve distanza dal punto dell'attentato si trova l'ambasciata degli Stati Uniti. Le forze di sicurezza sono subito sopraggiunte sul posto e hanno setacciato la zona alla ricerca di altri eventuali ordigni. Si tratta del secondo attentato suicida palestinese in meno di una settimana. Giovedì scorso un militante delle Brigate dei Martiri di Al Aqsa si era suicidato all'ingresso della stazione ferroviaria di Kfar Saba, a Nord di Tel Aviv, provocando la morte di un guardiano e il ferimento di una quindicina di persone. Secondo la stampa israeliana, quell'attentato è stato condotto da una cellula di Al Fatah di Nablus (Cisgiordania) in cooperazione con elementi legati ai Guardiani della Rivoluzione iraniani. Proprio ieri Abu Mazen nel discorso programmatico di fronte al Consiglio legislativo, il parlamento autonomo palestinese, che riunito a Ramallah ha accordato la fiducia al nuovo governo, aveva dichiarato la necessità di usare il "pugno di ferro" contro le milizie palestinesi, che verranno "inesorabilmente" disarmate. E questo poiché devono esserci "una sola autorità e una sola legge". Ma il neo premier ha anche affermato di non intendere concedere "nessuno sconto" a Israele, che dovrà scegliere "la pace senza colonie oppure la continuazione dell'occupazione, della sottomissione, dell'odio e del conflitto".



Attacchi in Belgio contro la nomina di Pia Luisa Bianco
Redazione de
La Stampa

BRUXELLES. L'arrivo di Pia Luisa Bianco al vertice dell'Istituto di Cultura Italiano a Bruxelles non è piaciuto a un folto numero di intellettuali belgi, che hanno affidato al maggiore quotidiano nazionale, "Le Soir", la preoccupazione per una nomina "che tinge di un colore minaccioso e di ingiustizia l'inizio della presidenza italiana dell'Unione Europea". La petizione, firmata da diversi professori dell'Università Libera di Bruxelles (Ulb), dal direttore del museo di Lovanio, Ignace Vandevivere, e dagli scrittori Pierre Martens e Jean-Pierre Verheggen, denuncia il "non rispetto" per l'attività di Sira Miori, finora direttore dell'Istituto di Cultura Italiano. "Abbiamo appreso da “Il Giornale” e “L'Unità” - si legge nel testo pubblicato da “Le Soir” - l'imminente sostituzione, alla testa dell'Istituto di Cultura Italiano di Bruxelles, di Sira Miori, direttrice di carriera, con una certa Pia Luisa Bianco, che in passato aveva animato “l'Indipendente”, giornale della Lega Nord. Il non rispetto del lavoro di Madame Miori, che tra di noi non ha riscosso che simpatia e ammirazione, tinge di un colore minaccioso e di ingiustizia l'inizio del semestre di presidenza italiana dell'Unione Europea". Conclude "Le Soir", "l'argomento più serio a sostegno della candidatura della Bianco, ex direttrice dell'”Indipendente”, un giornale vicino alla Lega Nord, è di gravitare nel giro del potere berlusconiano".



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