
sulla stampa
a cura di G.C. - 29 aprile 2003
"Articolo 18, governo impegnato per il no"
Roberto Zuccolini sul Corriere della Sera
ROMA - Il ministro Maroni annuncia che sull'articolo 18 il governo inviterà a votare "no". Di fronte al referendum del 15 giugno il centrosinistra continua invece a dividersi e soffrono in particolare i Ds, orientati a dare ai loro elettori "libertà di scelta".
MARONI PER UN "SECCO NO" - Il ministro del Lavoro è decisamente contrario a estendere l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori alle imprese con meno di 15 dipendenti. Tanto che ha già aderito ad un comitato per il "no", l'unico finora costituito: "Occorre fare attivamente campagna augurandosi che il quorum venga raggiunto perché la vittoria dei "sì" riporterebbe il mercato a prima della riforma Biagi". Ma Roberto Maroni precisa anche che la sua opinione corrisponde alla linea del governo e incalza l'Ulivo: "Sono molto sorpreso quando sento dire dal centrosinistra che il referendum è una iattura: evidentemente si vogliono nascondere altri problemi".
ULIVO IN ORDINE SPARSO - Ad un mese e mezzo dal voto il centro sinistra non ha una posizione unitaria sul referendum e con molta probabilità non arriverà ad averla. Sarebbe infatti troppo lacerante, alla vigilia del voto amministrativo, giungere ad una conta delle diverse posizioni. Il responsabile economico della Margherita Enrico Letta si rende "perfettamente conto di queste difficoltà" ma rilancia ugualmente il suo appello per un'assemblea dell'Ulivo sull'articolo 18: "È l'unico modo per uscire dall'incertezza". Letta si rivolge soprattutto ai Ds che, confessa, lo hanno "un po' deluso" per la probabile indicazione a favore di una "libertà di scelta".
UN'ASSEMBLEA PER DECIDERE? - Finora ad essere apertamente d'accordo con Letta è soprattutto il leader dello Sdi Enrico Boselli: "Non ci convince affatto l'idea che il centrosinistra decida di non decidere su un tema così importante: si faccia un'assemblea". Gli altri esponenti dell'Ulivo si mostrano più freddi rispetto alla proposta.
LA BATTAGLIA DI VERDI E PRC - Anche il presidente dei Verdi Alfonso Pecoraro Scanio è contrario all'idea di un'assemblea del centrosinistra perché "sancirebbe solo le divisioni esistenti". Ma approfitta per tranquillizzare i moderati dello schieramento: "Il referendum non è contro le piccole imprese". Fausto Bertinotti invece incalza la Cgil sostenendo che la sua adesione ufficiale al fronte del "sì" garantirebbe il raggiungimento del quorum e lancia una campagna a tutto campo "dello stesso valore di quella portata avanti per il divorzio". Si tratta dei due partiti che hanno raccolto le firme per il referendum.
MODERATI PER IL "NO" - Nel centrosinistra i moderati ribadiscono la loro contrarietà al referendum. Ma mentre la Margherita non ha ancora deciso se inviterà a votare contro o ad astenersi per impedire il raggiungimento del quorum, l'Udeur farà campagna attiva per il "no" e chiede che l'Ulivo ufficializzi la scelta con un vertice.
LA SOFFERENZA DEI DS - Ad affrontare l'articolo 18 sarà oggi la segreteria del partito (assente D'Alema in viaggio per il Medio Oriente). E molto probabilmente rinvierà la scelta finale ad una riunione di direzione da fissare dopo il primo turno delle amministrative. Ma l'orientamento prevalente, del resto il più indolore, sembra quello della "libertà di scelta". Lo dice Pierluigi Bersani: "Non è detto che i Ds daranno indicazioni". E lo fa capire anche un appello per una nuova legge sull'argomento da presentare al Parlamento, firmato non a caso da un gruppo di parlamentari che fanno capo sia alla maggioranza diessina che al Correntone, con la benedizione di Fassino e Cofferati (che nei giorni scorsi si sono sentiti più volte sull'argomento). Obiettivo evidente: non spaccare il partito prima delle amministrative. In altre parole, mentre i liberal, in testa Enrico Morando, insistono per una battaglia decisa a favore del "no" o del "non voto" e l'area di Cesare Salvi (che ha raccolto le firme referendarie) sono a favore del "sì", maggioranza e minoranza del partito (vedi la prudenza di Fabio Mussi) preferisce non pronunciarsi. In attesa di tempi migliori.
Quella bomba intelligente che può far saltare l'Ulivo
Massimo Giannini su la Repubblica
Il referendum sull'articolo 18 è una miccia innescata nel motore dell'economia italiana. Se al voto del 15 giugno vincessero i "sì", la miccia esploderebbe: le tutele contro i licenziamenti senza giusta causa previste dallo Statuto dei lavoratori del 1970 verrebbero estese alle aziende con meno di 15 dipendenti, la macchina della micro-industria nazionale si ingolferebbe e il mercato del lavoro finirebbe paralizzato.
Ma quel quesito è soprattutto una "bomba atomica intelligente" lanciata da Fausto Bertinotti nel campo della sinistra. È molto di più di una consultazione popolare sulla difesa di un diritto. È una contesa per l'egemonia culturale, una battaglia per la leadership politica. Con precisione quasi chirurgica, quel diabolico ordigno referendario non disturba in nessun caso il governo e la sua maggioranza. Al contrario, i suoi "effetti collaterali" possono sconvolgere i rapporti di forza nell'opposizione. Possono distruggere definitivamente ciò che resta dell'Ulivo. Possono sovvertire l'attuale dirigenza dei Ds.
Il paradosso è che queste nuove lacerazioni si producono sul tema più nobile, alto e consustanziale alla stessa ragion d'essere della sinistra: il lavoro, nucleo duro di una rappresentanza generale e collante di un'identità condivisa. Un tempo univa, oggi divide.
Berlusconi e il centrodestra si schiereranno formalmente per il no. Ma sostanzialmente non gli dispiacerebbe se vincesse il sì. Il Cavaliere ha un evidente interesse tattico: se la sinistra si radicalizza intorno alla crociata di Rifondazione, lui continuerà per qualche decennio a speculare elettoralmente sull'eterno fattore K. Per l'ennesima volta, Berlusconi e Bertinotti partono dai due estremi dell'arco costituzionale e finiscono per stringere in una tenaglia micidiale le forze riformiste. Anche in questa tornata referendaria la partita decisiva si gioca intorno al raggiungimento del quorum.
Se il quorum non ci sarà, al centrosinistra riuscirà almeno in parte la "riduzione del danno". Se il quorum ci sarà, la bomba atomica intelligente avrà effetti rovinosi.
L'Ulivo si avvicina al referendum senza una linea concordata e coesa. Da una parte Verdi e comunisti, ormai sempre meno riconducibili alle logiche di coalizione, seguono Bertinotti sul fronte del sì. Dall'altra parte la Margherita, che finora ha assunto la posizione più netta: "Dal giorno in cui la Consulta ha dato via libera al quesito - è il ragionamento di Francesco Rutelli - noi proponiamo una vera battaglia politica per il no, perché questo referendum uccide le piccole imprese, non crea occupazione e danneggia l'economia".
La libertà di voto non ha senso: l'articolo 18 è questione politica, "sulla quale una disciplina di partito, pur non essendo obbligatoria, è comunque opportuna". Per la stessa ragione non ha senso nemmeno l'astensionismo: si può anche scommettere sul quorum mancato, per poi puntare a una legge di riforma delle tutele dei lavoratori che oggi ne sono sprovvisti, ma "solo a valle di una campagna per il no condotta in campo aperto". Questa linea incontra anche l'appoggio di Romano Prodi. Tra i suoi fedelissimi c'è chi si spinge più in là: "Dire no e basta è riduttivo: dobbiamo dire no, ma al tempo stesso sostenere con forza la proposta Ichino-Treu. Questa è una linea forte, che tiene insieme tutti i riformisti".
Nel solco della modernizzazione tracciato al congresso di Pesaro, anche la Quercia dovrebbe schierarsi per il no, insieme alla Margherita. Ma non lo farà: romperebbe definitivamente con il correntone e compirebbe un altro passo verso la scissione. Così, finirà per ripiegare su una "non scelta": non darà indicazioni di voto agli elettori. Lo farà in modo "dinamico", bocciando lo strumento referendario e rilanciando le proposte di legge sull'estensione delle tutele contro i licenziamenti anche ai co.co.co. e ai lavoratori atipici. Ma questa rischia di apparire comunque come una mossa difensiva, tattica e per niente politica. Tradisce l'imbarazzo di un partito che non sembra più in grado di produrre quello che un tempo si sarebbe definito "un equilibrio più avanzato".
A differenza di Rutelli, Fassino cammina su un sentiero molto stretto. Ha due nervi scoperti a sinistra. Il primo è la Cgil. Guglielmo Epifani al direttivo del 6-7 maggio schiererà il suo sindacato per il sì. Lo farà marcando una differenza profonda rispetto alle ragioni di Bertinotti: "Un sì per le riforme, sarà lo slogan che useremo per rilanciare le proposte di legge per l'estensione delle garanzie ai lavoratori para-subordinati sulle quali la Cgil ha raccolto 5 milioni di firme". Ma dirà sì senza esitazioni. Lo farà perché glielo chiedono "tutte le categorie confederali (non certo solo la Fiom) e quasi tutte le Camere del Lavoro". Lo farà perché è convinto che "tutti i lavoratori italiani vivano anche questo referendum come un'estensione politico-sindacale delle grandi battaglie sulla difesa dei diritti di questi ultimi due anni, a partire dalla marcia dei 3 milioni al Circo Massimo di Roma".
Il secondo nervo scoperto di Fassino si chiama Sergio Cofferati. Il presidente della Fondazione Di Vittorio tiene ancora coperte le sue carte. Tra tutti i protagonisti del conflitto referendario, è forse quello che teme di più la "bomba atomica intelligente" del referendum. Bertinotti l'ha confezionata contro di lui. Ha sfruttato il principio costitutivo intorno al quale l'ex leader della Cgil ha costruito la sua linea di resistenza alle incursioni del governo Berlusconi sul tema della flessibilità: il reintegro nel posto di lavoro in caso di licenziamento senza giusta causa non è una specifica "forma di tutela" disposta dal legislatore, ma "un diritto di civiltà" sancito dalla costituzione materiale. Ma se è così (è l'assunto del referendum di Rifondazione) l'articolo 18 va applicato a tutti i lavoratori in tutte le imprese, senza limiti dimensionali.
Per questo il quesito può sovvertire gli attuali equilibri al vertice della Quercia. Se il Cinese ha ambizioni in politica, non può non valutare questo sbocco. Per le ragioni uguali e contrarie, non può ignorarlo neanche Fassino: "Ecco perché, anche se volessi, non posso schierare il partito sul no - spiega in queste ore difficili il leader dei Ds - se c'è il quorum e vince il sì, io perdo tutto".
Imi-Sir, ultimi tentativi per fermare la sentenza
Luca Fazzo su la Repubblica
MILANO - "Notevolissime". Così, nello staff difensivo di Cesare Previti, vengono definite le possibilità che oggi sia davvero il giorno del giudizio: e cioè che dopo due anni, undici mesi e diciotto giorni di udienze il tribunale presieduto da Paolo Carfì si riunisca in camera di consiglio ed emetta - dopo una discussione che potrebbe essere anche relativamente breve - la sentenza nei confronti dell'ex ministro della Difesa e dei suoi coimputati negli affari Imi Sir e Lodo Mondadori. Ma la sensazione che ormai si vada verso la chiusura non impedisce che anche queste ultime ore siano segnate dal tiro battente di eccezioni e istanze che ha contrassegnato l'intero percorso del processo.
Per due volte, ieri mattina, i difensori di Cesare Previti mettono timbri e firme su atti che in teoria potrebbero portare a un nuovo slittamento del processo. La prima istanza viene depositata nella cancelleria della Quarta sezione, quella presieduta da Carfì: i legali dell'ex ministro chiedono che sia lo stesso Carfì a sospendere l'emissione della sentenza in attesa che la Cassazione esamini la penultima ricusazione presentata da Previti, già respinta il 17 aprile scorso dalla Corte d'appello. Quasi contemporaneamente, un'altra richiesta viene depositata nella cancelleria della Corte d'appello: qui è pendente l'ottava e ultima ricusazione, presentata sabato scorso sulla base del rifiuto di Carfì di dare la parola a Previti prima della sentenza. La Procura generale ha già dato parere negativo. Ma Previti sostiene che quel parere va annullato in quanto i pm Ilda Boccassini e Gherardo Colombo lo avrebbero ottenuto a tempo di record recandosi di persona negli uffici della procura generale.
Nessuna delle due istanze è accreditata di significative possibilità di successo. Dunque lo scenario più probabile è quello che vede la Corte d'appello depositare questa mattina la decisione che respinge l'ultima ricusazione; a quel punto strada aperta a Carfì per aprire alle 15 l'udienza, respingere la richiesta di sospensione presentata nella sua cancelleria e ritirarsi in camera di consiglio. Il verdetto potrebbe arrivare già in serata.
Camera, sì al patteggiamento allargato
Dino Martirano sul Corriere della Sera
ROMA - La battaglia annunciata dal centrosinistra contro quello che definisce il "patteggiamento salva-potenti" è durata solo una manciata di ore e, alla fine, la Casa delle libertà ha avuto la meglio con ben 100 voti di vantaggio. Risultato scontato perché, di lunedì, alla Camera non si era mai vista un'affluenza così massiccia di deputati della Cdl che nulla hanno concesso all'opposizione: "Ora vi rimangiate la parola e intralciate le riforme solo per non favorire alcuni imputati", ha tuonato Luigi Vitali di Forza Italia. E dai banchi della sinistra si è alzata subito la voce di Francesco Bonito (Ds): "Caro Vitali, le vostre riforme si chiamano legge-Previti ed emendamento-Berlusconi". Giù, nella parte bassa dell'emiciclo, Cesare Previti (FI) applaudiva ironicamente il collega diessino: "Questa legge non mi interessa, è tutta demagogia, le vostre sono bugie".
Clima teso, ma non infuocato come per la "Cirami", nell'aula di Montecitorio che approva il ddl Pisapia (Prc)-Palma (FI) sul patteggiamento allargato. Il testo, ora, torna al Senato e prevede un ampliamento della platea degli imputati che possono chiedere la pena concordata: sono ammesse tutte le ipotesi di pena che in concreto non superino i 5 anni (ora il tetto è 2 anni). Sono esclusi i reati gravi e di terrorismo. Ma anche i piccoli recidivi: "E' un errore perché si escludono i poveracci", avverte Giuliano Pisapia: "Ora saranno in pochi quelli che potranno chiedere il patteggiamento".
I PROCESSI - Ma il motivo del contendere non è questo perché il testo era stato condiviso e concordato tra i Poli. Il centrosinistra, infatti, ha votato tutti gli articoli ma, poi, sulle norme transitorie ha fatto fuoco e fiamme e sul voto finale la Margherita ha invocato invano lo scrutinio segreto. Per due motivi. Uno, perché la legge prevede che l'imputato possa chiedere la sospensione del processo per un periodo non inferiore a 45 giorni per valutare l'opportunità di patteggiare. Due, perché nei processi in corso viene concesso anche alla Cassazione di applicare le sanzioni sostitutive. Per alcuni settori dell'Ulivo, la prima norma servirebbe per interrompere i processi Imi-Sir e Sme e, quindi, favorire gli imputati Previti e Berlusconi. La seconda, invece, è stata ribattezzata "salva-Bossi" perché sarebbe applicabile se la Suprema Corte dovesse confermare una terza condanna pendente contro il leader della Lega che ha già cumulato pene per 1 anno e 8 mesi (oltraggio e resistenza) con riferimento ai fatti di via Bellerio. La Lega, comunque, si è astenuta su questo articolo.
In realtà, nel centrosinistra, due specialisti come Giuliano Pisapia e Giovanni Kessler non credono che la norma sia applicabile al processo Imi-Sir perché, dicono, "il dibattimento è già stato chiuso". Diverso il caso del processo Sme in cui è imputato il presidente del Consiglio: "Basta che un coimputato chieda di riflettere sul patteggiamento e si sospende il processo".
SOSPENSIONE - Niccolò Ghedini (FI), relatore del provvedimento alla Camera e avvocato di Berlusconi, risponde così: "Non chiederemo mai il patteggiamento. E se lo fa un coimputato bisogna vedere se la richiesta arriva prima o dopo l'inizio della discussione: nel secondo caso, il presidente del tribunale potrebbe stralciare la posizione di chi chiede il patteggiamento impedendo che il processo venga sospeso anche per le altre parti".
Ghedini, infine, tira fuori la sua agendina: "Ecco, la discussione dello Sme e prevista per il 9 maggio. E quindi non si fa in tempo perché la legge ora va al Senato". Per Anna Finocchiaro (Ds), tutto questo è riassumibile in due parole: "Inammissibile ambiguità".
Ma la maggioranza ora si trova ad affrontare una grana molto seria: gli avvocati penalisti hanno annunciato l'astensione dalle udienze per otto giorni, di cui tre già programmati tra il 19 e il 21 maggio. L'Unione delle camere penali ha un solo obiettivo: protestare contro la politica giudiziaria del governo.
Liberazione. Einaudi Salvemini Papà Cervi
Elio Veltri su l'Unità
A margine delle celebrazioni del 25 aprile, mi vengono in mente due episodi che vale la pena di ricordare non solo per la grandezza morale e civile dei protagonisti quanto per l'attualità e la distanza che li separano dai tanti che vogliono riscrivere la Storia ad uso del partito-azienda. Il primo ce lo racconta Luigi Einaudi e riguarda l'incontro del presidente della Repubblica con papà Cervi, che Berlusconi voleva incontrare con al seguito giornalisti e telecamere molti anni dopo la morte, in occasione delle onoranze per i sette fratelli Cervi fucilati a Reggio Emilia nel dicembre del 1943 dai tedeschi. Sul "Mondo" di Pannunzio del 19 marzo 1954 Einaudi racconta: "Entrano nello studio del presidente della Repubblica il padre dei sette fratelli Cervi fucilati dieci anni fa dai nemici degli uomini, il magistrato Peretti Griva, già presidente della Corte di Appello di Torino, l'onorevole Boldrini, medaglia d'oro della Resistenza e Carlo Levi, scrittore e pittore, il quale reca l'originale del ritratto da lui dipinto dei sette fratelli.
Il padre che porta sul petto le medaglie dei sette figli morti per la Patria, ricorda al Presidente di averlo già incontrato in Reggio Emilia. Il Presidente aveva letto, in un articolo di Calvino, che tra i libri dei sette fratelli, si noverano alcuni fascicoli della rivista "La Riforma Sociale" un tempo da lui diretta e poi soppressa dal regime fascistico e dice al padre la sua commozione per poter così pensare con orgoglio a "un suo rapporto spirituale con i martiri". Il padre racconta: "Sì, i miei figli leggevano molto, erano abbonati a riviste; e cercavano di imparare. Se leggevano qualcosa che pareva buono per la nostra terra, si sforzavano di fare come era scritto".
Il secondo episodio riguarda Gaetano Salvemini, il quale dopo 24 anni di esilio ritorna in Italia, a Firenze ritrova la sua cattedra di Storia Moderna e tiene la prolusione del corso del 1949-50 con una lezione inedita, originale e di straordinaria bellezza, come solo i giganti del pensiero sanno fare, raccontando fatti quotidiani anche un po' banali, che assumono valore generale e universale. La lezione è stata pubblicata con un commento di Paolo Sylos Labini, "adottato" da Salvemini negli Stati Uniti, sul fascicolo del "Ponte" del febbraio 1950. Salvemini a conclusione della lezione dice: "Nell'inverno del 1944, conversando in America con un amico, mi viene detto, chissà come, che, tutto compreso, quel gruppo di amici (socialisti), che si era formato a Firenze tra il 1892 e il 1895, non potevano dolersi di aver avuto cattiva fortuna. Uno (Cesare Battisti) era stato impiccato dagli austriaci; sua moglie e un altro avevano dovuto rifugiarsi in Svizzera; uno era stato sbalzato nell'America meridionale; io nell'America settentrionale; due erano rimasti in Italia: non ne sapevo nulla, ma ero sicuro che anche essi avevano conservato il rispetto di se stessi. Poter chiudere gli occhi alla luce, dicendo: Cursum consummavi, fidem servavi, quale migliore successo nella vita? Questo è quello che conta. L'amico mi guardò interdetto e tacque. Due anni dopo mi disse: Spesso ho ripensato a quanto mi diceste quella volta. Avevate ragione".
Berlusconi ha disertato la celebrazione del Quirinale. A pensarci, ha fatto bene. Cosa c'entra lui con Einaudi, papà Cervi e Salvemini?
Braccio di ferro tra governo e sindacati sulle pensioni
r.r. su La Stampa
Quattro sì. Altrimenti protesta sicura e sciopero possibile. La Cgil, la Cisl e la Uil annunciano dopo una riunione collegiale la loro posizione unitaria al ministro del lavoro e delle politiche sociali Roberto Maroni in vista dell'incontro sulle pensioni in programma per martedì 6 maggio. I sindacati si attendono quindi che il governo accolga tutte le loro richieste di modifica del disegno di legge delega per la previdenza. Ma la loro impostazione, almeno sul piano del metodo, non piace a Maroni: "Non credo che sia bene partire con degli ultimatum o con delle grida manzoniane". La Cgil, la Cisl e la Uil vogliono l'abolizione della decontribuzione (il taglio dei versamenti per i nuovi assunti considerato devastante per l'equilibrio economico del sistema), la rinuncia all'obbligatorietà giudicata incostituzionale del trasferimento del trattamento di fine rapporto ai fondi pensione, la cancellazione della parità tra fondi chiusi (costituiti per determinate categorie da imprese e sindacati) e fondi aperti (promossi da banche e assicurazioni), il riferimento costante ai principi della riforma varata nel 1995 dal governo di Lamberto Dini per l'eventuale predisposizione di un testo unico sulle pensioni. Fin qui le richieste. Rispondendo a Maroni, le tre organizzazioni negano però di aver lanciato ultimatum. Spiega il segretario aggiunto della Uil Adriano Musi: "Far conoscere preventivamente al ministro le nostre posizioni non significa affatto porre un ultimatum. Ora ci attendiamo risposte tali da poter far partire un dialogo costruttivo. Se il ministro dirà no alle nostre proposte di modifica la scelta l'avrà fatta lui". E il segretario confederale della Cisl Pierpaolo Baretta parla di "serio invito all'apertura di un confronto", dal momento che vengono anche avanzate "delle precise controproposte che sono praticabili e coerenti con il progetto generale di completare la riforma Dini". Nel merito Maroni si riserva comunque di dare un giudizio sulle richieste ricevute: "Stiamo valutando a livello tecnico un paio delle proposte che ritengo interessanti. Se quindi c'è da parte dei sindacati uno spirito di collaborazione bene, altrimenti se si tratta solo di un'operazione politica ogni confronto diventa inutile". Ci potrà essere una trattativa? O il 6 maggio la discussione si arenerà? "Ci attendiamo dal governo una risposta chiara, netta e inequivocabile sulla volontà di confrontarsi con noi sulla delega previdenziale" dice Musi, sperando nei quattro sì ma non escludendo lo sciopero.
Difesa europea, a Bruxelles vertice dei sospetti
Enrico Singer su La Stampa
Un vertice non "contro", ma "per". Alla vigilia del loro incontro - stamane a Bruxelles - sul tema caldo dell'eurodifesa, la preoccupazione maggiore di Francia, Germania, Belgio e Lussemburgo è quella di non rompere con gli altri partner della Ue e con gli Stati Uniti. I rapporti, dopo lo strappo sull'Iraq, sono già tanto tesi che i quattro non hanno interesse a spezzare il filo sottile che ancora li tiene insieme. Così il padrone di casa, Guy Verhofstadt, rassicura che l'iniziativa non nasce contro la Nato o contro l'America, ma vuole dare una spinta a una "coerente politica estera dell'Europa che ha bisogno anche di una politica di difesa". E per apparire ancora più ecumenico, ricorda che il progetto di Costituzione di Giscard traccia questa strada che è aperta a tutti "perché noi quattro - dice Verhofstadt - non siamo un piccolo circolo privato". Anche il rituale dell'incontro è stato ridotto al minimo. Jacques Chiarc, Gerhard Schroeder, il premier lussemburghese Jean-Claude Juncker e Guy Verhofstadt si riuniranno per due ore nel Palais d'Egmont, sede di rappresentanza del governo belga, e concluderanno il mini-vertice con un pranzo. Ma quello che più conta è che i passi che saranno tracciati oggi dai quattro "non mettono in discussione il rapporto transatlantico, né la fedeltà alla Nato". Proporranno un'Agenzia europea per gli armamanti (che è prevista anche nella futura Costituzione), un'Accademia militare europea, una brigata (quella franco-tedesca già esiste) da mettere a disposizione di Nato, Onu e Ue, naturalmente. Ma nessun "direttorio" nel campo della difesa. Almeno questa è la parola degli organizzatori. Nonostante queste precauzioni, il mini-vertice continua a dividere gli europei. Ieri hanno rinnovato le loro preoccupazioni il premier inglese, Tony Blair, e il ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini. Preoccupazioni di fondo. In una intervista al "Financial Times" Tony Blair ha giudicato "pericolosa e destabilizzante" una certa visione del multipolarismo che "rischia di diventare rapidamente scontro tra centri di potere rivali". Su questo scontro ha vissuto la guerra fredda tra Usa e Urss: il pericolo che Blair denuncia è che qualcuno, adesso, voglia mettere "l'Europa in opposizione all'America". "Anch'io voglio un'Europa più forte, ma che lavori insieme e non contro gli Stati Uniti in un unico polo di potere", ha detto Blair lanciando un messaggio molto chiaro al presidente francese Chirac. Anche per Franco Frattini è "indispensabile" il ripristino dell'unità degli europei e del rapporto transatlanico.
Il viceré Garner non convince gli sciiti
S. D. Q. su il Manifesto
Erano circa 250 - la metà dei 500 previsti dagli Stati uniti - i delegati che hanno preso parte alla riunione delle "opposizioni irachene" organizzata ieri a Baghdad da Jay Garner, il generale in pensione nominato da George W. Bush governatore ad interim dell'Iraq del dopo-Saddam. Una riunione che per molti versi ricorda quella presenziata a Nassiriya dallo stesso Garner il 15 aprile scorso. Ieri come allora l'ex generale ha voluto sottolineare con enfasi l'onore che provava nell'essere stato designato a gestire questo grande paese, "culla della civiltà". Ha poi incoraggiato gli avventori a "dare inizio al processo democratico per i bambini iracheni". E ha ribadito che rimarrà in Iraq solo "il tempo strettamente necessario". Quanto ai delegati, la riunione di Baghdad registra più o meno le stesse defezioni eccellenti che avevano già contrassegnato il meeting di metà aprile: assenti i leader kurdi Jalal Talabani (Unione patriottica del Kurdistan) e Massud Barzani (Partito democratico del Kurdistan), e assente pure Ahmed Chalabi, capo dell'Iraqi national Congress (Inc), ansioso di smarcarsi dalla percezione generale che lo considera una marionetta nelle mani di Washington. Presenti invece, anche se assai critici, alcuni delegati dello Sciri, il movimento sciita con sede a Teheran che aveva invece boicottato l'incontro di Nassiriya. I delegati si sono accordati per incontrarsi nuovamente fra quattro settimane e definire un primo governo provvisorio per il nuovo Iraq. Ma diversi segnali fanno già pensare che la gestione del paese si rivelerà un vero e proprio rompicapo. Mentre era in corso la riunione presieduta da Garner, diverse migliaia di sciiti hanno infatti cominciato a manifestare nel centro di Baghdad per esigere la convocazione di "un nuovo congresso delle forze politiche" che decida del futuro politico dell'Iraq. Guidati da decine di religiosi che rappresentano la Hawza, l'assemblea dei religiosi sciiti della città santa di Najaf, i manifestanti hanno criticato l'appoggio Usa ai gruppi di esiliati iracheni, in primo luogo l'Inc. Uno dei cartelli portava la scritta "la Hawza di Najaf deve partecipare alla conferenza perché rappresenta l'opinione del popolo". Alcuni dei manifestanti nei pressi dell'Hotel Palestine, diventato il quartier generale del comando americano a Baghdad, hanno issato cartelli di appoggio a Mohammed Mohsen Zuibaidi, arrestato domenica dagli americani dopo che si era autoproclamato governatore di Baghdad.
L'effetto Sars sul made in China
Federico Rampini su la Repubblica
A Dongguang, vicino a Hong Kong, la fabbrica Yue Yuen lavora in subappalto per fornire scarpe sportive a tutte le più grandi marche americane. L'ambiente di lavoro è questo: 16 operaie stipate in ogni minuscolo stanzino, con un lavandino e una toilette alla turca. Contenere il contagio della Sars in simili condizioni igieniche è un'illusione. Ma da quelle operaie cinesi arrivano ogni giorno i prodotti di cui è fatto il benessere del consumatore occidentale. La Cina è in mezzo a noi, invade la nostra vita quotidiana nascosta nelle etichette delle scarpe e dei jeans, nelle memorie dei computer, nel display dei telefonini, nei televisori e nelle telecamere digitali, e perciò il prezzo di quest'epidemia non possiamo che pagarlo tutti.
L'allarme lo ha lanciato la Nike che produce il 90% delle sue scarpe sportive in Asia e il 40% nella sola Cina.
La sua catena degli approvvigionamenti è in difficoltà, il conto lo subiranno gli adolescenti europei e americani con prezzi più alti. "Non abbiamo mai vissuto una situazione come questa" ammettono i dirigenti dell'industria americana di sportswear. Tommy Hilfiger, uno degli stilisti Usa più in voga per i teen ager di tutto il mondo, denuncia lo stesso problema. Il ciclo delle sue forniture asiatiche è sotto tensione, i negozi di New York Londra e Parigi rischiano di rimanere con gli scaffali vuoti, i prezzi saliranno.
I dirigenti della Intel e della Motorola moltiplicano i vertici sulla Sars. Queste due multinazionali americane hanno 15.000 e 12.000 dipendenti in Asia, con cui stanno perdendo i contatti. Ai manager è vietato viaggiare, non possono più recarsi negli stabilimenti cinesi a dirigere le operazioni; gli ispettori non riescono a fare sul posto i controlli di qualità, indispensabili prima di comprare i prodotti.
La marca del cellulare può essere americana, svedese o finlandese, il suo cuore e il suo cervello sono passati attraverso mani asiatiche. La moda può avere griffe italiane, americane o francesi, ma per rimanere competitivi i centri di produzione sono molto lontani dagli atelier degli stilisti di Milano o New York.
Dopo i pericoli per gli esseri umani la Sars è una minaccia per il nostro stile di vita, il benessere diffuso, il consumismo di massa. L'economia globale ci ha offerto privilegi senza precedenti, cancellando le distanze ha moltiplicato il commercio mondiale, ha messo a nostra disposizione il gigantesco serbatoio asiatico di manodopera efficiente, laboriosa, a costi irrisori. Clamorosamente la Cina negli ultimi due anni ha sorpassato Giappone e Germania come principale partner commerciale degli Stati Uniti. Dal boom degli schermi ultrapiatti ai telefonini di terza generazione, dai Cdplayer ai videogames, i simboli di un'era opulenta sono fondati su questa divisione globale del lavoro che ha messo in simbiosi due mondi, sul nuovo contratto economico che lega Occidente e Oriente.
Le multinazionali hanno creduto di dominare lo spazio e il tempo, il software, Internet, i sistemi di posizionamento satellitare, hanno creato una rete invisibile che fluidifica la macchina industriale e commerciale. I sistemi di monitoraggio sorvegliano le fasi di produzione nelle fabbriche asiatiche, la consegna ai camion, il carico sulle navi portacontainer, l'arrivo ai magazzini europei e americani, fino a registrare istantaneamente le variazioni delle scelte del consumatore sugli scaffali del grande magazzino.
Questa intelligenza logistica e gestionale che scandisce i ritmi di vita dell'economia globale è anche il suo tallone di Achille. Aeroporti e porti sono infrastrutture nevralgiche dietro i nostri consumi. Nell'era dei marchi globali la mobilità degli uomini è indispensabile.
L'11 settembre 2001 ha già dimostrato come si può mettere in ginocchio la superpotenza mondiale chiudendo aeroporti e frontiere: per qualche settimana dopo l'attacco alle Torri gemelle, con migliaia di aerei costretti a terra e le dogane con Canada e Messico semichiuse dai controlli, l'America stentava a fabbricare automobili e computer.
Un anno e mezzo dopo l'11 settembre la Sars attacca di nuovo la stessa infrastruttura nervosa della globalizzazione. Hewlett-Packard e Ibm hanno migliaia di dipendenti che fabbricano computer in Cina, la Sony ha delocalizzato nelle aree più colpite dall'epidemia molte produzioni hi fi e di videoelettronica, i jeans Gap vengono dall'Oriente come i cellulari Ericcson e Motorola, le automobili Honda. Si era diffuso un brivido tra le imprese di fronte alle voci - non confermate - secondo cui il coronavirus trasportato dalle mani degli operai potrebbe sopravvivere per qualche settimana, varcare gli oceani a bordo delle navi portacontainer, incollato a vestiti e computer.
Le multinazionali americane sono costrette oggi a progettare l'impensabile: una retromarcia dalla delocalizzazione, per riportare interi pezzi della loro produzione più vicini a casa, per esempio in Messico. Nei quartieri generali del capitalismo Usa, dall'industria tecnologica della Silcon Valley alle grandi marche di abbigliamento, si stanno elaborando piani top secret per far fronte agli scenari più drammatici. Sarebbe un colpo senza precedenti alla globalizzazione.
La grande scommessa sulla Cina è stato uno degli eventi cruciali della storia recente: da un lato la leadership comunista ha investito tutta la sua credibilità sull'adesione all'economia di mercato e l'ingresso nell'organizzazione mondiale del commercio (Wto); d'altro lato il capitalismo occidentale ha puntato sul nuovo "esercito di riserva" della forza lavoro cinese, anche come futuro mercato di consumo. Era una scommessa che stavano vincendo tutti: i consumatori europei, le multinazionali, e anche la Cina che negli ultimi anni è diventata la locomotiva della crescita mondiale con un aumento del Pil del 9% annuo.
L'uscita di centinaia di milioni di cinesi dalla povertà, l'emergere di una nuova classe media asiatica trainata dal decollo delle esportazioni, era l'altra faccia della Bengodi di prodotti a basso costo per il consumatore occidentale. Con l'11 settembre si era già aperta la prima crepa importante nel grande edificio dell'economia globale: da due anni il commercio mondiale ha smesso di crescere, minacciato da un'era di glaciazione.
La Sars è l'ultimo attacco a quel grande disegno, e al nostro tenore di vita.
29 aprile 2003