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sulla stampa
a cura di G.C. - 28 aprile 2003


Articolo 18, Fassino media per non schierare i Ds
R. R. sul
Corriere della Sera

ROMA - Prendere tempo. Aspettare e concentrarsi sulla campagna elettorale per le amministrative. Tenere i toni bassi, nessun comitato, niente manifesti. L'Ulivo si prepara così al referendum sull'articolo 18: i leader si muovono per ora in punta di piedi per non rompere le uova su cui stanno camminando. Domani si riunisce la segreteria dei Ds per un primo giro d'orizzonte sul tema. L'orientamento è quello di lasciare libertà di voto, di non impegnare il partito nella campagna né per il sì né per il no, ma è molto probabile che Fassino proponga di riflettere ancora e di cercare di confrontarsi con gli altri partiti della coalizione, in particolare Margherita e Sdi: "Questo referendum - spiega il coordinatore della segreteria Vannino Chiti - non l'abbiamo voluto, anzi lo consideriamo sbagliato: dove sta l'obbligo di dare una indicazione di voto? Non vedo perché dobbiamo farci imporre ruoli subalterni, farci schiacciare sulla Confindustria o su Bertinotti". Ma non dare indicazione di voto, significa augurarsi (e lavorare) perché il referendum non raggiunga il quorum e si risolva in nulla. E' la posizione personale di Chiti che di fronte alla domanda se sia meglio la vittoria del Sì o quella del No, risponde: "E' come chiedere se è peggio il colera, la peste o la Sars". La scelta è delicata e richiederà altro tempo. Anche perché se i Ds - e Fassino in particolare - non vogliono che Rutelli e la Margherita si approprino della bandiera riformista, dall'altra hanno a che fare con una parte del partito che è tra i promotori del referendum (area Salvi) e con la Cgil orientata ad appoggiare il sì. La parola definitiva del sindacato di Epifani arriverà soltanto il 7 maggio, a conclusione del direttivo, ma la segreteria la settimana scorsa si è già orientata. E se Epifani ha spiegato che non si può che puntare ad "un sì per le riforme", sono i cofferatiani - escluso Paolo Nerozzi - i più accesi nel sostenere le ragioni per far fallire questo referendum. E' di ieri l'intervento di Carlo Ghezzi sull' Unità per spiegare che il quesito proposto da Rifondazione è in realtà contro la Cgil e l'unica strategia possibile "è quella di ridurre il danno".

Sul piano politico la Margherita ha proposto, tramite il suo responsabile economico Enrico Letta, che sia un'assemblea dell'Ulivo a decidere una posizione comune, contro il referendum. L'idea non dispiace ai Ds, che pure nutrono qualche dubbio sull'esito: "Bisogna che sia finalizzata ad assumere un'iniziativa per la proposta di legge sull'estensione dei diritti dei lavoratori", propone Chiti. Ma la pietra tombale la mette Alfonso Pecoraro Scanio a nome dei verdi: "Mi sembra ridicolo, sancirebbe le spaccature dell'Ulivo e lo danneggerebbe in vista delle amministrative".


Voto e federalismo, Lega al muro contro muro nel Polo
r. i. su
La Stampa

"Forse si attribuisce troppa importanza al prossimo voto amministrativo e questa è l' unica ragione che può spiegare certi toni che sono francamente sproporzionati rispetto ai temi in discussione": Sandro Biondi, portavoce di Forza Italia critica le affermazione del leghista Roberto Calderoli ("non voteremo la riforma La Loggia"). Il vicepresidente del Senato Roberto Calderoli gli risponde, "sulla necessità di un quadro complessivo di riforme da attuare sono d' accordo con Biondi, però gli ricordo che qui, invece di una grande attività per attuarle queste riforme, si vede solo una solerte attività per Roma capitale". Il collega Alessandro Cè rincara, e chiede a Berlusconi di far rispettare i patti sul federalismo. Il risultato è che - a un mese dalle amministrative, e dopo la decisione del Carroccio di correre da solo in diversi comuni del nord - la polemica Lega-Forza Italia sul voto nelle città divampa. Oggi, come se non bastasse, è in discussione alla Camera la riforma del titolo V della Costituzione, uno dei temi sui quali il partito di Bossi si è smarcato da Forza Italia e An. Come andrà a finire? Secondo Ignazio La Russa, l'intesa sulla devolution sarà rispettata da tutti: "Il patto sarà mantenuto. Fa parte degli impegni elettorali". Con una precisazione: che la riforma federalista si inquadri in un contesto più ampio: "Insieme alla devolution occorrono altre cose, come la sicurezza, la defiscalizzazione, l'elezione diretta del presidente della Repubblica o del presidente del Consiglio". La Russa minimizza l'ipotesi ventilata da Calderoli di una uscita del Carroccio dal governo: "Non vedo questioni gravi nella maggioranza non credo che nessuna forza della coalizione voglia fare a meno del proprio ruolo nel governo". In realtà, la situazione nella Casa delle Libertà resta molto tesa. I leghisti hanno glissato sull'avvertimento lanciato l'altro giorno dal vicepresidente del Senato Calderoli ("Non voteremo la riforma La Loggia"), ma Alessandro Cè ha rivolto al premier un invito dal senso chiaro: richiami all'ordine quelle forze della maggioranza che si discostano dal patto firmato con gli elettori che prevedeva la devolution. Quindi, ha ripetuto che uno dei punti controversi (che alimentano tensioni soprattutto tra il Carroccio e An) è l'accento, posto dagli uomini di Fini, sul ruolo di Roma Capitale nel quadro della riforma delle competenze dello stato. Come andrà a finire? Ieri anche l'uomo più moderato del Polo, il segretario Udc Marco Follini, ha lanciato un avvertimento a muso duro agli alleati tentati di fare da soli: "Chi è solo oggi davanti agli elettori sarà più solo domani nella coalizione".



"Previti offende i giudici, intervenga il Csm"
Giuseppe Vittori su
l'Unità

Tutti contro Previti, com'era inevitabile, come lo stesso imputato eccellente al processo Imi-Sir/Lodo Mondadori sicuramente si aspettava. La magistratura reagisce compatta agli attacchi del deputato azzurro, alle accuse di parzialità, di persecuzione, di prevaricazione rivolte dall'ex ministro della Difesa a giudici e pm di Milano. "Intervenga il Csm", chiede il segretario del movimento per la giustizia, Armando Spataro. I consiglieri di Palazzo dei Marescialli, invece, ricordano a Previti che "ci si difende nel processo e non fuori", Oggi o al massimo domani mattina - prima dell'inizio dell'udienza fissata per le 15 - i giudici della Corte d'Appello di Milano, che devono esaminare l'istanza di ricusazione presentata dai difensori dell'esponente azzurro, faranno conoscere la loro decisione. Se la richiesta di Previti verrà respinta il collegio potrebbe entrare immediatamente in Camera di consiglio.
Ma non sono pochi coloro che si attendono nuovi colpi di scena. L'obiettivo della difesa è quello di prender tempo in attesa dell'esito della partita che si gioca anche nelle aule di Montecitorio e di Palazzo Chigi. Oggi la Camera voterà il provvedimento sul patteggiamento allargato e la proposta del centrodestra di sospendere i processi per quarantacinque giorni al fine di consentire agli imputati di riflettere sull'opportunità di utilizzare le nuove procedure. Di queste potrebbe avvalersi lo stesso Previti allo scopo di guadagnar tempo in vista di un possibile provvedimento che garantisca l'immunità fino a scadenza di mandato a uomini di governo e parlamentari. Il deputato azzurro, l'altro ieri, aveva chiamato in causa indirettamente lo stesso Berlusconi chiedendogli di fare tutto il necessario per tirarlo fuori dai guai. Il presidente del Consiglio, ieri, non ha voluto rispondere ad una domanda dei giornalisti sulle dichiarazioni di Previti, ma ha fatto sapere che sentirà martedì i suoi avvocati per decidere se presentarsi alla prossima udienza del processo Sme - che lo vede imputato - fissata per il 2 maggio a Milano.
Sul patteggiamento allargato, che verrà discusso oggi dall'Aula di Montecitorio, è intervenuto ieri il coordinatore della segreteria Ds, Vannino Chiti. "Daremo battaglia contro questa legge - ha affermato - Si tratta, infatti, di uno dei tanti provvedimenti che la maggioranza sta mettendo in atto per evitare le sentenze che riguardano suoi esponenti". Il verde Paolo Cento chiede invece che vengano rinviati l'esame e l'approvazione delle nuove norme "almeno fino a quando non saranno risolte le vicende giudiziarie che coinvolgono alcuni appartenenti al governo e alla maggioranza di centrodestra".
Forza Italia, intanto, scende in campo in difesa dello "sfogo" di Previti e contro i giudici di Milano. Per il capogruppo azzurro, Renato Schifani, il processo Imi-Sir/lodo Mondadori "ha presentato troppe ambiguità e una gestione non oculare e trasparente" ed è necessario, quindi, che il Parlamento affronti "al più presto i temi della giustizia". Che significa, nella sostanza, "riforma dell' ordinamento giuridico", "separazione delle carriere" e "scelta meritocratica per l' avanzamento dei magistrati".
Giudici e pm nuovamente nell'occhio del ciclone, quindi.



Lecito, ma non onesto
Antonio Padoa-Schioppa su
La Stampa

Se vivessimo in un paese più civile - non diciamo in un paese normale, perché la normalità non esiste nel mondo degli uomini - il comportamento tenuto in aula dall'onorevole Previti e dai suoi difensori nel processo che lo riguarda sarebbe passibile di sanzioni penali: per "disprezzo della corte" (contempt of court). E questo del tutto indipendentemente dal fatto che nel merito le gravi accuse nei suoi confronti siano fondate o infondate. In Italia, trascinare per anni una causa per giungere alla prescrizione e ricusare per sette volte i propri giudici dopo che ogni volta la ricusazione sia stata respinta fin dalle sezioni unite della Cassazione, tutto questo è possibile: perché lo ha reso possibile una legge recentissima, che per mesi ha impegnato il Parlamento italiano. Per volontà della maggioranza politica alla quale l'accusato appartiene.

Sennonché, "non omne quod licet honestum est": non tutto ciò che è lecito è onesto. I Romani antichi, i più grandi giuristi della storia, questo lo sapevano e ce l'hanno trasmesso. Altrove un comportamento simile, pur se legittimo, sarebbe sanzionato dall'opinione pubblica in modo così netto da screditare, sia sul piano personale sia sul piano politico, chi lo ponga in atto o anche soltanto lo condivida. Altrove, i confini tra i sacrosanti diritti della difesa e l'abuso del diritto sono netti. E un avvocato che abusi della propria funzione e del proprio ruolo - o che rivesta più ruoli in commedia, essendo a un tempo legislatore e difensore - sarebbe oggetto quanto meno di severa reprimenda da parte del consiglio del proprio ordine professionale.

Non in Italia. Ma ci si metta nei panni di un professore di diritto che dovrebbe formare i giuristi di domani. Cosa insegneremo, come analizzeremo per i nostri studenti codici e leggi, se le sapienti regole di civiltà giuridica che sono il frutto di un'evoluzione secolare possono venir calpestate nei fatti in misura così plateale? Forse occorre insegnare che la tecnica non basta a formare il giurista. Forse è bene chiarire che il giurista - giudice o avvocato che sia - è anzitutto responsabile delle sue scelte, che sono sempre e comunque scelte etiche e non solo tecniche.



Bagdad, vertice per il nuovo Iraq
Redazione del
Corriere della Sera

BAGHDAD - È cominciata con circa due ore di ritardo la seconda riunione di esponenti politici iracheni convocata dall'amministratore americano Jay Garner a Baghdad per esaminare le prospettive del dopo Saddam. Gli intervenuti, circa 200 rispetto a 300-400 attesi, hanno cominciato i lavori con la lettura del Corano intorno alle 11:00 locali (le 9:00 in Italia. Sono presenti rappresentanti dal Congresso nazionale iracheno (ma non è stato visto il suo leader Ahmad Chalabi) e del Consiglio supremo islamico della rivoluzione in Iraq (Sciri) che durante il regime di Saddam Hussein ha avuto le sue basi in Iran.
L'obiettivo della riunione, ha detto lo stesso Garner, capo dell'ufficio per la ricostruzione dell'Iraq, è la creazione di futura autoritá irachena ad interim. E' prevista anche la partecipazione del sottosegretario agli esteri britannico Mike ÒBrien. Lo ha reso noto lo stesso Foreign Office sottolineando che la presenza del sottosegretario è un segnale dell'impegno del
governo di Londra ad aiutare il popolo iracheno a costruire il futuro politico che sceglierà.

PROTESTE - Alcuni manifestanti nei pressi dell'Hotel Palestine, diventato il quartier generale del comando americano a Baghdad, hanno issato cartelli di appoggio a Mohammed Mohsen Zuibaidi, arrestato ieri dagli americani dopo che si era autoproclamato governatore di Baghdad.
Molti dei dimostranti ritengono che la riunione convocata oggi dall'amministratore statunitense Jay Garner non rappresenti la Hawza di Najaf. I partiti sciiti - ha detto uno dei religiosi presenti - non rappresentano la Hawza di Najaf. Uno dei cartelli portava la scritta "la Hawza di Najaf deve partecipare alla conferenza perchè rappresenta l'opinione del popolo".


Bush chiude la guerra e lancia un'altra sfida
Ennio Caretto sul
Corriere della Sera

E' giusto che a dichiarare vittoria sia il presidente che dichiarò guerra. Bush lo farà, annuncia la Casa Bianca, giovedì dalla portaerei Lincoln nella baia di San Diego. Sarà la fine di un capitolo drammatico, e l'inizio di uno nuovo, forse ancora più incerto. Il presidente dirà che è giunta l'ora della ricostruzione dell'Iraq e del negoziato in Medio Oriente, ma non della pace, perché la lotta al terrorismo, varata subito dopo l'11 settembre, è destinata a proseguire. Chiederà all'Onu di legittimare il suo operato, e di allinearsi ai suoi programmi. Inevitabilmente, nella settimana del trionfo, Bush sarà accusato di seguire una logica imperiale. Ma la realtà è che, dal 1945, cioè dalla vittoria sul nazismo, nessun presidente Usa ha dominato così il mondo. Bush è uscito enormemente rafforzato dalla guerra dell'Iraq, così come lo era stato dopo quella dell'Afghanistan. Può permettersi di minacciare la Siria e l'Iran e ironizzare su Chirac, dicendo che non lo inviterà nel suo ranch texano. Piaccia o no, sulla scena internazionale è un Gulliver tra i lillipuziani.
La sua statura è cresciuta anche sulla scena interna americana. Nei sondaggi, la sua popolarità è risalita al 70-75 per cento, e un convegno di storici, una categoria in genere critica del suo unilateralismo, gli ha riconosciuto due doti, disciplina e leadership, che potrebbero farlo rieleggere nel novembre 2004.
I neoconservatori cavalcano la tigre del patriottismo, ammonendo che l'antibushismo è tradimento: uno spot televisivo del loro "Club for growth", una lobby di ispirazione reaganiana, accusa i repubblicani dissidenti di essere "francesi", dei sabotatori.
Il dominio di Bush, appena scalfito dalla scomparsa di Saddam Hussein e di Osama Bin Laden, è facilitato dalle paure dei candidati democratici alla Casa bianca.
Persino il senatore John Kerry, un eroe della guerra del Vietnam, e il senatore John Edwards, l'erede in pectore di Bill Clinton, esitano ad attaccare la politica economica e sociale del presidente, il suo tallone d'Achille, o il suo crescente integralismo religioso.
Né si azzardano a denunciare la graduale erosione dei diritti civili nella lotta al terrorismo a opera del ministro della Giustizia, Ashcroft.
E' probabile che la paralisi democratica sia temporanea: il senatore Ted Kennedy, voce della coscienza del Partito, incomincia a rinfacciare a Bush di avere perso 2 milioni e mezzo di posti di lavoro, avere lasciato oltre 40 milioni di persone senza assistenza sanitaria, e avere accumulato un deficit di bilancio spaventoso.

Mentre in politica estera il saldo è positivo per Bush, in politica interna è ancora presto per tirare le somme.
Il presidente ha ancora 633 giorni alla scadenza del mandato, ma la ripresa economica ritarda, e questo, a giudicare dai sondaggi, è l'assillo principale di circa il 55 per cento dell'elettorato, che di norma vota con le tasche.
La Casa Bianca confida che Bush venga riconfermato, come Reagan nell'84.
Ma l'ombra lunga di un altro precedente illustre non lascia tranquilli: la sconfitta di Bush senior nel '92.


Oms: "Sars in calo ma non in Cina"
Redazione de
la Repubblica

BANGKOK - L'epidemia di Sars è in fase discendente in Canada, Singapore, Hong Kong e Vietnam; ma non in Cina. Lo ha comunicato oggi un esperto dell'Organizzazione mondiale della sanità (Oms). "Sembra che la diffusione della malattia abbia raggiunto il livello massimo in quei Paesi dove è scoppiata il 15 marzo, mentre in Cina sta ancora salendo, purtroppo", ha detto David Heymann, uno dei responsabili dell'organizzazione, dalla capitale thailandese. Dove è giunto in occasione del summit dei paesi asiatici dedicato all'emergenza polmonite atipica.

E, a dimostrare che la situazione cinese è sempre gravissima, ci sono i dati di oggi: nove vittime, 203 nuovi casi. Mentre, a Hong Kong, le vittime sono cinque, e le persone infettate quattordici. E dunque la Sars, che finora ha colpito oltre 20 Paesi, registra in totale più di cinquemila contagi, e oltre 330 morti.

Questo dal punto di vista delle vite umane. Ma c'è anche un altro tipo di costo, quello economico. Il settimanale "Time" ha calcolato che finora il danno finanziario, nel mondo, ammonta a circa 30 miliardi di dollari. In Canada, il paese più colpito al di fuori dell'Asia, la società Jp Morgan ha valutato in 30 milioni di dollari al giorno il danno subìto dalla città di Toronto. Cina e Corea del Sud, secondo gli economisti potrebbero perdere circa 2 miliardi ciascuno, mentre per Giappone e Hong Kong il "conto" sarebbe di un miliardo ciascuno, così come per Taiwan e Singapore.

Ma torniamo alle valutazioni dell'esperto dell'Oms. Interpellato su se l'Organizzazione creda nella possibilità di fermare la Sars, Heymann si è limitato a dichiarare: "No, non lo crediamo. Lo speriamo". Una cautela dovuta soprattutto al grande problema rappresentato dalla Cina: "La Cina è la chiave della situazione - ha aggiunto - se quel paese non riesce a contenere l'epidemia, è ovviamente impossibile rimuoverla".



L'opposizione interna, incubo di Castro e di Miami
Massimo Cavallini su
l'Unità

"Acaban de avisarme que he muerto./ Lo anunció entre líneas la prensa oficial./...Soy testigo del entierro que me están haciendo./ Estuve alerta en el velorio/ y anoté cada gesto, cada comentario./ Lo he visto todo claro de mi muerte./ Los estoy esperando…" (Mi hanno appena comunicato che sono morto/ L'ho letto tra le righe della stampa di governo/.Sono testimone della mia sepoltura/ Ho fatto attenzione durante la mia veglia/ Ed ho annotato ogni gesto, ogni parola./Ho visto chiaramente ogni cosa della mia morte./ Li sto aspettando...
Questo scrisse, cinque anni fa - in una poesia che, oggi, assomiglia molto al resoconto del suo arresto - il poeta e giornalista Raúl Rivero, forse il più famoso tra i 75 dissidenti che, due settimane fa, sono stati condannati ad un totale di 1454 anni di solitudine in prigioni che la sentenza impone "il più lontano possibile dai luoghi di residenza". E chissà che proprio questi versi siano il miglior punto di partenza per capire, oltre le fredde cronache d'una "repressione annunciata", quel che davvero sta accadendo nell'interminabile crepuscolo della rivoluzione cubana. O forse no. Forse il punto d'avvio più efficace - ed anch'esso, a suo modo, tristemente poetico - è l'elenco delle "prove" esposte nel documento di "encausamiento" (l'atto di accusa) sulla cui base Rivero dovrà ora, senza alcun diritto all'appello, scontare 20 anni di carcere.
La chiave d'interpretazione dell'atto - ed il segreto della sua macabra, illuminante poesia - sta, tutto, nell'ossessiva relazione tra un aggettivo ripetuto per 27 volte e l'elenco dei pericolosissimi oggetti ritrovati, dopo meticolosa perquisizione, nell'abitazione del medesimo Rivero, un modesto appartamento situato nella calle Peñalver, entre Franco y Oquendo, nell'ormai semi-diroccato quartiere di Centro Habana. L'aggettivo è, prevedibilmente, "sovversivo". E gli oggetti sono, nell'ordine, "una radio di marca Sony, un registratore, un caricatore per batterie, una macchina da scrivere Olivetti, un laptop di marca Samsung, un adattatore per telecamera (senza la telecamera)", più una serie di libri e di videocassette, i cui titoli non vengono nominati, ma il cui unico scopo palesemente era - sostiene l' "encausamiento" - quello di "sovvertire il sistema economico, politico e sociale cubano". Il tutto accompagnato da "tre files" contenenti ritagli della "cosiddetta stampa indipendente". Anch'essi - è appena il caso di aggiungere - di "contenuto sovversivo".
Sovversivo come i pochi incontri che Rivero aveva, negli ultimi tempi intrattenuto con il signor James Cason, responsabile della "Sección de Intereses" degli Usa a l'Avana, un diplomatico di carriera che s'è in questi mesi mosso nell' "isola del dottor Castro" con la grazia del classico "elefante in un negozio di porcellana".

O forse no. Forse per capire davvero che cosa è successo (e perché è successo) occorre attraversare lo stretto della Florida e, giunti a Miami, spostarsi indietro di qualche settimana. Più esattamente al 29 marzo. Fu quel giorno che, organizzata da 30 diverse organizzazioni dell'esilio, una manifestazione imponente - tra le 30 e le 80mila persone, secondo i diversi calcoli - sfilò per le vie della città fino alla cubanissima "calle ocho" ed al Monumento al los Martires de Bahía de Cochinos (la Baia dei Porci). I 75 arresti erano, già allora, vecchi d'una settimana. Ma non era per protestare contro la repressione a Cuba che quell'enorme "Marcha de la Libertad con Dignidad" era stata convocata. Vero obiettivo della manifestazione era piuttosto - come ebbe e ribadire il principale oratore, il congressista repubblicano Lincoln Díaz-Balart (un nipote di Castro) - "la canagliesca leggenda che l'esilio vuol dialogare con i burattini del tiranno. Tutti coloro che oggi si gingillano con "la encuesticas y las campañitas" dovrebbero dare, oggi, un'occhiata alla calle ocho…".
Le suddette "inchiestine e campagnucce" erano quelle che, nei giorni precedenti, condotte dal Cuban Studies Group e pubblicate dal Miami Herald, avevano rivelato come una consistente maggioranza dei cubani dell'esilio (il 60 per cento) fosse, a conferma del profondo "cambio di pelle" maturato nell'ultimo decennio, favorevole al "dialogo e ad una democratizzazione pacifica dell'isola". E chi con quelle medesime "inchiestine" era nei giorni precedenti andato colpevolmente gingillandosi era nientemeno che il capo della poderosa Cuban American National Foundation (la Fundación come la chiamano a Miami), a sua volta responsabile d'aver pubblicamente dichiarato un'inedita disponibilità a dialogare, nel nome del futuro di Cuba, anche con "esponenti dell'attuale regime" (escluso, ovviamente, il medesimo Castro, presumibilmente già defunto al momento dell'inizio dei colloqui).
Questo aveva detto Jorge Más Santos, figlio d'arte ed erede politico di Jorge Más Canosa, storica nemesi di Fidel al di là dello stretto, morto sei anni fa di cancro. Ma ancor più interessante, anzi, assolutamente fondamentale, è considerare la vera ragione che aveva spinto lui a questa timida eppur sconvolgente dichiarazione; e, nel contempo l'ala dura dell'esilio - da tale dichiarazione puntualmente sconvolta - ad immediatamente mobilitare in piazza le sue ancor assai consistenti truppe. Quella ragione si chiama "Progetto Varela", una proposta di referendum popolare che, chiaramente prevista dalla costituzione socialista di Cuba e, dunque, perfettamente legale, propone l'introduzione di alcune basiche ed esplicite garanzie di libertà (di espressione e di iniziativa economica). I fatti sono noti. Quella proposta ha raccolto, dentro Cuba circa 11mila firme. Un'inezia in termini statistici. Un'enormità in termini politici.

Adesso tutto il mondo e, quel che più conta, tutti i cubani, sapevano che, per la prima volta, esisteva una piccola, ma riconoscibile "opposizione interna", non violenta e democratica, estranea allo storico scontro tra "los de adentro y los de afuera", tra una rivoluzione che non ammette defezioni ed un'altrettanto rigida (violenta e profondamente reazionaria) "controrivoluzione esterna".
Le fucilazioni e le condanne dei giorni scorsi sono state, nella sostanza, la risposta a questa nuova realtà. E contro questa medesima nuova realtà sono scesi in piazza furenti, quattro settimane or sono, i molti "irriducibili" di Miami. La storia della più recente repressione a Cuba è, soprattutto, la storia di questa paradossale convergenza. Ed è questo il vero punto di partenza. O il punto d'arrivo oltre il quale anche molti nobili ed antichi "amici della rivoluzione" si sono, come José Saramago, rifiutati di andare…


Argentina, Menem testa a testa con Kirchner
Jorge Damian Liotti su
la Repubblica

BUENOS AIRES - Ballottaggio il 18 maggio: è questo l'unico risultato chiaro delle elezioni in Argentina, visto l'equilibrio fra i candidati. I più accreditati per un secondo turno sono l'ex presidente Carlos Menem e il candidato appoggiato dal governo, Néstor Kirchner, entrambi peronisti. Secondo i primi exit poll della tv Cronica, Menem ha ottenuto il 29 per cento dei voti, e Kirchner il 20 per cento. Ma è presto per avere certezze: altri candidati, come il peronista Adolfo Rodríguez Saa e gli ex radicali Ricardo López Murphy ed Elisa Carrió, potrebbero riuscire a conquistare tra il 15 e il 20 per cento.

Per il momento, solo Menem è sicuro del secondo turno. "Stiamo vincendo in tutto il paese", ha proclamato il fratello dell'ex presidente, Eduardo. Ma López Murphy e Rodríguez Saa già denunciano brogli e irregolarità. Menem ha ottenuto la maggiore parte dei voti nei settori sociali più poveri, che ricordano con nostalgia l'epoca della "convertibilità", quando il dollaro e il peso erano alla pari. Per l'ex presidente hanno votato in particolare le province più povere del nord Argentina, molto meno i grandi centri urbani, come Buenos Aires, Rosario e Córdoba. Secondo gli analisti politici, però, il "caudillo" potrebbe avere problemi ad aumentare i voti nel secondo turno, perché molti elettori non lo rivogliono. "Tutto, ma non Menem" è la parola d'ordine della classe media, che non tollera il suo discusso stile di governo.

Kirchner, invece, ha ottenuto soprattutto il voto dei ceti medi urbani, disponibili a un governo di centro sinistra, che sia meno attento agli interessi dei grandi gruppi economici e più moderato in economia. Stati Uniti e Fondo Monetario Internazionale assistono con preoccupazione: Kirchner ha promesso che se arriva alla Casa Rosada rivedrà la privatizzazione dei servizi pubblici. Suo punto di forza per una seconda tornata elettorale è l'appoggio economico del governo, specialmente nella provincia di Buenos Aires, la più popolosa (con 13 milioni di abitanti, un terzo del totale) e roccaforte del presidente Duhalde.

Un ballottaggio tra Menem e Kirchner sarebbe anche lo scontro decisivo tra Menem e Duhalde, i due giganti del peronismo. Sarebbe anche un ballottaggio tra classi basse e classi medie, ma molti potrebbero decidere di non votare, per rifiuto del peronismo.



  28 aprile 2003