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sulla stampa
a cura di G.C. - 26 aprile 2003


Ciampi: "Non possiamo dimenticare quelle giornate"
Redazione de
la Repubblica

ROMA - "Non abbiamo dimenticato, non possiamo dimenticare quelle giornate". Così nel cortile del Quirinale, davanti a reparti delle forze armate e alle alte cariche dello Stato, (assenti Silvio Berlusconi e Marcello Pera) il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi ha ricordato i giorni della Resistenza al nazi-fascismo.

Passate in rassegna le truppe e consegnate le medaglie, Ciampi ha preso la parola per rievocare la guerra di liberazione che lo vide protagonista. "Questa celebrazione della festa del 25 aprile - ha detto il capo dello Stato - durerà anche quando non ci saranno altre città martiri da inserire nell'albo delle medaglie d'oro della Repubblica, perché questo giorno è per noi, insieme al 2 giugno, il giorno in cui ritroviamo il senso più profondo dei valori della patria".

Ciampi ha citato insieme l'8 settembre 1943, il 25 aprile 1945, il 2 giugno 1946, il 27 dicembre 1947 giorno della promulgazione della Costituzione e ha spiegato: "Queste date segnano la sequenza con la quale il popolo italiano si è posto al centro delle istituzioni, ha ridato loro senso, con un atto di fondazione che, nel Risorgimento nazionale, si era consumato solo in parte e che con l'Assemblea Costituente si è realizzato compiutamente". Una sequenza di date e fatti storici che, ha aggiunto il capo dello Stato, "è stata l'esperienza drammatica ma esaltante e formativa della mia giovinezza".


E l'ultimo pensiero del presidente va alla Costituzione scritta da "esuli, perseguitati politici, storici, giuristi di differenti ispirazioni culturali; c'erano alcuni tra quegli illuminati che nel confino dell'isola di Ventotene, in piena guerra, avevano prefigurato il tracciato di Unione che da cinquant'anni l'Europa sta percorrendo con coraggio e perseveranza, sostenuta dal convinto consenso dei cittadini e delle forze politiche".

"Oggi - ha proseguito Ciampi - la nostra Costituzione è viva ed attuale perché in essa gli italiani si riconoscono ogni giorno con il loro attaccamento al lavoro, alla solidarietà, all'impegno per la patria, nel servizio civile e in quello militare, nelle amministrazioni dello Stato, nelle forze dell'ordine, ma anche nel volontariato e nella semplice educazione alla libertà e alla collaborazione tra i cittadini". "La forza dei nostri valori - ha concluso Ciampi - ci dà serenità e fiducia per il futuro".


Sulla cerimonia l'ombra del partito degli assenti
Berlusconi, Pera, Fini
Redazione de
La Stampa

ROMA. Una volta, Carlo Azeglio Ciampi raccontò a un amico un episodio della propria giovinezza dal sapore dell'apologo: ragazzo, giusto un anno dopo il 25 aprile del 1945, incontrò in treno quello che era stato un suo compagno di scuola. Si raccontarono vicendevolmente le proprie storie. Uno era stato nell'esercito italiano e aveva preso parte alla Resistenza. L'altro, nell'esercito italiano e poi nella Repubblica di Salò. Parlarono e convennero, prima di abbracciarsi, che se solo un anno prima, si fossero incrociati, si sarebbero sparati.
Ieri, quel treno simbolico che trasporta i due vecchi ragazzi riconciliati ha fatto un'altra tappa. La tappa di un lungo avanzare a piccoli passi. Ciampi ha spalancato le porte del Quirinale, ha aperto una stagione per la quale l'anniversario della Liberazione, da ora in avanti, si celebrerà all'interno dell'istituzione che nella Repubblica italiana garantisce la continuità con la storia, con i valori della Resistenza trasfusi nella Costituzione. Venticinque aprile, 8 settembre, 2 giugno sono le tappe di uno stesso percorso. Quella che lo storico cattolico Giuseppe De Rosa ieri ha chiamato, ricevendo pubblico plauso dal presidente della Repubblica, "la costituzionalizzazione della memoria, da tradurre in scelte istituzionali di libertà e democrazia". Ma ieri, al Quirinale, non c'era col presidente della Repubblica chi materialmente gestisce il Paese. Non c'era Silvio Berlusconi e neppure in sua rappresentanza Gianfranco Fini, non c'era Marcello Pera ma in sua vece il diessino Cesare Salvi. C'erano invece Gianni Letta, Pier Ferdinando Casini, Beppe Pisanu che ricordava più volte "io qui rappresento il governo". Sarà un caso, ma son tutti epigoni di una gloriosa scuola di formazione democristiana all'attenzione istituzionale. Per carità, Silvio Berlusconi aveva fatto sapere di apprezzare molto l'iniziativa ma di essere bloccato in Sardegna da un infortunio alla mano, ma poi a quanto pare ha preso un aereo per andare a trovare la famiglia a Nizza. E Pera aveva illustrato a Ciampi le motivazioni della propria assenza. Ma l'uno, nella sua ultima pubblica dichiarazione da Porto Rotondo, aveva ribadito che la Costituzione è tutta da rifare. E l'altro invece aveva richiamato il valore della Liberazione "dalle tre guerre", un argomento tratto dai libri di studio di Norberto Bobbio. Per carità, ma quel che è successo è che è andata in scena la plastica rappresentazione di una innominata divisione tra Palazzo Chigi e Quirinale. Innominata perché, anche se il centrosinistra (che aveva ieri Massimo D'Alema in prima fila) sparava bordate ai massimi livelli per sottilineare le assenze, il Colle taceva. E tacere, per Ciampi il cui motto è stato per tutta la vita "parlano i fatti", è già un mezzo disappunto. Al quale forse si va perfino abituando, e che ha avuto passaggi anche più crudi, anche più espliciti. Come quando il Capo dello Stato prese carta e penna per spronare il governo a cooperare per il bene dell'Europa e Berlusconi fece sapere che prendeva la cosa come un apprezzamento alla sua politica estera.

Storia fondante la memoria collettiva: per Ciampi i valori della Resistenza non possono essere oggetto di alcun revisionismo, da quei valori è nata la Costituzione, celebrata ancora ieri come "frutto di un miracolo, della lungimiranza di un'intera classe dirigente, divisa su tante questioni, anche fondamentali, ma che si ritrovò unita da valori morali, senso dello Stato, amor di Patria". Come abbia celebrato Berlusconi il suo 25 aprile al momento non è noto. L'anno scorso, si recò sulla tomba di Edgardo Sogno.


Milano, Pezzotta interrotto dalle contestazioni
L'abbraccio di Cofferati
Paolo Foschini sul
Corriere della Sera

MILANO - Abbracciato persino da Sergio Cofferati, in nome del 25 Aprile. E tuttavia sommerso dai fischi della piazza, in nome dell'articolo 18. Si è chiuso così, in una selva di fischi e "venduto!" indirizzati a Savino Pezzotta, il corteo con cui Milano ha celebrato ieri la Festa della Liberazione dal fascismo. Fischi e grida provenienti sostanzialmente dalle frange più a sinistra della folla sotto il palco, perlopiù quelle di Rifondazione e di alcuni altri gruppi sciolti, ma comunque sufficienti a coprire il "Viva la Resistenza!", pure urlato nel microfono, con cui il segretario della Cisl ha terminato il suo comizio. "Queste contestazioni - è stato il suo commento ufficiale affidato ai cronisti - sono la miglior dimostrazione che il 25 Aprile ci ha portato la libertà e che chiunque può esprimerla. Peccato che proprio lo spirito del 25 Aprile sia tradito da questa intolleranza. Riflettano". Dopodiché, rivolto a mezza voce al dirigente della Cgil Carlo Ghezzi, non ha saputo trattenere uno sfogo un po' meno diplomatico: "Avete dato il whisky agli indiani, questi sono i risultati...". E dire che il pomeriggio, per lui, non era cominciato male. L'incontro con Sergio Cofferati, proprio all'inizio del corteo, era stato celebrato davanti ai fotografi con una calda stretta di mano e un abbraccio. "In politica non esistono nemici - aveva detto sorridendo - ma solo divergenze di pensiero: e io non serbo mai rancori personali". Senonché quasi subito, dai lati della sfilata, non è mancato chi vedendolo arrivare ha salutato il suo passaggio con qualche "torna a lavorare!", "vattene in Confindustria!" e così via. Fin troppo chiaro che il 25 Aprile non c'entrasse nulla, che l'oggetto degli epiteti riguardasse la posizione della Cisl sull'articolo 18, ribadita peraltro dallo stesso Pezzotta più tardi: "Rappresento quattro milioni di iscritti, la mia posizione è quella di far fallire il referendum, e non cambio idea". Fatto sta che il segretario non si è lasciato scoraggiare, "lascio che dicano, sono un democratico...": e una volta arrivato in piazza Duomo, salito sul palco e ascoltati tutti gli altri interventi, ha preso la parola per compiere il suo. Proprio quello destinato, secondo la scaletta programmata, a concludere la manifestazione. E sono partite le bordate.
Lui per un po' ci ha provato, a scavalcarle di forza: "Il 25 Aprile - ha gridato con rabbia - abbiamo conquistato libertà di parola ed espressione per tutti! Rispettatela!". "Venduto!", gli hanno risposto. E lui a quel punto si è rassegnato a leggere il suo discorso nel chiasso. Pochi sono riusciti a sentire le sue parole di condanna per il "regime dittatoriale fascista", per "l'assenza di Berlusconi" dalle relative manifestazioni, per il "Viva la Resistenza" finale.
Il primo a manifestare "a Savino" tutta la propria solidarietà è stato proprio Cofferati, che ha bollato le contestazioni al segretario Cisl come un "inaccettabile atto di intolleranza politica, contrario allo spirito della stessa Liberazione". E la segreteria della Cgil, con una nota, ha sottolineato che "l'attacco a Pezzotta è un attacco a tutto il sindacato: aver tentato di rovinare questo 25 Aprile proprio mentre la Festa della Liberazione viene messa da più parti in discussione è una responsabilità gravissima".



Trieste: gaffe del sindaco alla Risiera
Riccardo Bruno sul
Corriere della Sera

TRIESTE - Corri su fino a Basovizza per onorare gli italiani buttati nelle foibe dai "rossi" di Tito. Poi subito alla Risiera di San Sabba, dove bisogna rendere omaggio ai caduti per colpa dei nazisti. Tira fuori il discorso contro i comunisti e poi quello contro i fascisti. Mica facile per il sindaco Roberto Dipiazza, Forza Italia, districarsi in questo strano 25 Aprile triestino, spezzato e lacerato, dove ognuno piange e celebra i morti della parte sua. Così, nella confusione, Dipiazza inciampa nel peggiore degli errori possibili. Dopo aver letto un bel discorso, studiatamente cauto ed equilibrato, dovrebbe concludere: "Onore ai martiri. Viva Trieste! Viva l'Italia!". E invece aggiunge a braccio: "Onore ai martiri... delle foibe". Peccato però che in quel momento fosse alla Risiera, in quel campo di prigionia dove morirono in cinquemila e molti di più passarono per poi scomparire nei lager tedeschi. "Vergogna! Buffone!", gli urla un'anziana signora che si aggrappa alla transenna. Da un'altra al suo fianco si levano grida stridule, disperate. Il sindaco viene sommerso da fischi e insulti, e quando riafferra il microfono per sibilare: "Scusate, è stato un puro lapsus", è ancora peggio. Non ci si può sbagliare a Trieste, il 25 Aprile, in quei luoghi, tra quella gente che sente la memoria incidere ancora la propria carne.

Irrimediabilmente divisi in questa giornata della Liberazione. A voler stare dietro a tutti gli appuntamenti, senza scontentare nessuno, c'è da impazzire. Ore 8.30: posa simbolica da parte di un'associazione antifascista di un monumento in cartone al centro di piazza Goldoni, dove invece dovrebbe sorgerne uno vero, e contestato, dedicato alle vittime di tutti i totalitarismi. Ore 10: cerimonia di Provincia e Comune a Basovizza. Ore 11: ancora Provincia e Comune, ma alla Risiera di San Sabba. Non c'è però Rifondazione che, per protesta, entra dopo la fine dei discorsi ufficiali. Sempre in mattinata, convegno sulla Storia non raccontata , organizzato dal Fronte sociale nazionale, estrema destra. Nel pomeriggio, invece, pellegrinaggio a Basovizza di Forza Nuova e Skinheads veneti in camicia nera, che - con tanto di marcia, "attenti" e "rompete le righe" - depongono una corona di alloro in memoria dei martiri "dei vili assassini comunisti".
Si beccano tra di loro perfino due sopravvissuti alla deportazione, che prendono la parola alla Risiera. La medaglia d'oro Paola del Din vede lo sventolio di bandiere della pace e dice di stare attenti alle facili strumentalizzazioni. Ernesto Arbanas le dà il cambio, non ci sta, e loda invece proprio l'immenso popolo arcobaleno che in questi mesi è sceso in piazza.



Il nodo gordiano del referendum
Piero Sansonetti su
l'Unità

Nell'Ulivo e nei Ds si avvicina la battaglia sul referendum per l'estensione dell'articolo 18. Sarà una battaglia difficile, che creerà molte divisioni e può lasciare ferite profonde. I partiti più esposti, naturalmente, sono i due partiti maggiori, e cioè i Ds e la Margherita. Per due ragioni. Intanto perché sono quelli sui quali pesano le responsabilità politiche più grandi: sono i due partiti che rappresentano l'anima della “candidatura al governo” della sinistra. E in secondo luogo perché sono i due partiti con l'elettorato più vasto - anche più interclassista, come si diceva una volta - e quindi rappresentano interessi molto diversi. Quelli dei lavoratori dipendenti ma anche - specialmente in alcune regioni del centro nord - quelli della piccola impresa e dell'artigianato. Come si fanno a tenere insieme questi interessi di fronte alla secchezza del quesito referendario?
Nella Margherita i problemi politici non dovrebbero essere troppo grandi, perché una fortissima maggioranza è contro il referendum e chiederà di votare no (o di non andare a votare). Nei Ds la situazione è assai più complicata. Solo la componente liberal e - sul versante opposto - quella radicale di Salvi hanno le idee molto chiare. Il liberal voteranno no, o si asterranno, o annulleranno la scheda; i radicali voteranno sì. Una parte dei dirigenti fassiniani e dalemiani si sono schierati coi liberal: tra gli altri tre uomini di peso, come Gavino Angius, Cesare Damiano e Nicola Rossi. Però sono solo prese di posizione individuali. Angius ha precisato che comunque si atterrà alla disciplina di partito. Sarà molto difficile per il centro del partito, cioè per la maggioranza, trovare una posizione ufficiale che non crei nuove lacerazioni e non porti a rotture né con la Cgil né con le varie organizzazioni della piccola impresa.
Non è facile neppure la situazione della sinistra Ds, diciamo del correntone. Tirato dalla sua componente più radicale (Cesare Salvi, ma anche Giorgio Mele e altri esponenti della sinistra tradizionale, ingraiana) e naturalmente da Bertinotti, a scendere in campo in modo aperto per il sì (al fianco della altre componenti della sinistra dell'Ulivo, e cioè comunisti di Diliberto e Verdi). Però frenato da molte altre considerazioni. Soprattutto da tre considerazioni. Una relativa ai rapporti interni: il “correntone” è assolutamente contrario a una scissione, e teme che lo scontro sul referendum possa portare a divisioni molto profonde, che alla fine potrebbero diventare non più controllabili. La seconda ragione riguarda la natura sociale del “correntone”, che specialmente in Emilia e in Toscana ha legami - non meno della maggioranza - con zone dell'impresa e dell'artigianato. E rischia di rompere questi legami e di indebolire la sua presa di massa. La terza ragione è Cofferati, la cui identità politica è molto legata ad una linea sindacale assai netta e molto caratterizzata. Cofferati è stato per dieci anni il capo dell Cgil, l'ha guidata su una linea politica rigorosa e prudente (che non gli ha impedito di collaborare ma anche di opporsi ai governi di centro-sinistra), e non è un mistero che il suo giudizio sul referendum non è positivo.



Previti, l'ultima tappa del processo infinito
Giuseppe D'Avanzo su
la Repubblica

L'ultima mossa di Cesare Previti è una mossa che non si sa se definire grottesca o disperata. Annuncia una conferenza stampa a due passi da Montecitorio alla stessa ora in cui a Milano, per deciderne la sorte, il tribunale entrerà (a meno di colpi di scena) in camera di consiglio. Fa sapere che sarà disponibile a rispondere "a qualsiasi domanda i giornalisti vogliano porgli"(grazie per la cortesia, avvocato). Fa dire che, "be', insomma è anche disposto ad ammettere di aver frodato il fisco"(almeno questo lo si è capito da tempo). Grottesca o disperata che sia, la mossa è coerente. Fino alla fine, Cesare Previti non rinuncia alla strategia (la sola) con cui ha affrontato, or sono otto anni, quest'affare di sentenze comprate e vendute: tenersi lontano dal processo; tenersi lontano dai fatti che quel processo hanno sollecitato e sostenuto; tenersi lontano dall'affrontarli nell'unico luogo deputato, un'aula di giustizia, e secondo le regole del contraddittorio.

C'è da decidere se qualcosa è avvenuto e chi l'abbia causato. Nel nostro caso, è accaduto che siano state manipolate le sentenze Imi/Sir e Lodo Mondadori? Fu "aggiustata"la sentenza della corte d'appello di Roma che dichiarò nullo l'accordo tra i Formenton e la Cir e nullo il lodo arbitrale Mondadori? Fu barattata la sentenza del tribunale di Roma che condannava l'Imi al risarcimento dei danni subiti dalla Sir di Nino Rovelli (980,3 miliardi di lire)? E, se i baratti ci sono stati, sono gli avvocati Cesare Previti, Giovanni Acampora e Attilio Pacifico i corruttori e i giudici Renato Squillante, Filippo Verde e Vittorio Metta i corrotti?


Nel corso degli ultimi tre anni, si è provveduto a muovere pressioni inaudite per evitare di affrontare quei due interrogativi. Ma, ora che i giudici della IV sezione penale del Tribunale di Milano (Paolo Carfì, Luisa Balzarotti, Enrico Consolandi) devono finalmente decidere, contano soltanto i fatti.

A cominciare da una prima verità storica (e minimalista) che più nessuno - nemmeno un imputato - può negare: nel distretto giudiziario di Roma, c'erano influenti magistrati che si lasciavano amministrare dagli avvocati del Foro di Roma sostanziose risorse finanziarie all'estero. Per molte ragioni (deontologia, correttezza fiscale...) non era legittimo, ma era la sola illegittimità? No, ha sostenuto il pubblico ministero, quella consorteria era nata per manipolare i processi e truccarne gli esiti. In un mare di milioni di dollari, franchi svizzeri e vecchie lire sono otto dollari a dimostrare il passaggio di denaro diretto da Cesare Previti al giudice Renato Squillante.

Otto dollari: un niente se hai, come Cesare Previti, e parlo di un solo conto: il Mercier della Darier Hentsch di Ginevra, tre milioni e 659 mila dollari e 2 milioni 917 mila franchi svizzeri. Otto dollari, un'inezia per un avvocato che, cinque anni fa, così si autorappresentava: "Sono un professionista ricco e affermato. Nella mia vita professionale avrò movimentato all'estero decine e centinaia di miliardi. Cinquecento milioni sono per me poco meno che bruscolini". Miliardi di lire. Milioni di dollari. Epperò, saranno gli otto dollari di una banalissima commissione bancaria a inchiodare Cesare Previti alla prima variazione falsaria in cui inciampa in quest'affare. Occorre seguire il breve "viaggio" nel 1991 di 434 mila dollari.

È il 5 marzo del 1991. Da un conto del Credito Svizzero di Chiasso denominato Ferrido nella disponibilità di Giuseppino Scabini (dirigente delle tesoreria della Fininvest) viene accreditato al conto Mercier presso la Darier Hentsch di Ginevra l'importo di 434.404 dollari. Alle 13.25 dello stesso 5 marzo 1991, Cesare Previti dà disposizioni telefoniche alla Darier Hentsch di bonificare la stessa somma a favore del conto Orologio presso la Società Bancaria Ticinese di Bellinzona. Il funzionario, Jean M. Riva, compila un modulo interno all'istituto dal quale si rileva che l'importo da trasferire al destinatario era esattamente di 434.404. Con altra penna sono state aggiunte poi le spese di bonifico bancario pari a 8 dollari determinando in 434.412 dollari l'importo complessivo da addebitare sul conto Mercier.

Passano un'ora e 28 minuti... Ore 14.53. Parte un telex diretto alla Società Bancaria Ticinese con gli estremi del bonifico. Il funzionario Dionigi Resinelli compila un modulo interno annotando la telefonata di J.M. Riva della Darier Hentsch e specificando che "ci bonificano 434.404 dollari valuta 7.3 rif. Orologio - cop Bt - Ny (copertura Bank Trust New York)". Sullo stesso modulo compare l'indicazione Rowena (cerchiata) che attiene alla successiva identificazione del conto cui imputare l'accredito.

Il giorno dopo, 6 marzo 1991. La Società Bancaria contabilizza l'operazione accreditando l'importo al conto Rowena. Il 7 marzo, Dionigi Resinelli compila un ulteriore modulo ove annota la telefonata di Renato Squillante (indicato come Rowena Sq) unico beneficiario economico del conto.

Il magistrato dispone l'impiego della somma da dividere "in 5 parti - US$ 86.880,80 - 2 per Roby - 1 x figlio (761) - 2 x inv. a tre mesi". Quel conto Orologio permetteva a Cesare Previti di sorridere con fastidio dinanzi alle domande dei ficcanaso: "Non c'è un rapporto diretto tra un mio conto e un conto di Squillante. I soldi li ho dati al conto Orologio e, con i tanti miliardi che ho movimentato, non posso ricordare la ragione di quel versamento di sei anni fa e nemmeno di chi fosse quell'Orologio". Purtroppo per Previti e Squillante, la Società Bancaria Ticinese comunica che "non è mai esistito un conto Orologio" e precisa: "Il riferimento Orologio è stato dato da Cesare Previti per accreditare alla Rowena il bonifico di Usd 434,404 fatto dalla Hentsch di Ginevra". Dunque, se non c'è più l'anello Orologio, il rapporto diretto tra il Mercier di Previti e il Rowena di Squillante è dimostrato. È il primo fatto del processo (cocciutamente a lungo negato). Dimostra che Renato Squillante ha ricevuto direttamente da Cesare Previti il denaro e che la volontà di bonificare il denaro faceva capo direttamente a Previti senza mediazioni di terze persone.

Il saldo del conto Mercier dimostra però anche che il bonifico sul quel conto era inequivocamente destinato a Renato Squillante rimanendo a carico del conto Mercier anche la commissione bancaria di otto dollari. Otto dollari, un niente. I guai di Previti (i fatti che accusano Previti) cominciano qui.



Parte la sfida sui sindaci, tra un mese al voto
Gigi Padovani su
La Stampa

I leader dei partiti ormai si stanno preparando: da domani prende il via una lunga campagna elettorale "a tappe" e a "macchia di leopardo", per sette settimane. Berlusconi è annunciato in Friuli per il prossimo weekend. Claudio Scajola, coordinatore per le amministrative di Forza Italia, incomincia mercoledì un tour nel Nord Est. La Lega sta organizzando centinaia di pullman per il tradizionale appuntamento sul pratone di Pontida, domenica prossima. E anche gli staff di Fassino e Rutelli oliano le tappe di un loro giro nel Nord - dove hanno soprattutto speranze per Illy a Trieste -, oltre che per la battaglia sulla Provincia di Roma, con Gasbarra testa a testa con Moffa. Quanto a Follini e D'Antoni, si preparano alla rivincita (grazie al riconquistato "scudo crociato") in Sicilia e nel Sud. Come sempre "contro corrente", Clemente Mastella è l'unico segretario di partito a candidarsi in prima persona. Ma il leader dell'Udeur non sarà in lizza con l'Ulivo: a Ceppaloni, suo paese d'origine di 3400 abitanti in Campania, guiderà una lista civica appoggiata anche da Forza Italia.
Tra la Lega che corre da sola in tutto il Nord, le divisioni nel Polo anche a Catania, le polemiche tra Rifondazione e riformisti Ds e Margherita, questo voto si annuncia però piuttosto anomalo e sarà forse di difficile lettura. Di sicuro, nella maggioranza in molti si affrettano a sottolineare che non si tratterà di un test per il governo. Anche se l'esito della guerra in Iraq, si sa, ha ridato fiato alle speranze della Casa delle Libertà. Ma il centrosinistra cerca una prima rivincita dopo le politiche del 2001 e si getterà pancia a terra per sostenere i propri candidati, molti dei quali amministratori uscenti, come Corsini a Brescia e Fontanelli a Pisa. Mancano dunque quattro settimane: poi, il 25 e 26 maggio, andranno alle urne 495 Comuni e 12 Province. Quindi, domenica 8 giugno ci sarà il secondo turno per eleggere i sindaci, mentre in contemporanea - anche lunedì 9 - si voterà per due Regioni autonome, il Friuli Venezia Giulia e la Valle d'Aosta.

Gli occhi di tutti saranno puntati su Treviso, dove il Carroccio non può ripresentare il sindaco uscente Giancarlo Gentilini (noto come "SupeG") e allora ha messo in cantiere una lista con il suo nome e un candidato primo cittadino dichiaratamente da "prestanome"o, cioè il segretario veneto ed eurodeputato Gian Paolo Gobbo. A Vicenza rischia un po' il pediatra Enrico Hullweck (sindaco uscente di Forza Italia, alle cui nozze il 16 marzo scorso ha partecipato Berlusconi come testimone), visto che la Lega al primo turno mette in campo in numero due del partito, Stefano Stefani, con l'appoggio della presidente della Provincia Manuela Dal Lago.
Anche a Brescia candidati eccellenti per l'avvocato leghista Cesare Galli, che corre in alternativa alla vicepresidente An della Regione Lombardia, Viviana Beccalossi: sono in lista Castelli, Molgora e Cè. Non mancano i "big" anche nel centrosinistra: a Roma con Enrico Gasbarra corrono i diessini Vincenzo Vita e Giovanna Melandri, oltre a Oliviero Diliberto per i Comunisti italiani. In Sicilia e in genere nel Sud, a parte la disfida di Ceppaloni, sarà l'Udc a contendere il primato agli alleati, con un inedito Nuovo Psi con propri simboli e propri candidati.


La carta cinese di Parigi
Angela Pascucci su
il Manifesto

Con un gesto senza precedenti, il primo ministro francese Jean Pierre Raffarin, in visita ufficiale a Pechino, ha invitato ieri la Cina a unirsi al club dei G8 in occasione del prossimo vertice che si terrà dall'1 al 3 giugno nella francese Evian. L'invito è stato rivolto al neo presidente cinese Hu Jintao a nome del presidente Chirac che "desidera sinceramente la vostra presenza a questo grande incontro internazionale", e con studiata sfida diplomatica è stato legato alla posizione cinese nella crisi irachena quando Raffarin ha elogiato, citando sempre il capo dello stato francese "la qualità dei contatti tenuti regolarmente durante la crisi in Iraq". Una mossa che ha una valenza politica enorme, forse nuova benzina sul fuoco nelle tese relazioni tra Washington e Parigi, la quale con tutta evidenza ha deciso di vender cara la pelle. Non è peraltro chiaro quanto la decisione di invitare la Cina a sedersi per la prima volta al tavolo esclusivo dei ricchi e potenti sia stato concordato con gli altri membri del proprio campo, in particolare con la Germania, che fra Gran Bretagna, Giappone, Italia e Canada è decisamente l'unica alla quale Parigi possa rivolgersi per cercare un sostegno che faccia da contrappeso agli Usa. La prima reazione tedesca all'iniziativa, raccolta ieri sera dall'agenzia Reuters presso un anonimo diplomatico è stato un "Ci risulta del tutto nuova".

Parigi fa evidentemente valere la circostanza di essere la potenza ospite del vertice, oltre al fatto storicamente ineccepibile di essere il paese che, nel 1975 con Giscard d'Estaing, ebbe l'idea di questo tipo di incontri. Ma la coincidenza con questa fase di scontro con gli Stati uniti è troppo evidente per non essere voluta. Né attenuano la portata del gesto le motivazioni addotte, e cioè l'intenzione francese, condivisa dai suoi partner, di concentrare il summit di Evian sulla difficile congiuntura economica mondiale e sullo sviluppo. "Perciò abbiamo espresso il desiderio che la Cina sia presente, visto il tema della nostra discussione" ha spiegato Raffarin ai giornalisti, parlando anche, per la verità confusamente, della necessità di coinvolgere anche l'Africa e "altri paesi".


Ma non c'è dubbio che un invito al G8 rappresenti, per la nuova leadership di Pechino, un grande riconoscimento del ruolo internazionale della Cina. Soprattutto nel momento in cui l'epidemia di polmonite atipica che colpisce il paese, rischia di metterlo alle corde. In questo senso non c'è dubbio che Parigi abbia scelto il momento opportuno. Jean Pierre Raffarin è arrivato a Pechino accolto con tutti gli onori, 20 colpi di cannone e guarda schierata, primo premier occidentale a sfidare, per di più senza mascherina, il cordone sanitario che sta isolando la Cina. Ha poi presenziato alla firma di contratti miliardari, fra tutti quello per l'acquisto di 30 Airbus (1,7 miliardi di euro), con scorno dell'americana Boeing, e un altro per 65 milioni di euro a favore del gruppo Alstom, che costruirà una centrale elettrica nel Sichuan.

Nello scambio reciproco di colpi, gli Stati uniti hanno, a loro volta, annunciato ieri che ridimensioneranno notevolmente la loro partecipazione all'Air Show di Parigi, una delle più importanti esposizioni mondiali per l'industria aerospaziale e l'hardware connesso. Una decisione che però rischia di essere un autogol, come alcune imprese americane del settore stanno cercando di far capire. Il patriottismo ha i suoi limiti, in genere nel portafoglio.

Tareq Aziz, cattura da cinema
MI. CO. su
il Manifesto

Gli americani starebbero già interrogando Tarek Aziz, l'ex-vice premier iracheno arrestato giovedì notte nel quartiere Zayuna della capitale Baghdad. Gli Usa sperano di ottenere da Aziz informazioni su Saddam e sulle famose armi di sterminio, in nome delle quali hanno attaccato l'Iraq, ma che non si trovano. Aziz, 67 anni, il volto del regime di Saddam più conosciuto nel mondo in quanto ministro degli esteri per molti anni, è stato arrestato con un blitz notturno inutilmente spettacolare, perché - diverse fonti concordano - lo stesso ex ministro avrebbe negoziato la resa.

Sia come sia, unità speciali dell'esercito americano equipaggiate con visori notturni - appoggiate da carri armati e fuoristrada - si sono arrampicate sul muro di cinta e sulle palme attorno all'appartamento dov'era Aziz e lo hanno catturato senza sparare un colpo. Alcuni parenti di Aziz, citati dalla televisione Cnn, hanno detto che sarebbe stato il loro congiunto a organizzare la resa, per evitare una cattura traumatica, dal momento che Aziz ha avuto recentemente un paio d'infarti. Entusiastico il commento all'operazione del portavoce della Casa bianca. Ari Fleischer ha detto che "si preannuncia un futuro più solido per il popolo iracheno, un futuro di libertà, perché ciò che resta del regime Baath è stato catturato o si è arreso". In realtà Tarek Aziz è solo il numero 43 nella lista dei 55 maggiori ricercati del regime iracheno e, di quella stessa lista, i primi tre presi sono il numero 10, 18 e 21.

Dopo Tarek Aziz, ieri è caduto nelle mani degli Usa anche Farouk Hijazi, ex numero due dei servizi segreti iracheni. Gli Stati uniti considerano Hijazi, arrestato nei pressi del confine con la Siria, un personaggio-chiave per dimostrare i mai dimostrati rapporti tra il regime iracheno e il terrorismo internazionale.

Sul fronte della "ricostruzione", il presidente George W. Bush in un'intervista alla Nbc ha messo in chiaro alcuni punti: la settimana prossima gli Usa faranno arrivare all'Onu la loro bozza per l'abolizione delle sanzioni economiche all'Iraq. Proporranno la gestione americana del petrolio iracheno e un ruolo "limitato" per le Nazioni unite: un vero e proprio schiaffo per il segretario generale Kofi Annan che aveva rivendicato per le Nazioni unite un ruolo di primo piano nel dopo Saddam.


E nel venerdì musulmano dedicato alla preghiera, sciiti e sunniti si sono trovati d'accordo nel respingere l'occupazione anglo-americana. Abdul Aziz al-Akim, numero due del Consiglio supremo per la rivoluzione islamica in Iraq (Sciri), principale gruppo sciita, ha dichiarato alla folla di fedeli riunita a Baghdad: "Non faremo parte di un governo che ci fosse imposto". Lo sceicco Moayyad Ibrahim al-Adami, leader religioso sunnita, ha esortato i fedeli a respingere la presenza americana nel paese, perché "non vogliamo sostituire un tiranno con un altro".


  26 aprile 2003