prima pagina pagina precedente salva il testo



sulla stampa
a cura di G.C. - 25 aprile 2003


Ciampi fa appello all'unità: "Non è giorno di scontri"
"Pietà per tutti i morti, ma sulle ragioni bisogna essere netti"
Giorgio Battistini su
la Repubblica

ROMA - "Unità non vuol dire che tutto è uguale". La Liberazione, il ricordo del 25 aprile dev'essere una festa il più possibile unitaria, "non un momento di contrapposizione e di polemica". Ma senza pasticci revisionisti. Il presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, lo spiega così: "La Liberazione deve essere una data che unisce, non che divide". Ma ci sono cose - aggiunge - "inconfutabili, sulle quali non si può transigere". Cose il cui significato non è possibile annacquare, sulle quali tutta l'Italia deve aderire. Valori e conquiste all'origine della "nostra Costituzione. Se si negano quelle si colpisce anche la Costituzione".

Per esempio, non c'è dubbio che la Liberazione affrancò l'Italia dalla dittatura. "C'è un preciso nesso tra 25 aprile e a monte il Risorgimento, a valle la Costituzione". C'è un forte legame ideale tra questi tre momenti della storia nazionale. "I costituenti interpretarono quel che non era stato fatto nel Risorgimento, per questo incompleto. E venne infatti completato con la Costituzione del '47", il Secondo Risorgimento appunto. "Quando sono venuto qui al Quirinale questa era ancora l'interpretazione d'un gruppo ristretto. Ora mi pare un'opinione largamente condivisa". Festa di tutti quelli che amarono e amano la libertà, dunque. La Liberazione per il presidente fu un fatto corale, di massa, così come la Resistenza era stata un evento molto pluralista nelle sue componenti. Che consentì ai partigiani di restare sulle montagne, al sicuro, "avendo il soccorso della popolazione. In Abruzzo, a Scanno, ero con un mio amico ebreo, ci muovevamo come fuggiaschi tra i villaggi. Ma quando andavamo a bussare a una porta scambiando un paio di stivali (io ne avevo due) contro tre chili di grano, mai abbiamo avuto il sospetto o la paura che qualcuno ci tradisse, ci denunciasse".

A poche ore dalla cerimonia ufficiale, per la prima volta nel cortile d'onore del Quirinale (gran segno di solennità e rispetto per la ricorrenza, quasi a voler lasciar fuori dispute e contrasti), con la consegna delle medaglie d'oro ai gonfaloni di sei città, il capo dello Stato riflette sul senso reale delle ultime polemiche. Che (da destra) sembrano voler ridiscutere i fondamenti storici della democrazia italiana. Ciampi, che parlerà stamattina per una decina di minuti leggendo un discorso di appena tre pagine, evita d'interporsi nel conflitto destra-sinistra. Ma non accetta alcun revisionismo frutto di strumentali forzature storiche. I morti sono tutti uguali, ma le ragioni per cui s'è combattuto erano molto diverse, talora opposte. "Ci mancherebbe altro", osserva tornando con la memoria a quelle sue parole sui giovani morti per Salò che tanto consenso gli procurarono a destra.


Si spiega meglio, il presidente, nel definire quel che può essere consentito dal tempo trascorso e da una pacata rivisitazione storica. "Posso anche riconoscere che alcuni dei giovani che hanno combattuto nelle file della repubblica di Salò lo fecero in buona fede, per servire la patria". Solo questo, nulla di più. E infatti, ricorda, quando il senatore Pellicini gli chiese di andare oltre nell'equiparazione fra le vittime, rispose senza esitazioni: "Oltre non vado". Un modo per dire che solo riconoscendo con sincerità verità e valori incontestabili è possibile arrivare a una reale e onesta conciliazione con chi combattè dall'altra parte. Quella sconfitta dalla storia.

Premessa d'obbligo, questa, alla quale il presidente aggancia una memoria personale. "Contro quella causa combatterono le Forze armate italiane rimaste fedeli allo Stato, consonanti con la risorgente Italia democratica e con la stessa Resistenza, che ebbe una pluralità di manifestazioni. Dal comportamento dei militari all'azione delle formazioni partigiane, alle battaglie combattute dal corpo di liberazione". "Pluralità" sta a significare che fu un intero popolo, nelle sue varie componenti, a scrivere la pagina della liberazione che oggi si ricorda. Perciò è necessario porre alcuni paletti: "E' vero, i morti sono morti e tutti hanno diritto alla nostra pietà. Posso capire quel che si fa a Genova, dove sarà reso un ossequio al cimitero senza distinzione di causa. Ma bisogna essere molto netti sulle ragioni. E' una realtà, le divisioni non c'entrano".


Il venticinque aprile è per Ciampi (e stamane sarà la storico cattolico Gabriele De Rosa a rileggere Resistenza e Liberazione, attento soprattutto all'impegno della società civile del tempo) memoria del risveglio d'un popolo che si riappropria della sua storia. Il presidente ne parla attingendo ancora alla sua esperienza di vita, ai ricordi personali. "Sono cose che ho ben chiare perché le ho vissute personalmente", ama ripetere. "Quel che ho cercato di fare è stato valorizzare tutte le componenti della Resistenza, quella laica, liberalsocialista e anche militare, tutte impegnate insieme alla punta armata, quella più avanzata e coraggiosa, del movimento partigiano". E Resistenza furono, spiega, "in senso lato", episodi come Cefalonia e la corazzata Roma, così come il "comportamento del popolo nei duri mesi fra il '44 e il '45", quando si manifestò una vasto appoggio "per la causa che si affermò poi con il 25 aprile".

L'impegno più massiccio fu quello dei cittadini che rischiavano la vita per aiutare gli antifascisti. "Nel libro degli studenti di Sulmona che mi è stato presentato ieri, il "Sentiero della libertà", si racconta proprio il sentimento della popolazione verso gl'innumerevoli fuggiaschi e militari alleati che vagavano per le campagne. Davano vitto e alloggio col rischio di venire fucilati. Era la pena prevista per chi ospitava il nemico". Italiani che proteggevano altri italiani. Mentre lo Stato era in fuga. Altro che la "morte della patria" di cui parlavano alcuni intellettuali. "Non posso dimenticare il mio 8 settembre. Quello di un giovane di 23 anni che passò alcune notti senza dormire. Mi trovai sottotenente dell'esercito italiano, solo, a Castiglioncello. La mattina dopo mi misi in divisa e andai al comando: "Agli ordini". Risposta: "Si tolga subito la divisa, ringrazi Iddio e se ne vada a casa". Avevo una laurea in lettere e una formazione che m'aveva aiutato a capire tante cose, ma non avevo ancora un orientamento così definito come quello di Alessando Natta, che aveva studiato con me alla Normale di Pisa e aveva già fatto le sue scelte. Io ero ancora un giovane legalista, un sottufficiale guidato dal suo senso del dovere. Lo Stato italiano era al sud, io volevo andare al sud per raggiungerlo. E così feci. Finalmente tranquillo con la mia coscienza".


La “guerra delle celebrazioni” e la “memoria intera”
Marzio Breda sul
Corriere della Sera

ROMA - La "guerra delle celebrazioni" è riassunta in un paio di fascicoli azzurri appoggiati sulla scrivania del capo dello Stato. Cartelle gonfie di resoconti, di interviste, di commenti su un 25 Aprile nel quale la politica replica vecchie divisioni. I dossier sono chiusi e Carlo Azeglio Ciampi vi appoggia sopra la mano con l'aria di dire: non parliamone, teniamoci su un livello diverso, dove sia possibile che tutti si incontrino. Ma quella mano stesa, così come non può sterilizzare le polemiche, non sottintende arretramenti rispetto al lavoro sulla memoria in cui il presidente della Repubblica si è impegnato. Significa un'ancora più precisa "scelta di uomini, episodi e luoghi da ricordare", imponendosi parole da "riconciliatore", secondo una volontà che annunciò fin dal giorno dell'insediamento al Quirinale.
"L'obiettivo che mi sono prefisso allora, e che gli italiani mi hanno aiutato a confermare dentro di me, è di ritrovarci tutti insieme in una storia comune - spiega al Corriere il capo dello Stato -. Una storia fatta di momenti esaltanti e di errori, di progressi e di scontri politici e sociali. Insomma, fatta di Caporetto e Vittorio Veneto, fatta di 8 Settembre e 2 Giugno. E di 25 Aprile, ovviamente. In modo che si possa avere una "memoria intera"".

Mentre il capo dello Stato riflette in solitudine sulla cerimonia che lo aspetta, dal cortile d'onore del Palazzo rimbalzano le martellate degli operai che montano il palco, i passi dei corazzieri in marcia e le voci dei funzionari del protocollo che pianificano le entrate in scena. D'ora in poi la festa si terrà qui, assumendo forme e sostanza più solenni e "istituzionali".
Sarà una delle due verifiche di quest'anno per la sua azione di "pedagogia civile". E infatti due sono le date-spartiacque del nostro calendario sulle quali Carlo Azeglio Ciampi intende concentrare i propri sforzi: il 25 Aprile e l'8 Settembre. Entrambi momenti di svolta della storia nazionale, la liberazione dal nazifascismo e il giorno dell'armistizio (il fatidico "tutti a casa" di cui ricorre il sessantesimo anniversario), che per molto tempo sono stati letti in chiave contrapposta da studiosi e politici. Alimentando quelle intermittenti polemiche che oggi sono sfociate in reciproche accuse di "uso politico" della storia.
Qualcuno sostiene che proprio questo combattersi "a colpi di passato" e questa difficoltà di accettare identiche basi fondative dello Stato in fondo rispecchiano il nostro modo di essere italiani. Come a dire che avremmo un'identità debole e attraversata da tensioni in quanto sarebbe congenitamente debole la genesi della nostra italianità, e incerto e inquieto il suo sviluppo. Su tutto, poi, peserebbe ancora tantissimo il fatto di aver avuto, e mantenuto a lungo, memorie separate.
E' una tesi che è quasi inutile girare a Ciampi: non la ama e non la condivide. Così, sono "cuore e ragione" a spingerlo a percorrere oggi nuove strade, "per celebrare, informare e formare insieme", spiega. Per ricomporre vecchi rancori e fare in modo che "da quelle crepe identitarie non covino nuove divisioni".
Il doppio programma che ha messo in cantiere stavolta nasce da una ricerca svolta su suo mandato dallo staff del Quirinale, un'istruttoria in qualche modo corroborata dalle 70 tappe toccate finora dal presidente nel lungo "viaggio in Italia".
"Sì, il conforto della gente comune è stato fondamentale in questo mio lavoro della memoria", dice il capo dello Stato, spiegando con quale spirito si muoverà. "Ovunque, nelle città e nei paesi, ho sentito, e sento da tanti indizi, un forte bisogno di patria e di unità, di reciproco riconoscimento in radici comuni, di riconciliazione senza amnesie. Per questo, nella prima parte del settennato, ho scelto di ricordare certi passaggi del nostro passato recente. E ora mi sembra giusto farne riemergere altri, trascurati se non quasi dimenticati. Lo ripeto: la mia aspirazione è che ci si ritrovi tutti emancipati dentro una storia comune".
Gli atti della ricerca alla quale ha attinto Ciampi per orientare nei prossimi mesi il proprio impegno sul "dovere della memoria" sono raccolti nel suo studio privato e nelle stanze della segreteria.
Sono i fascicoli che gli ha portato il "Comitato per la verità e la giustizia sulle stragi nazifasciste", con gli elenchi di 695 carneficine "dimenticate" per anni nel cosiddetto "armadio della vergogna". Sono le pagine di Pier Paolo Bergamini sulla tragedia della corazzata "Roma", affondata con i suoi 1.253 marinai il giorno dopo l'armistizio. Sono i dossier che gli sono stati trasmessi dagli uffici storici delle forze armate e le ricerche di certe università. Sono gli appunti dei colloqui avuti con amici e studiosi. Sono le decine di memoriali, epistolari e altri infiniti frammenti di microstoria spediti sul Colle da tanti italiani, illustri e non.
Un paio di esempi. Il diario dello storico cattolico Gabriele De Rosa, che a El Alamein verbalizzava il proprio "tormento di coscienza per una guerra sbagliata", e che - guardacaso - ha "trovato il coraggio" di pubblicare quelle pagine dopo la visita di Ciampi nel sacrario del deserto egiziano. E poi la lettera del senatore di An Piero Pellicini, che un anno fa a nome del padre chiedeva "una parola pubblica di pace e di rispetto anche per coloro che ritennero di fare il proprio dovere combattendo dall'altra parte", quella dell'ultimo fascismo.
L'appello di Pellicini il presidente della Repubblica ha voluto raccoglierlo, nei mesi scorsi, "nel desiderio di concorrere a rafforzare la coesione nazionale", ma senza "improponibili revisionismi" (come disse seccamente il 25 Aprile dell'anno scorso nella piazza di Ascoli Piceno, e come ripete adesso), e comunque senza parificazioni tra i combattenti della Resistenza e quelli della Repubblica Sociale. E ha appoggiato una forma di ricomposizione, purché non contempli appunto ambigue revisioni e purché resti fermo il "giudizio storico" sulla fosca avventura di Salò.
Ha scritto Ciampi al senatore di Alleanza Nazionale: "Non si può dimenticare che la Repubblica Sociale appoggiò con la sua azione la causa del nazismo... anche se scelte individuali di adesione furono ispirate al convincimento di fare in tal modo il proprio dovere".

Hanno detto alcuni storici che, prima di questo presidente, la memoria della Resistenza si era nel tempo "raffreddata e ingessata", sino a regredire in un ritualismo "senza slancio né passione". E' un giudizio ascoltando il quale Ciampi si aggronda, e che in ogni caso non commenta. Ma è un fatto che si è imposto di rianimare i valori del patriottismo, della Resistenza e del Risorgimento nelle coscienze degli italiani, e soprattutto delle generazioni più giovani. Muovendosi quasi secondo la prassi psicoanalitica del "regredire per progredire".
I provvisori effetti di questa "politica della storia" (lo dicono parecchi indicatori, tra i quali la grande partecipazione popolare alla rinata festa del 2 giugno) dimostrano che l'opera di Carlo Azeglio Ciampi non è percepita come stucchevole o passatista o imposta dall'alto.
Ma ora il presidente vuole andare oltre, insistendo su due versanti.
Il primo: "Per rilegittimare le basi morali della lotta di liberazione e riproporre la saldatura che c'è tra lo Stato nato dal Risorgimento e la Repubblica di oggi, sottolineando come nei sentimenti della gente questa continuità fosse avvertita", in coerenza con l'idea di una Resistenza che fu un "Secondo Risorgimento".
Il secondo: "Per far riscoprire le tante forme di Resistenza che ci sono state, riferibili appunto ad un comune terreno di idee già dissodato dai patrioti della metà dell'Ottocento".
E' un doppio tasto toccato più volte dal presidente, forse nella tesi tolstoiana di una storia che nasce dal basso ed è fatta dalle masse, e che quindi non può coincidere con la concezione "eroica" di una storia fatta invece dai pochi e, nel caso dell'Italia, soprattutto da avanguardie della sinistra.
Una convinzione maturata attraverso la sua personale esperienza del 1943-1945 (sintetizzata in alcune pagine di diario dell'estate 1944 pubblicate da Laterza, con il titolo “Il sentiero della libertà”), che lo ha portato a far riemergere certe realtà dimenticate dalla zona d'ombra - "zona grigia" direbbe magari qualcuno - dove si è a lungo preteso di relegarle.
E che lo porterà a rimarcare ancora una volta, con viaggi progettati ad hoc , come ci sia stata "una coraggiosa Resistenza militare, dei soldati che si batterono contro le truppe naziste a Cefalonia, nell'Egeo, in Corsica, nei Balcani"; "una Resistenza dolorosa dei nostri prigionieri nei campi di concentramento", 600 mila, molti dei quali non accettarono di "svendere la coscienza con la sopravvivenza" e rifiutarono opportunistici reclutamenti sotto le insegne di Salò; ancora, "una Resistenza silenziosa della popolazione civile, specie delle campagne, che aiutò feriti, fuggiaschi e combattenti" (quei contadini che "divisero il pane che non c'era", come hanno scritto gli studenti dell'Abruzzo dove Ciampi si rifugiò per un inverno). E su tutto, certo importantissima, anche "una resistenza attiva delle formazioni partigiane", che fu decisiva specialmente al Nord.

Per cui ricorderà la battaglia di Porta San Paolo, l'8 settembre, nella Roma che era una "città aperta". E l'affondamento della "corazzata Roma", la nave più importante della nostra flotta, il 9 settembre, al largo dell'Asinara. E andrà in alcuni teatri di feroci rappresaglie e di stragi dei nazifascisti, su tutti Boves e San Dalmazzo. E il 23 settembre sarà a Palidoro, dove avvenne il sacrificio di Salvo D'Acquisto. E il 28 settembre si sposterà a Napoli per le "quattro giornate". E poi a Mignano Montelungo, l'8 dicembre, per commemorare la celebre e cruenta battaglia. E poi nella Reggio Emilia del massacro dei fratelli Cervi, e a Montecassino, e in altri luoghi ancora...
Tuttavia la visita forse più carica di significati, nella mente di Ciampi, è quella che sogna di fare - "quest'anno o il prossimo, vedremo", dice - nell'isola di Ventotene, per ricordare la liberazione dei confinati del fascismo. Tra di loro c'era anche Altiero Spinelli, il cui Manifesto di Ventotene elaborato in prigionia dimostra l'ansia europeista che già percorreva quell'Italia e che era il più alto sviluppo del senso di patria.
E' a questo punto del colloquio, riflettendo sulla "generazione che alla fine del Secondo conflitto ha saputo cambiare il mondo", che il capo dello Stato ritrova tante chiavi del proprio imprinting culturale e politico. Ossia: l'ansia per la libertà e la democrazia nell'unità del Paese, il legame con una Costituzione vissuta come una "insostituibile bussola", il progetto di "creare insieme una casa comune europea".

Passato, presente e futuro: tutto si tiene, Risorgimento, Resistenza, Costituzione repubblicana, Unione europea, nella lettura storico-politica del capo dello Stato. E basterebbe scorrere qualche riga del suo diario del 1944, per trovare conferma di quelle idee.
Scrive il sottotenente Ciampi l'11 aprile 1944 da Bari, dove aveva raggiunto l'esercito del Sud: "L'ambiente del "9° Autieri" mi appare di giorno in giorno peggiore: dal punto di vista politico è un covo di fascisti e retrivi conservatori o, al meglio, di scettici al cento per cento. Questo è quello che mi fa più rabbia e oggi, discutendo con due colleghi, a un certo punto sono stato costretto a scattare. "Il popolo italiano", dicono, "non è maturo, è un popolo di servi": è la solita ributtante frase di chi vuol fare l'uomo superiore e fregarsene di tutto. Sarà pure difficile, rispondo io, l'opera di rieducazione ed elevazione morale e politica, così difficile da far temere addirittura una quasi-impossibilità, ma perché non voler almeno tentare? "La cosa sarà così lenta che i frutti non li potranno vedere se non i nostri pronipoti, e allora perché debbo affaticarmi io?", ha avuto la sfacciataggine di ribattere uno. A questo punto, pur conservando una calma apparente, sono scattato".
Ma lo sfogo privato del giovane ufficiale Ciampi prosegue su un altro fronte: "Altro argomento negativo", annota sul suo taccuino, "è quello di ammettere una disonestà e malafede generale, per cui tutti agiscono solo per il proprio sudicio vantaggio... Infine, in molti l'animo è ancora fascista e si seguita a dire che il fascismo era una gran bella cosa, e solo la disonestà di alcuni lo ha rovinato. Dopo questa discussione, un collega mi ha consigliato di moderarmi perché potrei avere delle noie di servizio dai più elevati di grado, di opinioni politiche fascisteggianti. Invece ora che so questo, pigerò sull'argomento quanto più ad alta voce potrò. Di punizioni disciplinari non me ne importa. Se poi non mi vogliono, mi mandino altrove, gliene sarò grato".
Ecco come ragionava il presidente nei mesi della sua "Resistenza tricolore". Quando, l'ha raccontato tante volte, era "come creta che a poco a poco si andava plasmando" soprattutto sulle idee del suo maestro alla Normale, il filosofo Guido Calogero.
Quando sognava "un Paese finalmente libero, né fascista né comunista".
Quando partecipava alle riunioni del Partito d'Azione, l'unico nel quale abbia mai militato (ma soltanto fino alle elezioni del 1947).
Quando confrontava le proprie esperienze con gente come Giorgio Amendola e Carlo Lavagna, Giorgio Spini e Aldo Moro.
Quando mostrava tutta la sua intransigenza di fronte ad altri giovani come lui, ma spesso più fragili e incerti sul futuro, o forse solo più cinici.
A rileggere quelle pagine lontane nel tempo e a confrontarle con i suoi discorsi da presidente della Repubblica (discorsi in questi giorni raccolti e stampati in un doppio volume), non si nota alcuna discontinuità.
Ciampi è rimasto quello di allora. E come allora non accetta compromessi sui valori e sui princìpi che si fecero strada in un'Italia sbandata a partire dall'8 settembre '43, data in cui non accetta che si dica sia stata quella della "morte della Patria", di una resa morale e di un "lutto senza ritorno". Se fosse vero questo, obiettò il capo dello Stato in una disputa sul revisionismo storico, "che cosa saremmo noi oggi? Italiani cittadini senza patria?".
Resta insomma una lettura inaccettabile, per lui, quella di chi propone una cesura così drastica nella nostra storia. E senza far questione tra interpretazioni ortodosse o revisioniste, senza entrare in quella che Gadda chiamava la "porca rogna del denigramento di noi stessi", quella sentenza ha il torto di non consentire la pacificazione nazionale per la quale Carlo Azeglio Ciampi da quattro anni si batte.


La festa di tutti
Maurizio Viroli su
La Stampa

Quest'anno, per la prima volta, la Presidenza della Repubblica celebra solennemente il 25 aprile al Quirinale con la consegna di medaglie d'oro al valor civile a Comuni protagonosti della Resistenza.
La Festa della Liberazione diventa così una festa civile che la Repubblica riconosce e valorizza pienamente accanto al 2 giugno e al 4 novembre. Non è più una celebrazione promossa soltanto dalle associazioni partigiane, dai partiti politici, dai sindacati o dai comuni, ma anche dalla Repubblica in quanto tale per iniziativa della Presidenza, ovvero l'istituto che nel nostro ordinamento costituzionale ha il dovere di tutelare l'unità nazionale.

Con la sua iniziativa il Presidente della Repubblica dà alla Festa della Liberazione il significato di una celebrazione istituzionale in cui tutti gli italiani possono riconoscersi senza snaturarla in una ricorrenza che celebra chi ha combattuto per la libertà accanto a chi ha combattuto contro la libertà.

Le polemiche degli ultimi giorni sono la prova di quanto sia invece diffusa la volontà di subordinare il 25 aprile a considerazioni di parte. Il direttore de Il Foglio, ad esempio, tuona, a commento dell'articolo che ho pubblicato su queste colonne il 22 aprile, che quel tipo di antifascisti che non hanno sostenuto la guerra in Iraq "dovrebbero starsene a casa". Il direttore deL'Unità (con parole di stima che contraccambio) ribadisce invece il diritto degli antifascisti "di opporsi da antifascisti all'orrore dei conflitti armati nell'epoca della potenza unica".

Nel mio articolo avevo esortato antiamericani e pacifisti a mettere da parte in nome dell'antifascismo tanto l'antiamericanismo quanto il pacifismo. L'antifascismo è un principio politico e morale superiore alle convinzioni sulla politica estera americana. Chi si è opposto alla guerra in Iraq ha quindi pieno titolo morale per manifestare il 25 aprile; al tempo stesso non è giusto che la ragione principale per scendere in piazza il giorno della Festa della Liberazione sia esprimere l'opposizione alla guerra in Iraq.

Poiché l'antifascismo è un valore superiore che sta alla base della nostra Repubblica, chi ha responsabilità di governo ha il dovere di celebrarlo con solennità e dignità; e i cittadini hanno il diritto e il dovere di partecipare e riempire le piazze indipendentemente dalle loro convinzioni di partito. A casa deve restare soltanto chi non ama la libertà.


Macaluso: l'assenza del premier atto grave contro il Quirinale
a. l. m. su
La Stampa

ROMA. L'assenza di Berlusconi al Quirinale per il 25 aprile, segnala qualcosa di inquietante, di più pesante della solita polemica politica tra partiti. Il presidente del Consiglio sta sottolineando un dissenso grave nei confronti del presidente della Repubblica proprio sul significato di quella data". Emanuele Macaluso, ex dirigente del Pci e anima critica dei Ds, ne è convinto: con il suo gesto il premier ha voluto porre una "questione istituzionale".

Insomma, lei non crede alla buona fede di Berlusconi, alla sua mano infortunata che lo costringerebbe a stare lontano da Roma e dal Quirinale?

"Figuriamoci, la mano infortunata! Ma come, il capo dello Stato vuole dare un certo rilievo alla Festa della Liberazione, e lui si dà malato? Quello di Berlusconi è un atto simbolico: ha il significato di recidere le radici della nostra Repubblica. Ora io dico, si possono avere valutazioni diverse sull'evento storico, si può discutere degli eccessi di alcune frange partigiane, delle foibe e quant'altro, discussioni tutte legittime..., ma il presidente del Consiglio non può parlare come faceva il segretario del vecchio Msi. Avrebbe dovuto dire “questa è la festa di tutti gli italiani”, così come per cinquant'anni hanno fatto tutti i suoi predecessori, che non sono stati certo comunisti".

Lei si sarebbe accontentato se Berlusconi avesse detto "è una festa di pacificazione"?

"Guardi che la pacificazione è già avvenuta e si è fatta proprio sulla storia che conosciamo. Il Msi non si riconosceva in questa storia d'Italia, poi Alleanza nazionale, attraverso il congresso di Fiuggi, ha segnato una svolta rispetto al fascismo. Gianfranco Fini ha riconosciuto il valore della Resistenza come atto fondativo della Repubblica democratica. Anche la Lega, fino al '96-'97, ha partecipato a Milano alle manifestazioni del 25 aprile. Tra l'altro a quell'epoca Bossi affermava che Berlusconi trafficava con i fascisti...".

Era anche l'epoca in cui Massimo D'Alema sosteneva che la Lega era una "costola della sinistra". Non le sembra che il mondo giri al contrario?

"La Lega va dove tira il vento... Oggi dice che vuole abolire il 25 aprile".

Torniamo a Berlusconi. Ha sempre bisogno di un avversario, è in campagna elettorale o cerca una cesura con la storia del passato?

"Le amministrative non sono mai state turbate dal 25 aprile che è sempre stato un momento di unione tra tutti i partiti. Sarebbe semplicemente ridicolo se Berlusconi cercasse una cesura storica e pensasse di rifondare la Repubblica. Spero che non lo pensi veramente, significherebbe ridicolizzare l'Italia, mostrerebbe pochezza politica e culturale. Ma io non credo che arrivi a tanto, che voglia fare come Mussolini che segnava gli anni dell'era fascista. No, a questo non ci credo!".

Allora non le resta che credere alla passione anticomunista che anima le esternazioni del premier...

"Ma che c'entra l'anticomunismo con la Festa di Liberazione. Il 25 aprile diede vita ad una nuova classe dirigente, De Gasperi, Einaudi, La Malfa, Saragat e tanti altri che comunisti non erano. Non c'erano soltanto Nenni e Togliatti. Questa classe dirigente ricostruì l'Italia distrutta dalla guerra voluta dai fascisti e dai nazisti, portò il nostro paese in Europa, scrisse la Costituzione, tutto in pochi anni. Poi si divise, come è giusto in una democrazia dove è legittima anche la più radicale delle alternative politiche. Ma nessuno, tranne il Msi, ha mai pensato di mettere in discussione il significato profondo di quell'atto fondativo".


Lettera aperta al presidente del Consiglio
Piero Fassino su
l'Unità

Signor presidente del Consiglio,
le parole con cui Ella ha voluto esprimere i suoi giudizi sulla Resistenza e sul ruolo che in essa vi ha svolto la sinistra hanno suscitato in me - e Le assicuro non solo in me - sconcerto e indignazione.
Sì, perché quelle parole sono frutto al tempo stesso di ignoranza e di arroganza. L'ignoranza di chi parla di cose che non conosce; l'arroganza di chi crede che a un presidente del Consiglio tutto sia consentito.
E, invece, chi ha la responsabilità di guidare una nazione ha il dovere di conoscerne la storia e di rispettarla.
Lei non può ignorare - anzi non “dovrebbe” ignorare - che quella Repubblica di cui Ella oggi guida il Governo affonda le sue radici nella lotta antifascista, quando uomini e donne di credo politico diverso, di ogni appartenenza sociale, di sensibilità culturali differenti, si unirono nel comune impegno di liberare l'Italia dal fascismo e dalla guerra catastrofica a cui la dittatura l'aveva condotta. Tra quegli uomini e quelle donne molti erano di sinistra - comunisti, socialisti, azionisti, repubblicani - che fecero fino in fondo la loro parte di combattenti per la libertà.
Mi auguro che Lei non ignori che in calce a quella Costituzione della Repubblica - sì, quella che Lei ha sbrigativamente definito “sovietica” - accanto alle firme di un convinto liberale come Enrico De Nicola e di un cattolico come Alcide De Gasperi c'è la firma di Umberto Terracini.
E non voglio davvero credere che Lei non conosca nomi come Antonio Gramsci, Giacomo Matteotti, i fratelli Rosselli, Piero Gobetti, Bruno Buozzi, Leone Ginzburg, uomini di sinistra che insieme a tantissimi altri pagarono con la vita il loro coraggio antifascista.
O nomi come Sandro Pertini, Giuseppe Saragat, Pietro Nenni, Palmiro Togliatti, Gian Carlo Pajetta, Camilla Ravera, Giorgio Amendola, Carlo Levi, Emilio Lussu, Ernesto Rossi, Pietro Calamandrei, uomini di sinistra che pagarono con l'esilio, il confino, il carcere duro la loro tenace volontà di non piegarsi. Forse, non è inutile ricordarLe che nei giorni di aprile di cinquantotto anni fa Milano - la sua città - prima che arrivassero le truppe alleate fu liberata dai partigiani di Cino Moscatelli, Corrado Bonfantini e Tino Casali. E Milano liberata vide sfilare alla testa dei partigiani, fianco a fianco, cattolici come Enrico Mattei insieme a uomini di sinistra come Riccardo Lombardi, Ferruccio Parri e Luigi Longo.

Le potrei ancora ricordare come a Genova i tedeschi del generale Meinhold si siano arresi ai partigiani del cattolico Paolo Emilio Taviani e dell'operaio comunista Remo Scappini. Potrei continuare con mille altri esempi - dalle giornate di Napoli al sacrificio dei fratelli Cervi - di quanto la sinistra abbia contribuito a quel moto nazionale di liberazione democratica che non a caso fu chiamato “Secondo Risorgimento”, riscattando così l'onore dell'Italia infangato dal fascismo e dalle sue avventure di aggressione. Boves, Marzabotto, Sant'Anna di Stazzema, le Fosse Ardeatine, il Portico d'Ottavia, la Risiera di San Saba, il Lager di Fossoli sono lì a testimoniare il pesante contributo di dolore e sofferenza con cui questo nostro Paese ha riconquistato la sua libertà. Una storia che appartiene all'Italia e agli italiani. Una storia che Lei non solo dovrebbe avere la sensibilità di conoscere, ma soprattutto di rispettare. Perché lì c'è l'identità democratica e civile dell'Italia di oggi.
E dunque, Presidente, in questo 25 aprile renda onore a chi per la libertà ha pagato con la vita, a chi per la libertà si è battuto, a chi la libertà ha conquistato per ciascuno di noi. Anche per Lei.


25 aprile, Veronica Lario: una lettera per Marzabotto
m.s. su
la Repubblica

BOLOGNA - Forza Italia cerca di ribaltare sui partigiani la responsabilità della strage nazista di Marzabotto, ma proprio ad Arcore c'è qualcuno che considera sacra la memoria di quei luoghi: Veronica Lario, consorte del premier Silvio Berlusconi. Il nonno di Veronica, che all'anagrafe si chiama Miriam Bartolini, fu fucilato dai tedeschi a Vizzano, tra Sasso Marconi e i colli di Marzabotto, assieme ad altri sei civili, nell'autunno del 1944, appena venti giorni prima del più feroce eccidio di civili compito dai nazisti in Italia. "La signora Lario mi ha scritto una bellissima lettera", rivela Dante Cruicchi, presidente del Comitato per le onoranze ai caduti di Marzabotto, "di lei ho grande stima e rispetto, da tempo siamo in ottimi rapporti, la teniamo costantemente informata di tutte le nostre iniziative, e spero che prima o poi venga a trovarci".

Del contenuto della lettera, ricevuta alcuni mesi fa, quindi prima delle recentissime polemiche, Cruicchi per discrezione non riferisce le parole esatte. Ma di recente è stata la stessa Veronica Lario a parlare in modo intenso e commosso della tragedia di suo nonno, in un passaggio della lunga intervista concessa al mensile Micromega sui temi della guerra e della pace. "Sono cresciuta ascoltando racconti di guerra e ricordi strazianti", ha raccontato rievocando le dolorose vicende di quell'8 settembre del 1944. "Il nonno fu ucciso per rappresaglia. C'era stato un combattimento in cui morirono dei tedeschi e poi ci fu il rastrellamento".

Raffaele Bartolini, classe 1907, viveva con la famiglia vicino a Monzuno, sulle colline del bolognese. "Mia madre si vede ancora oggi, bambina di undici anni, uscire dall'aia dove i tedeschi stanno caricando sui camion pollame, cavalli, buoi, maiali; si vede correre dietro il camion che sta portando via suo padre, insieme ad altri rastrellati dai tedeschi. Corre per lasciargli un fagottino con dentro un pezzo di pane e formaggio, pensando: 'Papà avrà fame e avrà bisogno di mangiare'. Convinta che sarebbe tornato di lì a poco, lo aspetta invano. I tedeschi appena fuori dal paese lo uccideranno".

"Spero che la signora Lario abbia raccontato le stesse cose a suo marito", commenta da Marzabotto Franco Lanzarini, uno dei superstiti della strage, "e che Berlusconi ne parli a sua volta ai suoi compagni di partito".



Tina Anselmi: giusto pacificare, ma chi militò nella Rsi si scusi
Claudia Terracina su
il Messaggero

ROMA— Per parlare di pacificazione sessant'anni dopo la lotta di liberazione dal nazifascismo, la partigiana cattolica Tina Anselmi, già esponente di punta della Democrazia cristiana, che oggi parlerà a Bologna, pone una sola condizione: "Che quanti aderirono alla Repubblica di Salò, che rispondeva agli ordini di Hitler e non di Mussolini, riconoscano di aver sbagliato".
Ma così, onorevole Anselmi, non si rafforzano gli steccati tra due Italie, una che resistette al nazifascismo e l'altra che invece collaborò con i nazisti?
"Nessuno vuole fare liste di proscrizione. Non furono fatte nel '45 e questa era la linea condivisa da De Gasperi e da Togliatti. Non vedo perchè dovremmo farlo oggi. Ma la verità è una sola. E la discriminante per parlare di pacificazione è aderire ai valori della Costituzione che nacque da quelle battaglie".
L'ex presidente della Camera,Luciano Violante, nel suo discorso di insediamento, però fece un passo in direzione della ricomposizione delle due parti e l'onorevole Tremaglia di An lo ringrazia ancora.
"A sessant'anni di distanza è utile ripensare al passato, rivedere i documenti, ora che si aprono gli archivi. Ma occorre fare attenzione a non alimentare equivoci. E' incontrovertibile che quei giovani aderirono al fascismo nella sua fase più crudele, quando Hitler assunse direttamente il governo delle cosiddette province speciali, e, quindi, collaborarono anche alla deportazione di massa degli ebrei. Credo non sia troppo chiedere loro una riflessione sull'errore commesso. E vorrei anche ricordare che moltissimi fascisti, che non furono esecutori o complici di crimini, furono pienamente reintegrati nella vita del Paese, ovviamente previa adesione alla Costituzione repubblicana".
Ma, secondo lei, i morti dell'una e dell'altra parte, sono uguali?
"Non voglio neppure sentire questo discorso, innanzitutto per umanità e per rispetto verso le vittime. Vorrei però sottolineare che il nazismo ideò e mise in atto lo sterminio dei suoi oppositori e di tutto il popolo ebraico".
Lei, che è stata staffetta partigiana nelle formazioni cattoliche, pensa che il portavoce di Forza Italia, Sandro Bondi, abbia qualche ragione nel dire che i comunisti non fecero nulla per fermare le stragi dei civili perchè speravano in una sollevazione popolare contro i nazisti?
"Gli eccessi ci sono stati, lo sanno tutti. Ma di qui a usare strumentalmente e demagogicamente pochi episodi, ce ne corre. La storia è là e nessuno deve nascondere o deformare i fatti per il proprio tornaconto politico".

Cosa pensa del premier Berlusconi che non parteciperà alla commemorazione del 25 aprile?
"A quanto mi risulta, non l'ha mai fatto. E me ne dispiace perchè ricordare le nostre radici contribuisce a dare identità agli italiani".


  25 aprile 2003