
sulla stampa
a cura di P.C. - 24 aprile 2003
L'illusione di fare da soli
Il vero limite della "dottrina Bush"
Alberto Ronchey sul Corriere della Sera
La sorte di Bagdad ha significato per Damasco, Teheran e Pyongyang una serie di chiari messaggi, seguiti da un gesto come la chiusura dell'oleodotto Iraq-Siria. Ma rimane la controversia internazionale sulle prospettive della strategia di Bush, riassunta così da un editoriale della Herald Tribune : "Mentre il presidente ha ogni diritto di compiacersi per la vittoria in Iraq, questo successo militare non è una convalida per la sua dottrina delle guerre preventive se diffonde rancori, non importa quante statue vengano abbattute". In Europa l'indirizzo di Washington secondo il codice Bush-Rumsfeld-Wolfowitz viene ora chiamato non più "unilateralismo", ma "internazionalismo egemonico", terminologia più soffice come ha proposto la Frankfurter Allgemeine . Dopo tutto, la superpotenza esiste, un'egemonia è inevitabile dinanzi alle inesauribili conflittualità del nostro tempo sempreché non sia incline a pulsioni troppo rischiose. Washington risponde che non esiste nell'Ue un potere capace di sostenere il burden sharing , la spartizione degli oneri della sicurezza collettiva, mentre qualche governo europeo è troppo incline a sollevare obiezioni sulla strategia della superpotenza. L'Europa sarà pure un gigante economico, ma viene definita "nano politico e larva militare". Su quali basi potrebbe contribuire al preteso multilateralismo, per garantire un sistema internazionale di stabilità e legittimità?
L'Unione Europea certo non parla "con una voce sola", né potrà darsi un assetto federale in tempi adeguati all'accelerazione degli eventi, vincolata com'è dalle sue troppe identità e antiche storie nazionali. È tutto vero, ma le reazioni prevalenti oggi a Washington risultano spesso contraddittorie. Da una parte lamentano l'indisponibilità d'un interlocutore valido, la "voce sola". D'altra parte non manifestano affatto l'impazienza d'incontrare sulla scena internazionale un "soggetto ingombrante". Ma la superpotenza, benché finora insostituibile, non è anche infallibile.
Che significa "rifare il Medio Oriente", secondo la dottrina di Washington? Il proposito di convertire quella regione alle istituzioni democratiche, se non è solo uno slogan di copertura ideologica, incontra innumerevoli ostacoli. Fra l'altro, è da vedere quale uso possano fare dello strumento elettorale gli agitatori di folle seguaci dell'integralismo islamico. È anche da vedere come si possano conciliare il pluralismo e il tribalismo, laddove le tribù occupano lo spazio dei partiti politici.
E che significa, nell'era dell'interdipendenza globalizzata, l'incuranza o l'insofferenza verso tutte le obiezioni? "Nessuno può governare il mondo da solo", ha ripetuto come presidente di turno dell'Ue il primo ministro della Grecia, Costas Simitis. Ma la strategia di Washington sembra incline ormai a operare secondo il sistema delle coalitions of the willing , ossia "con chi ci sta" e senza vincoli multilaterali né legittimazioni dell'Onu.
Charles Krauthammer, della Washington Post , ci ricorda che l'estensione dell'attuale potere americano è senza precedenti storici. Senza dubbio, visto che manda i suoi marines a vincere una guerra distante 12 mila chilometri dalle basi. Qualche voce ultronea, come quella di Richard Perle, sembra persino riecheggiare il motto di Alcibiade: "Non è possibile per noi calcolare esattamente, come calcolano le massaie, quanto impero vogliamo". Eppure, nel corso della storia, la superestensione fu spesso tra le maggiori disavventure delle potenze imperiali, dalla testimonianza di Tucidide in poi.
Powell minaccioso in tv
"Sì, la Francia pagherà"
Paolo Mastrolilli su La Stampa
La Francia pagherà l'opposizione alla guerra in Iraq. Il segretario di Stato americano Powell non ha usato queste parole, nell'intervista di martedì alla Pbs, ma quasi. Charlie Rose, il conduttore, gli ha fatto una domanda sui rapporti tra Parigi e Washington e l'ex generale ha risposto così: "Dovremo rivedere tutti gli aspetti della nostra relazione con la Francia, alla luce di quanto è successo". Allora il giornalista ha chiesto se ci saranno conseguenze, e Powell ha usato una sola parola: "Sì". Ieri mattina il portavoce della Casa Bianca, Ari Fleischer, ha ridimensionato la minaccia: "Ho visto titoli che parlano di punire la Francia: non definiscono la situazione in maniera accurata". Ma poi ha aggiunto: "Ci sono state difficoltà nelle relazioni tra i due Paesi, e queste tensioni sono già una conseguenza visibile per tutti". La "querelle" era aperta dall'inizio della crisi irachena, per divergenze sugli interessi geopolitici e petroliferi dei due Paesi. Ma è precipitata nello scontro diplomatico quando Parigi ha minacciato il veto all'Onu contro la seconda risoluzione per autorizzare la guerra, impedendo di fatto a Washington di ottenere il suo passaggio. Martedì al Palazzo di Vetro la Francia ha lanciato un segnale di disgelo, proponendo di sospendere subito le sanzioni economiche imposte contro l'Iraq nel 1990. Ma anche con questa apertura ha fatto un distinguo rispetto agli Usa. La Casa Bianca, infatti, vorrebbe togliere l'intero embargo, per consentire l'assegnazione dei contratti petroliferi e riprendere le esportazioni del greggio, necessarie a pagare i costi della ricostruzione. Francia, Russia, Germania e Cina frenano, perché le risoluzioni dell'Onu richiedono che gli ispettori del Palazzo di Vetro certifichino il disarmo di Baghdad prima di cancellare le sanzioni. Aggrappandosi a questa clausola, i Paesi che si erano opposti alla guerra cercano ora di non essere esclusi dalla ricostruzione e dal futuro sfruttamento delle risorse naturali, tenendo in vita il programma "petrolio in cambio di cibo" che affida alle Nazioni Unite la vendita del greggio. Parigi ha proposto di sospendere, non eliminare, le sanzioni civili che penalizzano la popolazione, rimandando a un secondo momento la cancellazione dell'embargo militare e dell'"Oil for Food". Così ha fatto un passo verso Washington, cercando però di conservare un potere negoziale. Il ministro degli Esteri Dominique de Villepin, comunque, ha risposto così al collega Powell: "Durante l'intera crisi irachena la Francia ha agito insieme a una larga maggioranza della comunità internazionale, secondo le sue convinzioni e i suoi principi per difendere la legge internazionale. Continuerà a comportarsi così in tutte le circostanze". Ieri mattina, poi, ha telefonato a Washington, ma Powell non ha risposto, promettendo di richiamare per chiarire le possibili inziative.
Tra le ipotesi c'è l'esclusione di Parigi dalle deliberazioni della Nato, limitando l'uso del consiglio politico, il North Atlantic Council, in favore di quello militare, il Defense Planning Committee, da cui la Francia si è ritirata nel 1968. Il governo di Chirac, poi, potrebbe non essere invitato ad altre consultazioni transatlantiche come il "quad", mentre Bush non avrebbe intenzione di boicottare il G-8, in programma proprio a Evian all'inizio di giugno. Questo vertice, però, è uno degli oggetti della schermaglia. Ieri Maurice Gourdault-Montagne, consigliere di Chirac incaricato di prepare l'appuntamento, ha detto che "non vorremmo un G-8 concentrato sull'Iraq". Gli otto grandi si sono divisi sulla guerra, con Usa, Gran Bretagna, Giappone e Italia a favore, e Francia, Russia, Germania e Canada contro. Ora Washington vuole almeno un'approvazione a posteriori, con l'appoggio per la ricostruzione e l'enfasi sul problema della sicurezza globale.
Sadr City, la città degli sciiti
Una piccola repubblica teocratica
Guido Alferj su Il Messaggero
SADR CITY - L'Iraq del dopo-Saddam ha già una sua piccola "repubblica teocratica", una città dove fede e religione convivono con miseria e sporcizia e in cui vige la legge di Allah. Benvenuti a Sadr city, sterminata periferia di Bagdad, qui ayatollah e imam sciiti dalle loro cento moschee guidano il popolo anche nelle loro attività civili. E hanno tanto carisma da convincere quelli che hanno saccheggiato i palazzi del potere e le abitazioni private nel convulso periodo successivo all'arrivo degli americani, a restituire il maltolto. Così nei cortili di alcune moschee da qualche giorno compaiono decine di computer, condizionatori d'aria, fotocopiatrici, elettrodomestici di ogni tipo, auto e persino camion. "Restituiremo tutto questo al governo legittimo, quando finalmente ne avremo uno", dice Giassem, giovane custode della moschea Al Hikma (la saggezza). E quando ne avrete finalmente uno? "Quando la gente potrà scegliere, noi musulmani non vogliamo imporre nulla, agli iracheni spetta la decisione, non certo agli americani", è la risposta.
Il potere religioso sciita qui sembra assoluto. Dopo la caduta del regime di Saddam Hussein, Sadr city non ha visto un carro armato o un soldato americano. Nessun marine in questi venti giorni di presenza americana a Bagdad, ha osato mettere piede in questa grande città (due milioni di abitanti) le cui strade sono lastricate di immondizia e dove i bambini giocano tra i rifiuti. "A dire il vero - spiega un venditore di ricambi d'auto - neppure i fedayn di Saddam si facevano vedere troppo da queste parti, non erano amati e lo sapevano". Nella grande piazza della Sura ("la fotografia", il nome le deriva dalla grande immagine di Saddam Hussein che campeggiava su un monumento, ora data alle fiamme e sostituita con una scritta del Corano) i vigili urbani incaricati dagli imam cercano inutilmente di regolare il traffico caotico della zona. E anche i poliziotti che - disarmati - girano per le strade, sono scelti nelle moschee. Duro il loro lavoro, qui gli "ali baba", i ladri e i malviventi, operano intensamente.
Migliaia di persone affollano il grande mercato della "strada delle tende", dove le bancarelle contendono lo spazio alle montagne di rifiuti maleodoranti che si accumulano dappertutto. Nel mercato si trova di tutto, per poche decine di dinari si trovano passaporti nuovi di zecca, libretti universitari e militari, in svendita sono le targhe delle auto, per chi ha bisogno di raccomandazioni c'è chi compila lettere su carta intestata di questo o di quell'ex ministro, qualcuno mette in vendita persino (ma qui i prezzi salgono alle stelle) documenti dei servizi segreti razziati negli uffici del ministero degli Interni. Infine le armi, si vende di tutto all'aria aperta, mitra, pistole, munizioni. A noi è stato offerto un kalashnikov corredato da una scatola di munizioni per trentamila dinari, poco più di quindici euro. E per dimostrare la bontà della merce il venditore ha sparato una lunga raffica
Arafat accetta il compromesso
Via libera al governo di Abu Mazen
Umberto De Giovannangeli su l'Unità
Sorride Abu Mazen. E con le dita della mano fa il segno della vittoria: dopo aver tenuto duro sin quasi alla scadenza del suo mandato esplorativo è uscito vincente dal braccio di ferro con Yasser Arafat, convinto ad accettare un compromesso dell'ultima ora dal capo dei servizi di sicurezza egiziani Omar Suleiman. I più stretti collaboratori del presidente palestinese si affannano a spiegare che "Yasser non è uscito ridimensionato dal confronto" e che è sempre lui, l'anziano raìs, "il garante dell'unità del popolo palestinese". Ma la realtà è più complessa e meno generosa nei confronti di "Mr.Palestine": di fronte alle fortissime pressioni internazionali, e al rischio di una di una gravissima crisi interna all'Autorità nazionale palestinese, il settantatreene raìs non ha avuto altra scelta e ha dovuto cedere, accettando la nomina a ministro di stato per la sicurezza del giovane colonnello Mohamed Dahlan (43 anni), l'ex capo della Sicurezza preventiva nella Striscia di Gaza che nove mesi fa si era dimesso in polemica con Arafat.
Il compromesso messo a punto ieri con la decisiva mediazione di Suleiman, inviato a Ramallah dal presidente egiziano Hosni Mubarak, stabilisce tuttavia che la titolarità del ministero degli Interni - al centro del braccio di ferro tra Abu Mazen e Arafat - verrà assunta personalmente dal premier, al quale Dahlan dovrà rispondere nel nuovo, delicato incarico per la riorganizzazione dei servizi di sicurezza palestinesi. Fino all'ultimo, Arafat ha però cercato di opporsi alla nomina di Dahlan a qualsiasi incarico in materia di sicurezza, dopo che il 13 aprile ne aveva già bocciato senza appello l'iniziale designazione agli Interni nella prima lista di ministri presentata da Abu Mazen e subito respinta dal raìs. E ancora ieri mattina, quando mancavano ormai poche ore alla scadenza del mandato esplorativo di Abu Mazen (alla mezzanotte locale), Arafat ha fatto pervenire al premier incaricato una rosa di tre nomi fra i quali scegliere il responsabile dei servizi di sicurezza: Tayeb Abdelrahim (attuale capogabinetto del raìs), Hikam Balawai (candidato da Abu Mazen come segretario del governo) e Hamdan Ashur (ugualmente candidato da Abu Mazen ai lavori pubblici).
Il premier incaricato ha tenuto duro ma, dopo l'interruzione delle trattative con gli emissari di Arafat annunciata l'altro ieri, ha fatto sapere che "gli sforzi per un compromesso" sarebbero proseguiti fino all'ultimo minuto delle cinque settimane del suo mandato esplorativo. Un segnale di disponibilità subito colto dall'uomo-chiave dell'ultima, decisiva mediazione: il potente capo dei servizi di sicurezza egiziani, Omar Suleiman. L'inviato del presidente Mubarak convince Arafat a rinunciare al veto alla nomina di Dahlan, poi incontra il premier incaricato, per ritornare subito dopo a colloquio con Arafat. A questo punto, si è capito che un'intesa era nell'aria, e ai giornalisti che ne chiedevano conferma il ministro uscente della Cooperazione internazionale e futuro ministro degli Esteri (carica finora inesistente nel governo dell'Anp) Nabil Shaath replica con un significativo: "Molto presto, molto presto". È così è. Dopo tre giorni di totale rottura di contatti con il raìs, Abu Mazen (68 anni).
La sinistra di Abu Mazen e il Manifesto di Arafat
Editoriale su il Riformista
Lasciate stare Fidel. Quella è archeologia politica. Anzi, forse perfino pre-politica. Chi a sinistra si ostina a difendere Castro lo fa più per una nostalgia degli anni giovanili, di Cuba libre e di mulatte, di sigari e Unione Sovietica. Deprecabile, ma non pericoloso. Soprattutto inattuale. E' piuttosto un altro il test decisivo cui è chiamata la sinistra italiana in materia di lealtà storiche e di fedeltà antiche. Si chiama Arafat.
Qualcosa di molto importante sta avvenendo nell'Autorità palestinese. Lo chiameremmo - se nessuno si offende - un "regime change". Un'altra tappa della guerra mondiale al terrorismo. La quale può essere combattuta anche senza B52, ma con gli strumenti della pressione diplomatica ed economica. In questo "soft regime change", Stati Uniti e Europa sono alleati, Blair e Schroeder sono dalla stessa parte, Solana e Powell pure. Si tratta di passare il potere da Arafat ad Abu Mazen. Da un capo militare la cui organizzazione, Al Fatah, ha partorito le "Brigate martiri di Al Aqsa"; a un leader civile e moderato che considera il terrorismo kamikaze un ostacolo sulla strada della creazione di uno Stato palestinese.
Mentre buona parte della sinistra moderata italiana - e, dobbiamo dirlo, soprattutto Piero Fassino - ha compreso la posta in gioco e sostiene il tentativo di Abu Mazen, ci sono settori della sinistra radicale che si sono schierati apertamente con Arafat. Ieri, per esempio, il Manifesto annunciava anzitempo la sconfitta di Abu Mazen: "Ha fallito", scriveva, perché "impopolare tra i palestinesi per la sua moderazione e tristemente famoso per non avere mai denunciato le incursioni militari di Israele": il premier palestinese come un traditore della causa, venduto agli americani, sostenuto solo dalle pressioni dell'Occidente imperialista. Colpevole, oltretutto, di volere a capo dei servizi di sicurezza "il corrotto Dahlan".
Siamo lieti di annunciare che Abu Mazen non solo non ha fallito, ma ha vinto la prima partita. Ieri Arafat ha accettato - pare in cambio della riconquista della libertà personale - il suo governo: nel quale il premier ha tenuto per sè l'interim degli interni ma ha dato il controllo sui servizi di sicurezza al "corrotto Dahlan". Se sarà l'inizio di un governo palestinese in grado di controllare il flusso di denari e di cinture esplosive al terrorismo suicida, ci sarà qualcuno a sinistra che se ne dispiacerà?
"Evitare i viaggi nelle zone a rischio polmonite"
La raccomandazione dell'Oms
Daniela Monti sul Corriere della Sera
Toronto come Pechino, la mappa del rischio Sars si allarga all'Occidente e il Canada entra nell'elenco dei Paesi da cui stare lontani, per evitare la possibilità di un contagio e l'eventualità di importare il virus nel Paese di partenza. "Evitate di viaggiare in Cina e in Canada", ha avvertito ieri l'Organizzazione mondiale della sanità, alla ricerca di una strategia di contenimento dell'epidemia per ora più "politica" che medica (per il vaccino "non ci sono stati ancora responsi scientifici soddisfacenti", ammettono da Ginevra). Il 2 aprile era toccato ad Hong Kong e alla provincia cinese del Guangdong finire nella lista delle mete "sconsigliate". Adesso l'Oms "raccomanda, come misura precauzionale, alle persone che hanno pianificato di viaggiare verso queste destinazioni (Pechino, regione cinese dello Shanxi, Toronto e Canada sud-orientale), di rimandare tutti i viaggi non essenziali". La raccomandazione avrà effetto per almeno tre settimane, essendo di due settimane, al massimo, l'incubazione della malattia. A Toronto non l'hanno presa bene. "Una cosa ridicola", ringhia il sindaco, Mel Lastman. Ma l'Oms rincara: il bilancio mondiale dei morti è salito a 256, quello dei contagi a 4.288. La Sars, dice il direttore generale dell'Oms, la signora Gro Harlem Brundtland, è "un pericolo effettivo per tutto il mondo" e "non è stata ancora trovata una cura in grado di aggredire e sconfiggere il virus". In aumento la mortalità, passata dal 3,5 al 5,9% delle persone infettate.
EUROPA - C'è anche una bambina di 4 anni tra i casi probabili di polmonite atipica segnalati alla Commissione europea. Lo ha confermato il portavoce del commissario europeo per la sanità David Byrne, secondo cui "il caso è stato segnalato dalle autorità sanitarie svedesi". Nell'Ue sono 81 i pazienti curati per Sars: 29 casi probabili, 52 sospetti. L'Italia è ferma a tre. Fuori dalla Ue, due casi probabili (in Romania e Svizzera) e altri cinque sospetti in Svizzera. Gli aereoporti di tutto il mondo si organizzano: termografi a raggi infrarossi per individuare i passeggeri con febbre sopra i 38 gradi a Singapore, Tokyo, Pechino. Guanti e mascherina d'ordinanza, a Malpensa, per gli addetti alla pulizia e alla manutenzione dei velivoli in arrivo da Pechino.
IN ITALIA - Segnali di psicosi. A Napoli un avvocato del Comune non ha potuto rientrare al lavoro dopo un viaggio ad Hong Kong. I colleghi hanno protestato: temono che si porti il virus in ufficio. L'avvocato ha accettato a denti stretti di passare a casa il periodo di possibile incubazione, "ma è un caso gravissimo di mobbing e di discriminazione medioevale", ha commentato, denunciando il fatto al Garante per la privacy. Allarme a Ragusa per l'imminente arrivo dei 114 lavoratori cinesi: le autorità locali hanno attivato un "piano di prevenzione" per eliminare i rischi per la popolazione. Campagna di informazione a Prato, dove risiede una delle più numerose comunità cinesi in Italia. "Siamo un centro a rischio - spiegano in Comune -. I cinesi non collaborano e tendono a ricorrere sistemi di cura propri".
"Articolo 18, il referendum non è la via giusta"
La Cgil però orientata a votare sì
Felicia Masocco su l'Unità
La Cgil si orienta a dire sì al referendum per l'estensione dell'articolo 18 alle imprese con meno di 16 dipendenti. Di ufficiale non c'è nulla, a decidere sarà il direttivo convocato per il 6 e il 7 maggio, ma nel corso di una riunione di segreteria è stato il leader Guglielmo Epifani ad esprimere un'indicazione in tal senso. O meglio: a proporre al resto della segreteria di presentarsi davanti al "parlamentino" con la proposta di appoggiare il referendum ottenendo il consenso di cinque membri, più i due di "Lavoro e società" tra i promotori della consultazioni, mentre altri cinque propenderebbero per uno sbocco diverso.
Non è stata una decisione facile per Epifani che resta convinto che la via legislativa resti la via maestra e che il referendum è uno strumento sbagliato, che divide: ed è quanto avrebbe premesso parlando ai suoi. Per poi arrivare alla conclusione che schierarsi per il sì potrà dare più forza alle quattro proposte di legge presentate dalla Cgil. Un sì per le riforme, dunque, il filo conduttore è questo. Nonostante le diversità di posizioni la discussione è stata serena e anche tra i segretari fautori del sì non mancano argomenti diversi.
Se ne riparlerà ancora il 5 maggio in una nuova riunione di segreteria in cui si porterà a conclusione la discussione iniziata oggi. Quindi il direttivo per la decisione finale che, verosimilmente, verrà presa a maggioranza.
Numerose le categorie che, più o meno apertamente, si sono già schierate per il sì: i metalmeccanici della Fiom sono schierati fin dal primo giorno e hanno anche raccolto le firme, orientati allo stesso modo sono gli alimentaristi della Flai, una decisione analoga è attesa dal Pubblico impiego e dalla scuola. A queste dovrebbero aggiungersi i Trasporti. Inoltre l'appoggio al referendum verrebbe anche da importanti strutture territoriali, come l'Emilia Romagna, la Lombardia, la Toscana, il Lazio, la Campania, la Puglia e da molte Camere del lavoro cittadine. Si attendono conferme, ovviamente, voti formali ancora non ce ne sono stati.
Attendisti, tifosi o critici
I politici di sinistra di fronte al referendum sull'art.18
Paolo Andruccioli su il Manifesto
"Vorrei aspettare di vedere come si sviluppa la vicenda, per ora preferisco non commentare un orientamento sul quale, dalle notizie lette finora, non mi sembra vi sia una indicazione univoca di tutta la segreteria della Cgil". Il commento di Cesare Damiano, responsabile lavoro dei Ds, può essere citato come rappresentativo dello stato d'animo e del pensiero di molti dirigenti dell'Ulivo. I dirigenti dei Ds e degli altri partiti dello schieramento di opposizione continuano ad avere posizioni differenti e sono molto attenti ai passi falsi. Il dibattito si farà però sempre più serrato sia nei Ds che in altre formazioni man mano che ci si avvicinerà alla scadenza del referendum. E ovviamente la decisione definitiva della Cgil del 6-7 maggio peserà su tutto il dibattito e negli equilibri interni. "Ritengo doveroso, per rispetto della Cgil - ha dichiarato ieri Gloria Buffo della sinistra Ds - aspettare il pronunciamento dei suoi organismi direttivi". Buffo auspica comunque "che sia vasto lo schieramento di coloro che si impegneranno perché prevalgano i sì". Gloria Buffo ci tiene a precisare che non è stata tra i promotori e i sostenitori del referendum sull'articolo 18. "Non ho voluto questo referendum - spiega - ma so che una prevalenza di no sarebbe oggi un incoraggiamento per un governo ammazzadiritti". Rispetto alla posizione che dovranno prendere i partiti di sinistra, Gloria Buffo pensa che tutto lo schieramento politico di opposizione abbia interesse a un risultato positivo e a una vittoria dei sì all'estensione dei diritti dei lavoratori.
Soddisfazione per come si stanno sviluppando le cose viene espressa da Rifondazione comunista, tra gli inziali promotori del referendum sull'articolo 18, insieme alla Fiom e ai Verdi. Ieri il presidente del Verdi, Alfonso Pecoraro Scanio, ha detto che le proposte che stanno emergendo dalla Cgil sono positive e coerenti. Anche Pecoraro dice che bisognerà aspettare l'esito finale del dibattito interno alla Cgil, ma che è comunque positivo il primo orientamento. Il presidente del Verdi ci tiene però a sottolineare che la presa di posizione della Cgil non solo sarà importante, ma contribuirà anche a definire il carattere politico più profondo della stessa iniziativa referendaria. "Un chiaro sostegno di una grande organizzazione fortemente riforminista come la Cgil - dichiara Pecoraro Scanio - aumenterebbe la caratterizzazione riformatrice di questa azione per l'estensione dei diritti". La speranza del leader dei Verdi è che anche altre forze del centro sinistra, pura mantendendo valutazioni diverse sull'opportunità di promuovere il referendum, di fronte al voto non si schierino con Berlusconi per un no chiaramente conservatore".
In attesa quindi di vedere come andrà a finire il dibattito interno alla Cgil, anche in altre organizzazioni e nei partiti si muovono le carte. Il segretario della Uil, Luigi Angeletti, che ha preso una posizione molto dissonante con gli altri sindacati a proposito della guerra in Iraq (l'ha definita legittima), ieri ha annunciato che il suo sindacato discuterà di referendum prossimamente. Per il 9 maggio è infatti stata fissata la riunione della direzione della Uil. All'ordine del giorno la posizione da prendere sul referendum.
Ingiustificati gli aumenti Rc auto
La denuncia dell'Antitrust
Federico Monga su La Stampa
Dopo quasi otto anni di indagini l'Autorità garante della concorrenza e del mercato è arrivata ad una conclusione senza se e senza ma: in Italia la liberalizzazione delle assicurazioni auto è fallita. Qualsiasi manuale di economia indica come effetti principali di un mercato concorrenziale un aumento dell'offerta di prodotti e una riduzione dei prezzi. Dal primo luglio 1994 il mercato dell'Rc auto è andato invece in direzione opposta. I prezzi, ovvero i premi, pagati dai consumatori sono aumentati del 113%, a fronte di un tasso di inflazione del 18,7%. La qualità dei prodotti, le polizze, è rimasta "sostanzialmente invariata" mentre l'innovazione "è stata scarsa". L'Antitrust ora propone una serie di misure per rimediare a una tendenza "costante e ingiustificata" che ha "interessato la maggior parte degli assicurati in Italia". Sindacati, associazioni dei consumatori e opposizione politica commentano con un classico "noi lo avevamo detto" e chiedono l'abrogazione del decreto salvacompagnie. Il ministro alle Attività Produttive Antonio Marzano tace. Mentre l'Ania dà la colpa alla crescita dei risarcimenti
LE CIFRE. Il confronto con gli altri paesi europei è impietoso. Gli automobilisti italiani sono stati i più penalizzati. Fatto cento (fonte Eurostat) il costo di una polizza media nel 1996, nel 2002 un italiano ha pagato 196, un inglese 169, uno spagnolo 135, un tedesco 119, un francese 92. La Francia è lo stato più virtuoso. Le polizze, tendendo conto dell'inflazione reale, sono addirittura diminuite. La media dell'Unione è 128,4. L'indagine dell'Antitrust, 200 pagine che saranno pubblicate tra una decina di giorni, esclude la possibilità di dare la colpa ai carrozzieri. I costi di riparazione in Italia, sempre nel periodo 1996-2002, sono cresciuti del 17,9%, nel Regno Unito addirittura del 38,7%, in Spagna del 22,7% in Francia del 16,4% e in Germania del 12,9%. C'è da dire che prima della fallita liberalizzazione, tra il 1992 e il 1997, la spesa per rimettere insieme parafanghi e portiere era salita del 58%. Su 100 euro di polizza, solo poco più della metà sono destinati al risarcimento danni, il 15% ai costi di gestione e intermediazione, il 12% a oneri fiscali, il rimanente ai costi del contenzioso, delle perizie e delle valutazioni medico-legali "di un mondo che vive - scrive il garante nel provvedimento - e, spesso, prospera intorno all'industria del sinistro".
LE CAUSE. Il Garante ha individuato due fattori che hanno distorto la concorrenza: la relazione in esclusiva tra compagnie e agenti che ha irrigidito la domanda di impresa in un mercato dove l'acquisto del prodotto, la polizza, è obbligatorio e il mancato rapporto diretto tra chi ha subito il danno e deve ricevere l'indennizzo e la compagnie chiamata pagare. Quest'ultimo ha impedito alle assicurazioni "di proporre contratti che facciano da disincentivo" alle truffe. Le compagnie non sono state in grado allora di controllare "l'aumento dei costi di gestione" e "hanno potuto trasferire agevolmente i maggiori costi sui consumatori". Tra l'altro il mercato negli ultimi nove anni non ha registrato variazioni significative delle quote né del numero delle compagnie che si dividono la torta. Segno di forti barriere all'entrata.
I RIMEDI. L'Authority presieduta da Tesauro ha anche suggerito una serie di rimedi, a partire dal pagamento di retto dell'indennizzo tra l'assicurazione e il cliente già legati dal contratto di polizza. Oggi invece paga la compagnia di chi ha provocato il danno che nella maggior parte dei casi non è la stessa del danneggiato. Tra gli effetti anche un "forte incentivo a non truffare" e "un più rigoroso controllo dei costi da parte delle compagnie". Questo sistema è alla base dei prezzi bassi in Francia. L'Antitrust poi suggerisce una politica di forti sconti per gli automobilisti virtuosi, il ricorso a carrozzieri convenzionati sui quali si possono effettuare migliori e maggiori verifiche e quindi l'abolizione della convenzione tra l'Ania e le associazioni di categoria dei carrozzieri che fino ad ora "ha portato a tariffe tutte uguali e ai livelli massimi". E poi ancora la tabella unica nazionale per il danno biologico, come avviene nella maggior parte dei paesi dell'Ue, nuovi meccanismi nella retribuzione degli agenti e superamento della rete mono-marca (oggi in Italia il 97 per cento degli assicuratori può vendere polizze di una sola compagnia).
Ocse: "Scampato il rischio guerra
Ma ripresa lenta e modesta"
su la Repubblica
ROMA - Una ripresa graduale e "poco spettacolare", senza escludere una "ricaduta nella recessione". Questa l'indicazione di fondo sulle propettive economiche mondiali data oggi dal'Ocse, l'Organizazione per la cooperazione e lo sviluppo economico. Uno scenario "lento, ma niente affatto catastrofico", nel quale si è "ampiamente dissipato" il rischio più acuto collegato al conflitto in Iraq. In quanto all'Italia, secondo le stime dell'organizzazione, la ripresa si farà sentire solo "nella seconda metà del 2003, per guadagnare forza nel 2004". Tagliate le stime di crescita del prodotto inteno lordo, che a fine anno dovrebbe salire solo dell'uno per cento, mezzo punto sotto la previsione di autunno.
Con la fine della guerra in Iraq, osserva l'Ocse, si è ridotto, in maniera consistente, il pericolo che l'economia mondiale sprofondasse in recessione, anche se la ripresa sul piano internazionale si configura come piuttosto modesta. L'organizzazione ha ridotto le previsioni sulla crescita per il 2003 dal 2,2 per cento all'1,9, mantenendo invece al 3 per cento le previsioni per il 2004. Una frenata che, secondo i calcoli, sarebbe stata provocata sopratutto dall'area dell'euro: l'Ocse infatti ha tagliato la stima sui Paesi euro dall'1,8 per cento all'1 per cento per il 2003, e dal 2,7 al 2,4 per cento per il 2004. Per gli Stati Uniti, una leggera limatura, dal 2,6 al 2,5 per cento per l'anno in corso, e una ripresa consistente nel prossimo anno. Migliorano anche le previsioni sul Giappone, con un più 1 per cento nel 2003 (da un più 0,8 per cento) e un più 1,1 per cento nel 2004 (da 0,9 per cento).
Nel capitolo dedicato all'Italia, si prevede che alla fine dell'anno il rapporto fra deficit e prodotto interno lordo si attesterà al 2,4 per cento (in calo rispetto al 2,5 per cento del 2002), per poi risalire al 2,8 per cento nel 2004. A giocare un ruolo importante, si legge nel rapporto, sarebbero state le "operazioni straordinarie, come la cartolarizzazione degli immobili e lo scudo fiscale". Tuttavia, l'obiettivo del governo, dello 0,6 per cento nel 2004 viene definito "ambizioso" e, in assenza di misure temporanee, l'indebitamento "potrebbe avvicinarsi al 3 per cento nel 2004, nonostante l'impatto favorevole dei bassi tassi di interesse e del già annunciato proseguimento dell'operazione di cartolarizzazione". Per questo l'Organizzazione chiede al nostro Paese un maggiore impegno sul deficit, con misure efficaci e soprattutto strutturali per ridurre il disvanzo dei conti pubblici. Tre i fattori di rischio di fronte ai quali il nostro Paese resta "vulnerabile": la situazione di bilancio, le possibili tensioni sociali sulle riforme del mercato del lavoro, il rallentamento della domanda globale.
Secondo l'Ocse, l'euro avrebbe avuto un effetto particolare sull'economia italiana: il passaggio alla moneta unica avrebbe pesato sull'andamento dei prezzi al consumo più che in altri Paesi dell'Eurozona. "Debole" anche la crescita della produttività, per la quale sono indispensabili, osserva l'organizzazione, una serie di interventi capaci di favorire la concorrenza e l'innovazione dei prodotti sui mercati.
24 aprile 2003