
sulla stampa
a cura di P.C. - 23 aprile 2003
L'Iraq islamico vuole andare per la sua strada
Gabriel Bertinetto su l'Unità
NAJAF. Mentre Garner, l'uomo di Bush, fatica a colmare il vuoto di potere creatosi a Baghdad con il rovesciamento di Saddam, la prorompente marea sciita riempie le strade e le piazze della città santa di Karbala. E da questa località parte un messaggio indirizzato al governo Usa: attenti, noi siamo pronti a rifare l'Iraq senza di voi, e forse anche contro di voi.
E da questa località, entrata nella storia per la celeberrima battaglia che, nell'anno 680, sancì la frattura fra le due grandi correnti del mondo islamico, sciita e sannita, riparte la sfida.
Li abbiamo visti confluire su Karbala, i devoti del martire Hussein, nipote di Maometto, da ogni parte dell'Iraq. Dalla superstrada numero 8 proveniente dal sud, dove colonne erano in marcia già dieci giorni fa per coprire le centinaia di chilometri che li separavano dalla meta. Da Baghdad, in lunghe fila fiancheggianti la strada che porta a Hilla, l'antica Babilonia, e devia poi verso Karbala. Dalla stessa Najaf, massimo centro religioso sciita, ancora più importante di Karbala, perché a Najaf è sepolto Alì, padre di Hussein e genero del profeta.
Li abbiamo sentiti invocare il nome del martire: "Hussein, proteggici, Hussein, aiutaci". Li abbiamo visti saltellare percotendosi il petto con le mani, per esprimere un dolore che non avrà mai fine. Il dolore per la sua morte, sopraggiunta nello scontro in cui, con forze inferiori al nemico, rivendicava il diritto al califfato, ingiustamente negato, ripetono gli sciiti da secoli, dall'usurpatore Yazid. Ci sono venuti incontro, i devoti di Hussein, reggendo striscioni bianchi su cui erano impressi brani del Corano, e sventolando bandiere verdi, nere e rosse, le bandiere dell'Islam, del lutto, del sacrificio.
Erano rivoli di folla, che diventavano fiumi e torrenti a mano a mano che il traguardo si avvicinava. Lungo l'ideale alveo in cui si incanalavano quei flussi umani, la solidarietà spontanea dei villaggi o l'assistenza organizzata delle moschee aveva predisposto tende e capanni per la distribuzione di acqua e cibo ai viandanti. Quasi tutti privi di qualunque bagaglio. Molti vestiti di stracci. Giovani, meno giovani, e non poche donne, tutte rigorosamente avvolte nel tradizionale costume nero che le copre dalla testa ai piedi.
Tra i più attesi a Karbala era Mohammad Baqir Hakim, esule in Iran e leader dello Sciri (Consiglio supremo della rivoluzione islamica in Iraq). Sino a sera non si sapeva se Hakim fosse arrivato o meno in città, e anche tanta segretezza sui suoi movimenti lascia capire quanto sia avvelenata l'atmosfera che si respira dietro le quinte della comune appartenenza al credo sciita. Hakim ha parlato solo attraverso un portavoce, per sostenere che "in questa prima fase deve essere costituito un governo di transizione con rappresentanze di tutte le etnie e dottrine religiose. In una seconda fase sarà il popolo a decidere attraverso elezioni". Con il richiamo al voto, il portavoce di Hakim è sembrato gettare acqua sul fuoco degli entusiasmi integralisti per la prospettiva di instaurare in Iraq una Repubblica islamica sul modello della teocrazia di Teheran. L'esponente dello Sciri non l'ha esclusa, ma ha detto che ci si potrà arrivare solo se sarà la maggioranza a sceglierlo.
Karbala la bianca, l'hanno chiamata, perché nei giorni dell'attacco Usa, ubbidì all'esortazione delle autorità religiose di Najaf, a non opporsi con le armi agli americani. Anche i feddayin, i più decisi a vendere cara la pelle, qui a Karbala, hanno resistito meno che altrove. I segni dei bombardamenti e dei combattimenti infatti sono abbastanza limitati rispetto ad altre città dell'Iraq. Ma quegli stessi ayatollah che nei giorni dell'offensiva statunitense scelsero di stare alla finestra in una sorta di neutralità condita dalla speranza che il regime baathista crollasse, oggi manifestano insofferenza verso un liberatore che poco si cura della sicurezza dei cittadini e dell'emergenza umanitaria. Lo stesso Ali Sistani, il "papa" sciita, pur senza esigerlo nell'immediato, chiede esplicitamente che le truppe mandate da Bush se ne vadano e "l'Iraq sia affidato agli iracheni".
Serve la consulenza" dell'Iran
Pacificare il Sud turbolento
Valerio Pellizzari su Il Messaggero
L'attrazione politica, religiosa, ma prima ancora emotiva, di Teheran e della città santa di Qom si spande da molti anni sugli sciiti iracheni. Questo gruppo si considera una appendice fisica, un prolungamento naturale del vicino Stato iraniano, della Repubblica degli ayatollah. E i nomadi delle paludi, che vivono su isole di canna, in case di canna, al confine tra i due Paesi sono l'esempio concreto di questa affinità, di questa interferenza perenne. L'imam Khomeini passò un lungo esilio nei luoghi santi di Najaf e Kerbala quando a Teheran governava lo scià Reza Mohammed. Ma poco dopo il suo ritorno in patria si trovò coinvolto in una lunga e sterile guerra con l'Iraq, dichiarata da Saddam, e benedetta dall'Occidente, che vedeva in quel conflitto un freno provvidenziale all'integralismo islamico. La stessa contraddizione rischia di esplodere, di riaccendersi oggi.
In queste settimane gli americani hanno mostrato una apparente preferenza e benevolenza verso gli sciiti iracheni. Anche perché, essendo entrati con le loro truppe dal Sud, proprio Bassora, Nassiyria e le città sante sono state liberate per prime. Ma se gli sciiti occupano il primo posto sul piano demografico, ed hanno tutta la determinazione per rivendicare questo prima o dopo le discriminazioni imposte da Saddam, nello stesso tempo l'Iran continua ad essere considerato dagli Stati Uniti uno dei "Paesi canaglia", sostenitore del terrorismo. Politicamente non ci può essere un sostegno agli sciiti di Bassora e di Najaf e parallelamente una ostilità verso Teheran. Sarebbe come invertire sulle carte geografiche il corso del Tigri e dell'Eufrate.
Mettere l'Iran nell'elenco dei Paesi canaglia è come ignorare questo cambiamento dentro il regime di Teheran. E dare sostegno preferenziale agli sciiti iracheni è altrettanto incauto. Questo è un gruppo tradizionalmente turbolento, seguace dell'islam militante, e sostanzialmente compatto, a differenza dei curdi, predisposti sempre alla frantumazione. Per anni davanti alla moschea di Kerbala c'era una trincea con una mitragliatrice pesante a ricordo delle ribellioni soppresse nel sangue, e ad ammonimento per potenziali, futuri sudditi ribelli. Se gli americani vogliono pacificare i luoghi santi, e ridare giusto peso politico agli sciiti, hanno bisogno della consulenza iraniana.
Iraq, la guerra segreta degli agenti del Sismi
Carlo Bonini su la Repubblica
In Iraq, l'Italia ha combattuto la sua guerra. Per ventidue giorni, infiltrati nelle aree metropolitane di Bassora, Bagdad e Kirkuk, una ventina di uomini del Sismi, il nostro servizio segreto militare, hanno condotto operazioni coperte di intelligence in appoggio alle forze militari anglo-americane. Qualificate fonti italiane e statunitensi spiegano a Repubblica che si è trattato di "attività sul terreno". Di "ricognizione e individuazione di obiettivi militari", di "ricerca e localizzazione" dei dignitari del regime e di "anti terrorismo" su singoli sospettati.
Alle operazioni, coordinate con il Comando alleato (cui per settimane, attraverso l'ambasciata Usa di Roma, è stato girato l'intero flusso di informazioni raccolte dagli uomini del servizio), hanno partecipato tre divisioni del Sismi (intelligence militare, operazioni e antiterrorismo) e una rete di "fonti dirette" che si è andata infittendo nelle settimane precedenti il conflitto. Con il "reclutamento" di alti ufficiali dell'esercito iracheno e del partito Baath, persuasi dal Sismi alla "diserzione".
Le cose - per come Repubblica ha appreso ed è stata in grado di verificare - possono essere raccontate così.
Il 16 aprile, l'arresto in una Bagdad liberata di Abu Abbas, l'uomo del Terrore nei giorni dell'Achille Lauro, mette a rumore l'Italia. Il direttore del Sismi, Nicolò Pollari, viene ascoltato dal Comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti. Annota l'Ansa: "Gli 007 italiani iperattivi nello scenario iracheno. Sapevano della presenza di Abu Abbas. Hanno lavorato alacremente prima del conflitto in contatto con i servizi dei paesi alleati e stanno preparando la strada al contingente italiano in partenza per l'Iraq.
Il Presidente del comitato di controllo parlamentare sui servizi segreti, Enzo Bianco, dichiara: "Ora che la cattura del terrorista è avvenuta, posso dire che Pollari ci aveva correttamente informato in una precedente audizione che Abbas presumibilmente si trovava a Bagdad"".
Il filo che Pollari tira di fronte alla commissione parlamentare e che porta ad Abbas ha dunque poco di casuale. E comprensibilmente generico è il contesto in cui viene svelato. Il direttore del Sismi ha informazioni buone perché il Sismi è in Iraq da almeno quattro mesi. Perché la "guerra" del nostro servizio segreto militare è in realtà cominciata nelle ultime settimane del dicembre scorso.
La rapidità con cui il Sismi penetra la struttura militare irachena e il suo partito Stato, la qualità delle informazioni che ne ottiene, sorprendono gli stessi americani. Allo scoppio della guerra, il nostro servizio segreto militare è in grado di comunicare in tempo reale informazioni che diventano decisive nel teatro delle operazioni.
Accade subito. Il 20 marzo. Alle 5.35 del mattino, Bagdad è stata investita dal raid aereo che segna l'inizio della guerra. Sul reticolo della capitale irachena sono piovute bombe di precisione e missili Tomahawk lanciati da incrociatori e sottomarini Usa al largo del Mar Rosso e del Golfo Persico. Il Comando alleato immagina una reazione irachena ed è il Sismi a indicarne luogo, tempo e modalità. Il nostro servizio segnala l'attivazione di batterie missilistiche irachene nell'area di Bassora. Informa dell'ordine di lancio e dell'obiettivo: Kuwait City. La controffensiva irachena è spenta dalle forze anglo-americane all'origine. Non un missile raggiungerà i suoi bersagli.
A contatto con il terreno, le "fonti" e gli occhi del Sismi fanno per una volta il lavoro delle altre intelligence alleate, inglese, americana. Vedono quello che le colonne corazzate non riescono a vedere. Anche perché, lì dove non arrivano le informazioni rubate agli stati maggiori iracheni, riesce ad arrivare la rete informativa sciita di cui gli italiani sembrano aver guadagnato la fiducia.
Il 4 aprile, in un sobborgo di Bassora, muore sepolto nella sua villa-fortino "Alì il chimico", il paranoico generale cui Saddam ha consegnato la resistenza di Bassora e dell'Iraq meridionale. Le informazioni che guidano i caccia inglesi sono anche farina del sacco italiano. Per due settimane, grazie agli sciiti, gli spostamenti di Alì vengono quotidianamente individuati e comunicati al comando alleato. Fino alla fine.
La fonte militare sorride: "È stata una guerra di notizie. E questa volta noi le avevamo. Buone. Perché c'eravamo. Notizie importanti, come quella che ci assicurava che i ponti minati di Bagdad non sarebbero saltati. Ma anche notizie minute, come la consistenza numerica delle colonne corazzate irachene arretrate dal fronte di Kirkuk verso Bagdad. Molte di queste notizie sono servite ieri. Altre serviranno domani".
Notizie - va aggiunto - che spiegano le ragioni della richiesta americana di una prosecuzione dell'impegno militare italiano in Iraq e l'insistita gratitudine al governo, manifestata privatamente e pubblicamente dall'ambasciatore americano in Italia Mel Sembler.
Chi vuole cancellare il 25 aprile
Giorgio Bocca su la Repubblica
Mi è tornato fra le mani un libro, il primo, che scrissi nel maggio del '45, a memoria freschissima. Si intitolava "Partigiani della montagna", era la storia delle divisioni di Giustizia e libertà del Cuneese e sfogliandolo ho pensato: sarà un libro ingenuo, in un italiano un po' tradotto dal piemontese ma qui, quanto a storia, non c'è proprio niente da rivedere, le cose sono andate davvero così, sulle montagne di casa mia e su quelle di tutto il resto di Italia.
Con quella guerra, più o meno civile, più o meno decisiva nel conflitto mondiale, è finito il regime fascista, durato ventidue anni. Dunque non si può mescolarla, commemorarla, parificarla a quella di chi quel regime ha difeso fino all'ultimo giorno. Il partito dei combattenti, delle medaglie d'oro, del siamo tutti italiani allora non esisteva e ciò che non è esistito non fa parte della storia, fa parte del revisionismo che manipola la storia a fini politici. Esso può piacere a quanti tengono presente ai loro fini e comodi che oggi i neofascisti stanno al governo in ministeri importanti e che al Polo delle libertà fa comodo confondere la Resistenza italiana con il sanguinario comunismo stalinista, ma non piace a noi che c'eravamo e che ricordiamo molto bene che il denominatore comune dei partigiani era la guerra ai nazisti e ai fascisti.
Non la guerra della propaganda politica che poi seguì per il comunismo, o il liberalismo, o l'azionismo di cui sapevamo poco o niente. Nelle discussioni che ebbi con Montanelli e altri dissacratori della Resistenza, ripetevo inutilmente: senti, un giorno del '44 in una mattina limpida stavo su una collina delle Langhe da cui si vedeva l'intero arco alpino. E mi dicevo in ogni valle c'è una formazione partigiana, in ogni città o villaggio c'è un comitato di liberazione, qualcosa di importante partendo da niente lo abbiamo pur fatto in questi mesi. Quella Italia grigia di cui ora parlano i revisionisti era pure dalla parte nostra, ci sfamava, ci ospitava, ci aiutava. Ci danno perciò un grande fastidio i faccendieri della politica che starnazzano e si agitano per mettere assieme partigiani e camicie nere, morti di Marzabotto e morti nelle foibe, la commemorazione di sinistra alla Risiera di San Sabba e quella alla Foiba di Basovizza che mette assieme fascisti e vittime dei titini che non sono sempre la stessa cosa. Il sindaco di Bologna Guazzaloca lasci perdere le commemorazioni dei caduti "tutti uguali". Siamo stati molto diseguali da vivi, e lì ci fermiamo. La vicenda politica che ne è seguita non è esaltante è la solita vicenda del trasformismo italiano, dei comunisti o dei socialisti che passano al polo della libertà, dei fascisti che fanno i democratici, dei tira a campare che cercano di servire i due padroni.
Mi è tornato fra le mani quel piccolo libro: le confusioni allora non erano possibili, chi sorpassava la linea di divisione ci lasciava la pelle. E chi ha dei ricordi veri li custodisca senza guastarli con i pastrocchi commemorativi.
Annunziata si appella a Pera e Casini
Maria Grazia Bruzzone su La Stampa
Sui poteri del cda "di garanzia" Lucia Annunziata chiederà il parere di Pera e Casini. Tregua armata ai vertici della Rai, che nominano all'unanimità Agostino Saccà alla testa di Rai Fiction. Lo scontro annunciato fra il presidente e il direttore generale Cattaneo sui rispettivi poteri, rilanciato fin dalla mattina dall'intervento del ministro Tremonti e dalle polemiche reazioni politiche, nel cda ieri sembra essere stato ricondotto nei binari di una discussione "da approfondire", ma senza lacerazioni. Davanti a più pressanti problemi del servizio pubblico (dagli ascolti in caduta libera al bilancio) il tema dei poteri del cda di garanzia e del suo presidente resta, per il momento, sospeso. Nondimeno, il consiglio ne ha dibattuto per tre ore - oltre metà della riunione - con toni che ufficialmente vengono definiti "pacati". Cattaneo ha svolto una lunga relazione rivendicando i suoi poteri di gestione così come sono definiti della legge 206 del '93, forte dei pareri legali interni ed esterni all'azienda e del richiamo del ministro del Tesoro che, è emerso in serata, lui stesso aveva sollecitato attraverso Rai Holding. Annunziata ha ribattuto, puntualizzando i poteri di indirizzo strategico e di controllo del cda e mettendo sul piatto la novità della figura di un presidente politicamente non omogeneo, scelto espressamente dai presidenti delle Camere per rafforzare il ruolo "di garanzia" di un cda non riconducibile direttamente a forze politiche. E proprio a loro Annunziata intende chiedere un parere giuridico. Difficilmente saranno dirimenti, tanto più che la legge in questione era nata in un contesto politico ben diverso e proprio per rafforzare il ruolo del cda (e del suo presidente), scelto da presidenti delle Camere che, al tempo del proporzionale, rappresentavano sia maggioranza che opposizione. Mentre il dg, già espressione del partito di maggioranza e plenipotenziaario in Rai, veniva scelto dal cda e approvato solo formalmente dall'azionista che allora era l'Iri. Tanto che Letizia Moratti, la "presidente di ferro" di dg ne ha avuti ben tre. Oggi il dg è stato scelto direttamente dal Tesoro e il problema appare squisitamente politico, come si vede dalle prese di posizione dei partiti, con Fi e Lega (e il ministro Gasparri) schierati con Cattaneo, l'opposizone con Annunziata e An tesa a sdrammatizzare il confronto. Annunziata può contare sul sostegno di Giorgio Rumi, il consigliere di area cattolica, e su Marcello Veneziani che pare aver assunto un ruolo di cerniera. Rumi è intervenuto anche ieri per respingere eventuali pressioni politiche sui vertici. "Certi metodi - ha detto - non sono accettabili per un'azienda complessa come è la Rai. Non possono più condizionare gli umori del vertice e ogni sua scelta". Ottimista e buon profeta, il professore si diceva certo che la questione delle competenze "si risolverà", ma non nella seduta del cda, alla quale fra l'altro non ha potuto partecipare. Quanto a Veneziani, smorzava i toni rivendicando i poteri dell'intero cda, fra i quali sottolineva quello di nomina - e revoca - del dg.
La carta Bassolino
Andrea Colombo su il Manifesto
Antonio Bassolino non conferma e non smentisce. Commentando le affermazioni di Ciriaco De Mita e di Clemente Mastella, che lo avevano di fatto candidato alla vicepremiership ulivista, con Prodi, per le politiche del 2006, il governatore campano gioca al rinvio: "Ringrazio De Mita e Mastella ma il 2006 è lontano. Un candidato ce l'abbiamo, e anche molto forte. Poi vedrà lui se è il caso di avere o meno un altro nome accanto. L'importante, per adesso, è rimettere in piedi il cammino del nuovo Ulivo". Se non si scopre sulla eventuale candidatura alle politiche, Bassolino qualcosa in più dice per quanto riguarda l'altrettanto eventuale corsa per la riconferma alla presidenza della Campania. "Nel 2005 - spiega - avrò trascorso undici anni e mezzo alla guida di Napoli e della Campania. Un periodo molto lungo. Una cosa è certa: non è vero che senza di me non si possa vincere".
No, il governatore non esclude formalmente di candidarsi per confermare la presidenza campana. Di certo, però, le parole pronunciate ieri rivelano che non è questo il suo obiettivo. E così, in concreto, Bassolino finisce per avvalorare le voci che da settimane e mesi lo accreditano come papabile diessino numero uno per il ticket con Prodi. Una ipotesi a sostegno della quale scende in campo a gonfaloni spiegati Il Riformista, che in questo caso è del tutto lecito definire "testata vicina a Massimo D'Alema". "Una delle garanzie che dovranno essere offerte a Prodi per un rientro con chance di vittoria - recita l'editoriale del quotidiano - è proprio quella di non imporgli ticket, né con Cofferati, né con Bassolino, né con chicchessia". Tuttavia, prosegue l'editoriale, c'è "una parte della sinistra italiana che non può ambire a guidare il paese, ma ha le carte in regola per governarlo. E Bassolino è l'uomo giusto per rappresentarla".
Le insistenze del diretto interessato e dei suoi sponsor giornalistici sul non forzare la mano a Prodi imponendogli accoppiate non sono affatto casuali. E' stato Prodi stesso, infatti, a far sapere che , ove accettasse di guidare ancora il suo Ulivo, non vorrebbe ripetere la formula del ticket, sperimentata nel '96 con Veltroni. Ritiene infatti cheil bis suonerebbe come definitiva convalida di un Ulivo ridotto a sommatoria essenzialmente di due forze politiche, la Quercia e la Margherita, e cancellerebbe pertanto quel "valore aggiunto" nel quale l'attuale presidente della commissione europea non ha smesso di credere. Non è un ostacolo insuperabile. Prodi, una volta acclamato leader e candidato, dovrebbe solo scegliersi Bassolino come vice, senza imposizione alcuna da parte dei partiti.
Naturalmente è vero che il 2006 è ancora lontano, ma lavorare sin d'ora su quel che succederà fra tre anni ha un significato preciso che è invece di stringente attualità, e riguarda il presente, non solo il futuro. La carta Bassolino dovrebbe infatti consentire di chiudere immeditamante i conti con Sergio Cofferati. Bassolino è notoriamente legato a Fausto Bertinotti da un rapporto di fiducia anche personale. La prospettiva di un asse con il Prc, comunque indispensabile se si vogliono vincere le elezioni, è precisamente la carta che potrebbe consentire all'attuale leadership ulivista di fare a meno dell'ex segretario della Cgil. E nelle file diessine, Bassolino sarebbe il nome migliore per siglare quell'intesa.
La sinistra in un mondo unipolare
A Parigi socialisti a confronto
Leonardo Casalino su l'Unità
PARIGI. Nel tardo pomeriggio di martedì, si e' svolta a Parigi un incontro pubblico organizzato dal Partito Socialista francese dal titolo "L'Europa per la pace". Vi hanno partecipato, oltre a Piero Fassino, rappresentanti di quasi tutti i partiti socialisti europei.
Il sindaco di Parigi Bernard Delanoe e il segretario del partito Francois Hollande hanno salutato i loro ospiti ribadendo il loro dissenso nei confronti di quella che hanno definito "la guerra illeggitima di Bush in Irak". Per i socialisti francesi questa iniziativa e' caduta a meta' del percorso del loro dibattito congressuale. La questione della pace e la critica alla dottrina dell'amministrazione statunitense della "guerra preventiva" e' uno dei pochi temi su cui concordano tutte le quattro mozioni presentate. Per la sinistra francese, in questo campo, il problema e' quello d'incalzare Chirac nella gestione diplomatica del dopoguerra e di segnalare degli eventuali cedimenti di fronte alle pressioni americane o degli industriali locali, che temono le conseguenze economiche legate al prolungarsi dei contrasti con la Casa Bianca.
Nel suo intervento, Piero Fassino, ha cercato di compiere un'analisi aticolata della fase politica internazionale che stiamo vivendo. "La guerra in Irak- ha esordito - svela pienamente e drammaticamente le difficolta' di un mondo di fronte alla fine del muro di Berlino". Negli anni scorsi la comunita' internazionale aveva cercato con fatica di trovare un nuovo equilibrio fondato su un principio " quello della multilateralita', caro a Clinton, che Bush con la dottrina della guerra preventiva e l'intervento militare in Irak ha fatto saltare". Oggi ci troviamo di fronte alla crisi contemporanea di tutte le istituzioni e gli organi politici sovranazionali, a cominciare dall'Onu e dalla Comunita' europea. "Una crisi- ha proseguito Fassino- che e' in primo luogo una crisi di sovranita' e alla quale occorre trovare al piu' presto un rimedio".
La sinistra europea e mondiale ha un ruolo importante da svolgere in questa direzione, ma deve capire che non basta piu' limitarsi a proporre delle nuove regole o delle nuove procedure" bisogna essere in grado di formulare un progetto, una visione delle relazioni internazionali alternative a quelle dell'Amministrazione statunitense". Per fare questo e' necessario operare in quattro direzioni: Onu, Europa, relazioni tra quest'ultima e gli Stati Uniti, governo della globalizzazione. "L'ONU e' l'organismo che piu' direttamente soffre di questa situazione, ma non ci sono alternative credibili che ne possano prendere il posto. La sua debolezza e' fonte di crisi continue e percio' e' importante che riacquisti autorevolezza a cominciare dalla gestione del dopoguerra in Irak e della ricostruzione del paese. L'Europa, oggi, e' fragile perche' e' divisa.
Il tema dell'universalita' della democrazia non puo' essere lasciato nelle mani dell'Amministrazione Bush. Globalizzare i diritti e non solo le merci e' la sfida che abbiamo di fronte. La sinistra deve riscoprire la sua anima originale, la ragione principale del proprio esistere: estendere i diritti e la liberta' a tutti i popoli del mondo, proponendo un modello di sviluppo e di civilta' che preceda e renda inutile il ricorso alle baionette".
Un ministro degli Esteri per l'UE
Enrico Singer su La Stampa
"Progressivo". Con questo aggettivo, ripetuto nel primo paragrafo degli articoli 29 e 30 della bozza della futura Costituzione europea, Valéry Giscard d'Estaing ha risolto il problema più delicato che bloccava la strada della politica estera e di difesa comune della nuova Unione a Venticinque. La "voce unica" dell'Europa - ed anche la forza militare che dovrà, se necessario, sostenerla - saranno il risultato di un "processo progressivo", dunque. Ma ci saranno. Con l'impegno a realizzarle fissato in modo solenne nel Trattato costituzionale che la Convenzione sta preparando. Dopo il consulto di Atene della scorsa settimana con i capi di Stato e di governo, Giscard ha costruito un'architettura che dovrebbe mettere tutti d'accordo. La spaccatura verticale che ha diviso gli europei di fronte alla guerra in Iraq ha dimostrato quanto bisogno ci fosse di una politica estera e di difesa comuni per contare davvero sulla scena mondiale. Ma anche quanto difficile fosse il cammino per raggiungerle superando gli interessi nazionali. La mediazione raggiunta da Giscard sarà presentata domani nella sessione plenaria della Convenzione, ma dalle anticipazioni che circolano è possibile tracciare uno schema preciso delle proposte che, già oggi, saranno sottoposte al "presidium" - il vertice ristretto della Convenzione - che dovrebbe approvarle. Il testo dei due articoli ha, ormai, una formulazione che si può considerare definitiva. Anche se la discussione in plenaria potrebbe in qualche parte emendarla. L'articolo 29 stabilisce che l'Unione europea si impegna a realizzare una politica estera "fondata su uno sviluppo progressivo della mutua solidarietà" e su "una scala crescente di convergenze tra gli Stati membri". A identificare gli "interessi strategici" e a "fissare gli obiettivi della politica estera e di sicurezza" sarà il Consiglio europeo. A elaborare la politica sarà il Consiglio dei ministri degli esteri. A gestirla sarà "un ministro degli Affari esteri dell'Unione". Il ministro degli esteri della Ue, quindi, ci sarà da subito e assorbirà le funzioni finora svolte dall'Alto rappresentante della Ue per la politica estera (Javier Solana) e dal commissario per le relazioni esterne (Chris Patten). Ma agirà in parallelo ai ministri nazionali che continueranno a "rappresentare gli Stati membri". Anche per la politica estera, così, la Ue adotta la regola della sussidiarietà: "Il ministro degli Affari esteri e gli Stati membri utilizzano i mezzi nazionali e quelli dell'Unione", è scritto nella bozza di Giscard. Con questa divisione dei compiti è affrontata anche la questione della rappresentanza al Consiglio di sicurezza dell'Onu. Quando l'Unione definirà una sua posizione sui temi all'ordine del giorno, "i Paesi membri della Ue presenti nel Consiglio chiederanno che il ministro degli esteri sia invitato a presentare la posizione dell'Unione". Durante la crisi irachena è proprio nel Consiglio di sicurezza che sono esplose le divisioni tra Inghilterra e Spagna contro Francia e Germania.
Hong Kong e Singapore
Onnipresente la mascherina anti-Sars
Laura Collura sul Corriere della Sera
HONG KONG - Dopo tre settimane di vacanza forzata, ieri i 200.000 studenti dei 400 licei di Hong Kong sono tornati sui banchi di scuola - indossando, oltre alla divisa regolamentare, l'ormai onnipresente mascherina anti-Sars. Prima di autorizzare gli istituti a riaprire i battenti, infatti, il dipartimento della Pubblica istruzione dell'ex colonia britannica ha diramato una serie di regole per i presidi, per contenere il rischio che la polmonite atipica si diffonda nelle scuole: oltre a stabilire che gli istituti devono tenere speciali lezioni di "educazione anti-Sars", il decalogo prevede che tutti i ragazzi portino la propria maschera da casa (ma in casi di emergenza le scuole hanno una scorta di pezzi di ricambio) e prima di uscire al mattino si misurino la febbre e scrivano la temperatura su un foglietto, firmato dai genitori, da consegnare poi ai docenti. Risultato: ieri molte scuole hanno cominciato le lezioni in ritardo perché parecchi studenti si sono dimenticati di usare il termometro a casa, e gli istituti hanno dovuto metterli in fila e prendere la temperatura ai ragazzi uno a uno. Irritato dalla perdita di tempo, notevole in molti casi perché in alcune scuole mancavano i termometri e in altre quelli digitali forniti dal Comune non funzionavano, il vicesegretario alla Pubblica istruzione della città, Cheng Yan Chee, ha fatto sapere che tocca ai genitori, e non ai presidi, prendersi l'onere di misurare la febbre agli studenti ogni mattina. Stesso obbligo anche a Singapore, dove il governo regalerà un termometro a ogni studente, che dovrà misurarsi la febbre due volte al giorno e registrare il dato su un giornale di classe.
Dopo diversi giorni di indecisione, il governo di Hong Kong aveva ordinato la chiusura delle scuole lo scorso 29 marzo. Adesso le sta riaprendo un po' alla volta. Dopo le superiori, lunedì prossimo dovrebbero ricominciare a funzionare le medie inferiori e le elementari, riportando in classe altri 900.000 bambini. Ma nessuna scuola è costretta a riaprire, se non lo ritiene opportuno: e infatti ieri una decina di istituti, quasi tutti nei due quartieri più colpiti dalla polmonite atipica, hanno deciso di restare chiusi.
La grande paura
La peste nera, la spagnola e i polmoni del dottor Liu
Geminello Alvi sul Corriere della Sera
Quanto più dovremo temere di quell'epidemia ancora lontana che dilaga nel Meridione della Cina è che essa ci confonda la mente, che il timore divenga rumore molesto di domande per le quali la ragione non ha molte risposte. Perciò, abituati come siamo a calcolare la vita, quasi in fondo la storia del dottor Liu Janlun ci conforta. Fosse vera, ricondurrebbe la Sars a ragioni almeno consuete, non diverse da quelle della catastrofe di Cernobyl. Per compiacere il governo a Pechino e la sua vanità, il sessantaquattrenne dottore manipola il virus di una malattia che flagella anitre e tacchini dei contadini cinesi e a metà febbraio, nel suo laboratorio di Guangzhou, si infetta. Ma non lo sa, anche se arriva a Hong Kong che già non si sente bene.
Liu Janlun morirà così il 4 marzo, dopo aver infettato una settantina di persone tra cui il cognato. Il Partito comunista fa il resto, tiene segreta l'infezione.
La fa dilagare in obbedienza non ad una malvagità premeditata, ma all'etica del dispotismo per cui non sta al singolo decidere o dire.
Proprio come a Cernobyl quando c'era l'Urss o su quell'isola di Hainan dove nel 2001 venne fatto atterrare l'aereo spia americano ma nessuno sapeva cosa fare. Del resto gli orientali si confondono per quanto nella vita non s'adatta a qualche procedura: cinquecento telefonate prima d'agire; e settimane prima di circoscrivere l'epidemia. E comunque questa causa ci darebbe almeno una spiegazione che quieti la nostra ragione: potremo prendercela con i difetti del dispotismo o dell'Oriente. Ma intanto l'epidemia imprevedibile compromette quella parte dell'economia mondiale che ancora tirava. La Sars genera in pochi giorni danni più gravi del conflitto in Iraq: gli aeroporti di Hong Kong deserti; un terzo dei voli americani sulle rotte del Pacifico aboliti; le fabbriche di Nike, Intel, Honda inavvicinabili come piccole Cernobyl; persino portuali e operai in Occidente che rifiutano di maneggiare merci cinesi. E per quanto più inquieti tuttavia almeno ci daremmo una ragione che soddisfa l'abitudine a spiegare col libero mercato e l'economia quasi tutto.
Ma per chi pensi, invece di calcolare, e diffidi dei miti e della globalizzazione, questa spiegazione non può bastare. In questa malattia che salta nei polmoni del dottor Liu mentre lui studia per annientarla, quindi lo accompagna nella grande città e lì si fa respirare da centinaia di altri, c'è la freddezza omicida di un film di fantascienza. Si svela un male orrendo, rispetto al quale i burocrati comunisti o i giornalisti occidentali in ansia per l'economia globale o il sovrapopolato Oriente paiono soltanto comparse. Del resto la Spagnola, influenza che provocò milioni e milioni di morti dopo la Prima guerra mondiale, non dipese dalle insanie di Lenin; né dilagò dalla Cina.
Era un lunedì di settembre quando all'Esposizione Nazionale degli Allevatori Suini a Cedar Rapids nell'Iowa il veterinario dottor J. S. Koen si chinò su un maiale e lo pungolò col suo bastone. Gli occhi chiusi, la pelle coperta di sudore sotto il pelo, persino la tosse secca e la tristezza parevano quelle di un uomo. Fu la prima percezione dell'inizio della epidemia che concluse nel panico il giorno dell'inaugurazione della mostra, e secondo alcuni biologi originò la Spagnola. Per altri invece il primo contagiato fu, nel marzo dello stesso 1918 in Texas, un tal Albert Mitchell, pigro cuoco dell'esercito degli Stati Uniti. Andò a letto dicendo di sentirsi male; l'indomani a mezzogiorno c'erano nel campo già altri centosette soldati ammalati. Solo nell' American Expeditionary Force spedita in Europa per far la guerra agli Imperi centrali morirono 9 mila soldati. Dolori lombari, qualche torpore prima e dopo sudore intenso, febbre altissima, sangue nei polmoni, dolori lancinanti. In Italia morirono in 375 mila. Si calcolò che in tutto il pianeta, la Spagnola, chiamata così perché fu quella nazione neutrale, dunque senza censura, la prima a darne conto, uccise più persone che le battaglie della Prima guerra mondiale.
L'Estremo Occidente non è diverso dall'Oriente, e le epidemie devastano ovunque i calcoli consueti della mente. "Sconvolto l'animo, in preda a mestizia e timore: triste sguardo, stravolto e corrucciato l'aspetto; gli orecchi sempre in tormento pieni di rombi, affrettato o lento e a tratti il respiro...". In questi cupi versi coi quali Lucrezio descrisse la peste di Atene ritornano le stesse immagini che devono tormentare chi abbia visto morire per l'epidemia già tanti cinesi. E, per quanto ancora distanti e con la speranza che l'epidemia si circoscriva, a ripensarvi viene da sentirsi risucchiati in una percezione arcaica e tremenda dell'esistenza. Rispetto alla quale i pensieri consueti reggono male, persino quelli ecologici. Per certo l'economia contadina cinese è un miracolo di equilibrio. La Cina contadina ricicla tutto. E non c'è avanzo di uomo, anitra o maiale che non serva a fertilizzare e a dare il cibo a qualcuno in un'ecologia perfetta. I contadini fertilizzano le vasche col letame, nutrendo addirittura il plancton per le loro carpe in catena alimentare compiuta. E così la Cina si sfama in un'armonia taoista con la Natura. Ma tanta promiscuità d'umori, uomini e animali, spiega anche perché la Cina meridionale sia il luogo ideale dove l'influenza si origina e si trasmette dagli uccelli ai maiali e agli uomini. Se l'agricoltura dell'Occidente è rovinata dai modi dell'industria, e tende a creare un'anti-natura perniciosa, quella dell'Oriente più arcaico obbedisce ancora a naturalezza e Natura. Ma di essi patisce le conseguenze. Né le ragioni del liberismo né quelle del dispotismo cinese e neppure la ragione ecologica reggono, se l'epidemie divengono immani.
E già una volta con la peste medievale è accaduto che Oriente e Occidente abbiano patito al contempo lo stesso orrore. Le navi genovesi nell'autunno 1347 portarono in Italia la peste. Nel suo primo anno essa diminuì di un quarto la popolazione d'Italia e vi restò in forma endemica per decenni. In Europa la popolazione diminuì almeno d'altrettanto; quella cinese di non meno. La peste nera fu un incubo immane, che mutò il mondo più di quanto chi venne dopo potrà mai capire. E di quanto noi da qualche generazione ci siamo abituati a pensare. La crescita economica ci ha distaccato dalla Natura, dai suoi beni ma anche dai suoi mali e con un'intensità sconosciuta a ogni civiltà prima della nostra. E in questa specie di anti-natura, ricolmi di igiene, siamo disabituati a pensare alle epidemie. I mali ci paiono torti personali e li attribuiamo anzi a un vivere non abbastanza naturale. Ma ecco all'improvviso la Natura ci si rivela, seppure da lontano: è quella di Lucrezio e nutre il nostro orrore. Ed ecco pure i più ecologisti a dover sperare che l'anti-natura, ovvero igiene e vaccini, vincano l'epidemia prima che in autunno emigri in Europa.
Intanto i ristoranti cinesi iniziano a restare deserti. Ma ancora almeno la civile Europa resiste alla xenofobia, male peraltro da sempre complementare alle epidemie. Pensare che solo tre anni fa ci erano promessi progressi a non finire. Poi qualcosa s'è rotto: crolli in Borsa, terrorismi arabi, guerre, epidemie. Per molto meno gli antichi avrebbero parlato di congiunzioni astrali sfavorevoli. "Ab occulta coeli influentia" scrivevano in effetti nel Cinquecento i fratelli Boninsegni, convinti dell'influsso delle stelle sulla salute umana. E diedero così il nome all'influenza.
23 aprile 2003