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sulla stampa
a cura di Fr.I. - 19 aprile 2003


Corteo a Bagdad: né Bush né Saddam
Migliaia di sciiti: sì solo all'Islam. Fine dell'embargo: nuovo contrasto tra alleati, ispettori del Pentagono per aggirare l'Onu. Video e nastro del raìs. Tv araba: sono del 9 aprile, giorno dei tank nella capitale.
brevissime del
Corriere

BAGDAD - «No Bush, no Saddam, sì sì Islam»: hanno gridato a gran voce ieri decine di migliaia di sciiti in occasione delle preghiere del venerdì, per la prima volta dopo oltre 30 anni liberi di manifestare il loro credo. Lanciano appelli al «rifiuto dei modi di vita dei nemici occidentali», predicano l'adozione del velo per le donne, l'applicazione della legge islamica, la fratellanza tra iracheni contro gli «invasori» americani. La tv di Abu Dhabi ha trasmesso un video in cui Saddam esorta alla resistenza: secondo l'emittente, il nastro è stato registrato il 9 aprile quando i tank americani entrarono a Bagdad. Fine dell'embargo all'Iraq e nuova sfida: gli Usa, scavalcando l'Onu, hanno inviato una squadra di esperti per cercare le armi di distruzione di massa del regime iracheno.


«Il petrolio iracheno agli iracheni». La conferenza di Riad dà l'altolà agli americani
sommari de l'Unità

Gli angloamericani se ne devono andare. Subito. Di più: le sanzioni contro l'Iraq non vanno abolite immediatamente. Prima va costituito un governo realmente rappresentativo della società irachena. E ancora: lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi iracheni deve essere appannaggio di società locali. Con questi messaggi s'è conclusa la conferenza dei paesi limitrofi all'Iraq, a cui ha partecipato anche l'Egitto e il Bahrein (presidente di tuirno della Lega araba). Al Feisal: «Cessi la campagna americana contro la Siria». Arrestato a Baghdad l'ex ministro delle Finanze di Saddam.


L'incubo dell'Asso di picche. Saddam spaventa l'America
La videocassetta con le riprese del dittatore rilancia gli interrogativi sulla sua sorte
Vittorio Zucconi su
la Repubblica

Asso di picche
WASHINGTON. AL TRENTESIMO giorno della guerra finita che non finisce, l'America che sogna di dimenticare Bagdad e di proclamare vittoria si risveglia con un Saddam Hussein che cammina ancora sui suoi teleschermi. L'ultimo bluff dell'asso di picche, il colpo di guerriglia psicologica lanciata da lui, o da chi vuole tenere aperta la partita usando la sua immagine, non è certamente la riesumazione di un regime finito. La Casa Bianca si affretta a far sapere che questa videocassetta, che essa sia autentica o postdatata, che quell'uomo sia il vero Saddam o il falso Saddam, non importa nulla perché il dittatore non ha più potere, ed è ovvio.
Ma se, dopo il primo mese di guerra militarmente finita ancora nessuno dei vincitori a Washington osa pronunciare la parola vittoria, è perché il morto che non muore cammina sullo stesso sentiero di ombre che già ospita Osama Bin Laden e il mullah Omar. Saddam non ha più il potere politico, ma ha ancora il potere di negare a Bush il simbolo della vittoria che Bush ha sempre cercato, la sua testa.

Quella vera, non quella di bronzo.

L'ultimo colpo dello zombie di Bagdad è dunque una battaglia immaginaria, un dispetto che ha come unico obiettivo possibile quella che è sempre stata la strategia di Saddam Hussein, sopravvivere o fingere di sopravvivere. Chi ha filmato, organizzato, poi fatto arrivare alla rispettabile televisione di Abu Dhabi, un emirato filo americano, quei 10 minuti di orrido show nel quartiere di Al Azamiya a Bagdad, è qualcuno che conosce bene i meccanismi della tele-manipolazione globale, come li conoscono i dimostranti musulmani, sunniti e sciiti insieme, che ieri a migliaia hanno sventolato per le telecamere striscioni in inglese con la scritta "No Bush, No Saddam, Yes Yes for Islam".

La Abu Dhabi TV giura sull'autenticità della cassetta e sulla catena di spalloni che l'hanno fatta arrivare all'emirato. La Cia, il Pentagono e l'armata di esperti devono ammettere che essa ha ripreso una Bagdad polverosa e accaldata, dunque già all'inizio del mese, come hanno verificato i dati meteorologici. Non si vedono semafori in funzione nelle inquadrature a grande angolo, prova che durante le riprese già mancava la corrente. La folla eccitata che agita i pugni e i kalashnikov sgomitandosi per toccare e baciare quell'uomo in divisa del partito della Rinascita Baath è molto più numerosa di quella di diffidenti curiosi che circondarono gli sforzi del marines mentre abbattevano la statua sulla piazza. Si vedono accorrere spontaneamente persone, per accalcarsi attorno al supposto raìs, gente che avrebbe potuto restarsene lontana e indifferente. E se l'uomo alto, sorridente, baffuto sotto il solito basco, infastidito dall'inconsueto contatto fisico, rigido come è rigido Saddam Hussein operato negli anni '80 alla colonna vertebrale, quando era il beniamino degli americani, da neurochirurghi della George Washington University, non è lui, ci si deve chiedere allora chi, e a quale scopo, dentro o fuori l'Iraq, abbia riesumato uno dei suoi cloni, ora che il regime è caduto.

Nella campagna per abbattere Saddam, l'esecuzione del re nemico sarebbe il trofeo che l'audience americana chiede per voltare pagina, decretare il trionfo al nuovo imperatore e dimenticare l'Iraq. Molto preferibili a un arresto e a un processo pubblico certamente imbarazzante, i resti umani del dittatore sono quello che i comandi americani vogliono, come dimostrano gli scatti di eccitazione quando le solite fonti di intelligence giurano che Saddam è rimasto, "al 99%" sotto un bombardamento o un altro. Il film ha disperatamente bisogno di un finale da vendere a un elettorato americano che ha speso 75 miliardi di dollari e già 127 vite di soldati per produrlo è tutto quello che rimane a Saddam è negare il proprio cadavere, diventare uno spettro, come Osama.

I sondaggi della Gallup già segnalano che l'onda di popolarità di Bush culminata proprio quel 9 aprile sta un poco ritirandosi e ai registi della campagna elettorale per la presidenza, l'idea di un altro video di Saddam Hussein ancora vivo sembra un incubo. Si nota ormai chiaramente, negli stessi media americani che hanno per un mese suonato le trombe del patriottismo, il fastidio per il trascinarsi di un'impresa entrata nella fase che il generale Garner, il governatore americano, ha onestamente definito "brancolare nel buio, sperando di non inciampare nel mobilio". E finché nel buio sarà nascosto lui, il film della liberazione dell'Iraq non avrà il suo happy ending.


Quel che resta di un conflitto
Giovanni Sartori sul
Corriere della Sera

Abbiamo vissuto settimane non solo di guerra ma anche di sciocchezze e assurdità sulla guerra. La guerra in Iraq è abbastanza finita. Ne restano i cocci. Moltissimi.

Chi ha parlato e anche desiderato un nuovo Vietnam si è sbagliato di grosso. E si è anche sbagliato di grosso chi ha previsto un bagno di sangue con milioni di morti. In realtà nessuna guerra di terra (quella contro la Serbia fu soltanto aerea) ha versato così poco sangue. Gli iracheni hanno denunziato circa 1.500 vittime civili: una stima sicuramente gonfiata. Ma ammettiamone duemila. Possono sembrare tanti, ma per il confronto storico sono quasi niente.
Nella guerra di Corea del 1950-'53 i morti furono complessivamente 2 milioni, metà civili. Nella lunga guerra del Vietnam i morti sono stati stimati tra i 3 e i 4 milioni. Nella prima guerra del Golfo del 1991 persero la vita, tra soldati e civili, circa 300 mila iracheni. Ci sono poi le guerre e le stragi interne. In Indonesia si ritiene che Suharto abbia massacrato, nel '66-67, 500 mila persone (specialmente cinesi). In Cambogia le vittime del famigerato Pol Pot sono stimate 1 milione e 700 mila. In Ruanda, nel 1994 sono stati uccisi 500 mila tutsi, e i profughi sono stati 2 milioni. In Sudan si calcola che dal 1983 ad oggi siano state massacrate 2 milioni di persone (specialmente cristiani) e che i profughi siano 4 milioni.
Si può esecrare qualsiasi guerra (e io a questa guerra sono stato, com'è noto, contrarissimo); ma si dovrà pur sempre riconoscere che tra 2 mila e 2 milioni di morti c'è una bella differenza. Invece quasi tutti glissano finché la guerra non è americana, e quasi tutti si scatenano quando lo è. Come mai?

Il che dovrebbe anche far ammettere che le armi nucleari americane non sono la stessa cosa delle armi nucleari nordcoreane e di altri Stati canaglia. Le prime hanno protetto l'Occidente e assicurato la pace per cinquant'anni di guerra fredda, mentre le seconde sono, in prospettiva, una terribile minaccia per tutti. E ci vuole molta malafede, o davvero molto puerilismo, per ignorare queste differenze.
E le guerre del futuro? Ci saranno? Temo di sì; ma saranno diversissime da quelle del passato. I pacifisti parlano ancora di anticaglie: guerra imperialista, guerra di conquista, guerra coloniale. L'impero americano già esiste senza bisogno di guerre; gli americani non conquistano territori da centocinquanta anni; e il loro istinto, essendo ex colonie, è visceralmente anticoloniale. Ed è anche una sciocchezza, ritengo, parlare della pax americana come di una «guerra infinita». Se la guerra all'Iraq farà paura, se avrà la sperata efficacia deterrente, allora la guerra americana finisce qui. Da quando il presidente Reagan bombardò Gheddafi, da allora la Libia è stata cauta. La polverizzazione in tre settimane di Saddam Hussein dovrebbe indurre alla cautela anche la Siria, l'Iran e la Corea del Nord. La guerra infinita che ci aspetta è, temo, un'altra: la guerra del terrorismo globale. Un discorso per un'altra volta.


Pane e libertà ma soprattutto missionari protestanti
Paolo Mastrolilli su
La Stampa

PANE, libertà e missionari cristiani protestanti. C'è qualcosa, in questa lista di aiuti americani offerti alla popolazione irachena, che imbarazza la Casa Bianca.

Tutti sanno che il presidente Bush è un devoto metodista. La base dei protestanti conservatori è stata essenziale per la sua elezione nel 2000, e sarà essenziale per la conferma nel 2004. Il capo della Casa Bianca ha fatto il possibile per chiarire che la guerra in Iraq non era una crociata contro i musulmani, ma un attacco al regime di Saddam. Ora però è cominciata la fase dell'assistenza, e tra le organizzazioni umanitarie pronte a partire ci sono la Samaritan's Purse del reverendo Franklin Graham e la Southern Baptist Convention. Niente di male, se non fosse che dopo l'11 settembre Graham aveva definito l'Islam «una religione malvagia e perversa», e un leader dei battisti aveva descritto Maometto come un «pedofilo posseduto dal diavolo». Come soddisfare le richieste della base elettorale protestante, senza urtare i musulmani col proselitismo da crociata?



E ora per Baghdad il rischio si chiama uranio
Nei bombardamenti sull'Irak sono state sganciate fino a 2000 tonnellate di proiettili al DU (uranio impoverito), in gran parte sulla capitale. La loro radioattività permane nel tempo. E può causare molti danni alla popolazione.
Giulia Crivelli su
Il Sole 24 Ore

La notizia
Gli scienziati britannici chiedono a Londra e Washington di rimuovere dall'Iraq le centinaia di tonnellate di uranio impoverito utilizzate durante la guerra in modo da proteggere la salute della popolazione civile. L'appello, scrive oggi il quotidiano Guardian, è stato lanciato dalla principale associazione scientifica del Regno Unito, la Royal Society, che contraddice così gli esperti del Pentagono, secondo i quali l'opera di bonifica non è necessaria. Si riaccende così la polemica sull'uranio impoverito, una sostanza già utilizzata durante la prima guerra del Golfo, nonchè durante gli interventi militari nei Balcani e in Afghanistan. Le munizioni fabbricate con uranio impoverito sono molto più penetranti e vengono utilizzate in genere contro obiettivi come carri armati e bunker superblindati. Tuttavia, secondo molti scienziati, questo tipo di materiale - derivato dalla lavorazione dell'uranio per uso in reattori nucleari- provoca il cancro ed altre gravi malattie.

Fino a 2.000 tonnellate di uranio impoverito, scrive il Guardian, sono state usate durante la guerra in Iraq, di cui una grossa parte a Baghdad. (Ansa, 17 aprile, ore 16.11).


L'approfondimento

Cos'è l'uranio, arricchito o impoverito
L'uranio è un metallo pesante che si trova in piccole quantità in rocce, suolo, aria, acqua e cibi. Nella sua forma naturale, l'uranio è costituito da 3 isotopi (per "isotopo" si intende una delle forme possibili dell'atomo di un elemento chimico), con una netta prevalenza (99.2745%) dell'isotopo 238. Tutti gli isotopi dell'uranio sono radioattivi.

A causa della sua grande vita media (4.468,109 anni), l'uranio 238 (indicato come 238U) ha una attività molto bassa. Per utilizzarlo nei reattori nucleari, o nelle armi nucleari, è necessario arricchire l'uranio naturale con gli isotopi 235U e 234U. Il materiale che ne deriva è noto come uranio arricchito, e la sua concentrazione dell'isotopo 235U in peso varia fra il 2% ed il 90%.

Il materiale di scarto di questo processo è noto come uranio impoverito (DU = depleted uranium, in inglese), e contiene meno dello 0.7% di 235U. Il DU è meno radioattivo dell'uranio naturale di circa il 40%, e di circa un ordine di grandezza meno dell'uranio arricchito.
L'uranio impoverito, che emette particelle alfa e beta, è classificato nella fascia più bassa di rischio fra gli isotopi radioattivi.
Il DU possiede delle uniche proprietà fisiche quali la densità elevatissima (19 g/cm3, 1,7 volte maggiore della densità del piombo) e una notevole duttilità. Inoltre, l'uranio è "piroforico": il che significa che piccole particelle prendono spontaneamente fuoco a contatto con l'aria.
L'importante presenza di stabilimenti nucleari che producono energia (circa il 40% dell'energia elettrica americana è prodotta in centrali nucleari), permette agli Usa di possedere circa 560.000 tonnellate di "materiale di scarto" derivante da questi processi (uranio impoverito) sotto forma di esafluoruro (UF6) attualmente stoccate in cilindri in tre impianti che si trovano a Paducah (Kentucky), Portsmouth (Ohio) e Oak Ridge (Tennessee).

Link utili (la maggior parte in inglese) sull'uranio impoverito:

Fondamentale per chi voglia saperne di più è la Federation of American Scientists, per i sistemi d'arma e la politica militare degli Usa. Sugli effetti sanitari e ambientali dell'Uranio (impoverito o meno) si può consultare lo stesso sito della Fas oppure il sito del Regional Environmental Center for Central and Eastern Europe, con uno studio intitolato "Assessment of the Environmental Impact of Military Activities During the Yugoslavia Conflict". Anche la RAND Corporation ha effettuato uno studio sugli effetti dell'Uranio Impoverito.
(NDR su Il Sole 24 Ore segue un lungo elenco di link)

Gli effetti sulla salute dell'uranio impoverito
L'uranio impoverito, poiché, come abbiamo detto, emette particelle alfa, se contenuto anche solo in un scatola di plastica diventa innocuo. Infatti, i militari americani che operano all'interno dei carri M-1 con corazza all'uranio impoverito, se non colpiti da altri proiettili, non presentano gravi patologie.
I problemi, e sono gravissimi, avvengono nel momento in cui l'uranio entra all'interno del corpo umano, o sotto forma di pulviscolo, o sotto forma di schegge.
Un contatto diretto e prolungato con munizioni o corazzature all'DU può causare effetti clinici nefasti. Tuttavia, l'uranio impoverito giunge al suo massimo potenziale di causare danni quando frammenti o polveri di DU penetrano nel corpo. La tossicità chimica dell'DU rappresenta la fonte di rischio più alta a breve termine, ma la radioattività dell'DU può causare seri problemi clinici nel lungo periodo (anni o decenni dopo l'esposizione).
L'uranio ingerito, inalato, o presente nei frammenti di proiettile incorporati può essere solubilizzato dall'organismo e depositarsi in diversi organi. L'uranio è normalmente distribuito in tutti i tessuti dell'organismo, in quantità comprese fra i 2 ed i 62 mg, ma legato a biomolecole, che lo rendono innocuo.

Gli scienziati però non sono concordi
Sulla pericolosità dell'uranio impoverito gli scienziati non sembrano essere concordi e per questo vi sono tesi differenti. Non esiste alcuno studio epidemiologico sull'uomo in grado di dimostrare effetti tossici degli ossidi di uranio. Si sono verificati però un certo numero di incidenti nelle centrali nucleari, a causa dell'esplosione di uranio metallico in aria mentre venivano maneggiati da lavoratori.
Il rischio sembra essere minore per i soldati sottoposti a brevi inalazioni di DU, ma la situazione potrebbe essere diversa nel caso della popolazione. L'uranio lasciato sul campo di battaglia viene lentamente trasportato dal vento e respirato, e può quindi contaminare le falde acquifere ed entrare nella catena alimentare. Esistono casi di contaminazione ambientale vicino alle industrie americane che si occupano di produrre proiettili all'uranio impoverito e che hanno sotterrato gli scarti della lavorazione.

Il caso italiano: la relazione Mandelli
Il 22 dicembre 2000 fu insediata una commissione, presieduta dal professor Franco Mandelli, con il compito di accertare tutti gli aspetti medico-scientifici dei casi emersi di patologie tumorali nel personale militare impiegato in Bosnia e Kosovo.
Il testo della Prima relazione Mandelli (in pdf, venti pagine in tutto)
Innanzi tutto è importante soffermarsi sul titolo di questo documento: relazione preliminare. Questo significa che studi seguiranno e che le conclusioni non sono definitive.
La popolazione studiata dalla commissione è quella composta dai militari che dal dicembre 1995 al gennaio 2001 hanno compiuto almeno una missione in Bosnia e/o Kosovo.
Per analizzare i dati e confrontare i risultati con i dati statistici presenti negli archivi sono stati presi a riferimento i dati più aggiornati disponibili, che però risalgono al periodo 1993-1997 (quindi non troppo aggiornati).
Alla fine della pagina 1, una indicazione che "consiglia comunque un accurato monitoraggio nel tempo, sia per quanto riguarda eventuali nuovi casi, sia per controlli da effettuare su altre popolazioni a rischio". Le popolazioni degli abitanti del Kossovo e della Bosnia, non sono quindi state prese in considerazione. Questa mancanza è abbastanzxa grave, secondo molti, perchè i militari hanno avuto contatti "sporadici" con le polveri di uranio se paragonati alle esposizioni che le popolazioni dei siti bombardati hanno subito e subiscono ancora in certi casi.
La stessa commissione insediata a dicembre del 2000, presentò anche una seconda relazione.
Rispetto alla prima, vennero inseriti nuovi casi registrati entro il 30 aprile 2001.
I dati con cui venivano confrontate le manifestazioni tumorali si avvalsero, nel secondo documento, di 12 registri tumorali italiani, in confronto dei 7 della prima relazione.
Si consiglia sempre l'analisi nel tempo (quindi la relazione è tutt'altro che conclusiva).


Il primo contratto alla Bechtel, la società dei «Reagan boys»
Incarico da 680 milioni di dollari per ricostruire infrastrutture in Iraq. Nell'83 Rumsfeld trattò la fallita realizzazione di un oleodotto verso la Giordania.
Danilo Taino su
Corriere della Sera

Anche la ricostruzione fisica, non solo politica, dell'Iraq inizia a prendere una certa velocità. E a creare, ovviamente, qualche polemica. La UsAid (l'agenzia Usa per lo sviluppo internazionale) ha assegnato ieri un contratto al Bechtel Group per rimettere in piedi alcune delle infrastrutture vitali per il Paese. Il contratto vale 680 milioni di dollari (624 milioni di euro) ma il mondo degli affari ritiene si tratti solo del primo passo di un'impresa che richiederà al governo americano prima e a quello iracheno poi di staccare assegni molto più cospicui. La scelta della Bechtel ha comunque sollevato scetticismo sia in Europa che in America: il gruppo, fondato nel 1898 e ancora controllato dalla famiglia Bechtel, è infatti tra i più legati agli uomini del partito repubblicano sin dagli anni della presidenza Reagan. Il contratto - che la Bechtel ha vinto superando in gara la californiana Parsons e, prima, la Fluor, il Washington Group International e la Halliburton - riguarda la rimessa in funzione o il rifacimento di centrali elettriche, acquedotti, sistemi sanitari, strutture aeroportuali, il porto di Umm Qasr e, probabilmente, anche la costruzione di scuole, ospedali e «vie di trasporto essenziali».

I legami del Bechtel Group con i Reagan Boys sono solidi, tanto che, oggi, George Shultz, che fu segretario di Stato proprio durante le presidenza di Ronald Reagan, fa parte del consiglio di amministrazione della società. Ma è in anni reaganiani che ci fu il famoso caso dell'oleodotto da un miliardo di dollari che la Bechtel avrebbe voluto costruire tra l'Iraq e la Giordania. Secondo documenti del Dipartimento di Stato, il progetto, che poi fallì tra le polemiche, fu discusso dall'attuale segretario alla Difesa americano Donald Rumsfeld con Saddam Hussein e Tarek Aziz nel dicembre 1983 a Bagdad, dove Rumsfeld si presentava come inviato speciale di Reagan per il Medio Oriente. Altro legame: lo scorso febbraio, il presidente in carica, George Bush, ha nominato Riley Bechtel, l'attuale gran capo del gruppo, nel consiglio per le esportazioni della Casa Bianca.
Fin qui gli elementi di polemica sul network di relazioni della Bechtel. Sull'altro piatto della bilancia pesa invece il fatto che il gruppo sia sicuramente uno dei pochi al mondo in grado di assumersi impegni di ricostruzione a così ampio spettro. Con quasi 50 mila dipendenti e 13,5 miliardi di dollari di giro d'affari (2001), è uno dei maggiori colossi di ingegneria del pianeta: ha realizzato grandi opere un po' ovunque (ha anche lavorato alla costruzione della ferrovia sotto la Manica) e già partecipò con successo alla rivitalizzazione dei pozzi petroliferi del Kuwait dopo la guerra del Golfo del 1991.
A questo punto, gli uomini del Dipartimento della Difesa Usa sono convinti che, nella ricostruzione, si tratti di fare presto. Gli ingegneri minerari dell'Esercito presenti sui campi petroliferi hanno fatto sapere di avere dovuto iniziare a chiudere una serie di pozzi del Nord del Paese. Gli impianti di stoccaggio nel porto turco di Ceyhan, dove il petrolio di Kirkuk viene pompato, sono infatti pieni perché oggi come oggi nessuno ha l'autorità di vendere il petrolio iracheno. Se però i pozzi restassero chiusi a lungo, dicono gli ingegneri, si rischia di rovinare seriamente gli equilibri di pressione nei giacimenti stessi, con notevoli difficoltà, poi, a riavviare l'estrazione. Una ragione in più, dicono gli americani, perché le Nazioni Unite riformino in fretta i termini del programma Oil-for-Food , legato alle sanzioni contro l'Iraq di Saddam, che vieta ogni vendita di greggio se non autorizzata dall'Onu.



Irak: la Bechtel prima a ricostruire
La multinazionale Usa ottiene una commessa da 680 milioni di dollari. Ma la società non è certo una new entry: i rapporti con la famiglia Bush risalgono a 20 anni fa.
uno speciale di Nicola Borzi su
Il Sole 24 Ore

C'è un legame carsico ventennale che lega la California, Washington e l'Irak, la Casa Bianca e gruppo Bechtel, uno dei giganti mondiali delle costruzioni e dell'engineering che è le prima impresa statunitense ad aver ottenuto un appalto per la ricostruzione post-bellica del Paese mediorientale. Un filo rosso che lega la società di San Francisco, l'attuale segretario alla Difesa Usa Donald Rumsfeld, George Shultz, segretario di Stato all'epoca del duo Reagan-Bush sr. e il raìs di Baghdad.
Proprio ieri la USAid (U.S. Agency for International Development), l'Agenzia federale di Washington per lo sviluppo internazionale, ha annunciato di aver assegnato un appalto per il valore complessivo di 680 milioni di dollari alla Bechtel per avviare le prime opere di ricostruzione delle infrastrutture civili del Paese mediorientale. La prima tranche versata da USAid è stata pari a 34,6 milioni di dollari e nei prossimi 18 mesi saranno versate le altre.
Perché proprio la Bechtel si è aggiudicata il primo imponente finanziamento statunitense per l'Irak? …
Perché? Per rispondere occorre partire dal quartier generale dell'impresa di San Francisco per un viaggio all'indietro. Un viaggio cominciato il 20 dicembre 1983 quando, come dimostra una fotografia, Donald Rumsfeld stringeva la mano a Saddam Hussein durante una sua visita ufficiale a Baghdad in qualità di Inviato speciale del presidente Reagan per il Medio Oriente.

Un gigante mondiale delle costruzioni

Il gruppo Bechtel, come ama presentarsi, "è più che una grande impresa statunitense di costruzioni ed engineering: è diventata l'organismo di riferimento sul cui metro vengono giudicate le altre imprese del settore".

Lungo la sua storia ormai ultracentenaria, l'impresa familiare di San Francisco, fondata nel 1898 e mai quotata in Borsa, ha gestito oltre 20mila progetti in 140 Paesi: ha costruito il 40% della capacità industriale mondiale di liquefazione del gas, 75 aeroporti, 48 impianti idroelettrici e 80.000 chilometri di oleodotti e gasdotti, 500 impianti di generazione di energia dal carbone e dall'atomo, 22 intere città, 80 porti e 27mila chilometri di strade e autostrade, oltre a 200 impianti di distribuzione e depurazione dell'acqua.
C'è solo l'imbarazzo della scelta tra le grandi opere realizzate: dal tunnel ferroviario sotto la Manica all'oleodotto Mayakan in Messico, dalla miniera di rame di Collahuasi in Cile (la più grande del mondo) alla rete wireless per AT&T negli Usa, alla fonderia di alluminio a Boyne Island in Australia.

Nel 2001, secondo gli ultimi dati disponibili, i 50mila dipendenti mondiali della Bechtel hanno consentito alla società di gestire 900 progetti in 60 Paesi, con un fatturato di 13,4 miliardi di dollari e nuovi ordini per altri 9,3 miliardi di dollari.

Strette di mano e oleodotti con il Raìs

Ma cos'è che collega la Bechtel a Washington? Il legame si snoda tra George P. Shultz, il segretario di Stato Usa all'epoca del doppio mandato presidenziale di Ronald Reagan (luglio 1982-gennaio 1989), quando il vice di Reagan era il padre dell'attuale presidente, George Bush senior.
Per i frequentatori degli ovattati ambienti della Casa Bianca, degli interminabili corridoi del Pentagono o delle affollate aule del Congresso, vale il principio della "revolving door", la "porta girevole" che collega l'ingresso ai piani alti delle maggiori aziende con le aule della Camera dei Rappresentanti o del Senato, e viceversa. E proprio osservando chi passa avanti e indietro per la "porta girevole" ci possono intuire le motivazioni di avvenimenti solo apparentemente scollegati.
Per capire il ruolo di Rumsfeld a Baghdad nel 1983, occorre ricordare che all'epoca il "Raìs" non era ancora considerato a Washington un feroce dittatore, ma anzi uno dei principali alleati degli Stati Uniti nel Medio Oriente. Un alleato con cui gli Stati Uniti intendevano realizzare lucrosi affari, insieme a imprese tra le quali i giganti Westinghouse, General Electric e Halliburton (che vedrà ai suoi vertici un altro uomo di punta dell'attuale amministrazione Bush, il vicepresidente Dick Cheney).
Tra questi, assumeva importanza strategica la realizzazione di un oleodotto che sarebbe dovuto partire dall'Irak per attraversare la Giordania e sbucare nel terminal petrolifero di Aqaba, il porto giordano sul Mar Rosso. Un oleodotto del valore di mezzo miliardo di dollari (dell'epoca) che avrebbe dovuto essere finanziato dagli Usa. Un collegamento di vitale importanza per permettere all'Irak di esportare il suo greggio evitando alle petroliere le insidie del Golfo Persico, allora a rischio a causa del conflitto lanciato da Saddam Hussein contro l'Iran dell'Ayatollah Ruhollah Khomeini.
Rumsfeld, allora "numero uno" della multinazionale farmaceutica Searle, era stato nominato Inviato speciale presidenziale nel Medio Oriente proprio da Reagan, l'ex Governatore della California ora presidente, e per Reagan si sarebbe recato spesso in quell'area tra il 1983 e il 1984.
...
Secondo documenti ufficiali dell'epoca che sono stati desecretati solo negli ultimi mesi da due organizzazioni pubbliche statunitensi (l'Institute for Policy Studies e il National Security Archive della George Washington University), proprio la Bechtel era la grande impresa che avrebbe dovuto aggiudicarsi i finanziamenti da 500 milioni di dollari per la costruzione dell'oleodotto Irak-Giordania. Nonostante due missioni di Rumsfeld a Baghdad, a testimonianza delle quali restano le lettere spedite dall'inviato presidenziale a Shultz, l'oleodotto non venne però mai realizzato.
Non furono tuttavia le prove sempre più lampanti dell'uso di armi di distruzione di massa da parte di Saddam Hussein a far cadere definitivamente il progetto. A impedire la realizzazione del grande collegamento petrolifero furono invece altri fattori, tra i quali un ruolo chiave fu giocato dall'opposizione di Israele che vedeva messi a rischio i propri interessi nazionali.

Per saperne di più

(NDR su Il Sole 24 Ore segue un elenco di link)


Prova a riprendere un'incursione degli israeliani. Ucciso un cameraman a Nablus
sommari de
l'Unità

L'esercito israeliano ha ucciso un operatore televisivo. Che lavorava per la tv palestinese e per l'Associated Press. E' avvenuto stamane a Nablus, dove nove jeep con la Stella di Davide hanno fatto incursione a caccia di un ricercato. Ai sassi dei ragazzi palestinesi, i militari hanno risposto con una sventagliata di mitra. Oltre al cameraman, un adolescente di 15 anni è in fin di vita. E' il terzo giornalista ucciso dall'inizio della seconda Intifada.


Il trucco del Cavaliere: fuga continua dal processo
Processo Imi-Sir, la breve apparizione di ieri in aula rivela la strategia del premier per far slittare le future udienze
Giuseppe D'Avanzo su
la Repubblica

Trucco da fiera con sorpresa finale, a ben vedere, l'arrivo in pompa magna di Silvio Berlusconi al Palazzo di Giustizia di Milano. Un evento. Mai il presidente del Consiglio ha preso la parola in un suo processo. "Andrà a Milano e farà delle dichiarazioni spontanee al processo Sme" annuncia un sussurro giovedì pomeriggio. A sera, il sussurro prende corpo e trova conferma nella disperazione (apparente) dei suoi. Paolo Bonaiuti (portaparola) confessa: "Tutti gli stiamo sconsigliando di venire, ma non vuole sentire ragioni...". Gli avvocati del "giro stretto" simulano quiete. Minimizzano, banalizzano, scolorano. "Che volete che dica: dirà quel che ha sempre detto: che è un perseguitato! Viene al banco per rifinire un'operazione mediatica. Dieci minuti in aula. Trenta fuori con i giornalisti. Il processo non ne avrà alcun frutto".

L'attesa ingrassa le congetture e le domande. Perché proprio ora? Perché soltanto ora Berlusconi si decide ad affrontare l'aula legittimando quella magistratura che egli sempre accusa di essere politicamente orientata alla sua distruzione? Alla vigilia si raccolgono, grosso modo, due risposte.

La prima la propongono gli addetti alla vita politica: lo deve a Previti. Meglio, è Previti, con quel suo maligno fare ribaldo, che glielo impone. Il fedele Cesare sta precipitando verso una sentenza che teme e Berlusconi, dopo aver sperimentato tutte le strade tecnico-politiche per soffocare quel processo (Imi/Sir-Lodo Mondadori), non può più tirare la corda con i suoi alleati (soprattutto con An). Può soltanto spendere se stesso, la sua faccia, le sue parole.

Ecco perché sarà a Milano. Per essere fedele a un'amicizia, a un legame che (se tradito) può diventare minaccioso. Che Previti affronti poi il suo destino e la sentenza: "In fondo si tratta soltanto del primo grado, in seguito si vedrà..." .

Gli addetti alla macchina giudiziaria raccontano invece un'altra storia. Berlusconi viene per difendere se stesso e soltanto se stesso. Ora che si approssima la fine del processo Sme, il presidente del Consiglio teme di esserne travolto e decide di fare le sue mosse per coprirsi le spalle.

Sono le 9,50 del mattino e la giornata comincia a correre molto rapidamente. Berlusconi entra in aula. Prende posto tra i suoi avvocati. Sorride, sorride, sorride, e tuttavia appare a disagio. Chi se ne può meravigliare? Come un imputato qualsiasi, sbircia nervoso gli appunti che ha preparato. Ad allungare il collo sulle sue spalle, si vede un scaletta di argomenti annotati, su tre pagine, in stampatello con una grafia larga e sottile. Al primo punto, "Le testimonianze negate dei giudici".

Ora sono le dieci, entra il tribunale (mai così puntuale). Appello delle parti... Imputati presenti... Avvocati presenti... Il consueto rito... Attenzione, c'è qualcosa che non va. L'avvocato dell'"imputato Pacifico Attilio" non è in aula. E' da qualche parte nei dintorni, ma non in aula. L'avvocato dell'"imputato Misiani Francesco" non c'è, e non verrà. Dunque, bisogna attendere l'arrivo del difensore di Pacifico. Pochi minuti. E dieci, venti minuti per nominare un difensore d'ufficio per Misiani e permettergli di raggiungere l'aula.

Subito salta su Gaetano Pecorella, avvocato del presidente del Consiglio e presidente della commissione Giustizia alla Camera per conto del partito del presidente del Consiglio. Eh no, spiega, il capo del governo ha soltanto pochi minuti. Al più, può attendere "due minuti" perché deve raggiungere Roma e presiedere il Consiglio dei ministri.

In due minuti, in un tribunale, non si declinano nemmeno le generalità, lo sanno tutti. Lo sa anche Pecorella che, soddisfatto, conclude che "presidente Berlusconi farà allora le sue dichiarazioni spontanee in un'altra occasione, quando i suoi impegni glielo permetteranno" . L'assenza dei difensori in avvio di udienza era programmata? Quell'improvviso vuoto era stato definito a tavolino come l'impaziente fretta dell'imputato venuto fin qui per dichiarare spontaneamente le sue ragioni e disposto soltanto ad attendere "due minuti"? Forse sì, forse no (se si pensa a quella scaletta di argomenti stropicciata con nervosismo da Berlusconi). E comunque ogni risposta è buona, in assenza di fatti.

Le parole di Pecorella comunque suonano per il presidente del Consiglio come la campanella di fine lezione. Guadagna in fretta il corridoio. E' inseguito dalle telecamere, dai microfoni, da guardie del corpo con gomiti energici e puntuti. Berlusconi si ferma come una statua nel punto che ritiene più adatto per sé (inadatto per chi lo deve ascoltare). Vuole dire qualcosa. Quasi si scusa. "Avevo solo un quarto d'ora... Alle 10 ho il Consiglio dei ministri, successivamente un impegno col primo ministro del Giappone. Alle 12.30 ho la firma dell'accordo con il presidente della Regione Toscana per le infrastrutture sul territorio e alle 13.30 un importante incontro con il primo ministro della Federazione Russa. E questo solo per la mattina...".

"Credo quindi - conclude - che si possa ottenere da parte del tribunale che le udienze siano fissate in modo tale da consentirmi di essere presente per chiarire delle situazioni, pur con gli impegni importanti che ho come presidente del Consiglio e soprattutto, oggi, come componente della troika europea e, fra due mesi, come presidente dell'Unione Europea. Ritornerò alla prossima udienza".

Ce n'è anche per l'amico Previti, come è ovvio. Due parole gettate lì, dopo tanta insistenza. "E' indubbio che Previti sia oggetto di una persecuzione. Ciò è confermato anche dal voto della Camera dei Deputati che, quando ci fu la richiesta di arresto, sottolineò l'esistenza del fumus persecutionis" .

Ora Berlusconi va via. Lascia tutti di princisbecco. Tutto qui, l'evento? Quattro parole in croce in un corridoio e la promessa di tornare, se può, quando può? C'è un trucco? E, se c'è, dov'è? Il trucco - o, per dirla in altro modo, la sapientissima e scandalosa mossa per rendere definitiva la fuga dal giudizio - è lì sotto gli occhi di tutti.

Non c'è chi non lo veda. Finora l'imputato Silvio Berlusconi, "validamente citato" , non è mai comparso. Dichiarato "contumace", è stato "rappresentato" soltanto dai suoi difensori. Ma, contumace, l'imputato non può far valere i "legittimi impedimenti" o le assenze "causate da forza maggiore" . Ecco allora la mossa di Berlusconi. La sua presenza in aula a Milano e l'annuncio di voler fare delle dichiarazioni spontanee cancellano la contumacia, lo reintegrano nel suo diritto di essere sempre presente, di vedere rinviate le udienze a cui non può partecipare.

E a quali udienze potrà partecipare un premier già tanto soffocato da un "lavura' de la madona", oggi nella troika europea e tra settanta e passa giorni addirittura, e per sei mesi, presidente di turno dell'Unione europea? La maggioranza degli addetti crede che difficilmente Berlusconi lo si rivedrà tra queste mure inospitali e abbozza uno scenario alquanto ragionevole. Questo. Anche se dovesse davvero ripresentarsi il 2 maggio, per lunghi mesi, diciamo per i sei mesi della presidenza europea, Berlusconi chiederà che gli sia concesso il "legittimo impedimento".

Come non concederglielo? Per comprendere che cosa accadrà al processo, bisogna allora far di conto. I fatti dell'affare Sme risalgono al 1986. L'ultimo presunto pagamento corruttivo ai giudici è del 1991. Da questa data si deve contare la prescrizione del reato che, per la corruzione in atti giudiziari, è di quindici anni. 1991 più 15 uguale 2006.

Entro il 2006, il processo non arriverà mai alla sua conclusione definitiva (primo e secondo grado più Cassazione) se si considera che, bloccato per sei mesi, il primo giudizio arriverà nel 2004. Ma c'è di più. In caso di concessione delle "attenuanti generiche", i tempi della prescrizione diminuiscono di un terzo, di cinque anni. Come non concederle a un incensurato, e per di più capo di governo, come Berlusconi?

E allora l'efficacissimo trucco da fiera andato in scena ieri sotto il naso di tutti - la fine della contumacia di Berlusconi - libera l'eccellentissimo imputato dalla rogna milanese. Per sempre. Per lui, il processo è morto, è una cosa morta. Se la procura vorrà salvare il dibattimento contro gli altri imputati non potrà che chiedere lo stralcio della posizione dell' "imputato Berlusconi Silvio". La fuga dal giudizio del premier sarà allora coronata da un successo costruito con una mossa a sorpresa in un venerdì santo con un'Italia distratta dal lungo ponte pasquale.


   19 aprile 2003