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sulla stampa
a cura di P.C. - 31 marzo 2003


Il Pentagono nella palude
L'autodifesa di Rumsfeld
Vittorio Zucconi su
la Repubblica

"L'uomo è come la tartaruga - ama dire il segretario alla difesa Donald Rumsfeld - va avanti solo se tira fuori la testa dal guscio". Mai, come in queste ore di impasse nella "invasione leggera" dell'Iraq costretta a passare dall'offesa alla difesa della propria retroguardia, l'aforisma della tartaruga deve essere tornato alla memoria di questo settantenne che è divenuto, più di Bush, più dei generali, più dei sergenti nella sabbia, il volto di una guerra che ha perso ormai quel luccichìo di corsa trionfale che proprio lui le aveva dato. La lepre è diventata tartaruga, e la testa che spunta è la sua. Bastava ascoltarlo agitarsi ieri mattina, lui, "the king of cool", il maestro del sarcasmo freddo, mentre si agitava in quella Fox tv di Murdoch, che è la sua claque, per capire quanto si senta esposto: "Chiedete a chiunque, io ho solo approvato quello che i generali mi hanno proposto".
Non c'è "pistola più fumante" a prova di una guerra che non sta andando "secondo i piani", che ascoltare i generali e i loro superiori civili beccarsi e palleggiarsi le responsabilità dei piani, secondo la famosa formula kennedyana della "vittoria che ha molti padri, mentre la sconfitta è sempre orfana".
I malumori dei generali, già intravisti da giorni, debordano sui media, velati dietro gli anonimati di "alti ufficiali" e "comandanti al fronte", che cominciano, da bravi generali, il fuoco di sbarramento preventivo contro il loro "boss" come il comandante Franks, il cui collo sporge ormai da giraffa più che da tartaruga, chiama Rumsfeld. "Sono stati i civili (leggi: Rumsfled) al Pentagono a cambiare le priorità del piano di attacco e la sequenza dello spiegamento delle truppe, per servire i loro progetti politici, sconvolgendo tutti i meccanismi delicatissimi di una forza armata moderna", dice una "alta fonte" del Pentagono al Washington Post.

Quarant'anni or sono, nell'America di Kennedy, sarebbe stato chiamato una "testa d'uovo", come Robert McNamara, l'uomo passato dalla Ford auto al Vietnam e uscito con la fama ignominiosa di "colui che conosceva il prezzo di tutto e il valore di niente".
Ma in più, Rumsfeld ha uno scheletro personale nell'armadio. Si chiama Saddam Hussein. Fu lui, e questa è storia ufficiale, l'inviato che Reagan spedì a Bagdad per "normalizzare" le relazioni con il futuro "mostro sanguinario". Fu Rummy a dover incontrare, nel dicembre del 1983, Saddam e Tarek Aziz, promettendo il benevolo interessamento e il sostegno del governo americano in quel massacro che il raìs stava conducendo contro il "Male" del momento, gli Iraniani, a fornire intelligence, foto satellitari, appoggio di navi nel Golfo contro le siluranti di Khomeini. E mentre l'Onu denunciava pubblicamente, nel marzo del 1984, l'uso di gas Sarin e Tabun contro i bambini iraniani mandati a morire dai mullah, armati soltanto di chiavette di plastica appese al collo per aprire le porte del paradiso dove sarebbero presto arrivati a migliaia, dove era Donald Rumsfeld? A colloquio con Saddam, in Iraq (4 marzo 1984). Gli europei vendevano allegramente armi. L'America, secondo le testimonianze giurate davanti al Congresso, i gas.



Un primo bilancio
Sergio Romano sul
Corriere della Sera

Fare il bilancio di una guerra cominciata da dodici giorni è probabilmente un esercizio accademico. Ma è giustificato, in questo caso, dalle parole con cui una parte dell'amministrazione americana aveva annunciato il conflitto e ne aveva anticipato le caratteristiche. Se la guerra era destinata a essere breve, un bilancio, dopo quanto è accaduto in questi giorni, diventa possibile e legittimo. Donald Rumsfeld, segretario alla Difesa, era convinto di battere gli iracheni con circa 250 mila uomini, vale a dire con la metà degli effettivi impiegati dodici anni fa per la prima Guerra del Golfo. Credeva apparentemente che alcune formazioni corazzate avrebbero scovato il nemico e lo avrebbero costretto a scendere in campo. I satelliti, i missili e le bombe intelligenti avrebbero fatto il resto. Questi piani si sono scontrati con alcune difficoltà: due tempeste di sabbia e soprattutto il voto con cui il Parlamento turco non ha permesso agli americani di attaccare da nord. Ma era davvero necessario dare il via a una guerra preventiva (quindi non provocata da un attacco avversario) quando ancora mancavano alcune delle condizioni previste per un risultato rapido e favorevole?
Gli americani ci avevano detto che le loro truppe sarebbero state accolte con sentimenti di sollievo e liberazione. Ma il prolungato assedio di Bassora, gli scontri intorno ad altre città del sud e le operazioni di commando dei feddayn sembrano dimostrare che il regime è molto più radicato di quanto gli Stati Uniti non sostenessero.

Ecco alcuni temi di cui certamente si discute in queste ore a Washington e a Londra. Non sappiamo ancora quali conclusioni verranno tratte da questo bilancio. Ma possiamo osservare le prime conseguenze politiche della guerra. Bush continua ad annunciare la vittoria, ma ammette la possibilità di un conflitto lungo e solo di recente, dopo essere apparso a lungo estraneo alla condotta delle operazioni militari, sembra seguire attivamente il conflitto. Il vice presidente Cheney (ex segretario alla Difesa e certamente esperto di problemi militari) si è chiuso nel silenzio. Rumsfeld è bersaglio di critiche e brontolii che sono il contrappasso della sicurezza e della arroganza con cui aveva imposto la sua linea. E la stella di Colin Powell, da sempre favorevole a una linea che i falchi consideravano troppo soffice, ha ricominciato a brillare. Mentre in Iraq si spara, a Washington si cominciano a intravedere i coltelli e i veleni della politica.


Fermatevi prima che sia troppo tardi
Robin Cook su
l'Unità

Doveva essere una guerra lampo, senza troppe complicazioni. Poco prima delle mie dimissioni alla Camera, un collega mi aveva consigliato di non preoccuparmi delle conseguenze politiche che essa avrebbe comportato: il conflitto sarebbe terminato di gran lunga prima delle consultazioni elettorali di maggio.
Non posso che augurarmi che i fatti diano ragione a quanti hanno previsto una rapida vittoria. Personalmente, ne ho le tasche piene di questa guerra sanguinosa e inutile. Voglio che le nostre truppe ritornino a casa, e che lo facciano prima che altri soldati vengano uccisi. Per Bush è facile dire che la guerra durerà finché sarà necessario: lui se ne sta comodo e tranquillo a Camp David, protetto da ogni rischio da uno stuolo di guardie del corpo. È facile dimostrarsi risoluto, quando non sei un povero diavolo buttato nel bel mezzo di una tempesta di sabbia, e devi anche guardarti dai cecchini.
Questa settimana i militari britannici hanno dato prova di coraggio nelle azioni di attacco e non si sono lasciati influenzare dalle condizioni atmosferiche drammaticamente avverse. Sono troppo disciplinati per ammetterlo pubblicamente, ma si saranno senz'altro chiesti l'un l'altro come mai le forze armate britanniche avessero consentito agli errori dei politici americani di trascinarli in una situazione così difficile.
Ci avevano detto che l'esercito iracheno sarebbe stato talmente lieto di essere attaccato, che non avrebbe affatto combattuto. Una persona molto vicina al segretario alla Difesa americano Donald Rumsfeld aveva predetto che la marcia su Baghdad sarebbe stata "una passeggiata".
Ci avevano detto che le truppe di Saddam si sarebbero arrese. Qualche giorno prima dello scoppio del conflitto, il vicepresidente americano Dick Cheney pronosticò che la Guardia Repubblicana avrebbe deposto le armi.
Ci avevano detto che la popolazione locale avrebbe accolto gli invasori come liberatori. Paul Wolfowitz, numero due del Pentagono, promise che i nostri carri armati sarebbero stati salutati "con esplosioni di gioia ed espressioni di sollievo". Personalmente, sarei lieto di vedere Rumsfeld, Cheney e Wolfowitz unirsi, al pari dei giornalisti, alle avanguardie.
Sarebbe un'ottima occasione per sentire direttamente cosa pensano delle loro promesse i militari che si battono per conquistare ogni singolo ponte sull'Eufrate.
Il generale americano William Wallace ha scoperto gli altarini: "Il nemico contro cui stiamo combattendo è diverso da come ce l'eravamo figurato a tavolino".
La guerra non è un innocuo gioco di società. Nessuno dovrebbe dare inizio a un conflitto partendo dal presupposto che l'esercito nemico collabori. Eppure è quanto ha fatto il presidente Bush. E ora che i suoi marines sono giunti ai margini di Baghdad, dà l'impressione di non saper che pesci prendere.
Le cose non dovevano andare così. Una volta giunti a Baghdad, Saddam sarebbe dovuto crollare. Qualche giorno prima che rassegnassi le mie dimissioni, mi fu assicurato che Saddam sarebbe stato spodestato dai suoi stessi collaboratori, che intendevano così salvare la pelle. Ma l'avrebbero fatto solo "a mezzanotte e cinque". Quell'ora è ormai passata da tempo, e Saddam è ancora al suo posto. In compenso, abbiamo fatto saltare una statua di Saddam a Bassora. Una statua! Ma non è la statua che incute terrore alla popolazione locale, bensì l'uomo ­ e la gente sa che Saddam ha ancora il pieno controllo di Baghdad.
Dopo essersi infilato in questo vicolo cieco, Donald Rumsfeld ora se ne viene fuori con una nuova tattica: anziché dirigerci su Baghdad, dovremmo accomodarci tutt'intorno ed aspettare che Saddam si arrenda. Non esiste espressione bellica più brutale di un assedio. La popolazione muore di fame, vengono a mancare l'acqua e l'energia elettrica, indispensabili alla città. I bambini muoiono.
Potete farvi un'idea di cosa accadrebbe a Baghdad sotto assedio, guardando Bassora. I suoi abitanti hanno resistito per diversi giorni, nel caldo ormai estivo, senza acqua. La disperazione li ha portati a bere l'acqua del fiume in cui scaricano le fogne. Una situazione ideale per lo scoppio di un'epidemia di colera.
La settimana scorsa, il presidente Bush ha anticipato che "gli iracheni si renderanno conto di quanto siano compassionevoli gli Stati Uniti". Di sicuro non se ne stanno accorgendo in questo momento. Almeno non a Baghdad. Qui vedono donne e bambini uccisi quando i missili piombano sui mercati. Né se ne stanno accorgendo a Bassora, dov'è sotto gli occhi di tutti la sofferenza della gente senz'acqua, con scorte alimentari sempre più irrisorie, e niente energia elettrica. Se gli iracheni continueranno a soffrire per gli effetti di questa guerra che abbiamo scatenato, ciò porterà un'eredità di odio nei confronti dell'Occidente che si protrarrà a lungo nel tempo.
Washington ha sbagliato in pieno pensando che sarebbe stato facile vincere la guerra. Potrebbe essere altrettanto in errore circa le difficoltà che si incontreranno nell'amministrare l'Iraq una volta terminato il conflitto. Già esistono delle concrete diversità di vedute tra America e Gran Bretagna sul come sarà gestito il dopoguerra in quel paese.
Ne è un egregio esempio la diatriba sulla gestione del porto di Umm Qasr. I vertici militari britannici avevano saggiamente suggerito che la soluzione migliore e più accettabile sarebbe stata quella di individuare le persone competenti tra gli iracheni. Invece gli Stati Uniti hanno affidato l'incarico a una società americana. Ma non è tutto qui... Il presidente della Stevedore Services of America che ha firmato il contratto è notoriamente un generoso finanziatore del Partito Repubblicano.
La questione in sospeso tra Blair e Bush se la ricostruzione in Iraq vada affidata o no all'Onu travalica i confini della legittimità sul piano internazionale. Si tratta piuttosto di vedere se il popolo iracheno crederà che il proprio paese sia amministrato in loro favore piuttosto che a vantaggio degli Usa.
Al rientro in patria dei nostri coraggiosi caduti, si è celebrata una triste e commovente cerimonia. Il ministero della Difesa ha dichiarato che una doverosa sollecitudine nei confronti dei loro familiari imponeva che fossero sepolti in suolo britannico. A noi spettava il compito di fare quanto in nostro potere per alleviare il dolore di quanti hanno perduto un marito o un figlio, falciati nel pieno rigoglio della vita.
Mi chiedo se davvero non esista un modo migliore per dimostrare doverosa sollecitudine a quelle famiglie. Si sarebbe potuto, tanto per cominciare, non scatenare una guerra tanto più inutile, quanto più si sta dimostrando mal pianificata.
ex ministro del governo Blair
© Copyright Sunday Mirror
(Traduzione di Maria Luisa Tommasi Russo)



La guerra sfugge di mano
Piero Sansonetti su
l'Unità

La guerra sta arrivando a un punto rischiosissimo di crisi: sta sfuggendo di mano agli americani. Ci sono dei contrasti tra esercito e potere politico, c'è un aumento incredibile della propaganda a scapito dell'informazione, ci sono probabilmente dissensi con gli inglesi, c'è un'incertezza sulla strategia militare. E c'è un'opposizione internazionale così vasta come mai c'è stata verso un'altra guerra, che porta le due grandi potenze dell'Occidente - è un paradosso - vicine a un pericoloso isolamento politico.
Per ora la risposta è quella dell'escalation delle azioni aeree, con enorme aumento di vittime civili, e di un rallentamento delle operazioni di terra. Ma non è una soluzione. Anche perché gli iracheni annunciano una nuova offensiva, quella dei kamikaze. Il portavoce dell'esercito ha detto che ce ne sono 4000 pronti a entrare in azione. In gran parte sono volontari che arrivano da vari paesi arabi. Anche la Jihad islamica palestinese ha annunciato di aver mandato suoi uomini. Naturalmente è assai probabile che in questa cifra ci sia qualche esagerazione, perché anche gli iracheni -come gli inglesi e gli americani- fanno propaganda di guerra e disinformazione, però è ragionevole credere che ci sia qualcosa di vero. Gli americani sono pronti ad affrontare una minaccia massiccia di questo genere?

Nella conferenza stampa che ha tenuto ieri, il generale Franks, ha risposto anche ad alcune domande sulla durata della guerra, che è uno degli argomenti più sentiti in America. Una giornalista gli ha chiesto se si deve pensare che la guerra durerà fino all'estate. Lui ha risposto: "Non lo so, nessuno sa mai quanto durano le guerre". Poi ha elencato tutte le ragioni per le quali questa guerra è stata finora un successo. Ne ha elencate otto. Però non ha aggiunto niente di nuovo a quello che già si sapeva. Ha elencato tra i successi l'enorme quantità di bombardamenti, il controllo dei pozzi di petrolio (ma solo quelli del Sud), l'attacco a un campo di terroristi, il fatto che sia stata resa sicura la costa irachena sul Golfo (ma è lunga sei o sette chilometri...), e la collaborazione con l'opposizione irachena. Franks ha parlato anche della questione dei kamikaze, e ha detto che la cosa non lo preoccupa eccessivamente, ma che anzi dimostra come l'Iraq abbia forti legami con i terroristi. Domanda: perché mai farsi esplodere vicino a un carrarmato nemico, lasciandoci la propria vita, deve essere considerato terrorismo più che sorvolare una città indifesa -in tutta sicurezza, a cinque o diecimila metri d'altezza- e tirare una bomba con decine di chili di tritolo sopra un mercato o su un quartiere residenziale?


Franks: la campagna può durare mesi
Maurizio Molinari su
La Stampa

Il generale Tommy Franks ha dato luce verde alle operazioni anti-guerriglia. La città santa sciita di Najaf è stata completamente circondata dalla 101ª Divisione Aviotrasportata. Le "Aquile Urlanti" sono impegnate in una caccia al Fedayn casa per casa. "Siamo consapevoli dell'importanza storica e religiosa di questo luogo - dice il sergente maggiore Marvin Hill -. E´ probabilmente il più difficile tipo di combattimento che esista, perché avviene dentro una città e perché in realtà tu non sai chi sia il tuo nemico finché non è lui a spararti addosso". L'azione di "pulizia delle sacche di resistenza" avviene anche lungo la "Ambush Alley" - il viale delle imboscate - dove migliaia di marines sono impegnati da almeno 24 ore a setacciare ogni area a rischio per eliminare i focolai di guerriglia. Il generale Franks, comandante di "Iraqi Freedom", nel briefing di ieri dal Comando centrale in Qatar ha spiegato come operano i Fedayn di Saddam Hussein: "Si annidano nelle città, creando basi in luoghi densamente popolati, da dove poi escono, soprattutto nelle ore notturne, per effettuare agguati contro le nostre linee di rifornimento". L'azione di antiguerriglia è perciò duplice: dentro le città, iniziando da Najaf, e lungo le autostrade nel deserto percorse dai rifornimenti. "L'incarico dei marines è di andare all'attacco, ingaggiare combattimenti e provocare scontri", spiega un portavoce americano. Come dire: il loro compito è di stanare ed eliminare Fedayn e miliziani del partito Baath. Dopo essere stati bersagli di agguati per una settimana, ora i militari americani vanno al contrattacco. "Non sarà una guerra rapida nè facile" ammette il capo degli Stati Maggiori Congiunti, Richard Myers. E Franks, durante la conferenza stampa, a chi gli ha chiesto se la guerra durerà fino all'estate ha risposto: "Nessuno può dirlo". Che sarebbe come dire: "E´ possibile".

L'intenzione di Franks è di decimare le due divisioni corazzate della Guardia Repubblicana: la "Medina" e la "Hammurabi" per aprire il terreno all'avanzata di terra o obbligarle alla resa. Baghdad però afferma che gli attacchi servono a poco, anzi, "abbiamo abbattuto un elicottero americano e i due piloti sono morti". Il bunker di Saddam sarebbe però impenetrabile: questa l'opinione di Karl Esser, un ingegnere tedesco che partecipò alla sua costruzione, terminata nel 1984. "Si trova a oltre 220 metri di profondità ed è stato costruito per resistere a un'esplosione simile a quella di Hiroshima - ha spiegato alla Associated Press -. L'unico metodo per distruggerlo è adoperare una bomba atomica tattica". La costruzione del bunker costò a Saddam 60 milioni di dollari ed è da lì che sarebbe impegnato a coordinare le difese, anche se Rumsfeld sottolinea: "Sento voci di alcuni suoi parenti rifugiati in Siria". Di fronte alla pioggia di bombe che cade sulla capitale il vicepremier iracheno, Tareq Aziz, replica che "siamo noi che stiamo vincendo la guerra perché gli aggressori non sono in grado di raggiungere i loro obiettivi". Per testimoniare il controllo "su tutto il territorio del nostro Paese sovrano", Baghdad ha fatto lanciare ieri un missile contro il Kuwait dalla penisola del Fao, nel Sud, che solo 24 ore prima era stata dichiarata "libera da pericoli" dai comandi della coalizione.


Bagdad, giungla sotterranea
L'ultima battaglia di Saddam
Bernardo Valli su
la Repubblica

BAGDAD -
Ci hanno messi tutti qui. Come in un serraglio. Ai giornalisti dispersi nella città è stato ordinato di venire all'hotel Palestine. Edificio di una ventina di piani affacciato sul fiume Tigri. O di alloggiare all'hotel Sheraton, che è proprio di fronte e ha le stesse dimensioni. Siamo un po' stretti. Se la tua camera è a un piano alto devi fare la coda davanti agli ascensori. Nell'attesa conosci volontari di vari gruppi umanitari, scudi umani e personaggi con motivazioni diverse. Non si fanno incontri banali. Giovani medici europei, e tra di loro un italiano, in arrivo da ospedali di aree bombardate si mischiano a fotografi che hanno la rara e preziosa capacità di dare ai drammi toni generosi. In queste situazioni, la loro vivacità è generosa. Una signora anziana, con l'accento molto francese, mi dice in inglese, ogni volta che mi incontra, che non si sente abbastanza utilizzata dalla sua Ong.
Avendo appeso al collo un cartello con nome e cognome, e il titolo del giornale per cui lavori (è l'accreditamento presso le autorità), non hai bisogno di presentarti. Fino a ieri i satelliti delle tv di mezzo mondo erano accampati sul tetto del ministero dell'Informazione. I missili americani li hanno sloggiati. Dispersi come uno stormo di passeri dalle esplosioni, i colleghi delle tv hanno posato i loro strumenti sul campo da tennis dell'hotel Palestina. L'affollamento ha subìto una forte accelerazione.

L'invisibile difesa di Bagdad. Per crearla Saddam Hussein e il figlio Qusay hanno avuto più di dieci anni. Dopo la prima guerra del Golfo hanno capito che per tenere testa agli americani bisognava preparare un terreno di scontro sul quale la loro superiorità militare sarebbe stata drasticamente ridotta. Ma come fare dei deserti iracheni e di città piatte come Bagdad e Bassora delle giungle vietnamite? Nei grandi centri abitati non deve essere stato molto difficile organizzare l'immersione nel regime e nelle sue forze armate nelle case nei sotterranei e, soprattutto nella popolazione. Gli strateghi americani non potevano ignorare che il duello all'ultimo sangue con Saddam Hussein, avrebbe indotto il raìs ad adottare questo sistema difensivo. Un sistema sotterraneo, nella giungla urbana, e umana, che potrebbe consentirgli di scomparire, domani, come Bin Laden e il mullah Omar nelle montagne afgane. Il capillare sistema di controllo che ha consentito al regime di durare per più di trent'anni, entrato nella clandestinità può mantenere a lungo la sua efficienza. Queste sono le nostre riflessioni dall'alto della torre, dell'hotel Palestine.


Bambini stregati dal conflitto
In tre milioni davanti al video
Laura Laurenzi su
la Repubblica

ROMA
- Lo spettacolo della guerra in televisione cattura oltre tre milioni di bambini fra i quattro e i quattordici anni, che restano fino a notte fonda incollati davanti ai teleschermi, spesso da soli. Guardano i telegiornali e anche i programmi di approfondimento, da Ballarò a Porta a porta. Sostanzialmente: guardano molto la televisione e in tivù non si parla che di guerra. Lo rivela il settimanale Tv Sorrisi & Canzoni, che conferma come il conflitto in Iraq faccia lievitare gli ascolti. Il sondaggio si basa sui dati Auditel della prima settimana di guerra e si riferisce allo share, non a numeri assoluti.
Secondo l'autore della ricerca, il massmediologo Klaus Davi, "sono dati inquietanti ma che non stupiscono: ogni estate un gran numero di bambini guarda i film dell'orrore fino alle due di notte, anche nelle fasce non protette, dunque. Mai come ora è di drammatica urgenza la vigilanza da parte dei genitori, perché questa volta si parla di una vera guerra, e non di un film. D'altra parte il controllo è assai difficile da esercitare, visto che in molte case ci sono anche tre televisori".
Ma un conto è la fiction e un conto quel corrusco reality show che è la vera guerra, in onda su tutti i palinsesti. Lo sa bene Enrico Mentana, il cui Tg5 è stato il telegiornale più visto dai bambini nella settimana successiva all'attacco Usa (20,79 per cento): "Ma è lo stesso dato che registriamo in tempi di pace", spiega. "Evidentemente i bambini sono attratti dalla realtà, specie quella a tinte forti. E la guerra esercita su di loro un'attrazione-repulsione enorme. Abbiamo questa responsabilità e così certe scene particolarmente truculente non le facciamo vedere: sarebbe un indulgere gratuito sulla violenza. Ma non per questo non le raccontiamo, anzi. Non possiamo pensare di trattare la guerra come una favola di Natale: dobbiamo evitare l'eccesso di edulcorazione, la banalizzazione".

Antonio Di Bella, direttore del Tg3 che nella sua edizione principale delle 19 ha registrato un aumento di audience quasi del tre per cento, teme che i bambini possano fare confusione fra realtà e fantasia: "Pur tagliando le immagini più sanguinose è nostro dovere non dare l'impressione che si tratti di un videogame, dobbiamo far capire che la guerra non è un gioco. No ai cadaveri dunque, ma sì alle scene di vita famigliare colpita, la quotidianità distrutta, le case bombardate. Senza eccedere nel sangue è un servizio che facciamo alla verità: mostrare il volto vero della guerra. Nei telegiornali per i grandi come nel GT ragazzi, curato da noi. I bambini vedono centinaia di omicidi e di scannamenti nei film e nelle fiction: sarebbe ipocrita cercare di proteggerli nel recinto dell'informazione".


Cofferati: "Fermiamo l'orrore della guerra"
Simone Collini su
l'Unità

La necessità di rinnovare i partiti, il rapporto tra politica tradizionale e movimenti, i rischi legati a un uso strumentale dell'informazione, la difesa dei diritti e della Costituzione. Ma anche il modo in cui costruire una "cultura della pace" e un diverso ordine mondiale, "la follia del terrorismo e quella della guerra", il futuro dell'Unione europea e il bisogno di una riorganizzazione dell'Onu. Hanno tutta l'aria di un vero e proprio manifesto politico le parole con cui Sergio Cofferati chiude l'assemblea nazionale di Aprile. Nella sala Pantheon dell'Ergife ci sono molti esponenti del correntone insieme ad Antonio Bassolino e Achille Occhetto (salutato con un applauso secondo solo a quello riservato all'ex leader della Cgil), ma anche Guglielmo Epifani, Oliviero Diliberto e diversi esponenti del mondo dell'associazionismo: Vittorio Agnoletto, Tom Benetollo dell'Arci, Flavio Lotti della Tavola per la Pace, Paolo Sylos Labini di Opposizione Civile.
È il giorno dopo l'elezione al fianco di Giovanni Berlinguer alla presidenza dell'associazione nata da una costola della minoranza di sinistra Ds, ora divenuta autonoma rispetto al partito. Venti minuti di intervento, pacato nei toni, teso più a fornire un'analisi del panorama politico italiano e degli assetti internazionali che non a suscitare applausi. Che comunque arrivano, come la sera prima, generosi, con ovazione finale. E il segretario dei Comunisti italiani Diliberto avanza una proposta: visto che né la scelta di una leadership, né la sintesi tra partiti e movimenti si avranno all'assemblea dell'Ulivo del 13 (alla quale Cofferati ribadisce che andrà soltanto se "avvierà un processo aperto di rapporto con i movimenti", ma non se si voteranno organigrammi), chi "oggi ha l'egemonia nei movimenti e nel rapporto tra questi e i partiti, deve uscire allo scoperto e fare il primo passo verso una nuova leadership".
Si chiude così una due giorni che ha fortemente attirato su di sé l'attenzione, che già comincia a far discutere all'interno della Quercia e dell'Ulivo, e che sicuramente influenzerà il dibattito politico dei prossimi giorni (e oltre). Perché ora Cofferati ha definitivamente preso posizione, si è assunto un incarico ben preciso. Si è messo alla testa di un'organizzazione che punta a svolgere il ruolo di "cerniera" tra partiti e movimenti, e che ha come obiettivo finale quello di "incidere" sulla politica del centrosinistra. Primo passo: il rinnovamento dei partiti, che devono rispondere alle istanze provenienti dalla società, dai movimenti. "Il rapporto tra movimenti e politica richiede un equilibrio difficile ma non impossibile. Deve essere in primo luogo recuperata una capacità di ascolto che non sempre in passato c'è stata", dice Cofferati insistendo a più riprese sulla necessità di "coniugare l'intelligenza con il cuore" e sull'importanza di "quel valore prepolitico che è la generosità": per chi è chiamato alla politica, sottolinea tra gli applausi, "sarebbe un grave errore dare l'impressione, anche involontariamente, che la propria collocazione personale viene prima delle ragioni di interesse comune". Un'accusa a chi occupa posizioni di vertice all'interno del centrosinistra? Il presidente di Aprile evita gli accenti polemici. Anche se in almeno un passaggio del suo intervento è facile leggere una critica alla posizione espressa in quella stessa assemblea, la sera prima, da Piero Fassino: "Se chi sostiene la necessità di fermare la guerra connette questa assoluta priorità all'idea che esista una condizione, per esempio l'allontanamento di Saddam Hussein - esempio scelto non a caso, visto che di questo aveva parlato il segretario Ds - corre il rischio di legittimare a posteriori la scelta della guerra preventiva fuori dell'ombrello dell'Onu".
È proprio sulla guerra contro l'Iraq che Cofferati maggiormente insiste, indicando a più riprese quelli che sono i fondamenti della "cultura della pace". Che, dice, è da costruirsi "giorno per giorno", non solo in momenti drammatici come questi. A livello internazionale deve essere rilanciata "l'idea che le Nazioni Unite sono necessarie, e che serve una loro capace ed efficiente autonomia operativa". Mentre a livello nazionale sollecita chi in queste settimane e mesi si è battuto perché il conflitto non scoppiasse a comportarsi ora "in modo coerente", e cioè chiedendo "in ogni sede, a cominciare dal Parlamento, che la guerra venga fermata e che torni in campo la politica". Che non vuol dire, precisa, "chiudere il più in fretta possibile". Il presidente di Aprile si schiera decisamente al fianco di Berlinguer, da più parti attaccato per aver detto la sera prima che "sbaglia chi auspica una rapida vittoria degli Stati Uniti".



Sul Cinese si abbatte l´ira di Piero
"Inammissibile attaccare chi lavora per il partito"
Maria Teresa Meli su
La Stampa

Non si può proprio dire che il nuovo attacco di Cofferati al gruppo dirigente ds abbia colto i vertici del Botteghino impreparati. Aspettarselo se lo aspettavano, ma speravano in un´offensiva meno esplicita, del tipo di quella del giorno prima, quando l´ex leader della Cgil ha dato l´altolà alla gestione unitaria nella versione auspicata da Piero Fassino. Invece, prima la critica sulle posizioni assunte nella vicenda irachena, poi l´annuncio che il "tratto distintivo" di Aprile sarà "l´autonomia progettuale" (con tutto quel che consegue a livello di presa di distanza dal partito), infine l´aut aut sull´assemblea dell´Ulivo (ci vado solo se non si vota niente). Insomma, tre "ganci" sinistri che hanno innervosito Fassino e irrigidito Massimo D´Alema.
"L´ennesimo attacco quando io mi sto impegnando così a fondo per il partito: non è ammissibile", è sbottato il segretario. La tensione è tale che qualcuno, nell´entourage cofferatiano, ha addirittura messo in dubbio la partecipazione del Cinese alla conferenza programmatica della Quercia, anche se il suo intervento è previsto per domenica e non è stato cancellato dal diretto interessato. Sia Fassino che D´Alema, comunque, sono più che mai convinti che Cofferati non intenda fermarsi e che stia perseguendo l´obiettivo di delegittimare nel contempo la dirigenza della Quercia e quella dell´Ulivo.
..
Peppino Caldarola, che del presidente della Quercia è buon amico, spera che a questo punto si prenda atto della realtà. E in un articolo che apparirà oggi sul Riformista scrive che Cofferati si è "creato un suo partitino" accettando la leadership di Aprile, e che perciò ormai è stata sancita "la fine dell´unità dei ds". Basta, quindi, con le estenuanti trattative per tener buoni verdi, comunisti italiani e correntone che sostengono il Cinese: "Se l´Ulivo - è il ragionamento di Caldarola - è la camicia di forza in cui si vuole inglobare la sinistra riformista, per marginalizzarla, allora è bene dire addio all´Ulivo e formare, con tutti i riformisti della coalizione, da D´Alema a Parisi a Intini, l´Alleanza per l´Italia". Dopodichè questa nuova coalizione potrà anche allearsi con Rifondazione e con Cofferati ("Si può lavorare insieme" al Cinese, osserva ancora Caldarola, "ma non si può stare nello stesso partito" con lui). E´ un´idea, questa, che lo stesso presidente della Quercia ha accarezzato a più riprese. E´ però una strada difficilmente percorribile. Ma che D´Alema e Fassino intendano comunque trovare una via per neutralizzare Cofferati questo ormai è certo.


Illusioni a sinistra
Paolo Franchi sul
Corriere della Sera

Cosa augurarsi? Che la guerra sia breve, anche se in questo caso il vincitore si chiamerà George W. Bush? O, tutto al contrario, sperare che la guerra, come suol dirsi, si impantani, con tutti gli orrori e le ferocie del caso, perché soltanto così potrà essere sconfitta la dottrina Bush della guerra preventiva e tendenzialmente infinita? Il direttore del Manifesto , Riccardo Barenghi, ha avuto indubbiamente del coraggio, politico e giornalistico, nel formulare in modo esplicito, quasi brutale, un interrogativo irrisolto che il movimento pacifista, almeno nelle sue componenti più politicizzate, cova nel proprio animo, senza avere, però, il coraggio di formularlo. E Giuliano Zincone ha fatto benissimo a rendergliene atto sul Corriere .
Ma il quesito posto da Barenghi, prontamente ripreso dal "correntone" ds, è interessante per mettere a fuoco la coscienza che questo movimento ha attualmente di sé, ma sul piano politico zoppica alquanto. Perché il primo corno del dilemma, quello di una guerra che si conclude in fretta (e senza troppe perdite di vite umane) con la caduta del tiranno, può anche sembrarci, e ci sembra, di gran lunga preferibile, anche se all'intervento siamo stati e restiamo convintamente contrari, e la dottrina Bush, con tutto il suo carico di unilateralismo e la (miope) visione imperiale del ruolo americano nel mondo che la pervade, non ci piace neanche un po'. Ma la possibilità di una guerra lampo è già venuta meno. E l'antiamericanismo, che c'è, ma sembra avere i suoi propagandisti più efficaci, ancorché involontari, nell'amministrazione americana, stavolta non c'entra. A dirlo a chiare lettere, ormai, sono gli stessi americani, da ultimo il capo di stato maggiore Richard Myers: "Nessuno deve farsi illusioni: non sarà una vittoria né rapida né facile, sarà una guerra dura..., e la parte più dura ci aspetta".
E' dunque con questa prospettiva, con tutte le sue implicazioni e con tutti i suoi possibili effetti collaterali, che bisognerebbe cominciare a fare i conti già adesso. Non è facile, anzi, è difficilissimo, soprattutto per chi non vi si riconosce, e cerca anzi, per quanto sa e può, di contrastarla, perché teme che non ne sortirà un nuovo e più giusto ordine internazionale, ma l'esatto contrario. Di questo sarebbe bene parlare, su questo sarebbe importante anche dividersi: stavolta in ballo sono davvero questioni identitarie, la possibilità che dilaghino incontrollati tutti, ma proprio tutti, i fondamentalismi è davvero elevata. E invece? Invece buona parte non del movimento per la pace, che è cosa assai più vasta e complessa, ma della sinistra italiana, Ds in testa, si è subito cacciata con vivo entusiasmo (e non è certo colpa del Manifesto ) in un'alternativa che politicamente non esiste. E ha colto il destro per accentuare e radicalizzare le proprie divisioni su un falso problema.
Curioso, molto curioso. Anche perché, sul terreno davvero cruciale della pace e della guerra, la mancanza di sintonia tra il governo e l'opinione pubblica è evidente, anzi, vistosa. Ma a gran parte della nostra opposizione incalzare la maggioranza, avanzare proposte che ne evidenzino le difficoltà, trovare il modo di parlare ai giovani che vanno in piazza, certo, ma anche a quella parte dell'elettorato di centrodestra che mette al balcone la bandiera della pace, pare, evidentemente, impresa troppo prosaica. E' allora meglio dilaniarsi su problemi che non ci sono, o su questioni rispetto alle quali la sua voce in capitolo è di poco superiore allo zero, come quella relativa all'opportunità o meno di accompagnare, alla richiesta di cessate il fuoco, anche l'obiettivo della caduta di Saddam?
Non ci pare. Ironizzare è facile e soprattutto, di questi tempi, anche fastidioso. La sproporzione inaudita tra il corso degli eventi e le possibilità di intervenirvi rischia di determinare nelle coscienze individuali, ma anche nelle coscienze collettive dei movimenti, dei gruppi e dei partiti, una sensazione di impotenza che, in politica, è pessima consigliera. Ma il compito della politica, anche quando tutto sembra parlarle contro, è proprio quello di cercare di governarla, e di batterla.


   31 marzo 2003