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sulla stampa
a cura di P.C. - 29 marzo 2003


La guerra lunga diventa strage
50 morti nel mercato di Baghdad
Piero Sansonetti su
l'Unità

Un altro orrendo attacco contro un mercato popolare di Baghdad, un'altra strage. Cinquanta o sessanta morti, molte donne, molti ragazzi. La guerra va avanti così. Violando in modo palese e anche sfacciato qualsiasi legge del diritto internazionale e tutte le convenzioni. Dal sud arrivano invece pessime notizie che ci riguardano direttamente: sette giornalisti italiani hanno cercato di entrare a Bassora per capire cosa sta succedendo in quella città assediata dagli inglesi. Sono stati catturati, pare, da un reparto dell'esercito iracheno, o forse da una milizia di irregolari. Non abbiamo più notizie su di loro. Il ministero degli esteri italiano sta compiendo dei passi per avere notizie, ma senza successo, per ora.

La giornata è iniziata con un nuovo pesantissimo bombardamento della capitale. Gli americani hanno usato anche un nuovo tipo di ordigno, si chiama “bunker buster” e serve a sfondare i bunker di cemento armato. E una bomba che esiste da una quindicina d'anni, ed era stata già usata nella prima guerra del Golfo. Gli americani ne hanno tirate alcune su obiettivi che presumevano potessero essere rifugi di Saddam, o forse - per ora - le hanno gettate solo per prova, per studiarne gli effetti. Hanno provocato molti morti.
L'attacco più sciagurato della giornata però è stato nel pomeriggio, alle quattro e mezzo (ora italiana). A Baghdad erano le sei e mezza e cominciava a fare buio, ma il mercato di Al Nasr, un quartiere povero della periferia, era pieno di gente. E' stato colpito da un solo missile, molto potente. Ci sono pochi testimoni, perché i giornalisti occidentali non hanno potuto raggiungere il luogo dell'esplosione. La tv “Al Jazira” dice che i morti sono più di cinquanta. Negli ospedali vicini al mercato sono arrivati 55 persone morte e centinaia di feriti. La Tv racconta che nella piazza del mercato si è scavato tutta la notte, tra le rovine della case crollate, per cercare di tirar fuori qualche persona ancora viva.
L'operazione militare americana, chiamata “colpisci e terrorizza” si sta qualificando in modo ormai molto chiaro come un'operazione non solo militare ma anche psicologica. Non si può più credere che questi attacchi ai civili siano errori: deve esserci un disegno. L'uso del terrore come mezzo per avere successo dove sul piano del confronto militare si segna il passo. Forse è anche un modo per reagire agli errori di valutazione che erano stati commessi alla vigilia: ci si aspettava una sollevazione degli iracheni contro il regime di Saddam, e invece non c'è stata: potrebbe essere questo ilmotivo per il quale si cerca adesso di coinvolgere in modo così massiccio e calcolato la popolazione civile nella guerra guerreggiata.
Il ministro della difesa americano Rumsfeld ha rilasciato un paio di dichiarazioni che meritano di essere segnalate. La prima riguarda i possibili sbocchi dell'attacco nei prossimi giorni. Rumsfeld ha spiegato che non è detto che si lanci l'attacco a Baghdad, e che potrebbe essere preferibile circondare la capitale e aspettare la resa. E' un vecchio metodo di guerra, quello dell'assedio: affamare e assetare la popolazione. Più o meno è quello che stanno facendo anche gli inglesi a Bassora, dove hanno anche colpito l'acquedotto. La convenzione di Ginevra ha dichiarato illegale l'assedio, ma in questa guerra gli anglo-americani non stanno facendo molto per salvare la Convenzione di Ginevra.
La seconda dichiarazione rilasciata da Rumsfeld colpisce per la sua ferocia, che non si addice molto a uno statista il cui governo ha dichiarato di essere impegnato in una guerra di liberazione e di civilizzazione. Ha detto Rumsfled: "Il desiderio dei feddayn di morire sarà da noi soddisfatto”. Non è una gran figura per un leader occidentale moderno. La frase sa più di barbarie che di cultura democratica avanzata.



Cinque marines uccisi da un kamikaze
su
Il Nuovo

BAGHDAD – Nella decimo giorno di guerra, debuttano i combattenti suicidi. Cinque soldati della coalizione anglo-americana, secondo la tv araba al Jazeera, sono stati uccisi in un attacco suicida a Najaf, in Iraq centro meridionale. Si era parlato in passato di questa possibilità per i combattenti iracheni, le cui armi non sono paragonabili alle tecnologie degli americani, ma dall'inizio del conflitto è la prima volta che un kamikaze si fa esplodere per uccidere i nemici.
Elicotteri statunitensi 'Apache' hanno attaccato a Sudest di Baghdad unità di elite della Guardia Repubblicana e inflitto perdite pesanti: almeno 50 militari iracheni sono stati uccisi e circa 25 automezzi sono stati distrutti.
Nella notte, intanto, una nuova ondata di bombardamenti ha travolto Baghdad, mentre per la prima volta dall'inizio del conflitto un missile ha colpito il centro di Kuwat City.
In nottata, ha riferito un corrispondente della Cnn, si è sentita una forte esplosione nella capitale dell'emirato, da cui sono partite le truppe americane. All'1:45 locali, le 23:45 di stanotte, un missile è caduto nel parcheggio di un grande centro commerciale di Kuwait City, ma non ha fatto vittime, a quanto hanno detto fonti della Difesa.
La capitale irachena, invece, che per tutta la notte è stata martoriata dagli attacchi, si è risvegliata con due forti bombardamenti. Lo ha riferito un giornalista dell'Afp, che ha sentito forti esplosioni.
La seconda, violentissima esplosione è risuonata nel pieno centro, pochi istanti dopo che una prima deflagrazione aveva scosso Baghdad, sollevando in aria una gigantesca nube di fumo e polvere. L'ultima esplosione risale alle 9 e mezza ora locale, le 7,30 in Italia, ed è stata la più forte delle due; la precedente risaliva a poco dopo le 8 locali, quando in Italia erano appena passate le 6.
I raid anglo-americani hanno centratola sede del ministero dell'informazione, nel centro della città, e alcuni edifici adiacenti che ospitano centri stampa di numerosi media internazionali.


Il cratere di sangue
Lorenzo Cremonesi sul
Corriere della Sera

BAGDAD - Tre bare delle oltre 55 tra gli abitanti di questo quartiere popolare sono allineate nel salotto della famiglia Ghafe. Ali, 20 anni, Hussein, 18, e Mohammed, 12: tre fratelli che erano nella piazzetta del mercato Al Nasser (in arabo significa vittoria) quando un missile è caduto dal cielo, causando il massacro di civili più grave dall'inizio della guerra. "Li ho visti saltare in aria davanti ai miei occhi", dice Karin, un cugino che riceve la folla per le condoglianze. "Erano le cinque e mezza del pomeriggio. In aria c'era un aereo, lontano nel cielo. Ho visto solo la traccia del gas dei motori nell'azzurro. L'esplosione è arrivata improvvisa proprio mentre la gente faceva la spesa. Donne, bambini, qualche anziano. Prima erano vivi. Pochi secondi dopo c'erano solo brandelli di corpi, urla, sangue, tanto sangue".
La notizia del massacro arriva tardi, dopo le otto di sera. Oltre 55 morti e altrettanti feriti. "Una bomba americana è caduta ancora su un quartiere civile, a Shulla, all'uscita della città verso Mosul", rilanciano i portavoce locali. Per arrivarci occorre attraversare la città paralizzata dalla paura delle bombe, entrare in un dedalo di viuzze, moschee, bancarelle e mercati coperti nella zona sciita del quartiere di Shulla. Prima si incontra il piccolo ospedale di Al-Nur. "Sì, è stato un massacro. Abbiamo ricomposto a fatica i corpi. Ora le bare sono già state rese alle famiglie. Durante la notte ci saranno i funerali. In fretta, molto in fretta, come prevede la tradizione musulmana", dice un medico all'entrata dell'ospedale.

La rabbia della gente è alimentata poco dopo mezzogiorno dai leader religiosi che in nome dell'Islam chiamano il popolo alla guerra santa. Uno di loro viene trasmesso in diretta dalla televisione mentre brandendo un kalashnikov con il caricatore innestato arringa la folla alla resistenza.
Una piccola folla si riunisce nella piazza Al-Furdus ad ascoltare un altro iman, che invoca Dio affinché "distrugga i nostri oppressori". "Allah benedici i nostri martiri. E distruggi invece i carri armati dei nostri nemici e abbatti i loro aerei", aggiunge.
Qualcuno applaude, tanti pregano. C'è un risentimento trattenuto, pochi hanno dormito perché i bombardamenti dell'altra notte sono stati i più violenti dall'inizio della guerra. Oltre cento missili sono caduti in poche ore. Secondo il ministro dell'Informazione, Mohammad Saed al-Sahaf, i morti sono stati sette, i feriti 92. Cifre più che attendibili secondo i calcoli della Croce Rossa internazionale.
"Stimiamo che a causa dei bombardamenti su Bagdad vi siano ogni giorno circa 100 feriti. I bilanci di sangue forniti quotidianamente dagli iracheni sono attendibili. Sappiamo che non aumentano artificialmente le cifre, anche perché non vogliono demoralizzare la loro popolazione", dice un portavoce. Ma le autorità si rendono conto che la strategia di attacco americana sta ormai cambiando. Nei primi giorni mirava a limitarsi ai bombardamenti su obiettivi esclusivamente militari. Ora vengono attaccati i centri telefonici, domani potrebbe essere la volta delle centrali elettriche e poi ancora di quelle del pompaggio dell'acqua. "Bagdad sta assumendo sempre più l'aspetto dei tempi dei grandi bombardamenti del 1991", dicono gli abitanti dei quartieri vicino alla centrale telefonica di al-Mamun, colpita tre giorni fa. E non si fanno illusioni dopo che lo stesso ministro della Difesa, Sultan Hashid Akhmed, due giorni fa, ha ammesso che l'assalto di terra americano su Bagdad potrebbe iniziare entro "cinque o dieci giorni". Allora i massacri come quello di ieri sera potrebbero non essere più una eccezione.


Il malumore dei generali
Vittorio Zucconi su
la Repubblica

Nel secondo weekend della guerra insabbiata, parte la prima controffensiva contro il solo nemico che potrebbe sconfiggere l'America: il morale del fronte interno. In Iraq si combatte per l'Eufrate, ma la battaglia decisiva è sulle rive del Potomac, il fiume di Washington, dove saltano i nervi anche al freddo Rumsfeld che si lascia andare a frasi truculente, "se quei feddayn hanno voglia di morire, li accontenteremo tutti", e poi apre scenari terrorizzanti di altre guerre preventive: "Se i siriani e gli iraniani stanno aiutando sottobanco Saddam Hussein, ne pagheranno il prezzo".
Un Bush "profondamente irritato" deve tenere il suo quarto discorso marziale in quattro giorni; ma se l'Iraq avesse davvero nella Siria, nell'Iran, nella Russia dell'"amico Putin" quell'entroterra che la Corea ebbe in Mao e che il Vietnam ebbe nell'Urss, ben altri "malumori" attendono l'America e l'Europa.
Ci sono segni di "disorientamento" nell'opinione pubblica, come lo chiama un Donald Rumsfeld che perde la calma con i media che diffondono dubbi e dichiarazioni di generali nervosi. C'è "un eccesso di informazioni frammentarie dal fronte", si agita "Rummy" il segretario alla guerra. Un commento che gela il sangue ai giornalisti più vecchi e che ricordano le accuse ai media di avere perduto il Vietnam. Tutta la Washington del potere ce l'ha con i giornali che non cantano in coro. Ma non sono i giornali a rifornire Saddam Hussein e a smentire le comode tesi dell'isolamento del raìs nel mondo arabo.
Il presidente è irritato coi giornalisti che fanno "silly questions", stupide domande sulla durata della guerra. I galli degli alti comandi, i generali, cominciano a beccarsi tra loro, dalle pagine dei quotidiani. E questa possibile crepa nel fronte interno è l'arma di distruzione che Washington teme di più. Anche i giornali che editorialmente appoggiano l'invasione, come il Washington Post, fanno il loro mestiere e registrano gli inciampi, i rovesci, i battibecchi dal fronte, così contraddicendo gli editoriali nelle loro cronache. Le foto e le sequenze di soldati incrostati di fango, sabbia e fatica, a corto d'acqua e di carburante, parlano più forte dei bollettini. Gli inviati embedded, incastrati nei reparti, non sembrano più tanto una buona idea ai comandi che speravano di usarli per la propaganda. E al fronte si muore. Questa non è la bloodless war, di Bill Clinton in Kosovo, la guerra senza sangue americano.
Ci sono segnali diretti e indiretti di ruggini forti. Si irrita il sempre composto Powell, quando gli chiedono se questa campagna azzardata e inconfessabilmente razzista, il mad dash, la corsa pazza verso Bagdad puntando sulla resa in massa delle unità irachene, smentisca la sua dottrina militare, che richiedeva pazienza, forza schiacciante e certezza di obbiettivi. "Questi generali li ho addestrati tutti io", risponde brusco, "cosa volete che tradiscano". Ma anche Blair si è scontrato con Bush, ieri l'altro, sulla condotta della guerra, perché secondo i britannici e il premier, questa lentezza, questa guerra condotta con la mano legata dietro la schiena e questi rovesci aggravano ogni giorno la posizione del governo inglese, in attesa di quella vittoria che sanerebbe, almeno temporaneamente, tutto.
Bush ha preso personalmente in mano la gestione delle pubbliche relazioni, come l'amministratore delegato di un'azienda che va male in Borsa, commenta il Washington Post, e rilancia l'ennesimo discorso della vittoria ai vecchietti reduci di altre guerra: "Vedrete come saremo orgogliosi di questa guerra, quando sarà vinta". Vuol dire che per ora non lo siamo? Il Dipartimento di Stato dà una mano alla controffensiva politica e fa sapere che i servizi segreti iracheni progettavano attacchi terroristici contro nazioni occidentali, dettagli seguiranno, forse.
Ma sulla riva opposta del fiume, al Pentagono, il "piano Franks", è sotto tiro. Gli immensi rinforzi in arrivo hanno dimostrato che la dottrina della "guerra leggera" voluta da Rumsfeld e tradotta nel piano del generale Tommy Franks non ha funzionato e il Pentagono deve passare alla vecchia "guerra pesante campale". "Si sa bene che nessun piano di battaglia resiste mai al contatto con il nemico", scappa detto al generale d'aviazione Myers, subito interrotto dal suo superiore, da Rumsfeld, che gli rammenta secco: "Quel piano era stato visto, rivisto e corretto, e ha avuto la approvazione di noi tutti, me compreso". Come dire al comandante a quattro stelle dell'Air Force: in questo pasticcio ci siamo tutti, mio caro, e nessuno si illuda di lanciarsi con il paracadute.
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Bush: i sacrifici più duri devono ancora venire
"Basta con le domande stupide sulla durata della guerra"
Paolo Mastrolilli su
La Stampa

Nel decimo giorno della Seconda Guerra del Golfo la Casa Bianca si è ritrovata sulla difensiva lungo il fronte interno, mentre il Dipartimento di Stato ha rivelato la scoperta di due cellule irachene all'estero che si preparavano a colpire interessi americani. Finora i dubbi sui piani di guerra, la sottovalutazione della resistenza e il rallentamento dell'offensiva di terra davanti a Baghdad erano stati avanzati soprattutto dai media. Il presidente Bush si era irritato, perché secondo un suo collaboratore "quelle sono domande stupide, dopo pochi giorni di guerra". Ieri mattina, però, gli stessi dubbi erano sulla prima pagina del "New York Times" e del "Washington Post", per bocca del generale William Wallace, che comanda il V Corps e quindi guida tutte le forze dell'esercito impegnate nell'offensiva. Wallace ha detto che "i giochi di guerra non ci avevano preparato a questo tipo di resistenza" e ha aggiunto che ci vorranno più forze e più tempo del previsto per vincere. Un colpo troppo forte, per lasciarlo passare in silenzio. E´ toccato al presidente intervenire, per tenere dritta la barra dei militari al fronte e della popolazione a casa. Bush ha parlato davanti a un gruppo di veterani, inviando quattro messaggi: la guerra è giusta perché Saddam ha dimostrato di essere un criminale che schiavizza la sua popolazione; l'offensiva procede bene; le battaglie e i sacrifici più duri devono ancora venire; l'unico risultato accettabile è la vittoria totale, e quindi il regime iracheno deve abbandonare la speranza di provocare un nuovo Vietnam con le sue tattiche di guerriglia. Il presidente ha detto che "ogni atrocità" commessa dagli iracheni conferma "la giustezza e l'urgenza della nostra causa", e quindi ha citato ancora le presunte esecuzioni dei prigionieri, le violenze con cui la popolazione sarebbe costretta a combattere e le finte bandiere bianche usate dai fedayn di Saddam per ingannare i soldati americani e poi attaccarli. Bush ha dichiarato che gli iracheni vivono in "schiavitù" ma verranno liberati, e ha promesso di "prendere e giudicare severamente" i criminali di guerra.
Il capo della Casa Bianca ha risposto indirettamente alle critiche sull'andamento della guerra, sottolineando che dopo pochi giorni "il regime che terrorizzava tutto l'Iraq ormai ne controlla solo una piccola parte". Poi ha cercato ancora una volta di ridimensionare le aspettative di un successo rapido e facile: "I feroci combattimenti in corso richiederanno ulteriore coraggio e sacrificio", se e quando comincerà la battaglia decisiva per Baghdad. A quel punto ha lanciato un doppio messaggio sul risultato finale, indirizzato tanto all'opinione pubblica degli Stati Uniti, quanto alla leadership irachena: "Con questo genere di nemico, non accetteremo altro esito se non la vittoria completa". Così ha cercato di rassicurare gli americani su come finirà la guerra, ma nello stesso tempo ha invitato Baghdad e i suoi alleati a non farsi illusioni: da parte sua non ci saranno cedimenti, negoziati o aperture per soluzioni politiche. Qualunque sia il prezzo, la guerra potrà finire solo con la sconfitta completa di Saddam. Proprio ieri il presidente russo Putin aveva lanciato un appello per fermare l'offensiva: "Questo conflitto è la crisi destabilizzante più pericolosa dalla fine della guerra fredda. Rischia di scuotere le fondamenta della stabilità globale e della legge internazionale. L'unica soluzione corretta è la fine immediata delle attività militari e la ripresa delle discussioni politiche all'Onu".

Secondo i sondaggi la maggioranza degli americani è ancora favorevole alla guerra, ma il numero di quelli che si aspettano una vittoria rapida è sceso al 40 per cento. L'ideatore dell´offensiva aerea "shock and awe", Harland Ullman, ha accusato il Pentagono di eccessiva prudenza: non sarebbe riuscito né a shockare, né a intimorire il nemico. Il Dipartimento di Stato ha poi aggiunto altre paure, rivelando la cattura di due cellule irachene che preparavano attentati in un paese del Golfo Persico e in altre zone. Il portavoce di Bush, Ari Fleischer, è subito corso ai ripari: "Gli architetti della campagna hanno sempre pianificato una battaglia che potrebbe essere lunga e difficile. Il presidente capisce che la gente voglia sapere, ma certe cose non si possono sapere mentre la guerra è in atto: essa durerà quanto sarà necessario". Prima del conflitto, però, proprio personaggi come Perle avevano descritto l'offensiva come una passeggiata, e lo stesso vice presidente Cheney aveva promesso che la guerra sarebbe durata "settimane, non mesi". Per ora siamo ancora entro questo margine di previsione, e Bush ha cercato di dimostrare la sua tranquillità e fiducia andando ancora a Camp David per il week end.


Monito di Rumsfeld a Siria e Iran
"Voi restate fuori"
Maurizio Molinari su
La Stampa

Washington lancia un monito a Siria e Iran affinché stiano alla larga dall'Iraq mentre si intensificano i bombardamenti sulla Guardia repubblicana e su Baghdad, ma Saddam risponde e riesce per la prima volta a colpire Kuwait City con un missile. Il monito a Damasco e Teheran è giunto dal segretario alla Difesa, Donald Rumsfeld, che ha parlato senza mezzi termini. L'accusa nei confronti della Siria è di far arrivare in Iraq "rifornimenti militari, inclusi visori notturni" e segue la diffusione di notizie da parte siriana di autobus di volontari in marcia verso Baghdad per combattere contro la coalizione. "Non c'è dubbio che questo transito di armamenti e persone dalla Siria all'Iraq complichi di molto la situazione - ha detto Rumsfeld - si tratta di spedizioni che minacciano direttamente la vita dei soldati della coalizione e che consideriamo un atto ostile". I visori notturni, secondo fonti di intelligence, sarebbero "made in Russia". Alla domanda di un giornalista se Washington prendesse in considerazione l'ipotesi di una rappresaglia contro la Siria, Rumsfeld ha replicato: "La mia frase è accurata, queste consegne pongono una minaccia diretta ai soldati della coalizione". Proprio ieri il presidente siriano, Bashar Assad, era stato fra i più duri nel criticare l'attacco alleato definendolo "una chiara occupazione e una flagrante aggressione contro un membro delle Nazioni Unite". Per quanto riguarda l'Iran, Rumsfeld ha parlato di "centinaia di militanti filo-iraniani contrari al regime di Saddam, noti come le Brigate Badr, che sono entrati in Iraq complicando i piani di guerra del comandante Tommy Franks". Il monito è stato anche qui assai esplicito: "Se interferiranno nelle attività del generale Franks saranno considerati combattenti e quindi suggerisco che non interferiscano".

La guerriglia irachena non ha soste. Una violenta esplosione ha colpito nella notte il centro di Kuwait City e per le autorità dell'Emirato si è trattato di un missile a testata convenzionale. L'attacco è avvenuto in piena notte e ha danneggiato il centro commerciale di Shuk Sharq, in quel momento deserto. Il missile poi è caduto in mare. E' la prima volta dall'inizio della guerra che Saddam riesce a colpire un centro abitato in Kuwait. Gli altri missili erano stati intercettati o erano caduti senza far danni. Continuano gli agguati contro i marines e a Nassiriya quattro militari americani sono dati per dispersi mentre è stata battaglia per lunghe ore nella zona di Najaf. Si combatte anche a Bassora, la principale città del Sud. Il comando britannico afferma che 4000 iracheni si sono arresi ma i difensori della città - in gran parte Feddayn - tengono duro. Sono stati loro a fare fuoco su centinaia di civili che tentavano di lasciare la città per andare a ricevere aiuti umanitari distribuiti dai britannici lungo il perimetro esterno. Nel Nord si sono mossi i peshmerga - i combattenti curdi alleati della coalizione - conquistando posizioni a Chamchamal lungo il confine con le truppe di Saddam, ma subito dopo sono stati raggiunti dai colpi dell'artiglieria irachena. Sebbene il generale Meyers affermi che "il regime iracheno ha perso il controllo del 35-40 per cento del territorio e del 95 per cento dello spazio aereo" il vicesegretario del Pentagono, Paul Wolfowitz, ammette che la resistenza degli iracheni è stata "sottovalutata" prima dell'inizio delle ostilità. Il generale del V corpo dell'Us Army, William Wallace, è più dettagliato: "I wargame fatti prima dell'attacco non ci avevano preparato a questo scenario". E' una critica esplicita al Tommy Franks, comandante dell'operazione "Iraqi Freedom", che a inizio anno coordinò dal Qatar una grande simulazione elettronica del conflitto. La Casa Bianca ha tradito un forte imbarazzo per queste dichiarazioni di Wallace, richiamando il generale.


I giornalisti scomparsi sarebbero a Bagdad
su
la Repubblica

AMMAN
- Sarebbero a Bagdad e tutti in buona salute i sette giornalisti italiani fermati dalle autorità irachene e di cui si erano perse le tracce. Il corrispondente della tv del Qatar al Jazeera li ha incontrati ieri in un albergo di Bassora, nel sud dell'Iraq. "Sono stati trattati benissimo, hanno pranzato e cenato", ha raccontato il corrispondente della televisione qatariora parlando da Bassora. Il giornalista di al Jazeera ha detto di aver visto i giornalisti italiani subito dopo il loro fermo da parte dei militari iracheni. "Stavano bene, poi sono partiti", ha aggiunto il corrispondente di al Jazeera. In direzione Bagdad, sostiene il segretario della Federazione nazionale della stampa italiana Paolo Serventi Longhi. "Mi risulta - ha dichiarato Serventi Longhi - che i sette inviati siano a Bagdad sotto interrogatorio da parte delle autorità irachene in un edificio nel centro della città". Certo - ha aggiunto Serventi Longhi - fa riflettere, quanto alla situazione sul terreno in Iraq, la rapidità con cui i colleghi sono stati trasferiti da Bassora a Bagdad nella notte, praticamente in poche ore". La Farnesina sta verificando la notizia.
Di Lorenzo Bianchi del gruppo Riffeser, Franco Battistini del "Corriere della sera", Toni Fontana dell'"Unità", Ezio Pasero del "Messaggero", Leonardo Maisano del "Sole 24 Ore", Vittorio dell'Uva del "Mattino" e Luciano Gulli del "Giornale" si erano perse le tracce ieri. I sette inviati erano stati fermati dalla polizia irachena a una trentina di chilometri da Bassora mentre tentavano di entrare in città.
Viaggiavano a bordo di un convoglio di auto, in tutto tre jeep bianche. Le vetture erano state fermate a un posto di blocco dei soldati britannici, che avevano sconsigliato ai giornalisti di proseguire. Ma il convoglio non aveva desistito e era andato avanti in direzione di Bassora. All'ingresso della città le auto erano state fermate nuovamente, questa volta da un gruppo di uomini armati in divisa. E' stato tutto fissato nelle immagini filmate da Angelo Macchiavello, inviato di "Studio Aperto", che viaggiava con gli altri e che ha lanciato l'allarme dopo aver perso le tracce dei suoi colleghi.
Quando vengono fermati dagli iracheni Macchiavello, che si trovava alla guida dell'auto che chiudeva il convoglio, decide di fare inversione a U e fuggire. Si allontana nel momento esatto in cui vede un poliziotto mettere un caricatore nel fucile. Tornato indietro aspetta per una buona mezz'ora l'arrivo dei colleghi. Poi dà l'allarme. I sette ora rischiano l'espulsione.
"Ci auguriamo che dopo questo interrogatorio vengano espulsi - ha dichiarato il segretario della Federazione della stampa - come è già accaduto per altri giornalisti stranieri, in quanto sprovvisti di visto di ingresso e quindi clandestini".


Rischi e miserie del conflitto
Antonio Padellaro su
l'Unità

Sono ore di ansia per la sorte dei sette giornalisti italiani, tra cui l'inviato dell'"Unità" Toni Fontana, fermati dagli iracheni sulla strada di Bassora e, mentre scriviamo, non ancora rilasciati. È il prezzo che la libera informazione deve pagare a una guerra che, giorno dopo giorno, si sta rivelando ben altra cosa rispetto alla rapida e indolore conquista dell'Iraq, che gli alti comandi ci avevano raccontato. I rischi a cui vanno incontro i nostri colleghi in prima linea, rendono ancora più insopportabile il chiacchiericcio degli inviati nei salotti televisivi e ancora più miserevoli le speculazioni sulla pelle degli altri. Non può, tuttavia, passare sotto silenzio l'attacco a freddo commissionato contro chi a questa guerra si oppone. Un'offensiva contro la verità che può nascondere qualcosa di peggio.
Se, per esempio, il senatore Schifani di Forza Italia aggredisce nei tg della sera l'opposizione, accusandola di un possibile ritorno del terrorismo, "perché dice che l'Italia è in guerra, mentre non è vero", questa è una delle tante assurdità prodotte nei sottoscala del partito-azienda. Ma se l'insieme delle mascalzonate vanno improvvisamente tutte nella stessa direzione, allora si realizza quel clima di odio e di dagli all'untore sperimentato da chiunque osi non scattare sull'attenti davanti al presidente degli Stati Uniti in tuta mimetica.
Ne sa qualcosa Guglielmo Epifani a causa di quella doppia negazione, nè con Bush nè con Saddam, che il segretario della Cgil nega di aver espresso in termini così sommari. Ma che è stata sottoposta a biopsia nei numerosi talk show da combattimento, ora da Bruno Vespa con la faccia luttuosa di chi ha scoperto un disertore, ora dal trafelato Antonio Socci, smarritosi tra le veline del comando supremo. Tutto per dimostrare la natura maligna del pacifismo, sempre codardo, sempre disfattista, sempre venduto al nemico, benché identico alle parole del Papa.
Schifani e la sua band rappresentano un fenomeno del tutto sconosciuto in qualunque altra democrazia, comprese quelle belligeranti.

Nello sguardo del berlusconismo in grigioverde non c'è però la spietatezza dei duri, non si intravede il riflesso di un codice d'onore rispettato ancorché moralmente controverso. Si nota, piuttosto, la fissità indifferente di chi è preoccupato dei sondaggi d'opinione e delle prossime elezioni provinciali. È probabile che nasca da qui la campagna denigratoria contro tutto ciò non si presenta allineato e coperto sotto gli stendardi guerreschi. Contro chi marcia per la pace. Contro le bandiere arcobaleno. Contro chi non crede alle bombe come strumento apportatore di democrazia e civiltà superiori.
Se la destra in armi attacca l'opposizione pacifista è, innanzitutto, per un pugno di voti. Disturba fortemente quella "capacità egemonica" che Ernesto Galli della Loggia ("Corriere della sera" del 27 marzo) ha riconosciuto alla sinistra italiana, per il suo essere in sintonia con l'aria dei tempi, con i valori prevalenti (oggi quelli della pace) sapendoli rimodellare per il proprio uso politico. Preoccupa il fatto che la nuova ondata pacifista abbia spiazzato Berlusconi; che, come scrive Claudio Rinaldi ("la Repubblica" del 22 marzo) "la sua mitica sintonia con la gente si sta indebolendo". Ed ecco che, in mancanza di meglio, alla destra non resta che screditare la sinistra, farla apparire vile e ostile ai valori dell'Occidente, indegna di guidare una democrazia nell'ora delle decisioni supreme.
C'è un'altra spiegazione alla campagna di veleni contro il pacifismo. Nascondere con un'immagine muscolare e decisionista la reale debolezza del berlusconismo, che si fa forza solo aggrappandosi a Bush. Il fatto è che gli Schifani non mettono il loro petto a difesa della civiltà in pericolo, come vorrebbero far credere. Fanno solo da scudo umano all'opportunismo di Berlusconi, il premier che crede nell'America come protezione del suo conflitto d'interessi. Siamo alla macchietta, all'italianuzzo dei film di Alberto Sordi, pavido, sempre in fuga, pur di salvare la pelle disposto a tutto e al contrario di tutto. A dichiarare una guerra senza farla. A fare una guerra senza dichiararla. Per questo siamo con Bush, ma fino a un certo punto. Per questo siamo contro l'Iraq, ma fino a un certo punto. La guerra è un rischio. Anche la pace è un rischio. Grazie a questo governo ce li stiamo accollando entrambi.


Escalation
Valentino Parlato su
il Manifesto

Questa guerra è già durata troppo tempo. Ogni giorno è di sangue, di morte, di lacrime e rabbia dei sopravvissuti. L'altroieri la strage del mercato, ieri la replica in una zona vicina a luoghi di culto. Ieri era venerdì, che per i musulmani è come il sabato per gli ebrei e molto di più che la domenica per noi cristiani consumisti, anche se il congresso Usa ha deciso una giornata di preghiera e digiuno perché il loro dio sostenga i loro militari. Saremmo arrivati al fondamentalismo dei ricchi, che è il peggio che si possa pensare e che ogni giorno produce la carneficina che possiamo vedere anche nelle nostre tv. Il punto - sul quale occorre interrogarsi - è che questa barbarie nasce da una scelta suppostamente razionale. "La scelta - scrive Arthur Schlesinger Jr - riflette una svolta decisiva nella politica estera americana, in cui la dottrina strategica del contenimento e dissuasione, che ci aveva portato a una vittoria pacifica durante la Guerra fredda, è stata sostituita dalla dottrina di Bush che persegue una guerra preventiva. Il presidente ha adottato una politica di autodifesa preventiva eguale a quella che il Giappone imperiale aveva applicato a Pearl Harbor". E Schlesinger prosegue: "La dottrina di Bush ci trasforma in giudici, giuria e carnefici del mondo, un'autocandidatura che porterà al ridimensionamento della nostra leadership". Charles Kupchan ha scritto un saggio che si intitola, La fine dell'era americana, ma il guaio è che questo tramonto eventuale è sicuramente sanguinoso e mortifero e non per la cattiveria dell'impero in decadenza, ma per la sua crisi di egemonia, di comprensione di come stanno le cose al mondo.
Tutti gli osservatori, anche americani, affermano che mai una guerra era stata tanto a lungo studiata e progettata come questa, appunto, preventiva. Alle spalle di questa guerra c'è almeno una decina d'anni di preparazione. Il risultato è inequivocabilmente disastroso: isolamento sul piano internazionale, mobilitazione della più grande opposizione pacifista della storia, destabilizzazione degli stati arabi moderati e poi sul fronte il totale fallimento della guerra lampo annunciata, delle bombe intelligenti e di tutto il resto. Ci vogliono altre truppe (anche dei paracadutisti di Vicenza), ci vogliono altri aerei e, a questo punto, come per altro annunciano i macelli quotidiani, bombardamenti sempre più massicci e indiscriminati e bombe sempre più grosse e meno intelligenti. Le informazioni dicono che al Pentagono c'è rissa: uno se ne è dovuto andare per conflitto di interessi, ma anche altri hanno mani in affari petroliferi e bellici.
Grande è il disordine nel cervello dell'impero e la situazione non è affatto eccellente, anzi massimamente pericolosa: i massacri di questi giorni lo confermano e ci sono molte ragioni per temere che annuncino il peggio. Sui giornali è riemersa la parola "escalation".


Blitz in parapendio a Piazza S.Pietro
Beffata la sicurezza aerea
Massimo Lugli su
la Repubblica

ROMA - Un parapendio a motore che atterra a piazza San Pietro poco prima delle 7 del mattino davanti agli occhi sbalorditi di due poliziotti, di un edicolante e dei primi venditori di souvenir. Il gesto simbolico di un gruppo di pacifisti appassionati di volo ha rivelato una falla enorme nella vigilanza al Vaticano: e se sul seggiolino del velivolo non ci fosse stato un ragazzo tedesco di 26 anni coi capelli tinti di biondo ma un kamikaze imbottito di tritolo? Il prefetto di Roma, Emilio Del Mese, ha convocato immediatamente un comitato per l´ordine e la sicurezza.
"Abbiamo seguito il nostro cuore. Volevamo portare un messaggio di pace, non infrangere la legge italiana" spiegano gli otto ragazzi "volanti" uscendo dal commissariato Borgo dove sono stati tutti denunciati a piede libero per manifestazione non autorizzata. Si tratta di due tedeschi e sei austriaci partiti lunedì mattina dal monastero benedettino di Seckau, nella regione della Stiria e destinati a entrare nel Guinness dei primati visto che nessuno, finora, aveva percorso quasi 800 chilometri in parapendio. Con loro, anche don Pascal Shou, 73 primavere, che due anni fa aveva gustato per la prima volta l´ebbrezza del volo ed è diventato un appassionato ma che, giura "Non ero affatto d´accordo sull´idea di sorvolare San Pietro". Nel gruppo anche due donne, Carmen, 42 anni, ex attrice (ha recitato anche in un film con Abatantuono, "Stelle Cadenti") e Bernadette, 19 anni, studentessa.
Una nuova, clamorosa, sortita pacifista dopo l´assalto di Greenpeace al Vittoriano e che ricorda l´"impresa" di Mathias Rust, il pilota diciannovenne che il 28 maggio del 1987 atterrò con un Cessna a due passi dal Cremlino, un gesto che costò la poltrona al ministro della difesa Serghiei Sokolov. Ma il gruppetto di parapendisti assicura che, almeno all´inizio, non pensava a niente di così clamoroso. "Volevamo portare al Papa un appello contro la guerra con oltre 2000 firme - spiega il pilota atterrato a San Pietro, Andreas Siebenhofer, un ferroviere che ha volato sulle Ande a 7 mila metri d´altezza -. L´idea del Vaticano ci è venuta solo la sera prima a cena". Ma in realtà sembra che alla polizia fosse arrivata da tempo una segnalazione su un clamoroso blitz pacifista a San Pietro.
Alternandosi in volo su tre parapendii a motore, con l´appoggio di una "Megane"e di una "Golf", i nove pacifisti ("Cattolici ma non troppo", così si definiscono) con un cane al seguito hanno sorvolato le Alpi e sono arrivati nella capitale dopo un viaggio a tappe forzate che ha toccato, tra l´altro, Gemona, Rimini e Assisi. Nella città di San Francesco, hanno lasciato un grande striscione con la scritta "Pace" in italiano, inglese e tedesco. Giovedì notte, gli otto ragazzi e l´anziano frate hanno dormito nel convento benedettino di Sant´Anselmo, all´Aventino.
"Ci siamo svegliati all´alba e abbiamo raggiunto la parte sud di Villa Pamphili - racconta ancora Andreas -. Da qui sono decollato verso il Vaticano". Dieci minuti di volo, a una quota di 10-15 metri, e il velivolo era sulla Cupola di San Pietro. "Ho tracciato un 8 per quattro volte e sono atterrato" continua il ferroviere-pilota con un pizzico di compiacimento. "Purtroppo ho sbagliato e ho preso in pieno le transenne". "L´ho visto piombare giù e ho pensato che si fosse fatto male - racconta l´edicolante Silvano Costantini - in piazza c´erano solo due poliziotti. Poi dopo un po´ ne sono arrivati una cinquantina...". Gli altri pacifisti, nel frattempo, avevano filmato la scena ma le riprese sono state sequestrate dal pm Francesco Polino. E adesso molti si chiedono come un "oggetto volante non identificato" abbia potuto sorvolare così da vicino l´obiettivo "sensibile" per eccellenza. Spiegazione ufficiale: era proprio il momento del cambio tra l´elicottero della polizia e quello dei carabinieri. Ma sembra una barzelletta.


   29 marzo 2003