
sulla stampa
a cura di G.C. - 28 marzo 2003
Bagdad, raid senza precedenti
E a Nord avanzano i curdi
Redazione de la Repubblica
ROMA - Nona giornata di guerra in Iraq. Caratterizzata dalla più forte ondata di bombardamenti su Bagdad dall'inizio del conflitto, in coincidenza (come annunciato dal Pentagono) col miglioramento delle condizioni meteorologiche; dall'annuncio sull'arrivo, entro oggi, di una nave carica di aiuti per la popolazione nel porto di Umm Qasr; dal fatto che a nord sono giunti altri uomini e mezzi, in contemporanea con l'avanzata delle milizie curde; dalle dure battaglie intorno a Najaf.
Raid sulla capitale. L'attacco più pesante nella notte: tra gli obiettivi colpiti, il complesso del Palazzo Repubblicano; uno dei principali centri per le comunicazioni, col conseguente isolamento telefonico di parecchie zone cittadine; edifici vicini al ministero dell'Informazione. Danneggiato pesantemente uno degli hotel che ospitano i giornalisti stranieri, soprattutto dei paesi arabi. Una seconda ondata di esplosioni c'è stata in mattinata. Secondo la Cnn, per la prima volta un B-52 ha sganciato una potente bomba Gbu-37 "bunker buster" (distruttore di bunker).
Aiuti a Umm Qasr. La prima nave carica di generi di prima necessità approderà entro poche ore nel porto della cittàe. "La 'Sir Galadad' - hanno spiegato le autorità britanniche dal Qatar - è piena di razioni alimentari e altri aiuti, e sarà il primo carico significativo che consegneremo alle popolazioni del sud dell'Iraq". La distribuzione dovrebbe avvenire nell'area di Umm Qasr, ma punti di assistenza sono stati allestiti anche lungo la strada che conduce a Bassora, da dove centinaia di persone si sono messe in cammino nelle ultime ore per cercare cibo e acqua: secondo la Bbc, i soldati iracheni avrebbero sparato sulla gente in fuga.
Fronte sud. Durissima battaglia nella notte vicino a Nassiriya, tra le forze americane e circa 1.500 soldati iracheni. Il comando Usa prevede che ci sarà uno scontro decisivo vicino a Kerbala, 50 chilometri a nord di Najaf, nelle prossime 48-72 ore: un'intera brigata irachena, 6 mila militari circa appoggiati da carri armati, ha già preso posizione nella zona. In parte sono soldati regolari, in parte uomini della temuta divisione Medina della Guardia Repubblicana. Quanto a Bassora, il comando britannico ha detto che la città non è stata ancora conquistata; mentre la tv Al Jazeera ha mostrato un edificio distrutto dalle bombe, sostenendo che si tratta di un ospedale.
Fronte nord. Nella notte ulteriori truppe statunitensi sono state dispiegate nella parte settentrionale dell'Iraq, andandosi ad aggiungere al migliaio di paracadutisti che erano giunti all'alba di ieri nel Kurdistan. Nel campo di atterraggio sono arrivati elicotteri e 50-60 mezzi pesanti. Intanto le milizie curde sono avanzate fino a una ventina di chilometri a est di Kirkuk, occupando le posizioni abbandonate in precedenza dalle truppe regolari irachene. Mentre la città di Erbil, sempre sotto controllo curdo, è stata colpita dall'artiglieria dell'esercito fedele a Saddam.
Aiuti, non arriva nulla
Piero Sansonetti su l'Unità
Il disastro umanitario c'è già. L'Iraq è sotto assedio, si sta trasformando in un cimitero. La gente ha paura delle bombe, ma soprattutto ha paura della fame e della sete. Ieri sono fuggiti a migliaia da Bassora, alla ricerca di un po' d'acqua. L'acquedotto è a secco, distrutto dalle bombe inglesi. Gli occidentali avevano promesso aiuti agli iracheni, ma non arriva niente di niente, siamo sull'orlo della carestia. Dal porto di Umm Qasr si vede sempre quella nave al largo, ma non riesce ad attraccare. Sono quattro giorni che gli angloamericani dicono che domani attraccherà e che è piena di aiuti alimentari e acqua potabile, ma poi non succede. Evidentemente gli alleati non hanno ancora il controllo del porto. Finora gli unici aiuti arrivati in Iraq sono quelli inviati dal Kuwait: qualche camion con un po' di cibo buono per sfamare per una giornata cinque o seimila persone. Basta.
Tanto che ora i problemi cominciano ad esserci pure per gli assedianti. Alcuni reparti americani sono a corto di scorte e hanno dovuto tagliare i pasti: due al giorno, non più tre. Quello che non manca sono le bombe. Ieri per l'ottavo giorno consecutivo Baghdad è stata colpita a tappeto. Ormai i morti tra i civili non si contano più. Gli aerei arrivano più o meno ogni due ore, giorno e notte, e le esplosioni sono quasi ininterrotte. Ieri hanno colpito un quartiere residenziale al sud della città, ed è stata un altra carneficina. Come quella del giorno prima al mercato. Per quanto tempo ancora gli americani pensano di tenere questo livello di "pressione aerea"? Molto presto Baghdad sarà ridotta a un mucchietto di macerie, e non è bello che la più moderna potenza mondiale, cioè gli Stati Uniti, cancelli dalla terra una delle città più antiche e più ricche di storia, di archeologia, di ricordi della nostra civiltà.
Ieri il "New York Times" pubblicava a tutta pagina questo titolo: "L'Iraq offre fiera resistenza alle forze americane". La parola inglese usata dal New York Times è "fierce", che può essere tradotta o "fiera" o "feroce", quindi può avere un significato positivo o negativo. Però esprime lo stupore per una capacità di combattimento degli iracheni, e per un attaccamento alla patria che gli americani non si aspettavano assolutamente. Non l'avevano previsto nè i servizi segreti, né i politici, né i giornalisti , né l'opinione pubblica. È questa la novità essenziale: non è solo una novità militare, è anche politica. Gli Usa erano convinti che il regime di Saddam fosse piantato sulla sabbia. Che bastasse soffiare forte e dare una speranza di liberazione al popolo per spazzarlo via. È chiaro che non è così. Alcune informazioni giunte ad Occidente sulla brutalità dei metodi di governo di Saddam verso le minoranze e verso le opposizioni sono state scambiate per le prove di un regime senza consenso. È stato un errore di valutazione strategica molto grave. Con conseguenze che possono essere devastanti, sia nella condotta della guerra sia - eventualmente - nella gestione dell'Iraq dopo la possibile caduta di Baghdad. L'Iraq può trasformarsi per gli americani in quello che negli anni '80 fu l'Afghanistan per i Russi.
È probabile che di queste cose abbiano parlato ieri, nei loro lunghi colloqui a Camp David (Maryland), Bush e Blair. Tra loro non c'è più l'assoluta identità di vedute che c'era fino a un mese fa. Bush considera questa guerra la "sua" guerra, e si disinteressa ai problemi politici che gli vengono posti da Blair. Primo fra tutti quello del recupero di un ruolo per l'Onu e per l'Europa. A Bush tutto ciò non interessa. All'ipotesi avanzata da Blair di affidare all'Onu la gestione del dopo-guerra, Powell (cioè il più moderato tra i capi della Casa Bianca) ha risposto: "Non ci siamo accollati questo immenso peso per rinunciare a un controllo dominante sul futuro dell'Iraq". Sulla condotta della guerra invece - dopo l'incontro con Blair - è stato lo stesso Bush a rispondere ai giornalisti. Un po' infastidito: "Quanto tempo ci vorrà? Ci vorrà tutto il tempo necessario per vincere. Tutto il tempo necessario: non c'è una questione di scadenze, è una questione di vittoria...".
Intanto il super-ispettore dell'Onu, Hans Blix, ha dichiarato ai giornalisti che fino ad ora l'Iraq non ha usato nessun missile Scud (i missili proibiti a Bagdad dalla risoluzione dell'Onu del 1991). Il governo inglese però ha dichiarato ai giornalisti di "avere prove certe che Saddam Hussein sta pensando ad usare armi chimiche".
Bush e Blair alleati per forza
Vittorio Zucconi su la Repubblica
WASHINGTON - La lama che taglia le bugie della propaganda arriva in un numero gelido nella sua grandezza: 120 mila soldati, i rinforzi che il Pentagono si prepara a mandare in Iraq, rivela Cnn, per combattere questa guerra ormai radicalmente cambiata. Non più blitzkrieg, la corsa a Bagdad tra insurrezioni festanti, ma war of attrition, guerra di logoramento. Avevano dunque ragione i "disfattisti", come li avevano subito bollati i "prussiani" di Bush, e i generali anonimi che ieri confidavano al Washington Post che in questa guerra non si vede ancora la fine. Servono più uomini per controllare il territorio, le linee di comunicazione, la guerriglia e per l'assalto finale a Bagdad.
La si chiami in un altro modo, se la forza evocativa della parola fa paura, ma questa è piena escalation, lanciata per accendere la luce alla fine del tunnel iracheno. Che le cose non stessero affatto andando secondo i piani era diventato evidente guardando parlare insieme i soli due "belligeranti". La voce di Tony Blair, nella conferenza pubblica dopo l'incontro con Bush a Camp David, si era spezzata quando aveva salutato i suoi prigionieri "giustiziati" a freddo dalle squadre della morte di Hussein. E nella commozione di Blair, sotto lo sguardo sorpreso di Bush che voleva soltanto proclamare lui l'immancabile vittoria, la guerra aveva mostrato quello che la propaganda politica non riesce più a nascondere: non soltanto che la campagna è ferma davanti a Bagdad e che ogni scenario, compreso l'impronunciabile rappresaglia nucleare contro l'arma chimica, sta diventando concepibile. Ma anche che questa guerra ha, e ha sempre avuto, due anime, due sensibilità. Che c'è una guerra americana e una guerra europea.
Come alle Azzorre, Bush aveva la solita aria irritata che assume quando deve rispondere improvvisando. "Fateci due domande e poi basta", intimava ai giornalisti. Presidente, è vero che questa guerra potrebbe durare mesi? "La guerra durerà quanto durerà. Tutto quello che vi deve importare, è sapere che finirà con la nostra vittoria". Next, avanti un altro. Userà l'arma nucleare se Saddam usasse le armi chimiche? "Raggiungeremo i nostri obiettivi". Dunque non esclude...? Next, next. Perché ci sono così poche nazioni combattenti al suo fianco? "Ce ne sono più che nel 1991 e molte sono europee occidentali, ieri ho anche dato l'elenco" (eccolo, l'elenco: Romania, Bulgaria, Slovacchia, Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia). Next. Quale ruolo per l'Onu nel dopoguerra? "Un ruolo umanitario".
Blair si sbracciava e si agitava, per dire che, a vittoria acquisita, si "dovrà tornare al Consiglio di Sicurezza per chiedere una risoluzione", e soprattutto che "ci si dovrà interrogare, e incontrarsi fra noi, per discutere delle ragioni che ci hanno diviso, che vedono tante nazioni e tante folle europee opposte a questa guerra"; e Bush lo guardava come un marziano.
"Non accetteremo un cessate il fuoco, ma solo una resa senza condizioni" ricorda Bush. Dall'Onu, si riascolta la voce di Hans Blix - l'ispettore capo, quello che i media americani dileggiavano chiamandolo l'Ispettore Clouseau, l'inetto detective della Pantera Rosa: "Dove sono i missili Scud proibiti che gli Usa erano sicuri di trovare?". Dove sono?
Sabbia sull'Atlantico
Franco Venturini sul Corriere della Sera
Una tempesta di sabbia permanente sembra ormai avvolgere la guerra lampo promessa dal Pentagono: le notizie si confondono pericolosamente con la propaganda, affiorano i "misteriosi episodi" tipici di ogni conflitto moderno (questa volta si è trattato della strage al mercato di Bagdad), le perdite sono difficili da stabilire quanto lo è l'estensione del territorio conquistato. Eppure questa guerra terribilmente normale, carica come tutte le altre di orrori e di dubbi, alcuni scomodi punti fermi comincia a suggerirli. E' troppo presto per credere che l'offensiva anglo-americana si sia impantanata e crediamo che continui a essere certo il suo esito finale. Ma l'accanita resistenza degli iracheni e alcuni squarci di vita urbana ci dicono che i marines e i loro alleati vengono visti, almeno fino a oggi, come occupanti più che come liberatori. L'impressione è che Washington abbia sottovalutato l'esistenza di un tribal-nazionalismo iracheno fino a ieri non necessariamente amico di Saddam Hussein, ma che può diventargli fedele davanti all'offesa esterna. Con l'effetto di rendere il conflitto più difficile e più sanguinoso.
Se ciò è vero, ne deriva una seconda e non meno grave conseguenza. La guerra, proprio perché non è una passeggiata, ha l'effetto di conservare in frigorifero tutte le polemiche della vigilia e minaccia di scaricarle su un dopoguerra che già si annunciava complesso e pericoloso.
Tony Blair e George Bush, ieri, hanno provato a guardare oltre i loro morti. A nessuno dei due è parsa mancare la determinazione necessaria per andare sino in fondo, ma quando si è parlato del "dopo" gli accenti sono parsi diversi. Londra più di Washington vuole una risoluzione dell'Onu che sancisca il ruolo centrale del Palazzo di Vetro nella ricostruzione, non soltanto economica, dell'Iraq senza Saddam. Ma gli Usa sono gelosi sin da oggi della "loro" impresa e dei loro appalti già assegnati, Washington litiga con Mosca per i congegni venduti a Bagdad e la solita Francia avverte che non farà passare in Consiglio una legittimazione post factum della guerra.
Nulla di nuovo, se vogliamo. Ma il pericolo è che una guerra lunga, sanguinosa e costosa abbia l'effetto di esasperare dissensi e spaccature preesistenti invece di lasciare spazio alla "ricucitura" europea e transatlantica.
L'ambiguità del premier
Massimo Giannini su la Repubblica
La guerra che uccide centinaia di soldati combattenti e decine di civili innocenti rende ancora più penoso il cicaleccio del Palazzo romano. Ma il pastrocchio politico-diplomatico sui soldati della 173esima Brigata statunitense spostati da Vicenza al Nord dell'Iraq è l'ennesima prova dell'insostenibile ambiguità della posizione italiana. È un piccolo equivoco, che nasce da un equivoco colossale. La realpolitik di Berlusconi ha lasciato l'Italia in un impossibile limbo: sospesa tra il neutralismo giuridico imposto dalla Costituzione e l'interventismo politico voluto dal governo. Formalmente siamo "non belligeranti". Sostanzialmente appoggiamo la guerra. E gli Stati Uniti agiscono di conseguenza.
Il presidente del Consiglio, da Palazzo Chigi, assicura: i parà americani partiti dalla caserma italiana di Ederle e decollati dalla base Usaf di Aviano non sono atterrati in Kurdistan per compiere "un attacco diretto ad obiettivi iracheni". Il generale Vincent Brooks, dal comando centrale del Qatar, rettifica: i parà Usa arrivati dall'Italia sono "una forza che potrà essere usata anche in attacco, se decideremo in tal senso. Lascio all'Italia il compito di commentare il proprio ruolo nella guerra".
Ancora una volta, sono gli americani a metterci di fronte al fatto compiuto, spiegandoci chi siamo, dove andiamo e cosa facciamo in questo conflitto contro Saddam. Era già successo con la lettera di ringraziamento di Bush e l'inserimento dell'Italia nella lista dei 30 Paesi della "Coalition of the willing" stilata da Powell. La storia si ripete. Su un tema se vogliamo marginale: stavolta non si trattava di dire sì o no alla guerra, ma più semplicemente di stabilire se le modalità del nostro supporto logistico alle ultime operazioni militari Usa siano compatibili con i vincoli fissati dal Quirinale e dal Parlamento il 19 marzo.
Se sono vere le dichiarazioni di Brooks, la risposta è no: non sono compatibili. Il Consiglio Supremo di Difesa, riunito al Quirinale sotto la presidenza del Capo dello Stato, ha declinato i principi della "non belligeranza" italiana, in base all'articolo 11 della Costituzione e alla mancata legittimazione dell'Onu. E ha fissato 6 "paletti" precisi. Con il 4. e il 5., l'Italia concede all'alleanza angloamericana il diritto di sorvolo e le basi, purché "l'uso di strutture militari" non sia funzionale all'attacco diretto ad obiettivi iracheni".
In una strategia coerente, questa cornice tecnico-giuridica si sarebbe dovuta accompagnare ad una posizione politica forte e chiara: no dell'Italia a questa guerra unilaterale, nel solco dell'autonomia dell'Ue. Berlusconi ha fatto esattamente il contrario: ha definito legittimo l'uso della forza. Fini ha parlato di "guerra sporca, ma giusta". Non c'è da stupirsi se ora i generali americani ci trattano a pieno titolo da "alleati", e si prendono qualche licenza. Così, se com'è ovvio i parà della 173esima Brigata combatteranno sul fronte nordiracheno, i "paletti" costituzionali rischiano di saltare. Il centrosinistra grida allo scandalo (come fa ormai sistematicamente e qualche volta anche strumentalmente). I giuristi traggono le loro conclusioni. Cassese sostiene che "gli americani ci hanno turlupinato". Benvenuti afferma addirittura che "l'Italia ha perso i diritti di neutralità". In pratica, siamo entrati in guerra anche noi.
Ieri Ciampi ha voluto conoscere dal Cavaliere i dettagli della vicenda dei parà Usa. Ma poi gli ha voluto ricordare il "sentiero stretto" sul quale deve camminare il nostro Paese, in base alla Costituzione e al voto parlamentare di sette giorni fa.
Sullo sfondo, "oltre" la guerra, c'è il semestre italiano di presidenza Ue, il destino della Convenzione. È la seconda, profonda preoccupazione di Ciampi, impegnato a ricostruire sulle troppe macerie lasciate dal governo (in Francia prima di tutto). Il presidente del Consiglio non può giocarsi a dadi l'Europa, per scommettere sull'America. Comunque finisca in Iraq, perderebbe la partita.
Un lungo arcobaleno da nord a sud
Redazione de l'Unità
Sarà il week end della pace. Sarà un week end di proteste in tutta Italia. E ancora di più di fronte ai morti dei primi otto giorni di bombardamenti. Il grido "no alla guerra" fa il giro del mondo e impazza dal nord al sud della penisola. Drappi neri in segno di lutto si mescolano ai colori dell'arcobaleno delle migliaia di bandiere della pace che sventolano dai balconi delle case italiane.
Il comitato Fermiamo la guerra, insieme al Social Forum e a Cgil, Cisl e Uil, dopo due settimane di cortei e sit-in, fissa per sabato 29 la giornata nazionale della pace e chiama a gran voce le piazze di tutta Italia per "fermare la macchina della guerra". Una mobilitazione diffusa che avrà il sostegno dei sindacati locali e delle organizzazioni che si stanno battendo per i diritti delle popolazioni colpite dal conflitto. "Chi fa la guerra non va lasciato in pace - affermano gli organizzatori - sono cadute le illusioni di chi confidava in un conflitto lampo e pulito. Questa è una guerra lunga, cruenta, devastatrice, che già oggi produce nuovi conflitti nell'area, in tutto il Medio Oriente, nelle società con la crescita dell'intolleranza, dell'odio etnico e religioso, del razzismo e dell'insicurezza".
È così che il comitato Fermiamo la guerra partecipa alla campagna internazionale per la convocazione straordinaria dell'assemblea generale delle Nazioni Unite affinché condanni l'aggressione di Bush e dei suoi alleati." Il governo ogni giorno aumenta l'impegno italiano in guerra con atti concreti, come l'espulsione dei diplomatici iracheni su richiesta americana. E mentre partecipa di fatto alla guerra, il governo si rifiuta di ottemperare ai suoi doveri di accoglienza verso i profughi di guerra". Sono amare le parole dei portavoce di uno dei movimenti che più si sta battendo contro questo conflitto a cui, nelle ultime settimane, stanno facendo eco gli studenti delle scuole e degli atenei.
Il mondo di Bush
Alessandro Portelli su il Manifesto
Leggiamo da un'intervista con George Bush padre (la Repubblica, 24 marzo). "Quale pensa che sia il problema della Francia? (riflette) Sono francesi.
Ha qualche teoria in proposito?
No. E' sempre esistito un po'di attrito. Una volta parlando con un gruppo di intellettuali francesi dissi: `Voi pensate che noi siamo arroganti. Noi pensiamo che voi siete francesi'. Loro si guardarono l'un l'altro stupiti, forse credevano che avessi detto qualcosa di molto intelligente".
Già la domanda è un poema: se la Francia non è d'accordo con gli Stati Uniti, può essere solo perché c'è qualcosa di sbagliato nella Francia. Quello che gli americani e i loro vassalli chiamano "antiamericanismo", dunque, non è da porre in relazione con specifiche politiche statuali o tratti culturali degli Stati Uniti né con eventuali problemi di relazioni fra i due paesi. E', piuttosto, una patologia congenita, ascritta al soggetto, e irrazionale: ci odiano perché siamo liberi, ci contraddicono perché sono francesi... c'è sempre stato attrito, dice Bush. Giorni fa, in un talk show televisivo, lo storico dell'economia Geminello Alvi ripeteva: fin dall'800 la Francia è ostile agli Stati Uniti. Sono balle.
C'è stata piuttosto una lunga storia d'amore fra la Francia laica e repubblicana e la repubblica d'oltre oceano. Persino la Statua della Libertà è stata un dono del popolo francese al popolo americano, nel 1885. Il libro più citato sulla democrazia americana l'ha scritto un francese, Aléxis de Tocqueville. Un eroe della guerra d'indipendenza americana è stato il francese Lafayette; la pace che sancì l'indipendenza fu firmata a Parigi. E' troppo forse aspettarsi dagli americani un po' di quella gratitudine che pretendono dai francesi per quello che hanno fatto nella seconda guerra mondiale; ma almeno un po' più di competenza da chi parla in Tv uno lo vorrebbe. Il problema vero è che tracce di questo atteggiamento le troviamo anche in interventi ragionati di voci molto più articolate e problematiche. Scrive per esempio Alexander Stille, uno dei più intelligenti ed equilibrati giornalisti e scrittori americani, conoscitore profondo dell'Italia (la Repubblica, 18.3.2003): "Il problema ha in parte a che fare con la sensazione che le critiche e l'astio siano in qualche modo indiscriminati, che si parli degli 'americani' come se una nazione vasta e complessa di trecento milioni di abitanti fosse un monolito con sopra la faccia di Bush... Quello che secondo la nostra sensibilità manca nei commenti stranieri sull'America, è il senso della complessità. Complessità riferita in primo luogo alla nostra nazione gli Stati Uniti sono un grande paese, un continente intero, per dimensioni e varietà paragonabile all'Europa stessa. Le differenze fra il New England e il Mississippi sono profonde quanto quelle fra la Lombardia e la Calabria".
Anch'io mi affanno da tutta una vita a spiegare la complessità degli Stati Uniti, che è poi una delle principlai ragioni per amarli. Penso però che questa giusta affermazione abbia bisogno di qualche corollario.
1. Che l'America è complessa dovrebbe essere spiegato in primo luogo alla sua classe dirigente e ai suoi leader politici, che insistono invece su semplificazioni disarmanti (ma armate): "chi non è con noi è contro di noi", "il bene contro il male", "chi non è d'accordo col presidente è antipatriottico...".
2. L'America è complessa ma non è l'unica realtà complessa al mondo. E' complessa anche l'Europa, per cui dispiace che anche il meglio del giornalismo americano finisca per semplificare sotto l'etichetta di "antiamericanismo" una gamma di atteggiamenti e opinioni molteplici, mutevoli, magari contraddittori in sé o fra loro, in luoghi e contesti diversi - insomma, "complessi".
3. L'America è complessa, ma è complesso anche l'Iraq. Con giusta indignazione, Stille ricorda che Baudrillard parlava delle Twin Towers come di un simbolo abbattuto della superpotenza Usa e si dimenticava che "insieme a quel simbolo furono sgretolate e incenerite tremila vite umane". Sono molto d'accordo, ho scritto le stesse cose sul manifesto subito dopo l'11 settembre. Per questo mi sorprende che in tutto il resto dell'articolo Stille parli dell'Iraq come se fosse un simbolo abitato da una persona sola, Saddam Hussein. Qui si tratta di incenerire e disgregare migliaia di vite umane: dimenticarsene nel momento in cui esige che ci ricordiamo delle vite americane mi sembra agghiacciante.
4. Rispetto e capisco la "sensibilità" americana che si sente ferita dalle semplificazioni altrui. Vorrei che qualche americano capisse che la sensibilità di noialtri aliens è sistematicamente offesa dagli stereotipi e luoghi comuni che si leggono e che si sentono sugli stranieri noi negli Stati Uniti. L'italiano, per esempio, non possiede per designare gli americani parole equivalenti a "wop", "dago" e "guinea" che negli Stati Uniti si usano per parlare degli italiani, e termini analoghi praticamente per tutti gli altri. Le volgarità che si leggono anche in fonti rispettabili e in contesti ufficiali sui francesi non hanno equivalente nel discorso pubblico europeo sugli Stati Uniti: i francesi dissentono perché sono viscide "marmotte", vigliacchi senza spirito guerresco (come la mettiamo col fatto che non sono d'accordo nemmeno i tedeschi, che di spirito guerresco ne hanno avuto decisamente troppo - e, soprattutto, che sono invece d'accordo gli italiani, sui quali in America circola la seguente battuta: "qual è il libro più piccolo del mondo? Un elenco degli eroi di guerra italiani"?).
Previti ricusa i giudici, sentenza rinviata
Luigi Ferrrarella sul Corriere della Sera
MILANO - L'imputato Cesare Previti placca la sentenza Imi-Sir sulla linea di meta. Il risultato è a effetto, perché blocca il verdetto appena prima che il tribunale entri in camera di consiglio. Ma il gioco comincia a difettare di fantasia: Previti, che già 8 volte aveva provato a liberarsi dei suoi giudici in questo processo tra ricusazioni (5), richieste di astensione (2) e di rimessione (1), sempre vedendosi dare torto da Corte d'appello e Cassazione, ieri brandisce di nuovo l'arma della ricusazione. Per fermare la sentenza da un minimo di 6 giorni (rinvio al 2 aprile) a un massimo di 4 mesi.
DUBBIO - La ragione sta nel fatto che i giudici sotto ricusazione non possono pronunciare verdetto prima che la Corte d'appello l'abbia accolta o respinta nel giro di pochi giorni. Ma contro l'eventuale bocciatura, l'imputato può ricorrere in Cassazione: nel frattempo, si va o no a sentenza? Nell'assenza di norme vincolanti, si è visto tutto e il contrario di tutto. Prevale l'orientamento seguito il 20 luglio 2001 dai giudici che, ricusati il giorno della sentenza da Giovanni Acampora nel giudizio abbreviato Imi-Sir, attesero il no della Corte d'appello ma non il ricorso in Cassazione per stilare quel verdetto (6 anni di condanna). Ma la difesa Previti può valorizzare la sentenza del 14 novembre 2001 della terza sezione della Cassazione, relatore Claudio Vitalone, che distinse: se la Corte d'appello boccia la ricusazione "senza entrare nel merito", ma ritenendola direttamente "inammissibile", allora "al giudice ricusato è inibito il pronunciare sentenza" prima del ricorso in Cassazione, pena la nullità della sentenza. Per questo il 19 luglio 2002 i giudici del processo All Iberian (imputato Berlusconi) attesero la Cassazione prima di passare alla sentenza. Attesa che non fu, e non è mai, inferiore ai 4 mesi.
COMPETENZA - Perché Previti ha ricusato ieri i giudici? In tre anni a Carfì ha invano addebitato pregiudizi per non aver ritenuto giustificati taluni impegni parlamentari, per aver mantenuto valide le rogatorie anche dopo la nuova legge, per non aver azzerato il processo dopo la sentenza della Consulta del luglio 2001, e perfino per avere stilato i calendari d'udienza. Sempre Previti ha perso, anche in Cassazione. Ora l'appiglio sono le poche righe nelle quali la Cassazione a Sezione unite, nel liquidare in 170 pagine la richiesta di Previti e Berlusconi di trasferire i loro processi a Brescia, raccomanda ai giudici di verificare sempre la propria competenza territoriale utilizzando tutti i documenti indicati dalle difese. Previti, per sostenere una competenza di Perugia anteriore a quella di Milano, mercoledì aveva indicato al Tribunale sia un certificato (l'iscrizione perugina il 29 ottobre 1994 di un procedimento contro ignoti per rivelazione di segreto nella vicenda Imi-Sir) sia l'interrogatorio del presidente dell'Imi, Luigi Arcuti, dopo il quale Perugia procedette a quella iscrizione e che per Previti "è occultato dai pm di Milano". Il tribunale ha utilizzato il certificato, per rilevare che l'iscrizione perugina del 1994 contro ignoti riguardava in realtà un reato (rivelazione di segreto) diverso dalla corruzione iscritta per prima da Milano nel 1996 contro gli attuali imputati; e ha perciò ritenuto "superfluo", senza quindi utilizzarlo, il verbale Arcuti. Nella visione di Previti la scelta di "disattendere il precetto della Cassazione" è segno della "grave inimicizia" dei giudici.
RECORD - "Se non viene fuori questa documentazione, la competenza di Milano diventa un autentico abuso" rincara Previti. "È l'ennesima prova di come si usa strumentalmente il codice non per chiedere il rispetto delle garanzie dell'imputato, ma per impedire che i giudici vadano a sentenza" ribatte l'avvocato della Cir, Giuliano Pisapia.
Intanto in aula si batte il record di brevità di una udienza, giusto i secondi necessari a Carfì per informare: "Vabbè, ci hanno ricusato, era già sui giornali e adesso lo sappiamo anche noi. Ne prendiamo atto e aggiorniamo al 2 aprile. La seduta è tolta".
Viale Mazzini, garantiti e no
MI. B. su il Manifesto
ROMA. Stretta nell'abbraccio tra due terzi del suo cda e il nuovo direttore generale sul quale, inedito Rai, lei si è astenuta, la presidente Lucia Annunziata non ha ancora rotto il silenzio. Il direttore generale indicato, Flavio Cattaneo - che attende per martedì la ratifica dell'assemblea totalitaria e poi la nomina effettiva del consiglio - prima di parlare vuole mettersi a lavorare. Parla, invece, all'indomani del lungo braccio di ferro con il governo, Paolo Rumi, l'altro astenuto: "Ho l'impressione che si sia trattato di un'indicazione di tipo partitico e questo mi ha lasciato molto perplesso". Il nome di Cattaneo, racconta ancora Rumi, lo ha fatto Tremonti, poi, in cda, due consiglieri lo hanno inserito nella "rosa". Chiaro che l'azionista abbia scelto il giovane plenipotenziario della Fiera di Milano, che piace a Bossi e che i nazional-alleati (di An è stato consigliere comunale a Lainate) mettono senza esitazione tra i berluscones. I giornalisti domandano ancora a Rumi: Cattaneo è un uomo di fiducia della famiglia Berlusconi? "Io esco a mani nette, non voglio che qualcuno mi dica `tu hai nominato uno della famiglia'. Io non l'ho nominato". Come non l'ha nominato Annunziata. Conclusione dell'Usigrai: "Il cda ha fallito la prima prova di autonomia", oltre a aver riproposto "una divaricazione al vertice che è già stata letale per l'azienda". L'uscita di scena di Agostino Saccà, poi, non consola chi, come la Margherita, si è sentito tagliato fuori, dopo la rinuncia di Mieli, dalla scelta del presidente: "La giornata di ieri ha dimostrato che la Rai ha un vertice a sovranità limitata - commenta Paolo Gentiloni, braccio destro di Rutelli - Il governo è intervenuto in modo plateale per mettere in un angolo ogni ipotesi di vertice autonomo e di garanzia, costringendo la stessa presidente a non votare. Valuteremo se questo vertice vorrà ripristinare i programmi di Biagi e Santoro". Ancor più duro Franco Monaco: "Si voleva una soluzione di garanzia. Risultato, un gruppo di comando Rai tutto gradito alla maggioranza, con la sola eccezione di un presidente di garanzia che, con la sua astensione, ci fa sapere che non è in grado di garantire un bel nulla".
28 marzo 2003