
sulla stampa
a cura di G.C. - 27 marzo 2003
Ancora missili su Bagdad: colpiti case e un mercato
Redazione de la Repubblica
BAGDAD - Missili su un mercato, e su alcune palazzine di un quartiere popolare di Bagdad. E' accaduto alle 11.30 ora locale, quando la capitale irachena aveva già subito numerose ondate di bombardamenti. Il ministero iracheno dell'Informazione ha parlato di "molte, molte vittime", i testimoni riferiscono di almeno 15 morti e 30 feriti. Le operazioni di soccorso procedono a fatica, fra le macerie fumanti, i bombardamenti che continuano incessanti, la tempesta di sabbia e la pioggia che sta cadendo sulla capitale.
Sono le immagini a raccontare l'entità del raid, quelle trasmesse dalla tv araba Al Jazeera e dalla Bbc: corpi mutilati e carbonizzati, pozze di sangue, edifici devastati, la folla che alza i pugni al cielo e grida "Allah akbar" ("Dio è grande"). Il direttore della Difesa civile irachena, Hamad Al Dulaimi, ha detto che alcuni degli edifici colpiti ospitano, al piano terra, officine meccaniche e, ai piani superiori, appartamenti privati. Sul luogo si sta recando anche un medico del comitato internazionale della Croce rossa, e il delegato del comitato a Bagdad, Roland Benjamin, ha spiegato: "Non abbiamo ancora informazioni di prima mano, ma vogliamo vedere se i feriti possono essere trasportati subito negli ospedali, e se questi dispongono del materiale necessario".
Intanto si prepara la battaglia di terra per la conquista di Bagdad. E continua, incessante, la tempesta di sabbia: il cielo è a tratti arancione e la visibilità, compromessa anche dalla pioggia che ha iniziato a cadere sulla capitale irachena, non supera i 500 metri. L'aria è resa irrespirabile dal fumo del petrolio, sparso e incendiato lungo le trincee dalla Guardia Repubblicana. Poche decine di chilometri separano la testa delle truppe dalla capitale, ma una fonte del Comando centrale in Qatar informa che il regime iracheno ha minato i ponti di accesso a Bagdad e intensificato il ricorso a "tattiche terroristiche".
Ma fin dall'alba di oggi gli aerei di Usa e Gb hanno bombardato diverse zone di Bagdad, in particolare la parte meridionale della città, dove sono risuonate decine di esplosioni con nel mirino cinque divisioni della Guardia repubblicana schierate a difesa della capitale. Bombe alleate anche nel centro, colpito il ministero dell'informazione. Attaccate, nella notte, le "aree del potere" di Saddam. Da una parte il centro della comunicazione del raìs, da dove sono partite le immagini dei morti e dei prigionieri Usa; dall'altra (il fianco meridionale della capitale) i capisaldi dov'è asserragliata la Guardia Repubblicana.
Colpita anche la televisione satellitare irachena: solo dopo qualche è tornata a trasmettere, mandando in onda canzoni patriottiche. La tv di Stato, che ieri sera ha interrotto i programmi per 45 minuti dopo i bombardamenti che avevano centrato i ripetitori, alle 9 ha ripreso le trasmissioni con una lettura del Corano. Il Pentagono ha confermato che i bersagli dell'attacco nel cuore di Bagdad erano i centri di comunicazione. "Abbiamo colpito la principale stazione televisiva - dicono fonti della Difesa Usa - così come un complesso sotterraneo per telecomunicazioni e il centro per comunicazioni satellitari di Bagdad".
E´ "guerra sporca"
Iraq e America all´ultimo sangue
Redazione de La Stampa
I fedayn di Nassiriya vestiti in abiti civili che sventolano bandiera bianca poi all´improvviso sparano granate con propellente a razzo sui marines, gli angloamericani che bombardano un mercato di Baghdad colpendo donne e bambini, prigionieri Usa (cuoche e guardarobieri) esposti alla gogna televisiva di Al Iraq e Al Jazeera, prigionieri iracheni catturati mentre erano in ospedale a Nassiriya, vittime civili che crescono e, per ammissione del Pentagono, si contano adesso a centinaia e non più a decine... Scusate, dov´è finita la guerra "light", leggera, studiata e promessa dagli strateghi del Pentagono? Dimenticata, se mai ne è esistita una.
LE REGOLE PULITE. Ormai la guerra svela il suo vero volto. E tutto pare lecito. Immagini, notizie controverse, divaricazione delle fonti arabo-americane almeno una conclusione la autorizzano: il galateo della lotta, suggerito agli angloamericani anche da un consenso politico internazionale fragile, si incrina.
"SPORCA TV". Che qualcosa stesse cambiando lo si è capito sabato, molto prima dei bombardamenti di ieri sul mercato di Baghdad. Prima, Al Jazeera e Al Iraq si sono rimpallate le immagini dei cinque genieri americani del "507 Maintenance" caduti nell´imboscata sul "sentiero senza luce" di Nassiriya. E tanti saluti all´articolo 17 della Convenzione di Ginevra, richiamata anche dal segretario alla Difesa Donald Rumsfeld: "Nessuna tortura fisica o morale né coercizione alcuna potrà essere esercitata sui prigionieri di guerra". Dopo, la tv del Qatar ha esposto, anche sul suo sito, una sequenza di quindici fotografie obiettivamente raccapriccianti, che le emittenti americane sono state pregate di non esibire. Sui media occidentali sono passate poco (brevemente, poi ritirate, su Cbs; solo in parte su Cnn internationl ma non su Cnn americana). Chi ha pratica di giornali siti e tv satellitari arabe le ha potute osservare a loop: in una, per dire, si vede un soldato americano colpito alla nuca (la Convenzione di Ginevra vieta di uccidere soldati già arresi). In un´altra la testa di un giovane iracheno vestito in abiti comuni spezzata praticamente in due. In un´altra ancora un bambino terrorizzato dopo la seconda notte di bombe, con la testa tutta fasciata e occhi così disperati da proporre d´imperio questo scatto agli archivi della "guerra mordi e fuggi", dal Vietnam, a Mogadiscio, fino al Kosovo e all´Afghanistan.
"SPORCA GUERRA". Se ci pensate, la seconda "guerra sporca" del Golfo è cominciata lì, in quella giornata in cui il peso della prima "battaglia senza regole" deve aver oppresso i generali alleati. Il giorno dopo, da Nassiriya, i comandi americani si sono lasciati scappare (fonte, New York Times) una frase non proprio conforme all´"etichetta": "È una sporca guerra, se il nemico si arrocca e si mescola con la popolazione, da oggi in poi non potremo più escludere vittime civili". Non c´è stato bisogno di aspettare troppo, per averne conferma.
SPORCO MUSEO. È un museo degli orrori nel quale non valgono contabilità e non sono autorizzati derby su "chi è il più scorretto". La prima sala del museo si schiude il 23 marzo: sette marines vengono uccisi nell´imboscata a Nassiriya, si apprende adesso che gli iracheni (fonte Los Angeles Times) li avevano avvicinati al grido "liberateci", mani alzate e bandiera bianca. Dodici americani sono "missing in action". Il giorno prima (fonte: Croce Rossa), cento civili erano stati "gravemente feriti" nel bombardamento su Baghdad. Sala seconda, stesso giorno: cinque prigionieri americani di guerra presi in un agguato guerrigliero e sbattuti in tv, altri due, piloti di elicottero Apache, che ricevono lo stesso trattamento ventiquattr´ore dopo. Replica il canale inglese di Al Jazeera (titolo richiamato in prima): "Scusate, ma i prigionieri americani sono più uguali di quelli iracheni?".
PAROLE. Il ministro della difesa inglese, Geoff Hoon, ammette: "Più andiamo avanti e più il rischio di vittime civili aumenta". Kofi Annan invoca: "Rispettate la popolazione inerme". Amnesty critica Washington: "Colpire la tv, obiettivo civile protetto dal diritto internationale umanitario, non è tollerabile". Poi esibisce un rapporto "sulle violazioni di entrambe le parti". Secondo il Nyt, a sud sono morti almeno 400 o 500 civili. Secondo la francese Afp, un reporter francese ha visto due autobus rovesciati e, a Najaf, tre cadaveri in una pozza. Si potrebbe andare avanti, è presumibile che la "guerra sporca" ci pensi da sola
La vergogna
Luigi Pintor su il Manifesto
La guerra sarà lunga, siamo solo all'inizio. Se lo dicono loro possiamo crederci anche se prima dicevano il contrario. Tradotto in pratica, vuol dire che la strage al mercato di Baghdad è solo un inizio. Non è un effetto collaterale della guerra, è il suo cuore. Questi morti li conosciamo, di altri in altre città sentiamo parlare. I massacri, la macelleria, la carneficina prendono il posto che gli spetta. Siamo solo all'inizio. Sono bombe straniere, anglo-americane, non cannonate di un nemico interno su un mercato di Sarajevo. Vengono da molto in alto, dalla cima del nostro mondo civile. Se questa è una guerra di liberazione, cos'è una guerra di aggressione e di conquista? Non era stata presentata così al mondo e al suo paese da George Bush. Non era una guerra contro una popolazione ma contro un tiranno e sarebbe stata quasi indolore. Ora anche molti soldati americani, pù di cento, muoiono e moriranno senza saperlo (quelli iracheni uccisi a Najaf sono mille).
Se è solo l'inizio ci si potrebbe ancora fermare prima del massacro finale. Ma l'America, che vive sotto assedio, non conosce questo scenario e non ne immagina le conseguenze. Crede a quel gelido coglione del suo ministro della difesa, al vice-presidente che ha in appalto i pozzi iracheni, al presidente che vuole essere rieletto. E ha la certezza della vittoria. Se si accorgerà prima o poi d'essere stata ingannata si infurierà ma sarà tardi.
Davvero la vittoria finale, preceduta dalla sporca immagine di questa guerra, porterà in Iraq la democrazia? Indirete libere elezioni in un paese finalmente pacificato? C'è una probabilità su un milione che accada qualcosa di simile, ce ne sono molte di più che il vulcano non si spenga. Farete allora il protettorato anglo-americano che avete progettato dal 1991? O sarà una gestione pluricoloniale? Farete tutto da soli o userete un altro vassallo locale, com'è stato per voi Saddam?
E' odioso essere profeti di sventura, ma qui non si tratta di essere profeti perché la sventura è sotto i nostri occhi.
Oggi ci viene da dire semplicemente che quel che accade è una vergogna dell'umanità.
Bagdad, sarà battaglia per strada
Bernardo Valli su la Repubblica
BAGDAD - In queste ore, nella città mediorientale, è come muoversi nella Bassa, in prossimità del Po, nei giorni di nebbia. Quando hai l'impressione di poterla tagliare con il coltello. Sono diretto verso il quartiere sciita di Al Shab, dove c'è stato il più alto numero di morti civili, nella capitale, da quando sono cominciati i bombardamenti. Almeno quindici. La nebbia qui è rossa. È una poltiglia. Ti lascia sugli abiti un fango di sabbia. Perché piove. Per fortuna Saddam ha sospeso la nuvola nera; ha rinunciato, per il momento, a bruciare la nafta per affumicare la città, nella (vana) speranza di nasconderla ai satelliti spia. Altrimenti su di noi si poserebbe, con la sabbia, quel fumo grasso.
Ieri, se ti soffiavi il naso, incatramavi il fazzoletto. Adesso sputi sabbia. Fuad dice che è una benedizione di Dio. Molti la pensano come lui. Tutti si appropriano di Dio. Nelle guerre Dio è con chi muore e con chi uccide. Dio ha mandato la tempesta di sabbia, la più forte da decenni, per fermare gli americani, per proteggere Bagdad dagli attacchi aerei. Ha mandato anche il freddo in Medio Oriente, dove in questa stagione di solito si suda. Dio deve essere in collera. Il maltempo che ci ha inviato è tuttavia servito a poco. Non ha evitato il massacro di Al Shab.
In molte zone non incontri anima viva. E li senti che la gente è asserragliata in casa. Dopo decine di botteghe chiuse, ti imbatti in un bagliore nella nebbia, e intravedi un barbiere che sfida la guerra e taglia tranquillo i capelli ai clienti; poi un negozio di alimentari vuoto ma con i battenti aperti; una bancarella di frutta solitaria; poi chilometri di città deserta. Suona l'allarme e sembra che i rari passanti, o gli automobilisti, molto più numerosi, non ci facciano caso.
Si odono le esplosioni e nessuno affretta il passo o schiaccia l'acceleratore, se non sono troppo vicine. "Siamo abituati da più di vent'anni alla violenza", ti spiegano. Bagdad conta cinque milioni di abitanti. E' una metropoli in cui le bombe che cadono a Sud quasi non le senti a Nord. In alcuni angoli è affollata. E non te lo spieghi. Sul viale Abi Talib colonne di automobili passano senza fermarsi dove due ore prima sono caduti i missili o le bombe. Uno sguardo agli edifici colpiti e alle macchine dilaniate. E via.
Se spari su una città di cinque milioni di abitanti non puoi mancare un ragazzo, una madre, un vecchio, un malato. Se distribuisci i difensori tra la popolazione civile, se li metti nelle case dove abita la gente qualsiasi, accanto alle famiglie, non puoi ignorare le conseguenze. Per entrare a Bagdad, per assediarla, gli americani devono martellarla, decimare le migliaia di feddayn, di militanti del partito Baas, di guardie repubblicane, che vi sono annidati.
Come individuarli nella popolazione? Altro che danni collaterali! Questa è una delle sorprese che Saddam ha riservato al generale Franks. Il quale dovrà condurre la battaglia di Bagdad sotto gli occhi del mondo. Si può fare l'assedio di Troia, nell'epoca della tv e dei missili? Delle opinioni pubbliche e del tempo che è denaro? Ma è veramente una sorpresa? Chi non sapeva che il raìs si sarebbe asserragliato nella sua metropoli? Il giorno in cui Saigon cadde, nell'aprile del '75, su un muro dell'ambasciata americana abbandonata (l'ambasciatore Martin era appena salito su un elicottero per filarsela con la bandiera sotto il braccio) lo scrittore inglese James Fenton trovò una citazione interessante. La trascrivo a memoria: " E' meglio lasciarglielo far male, piuttosto che farlo noi stessi bene, poiché è il loro paese, il loro modo di vita, e ci manca il tempo".
Spero di non avere troppo storpiato le parole di T.E. Lawrence, che uno sconosciuto funzionario americano scarabocchiò a conclusione della sfortunata spedizione vietnamita. Tanti commentatori, a New York e a Washington, hanno ripetuto che l'ombra del Viet Nam pesa su tutte le guerre dell'America. Mi sembra che pesi su questa in particolare.
Ho portato con me, per rileggerlo, L'americano tranquillo di Graham Greene. E mentre Fuad guidava la sua vecchia, sgangherata Mercedes verso il quartiere di Al Shab, dove i missili avevano appena ucciso almeno quindici innocenti iracheni, mi è venuto spontaneo pensare al personaggio principale del romanzo: l'americano idealista mandato nel Viet Nam, nei primi anni Cinquanta, con il compito di scoprire una "terza forza", né comunista né asservita ai colonialisti francesi, in grado di creare una democrazia. Nell'assolvere questo compito, l'americano tranquillo finisce col favorire degli attentati, e in particolare una terribile strage nel centro di Saigon. Un uomo con tanti buoni propositi ha finito col creare molti guai.
Gli orrori della guerra inducono ad emettere sentenze. Meglio ritornare ai fatti. Fuad, l'amico palestinese, mi parla dei giovani di Bagdad. Mi dice che si difenderanno. Da chi? Mi guarda stupito. Dagli americani, ben inteso.
O di qua o di là? Falsa domanda
Guglielmo Epifani sul Corriere della Sera
Caro Direttore, prendo carta e penna per intervenire in un dibattito dai toni molti singolari che si è sviluppato in queste ore, non da ultimo sulle colonne del Corriere , a seguito di alcune mie riflessioni sulla guerra e sulla pace. Vi sono tre interrogativi a cui bisogna provare a dare una risposta di fronte alla guerra in atto, alle implicazioni che essa trascina, ai sentimenti che muove, ai problemi che propone. Il primo interrogativo riguarda il formarsi oggi di un fronte così largo contro la guerra, così composito per provenienza culturale e politica, per estensione territoriale, per diversa situazione di reddito e di professione. Il movimento per la pace che rifiuta la logica di questa guerra non è paragonabile a nessun altro del passato. E, per quanto riguarda gli ultimi conflitti, né alla situazione della guerra nel Kosovo né alla guerra in Iraq nel '91. Tutto questo nasce, probabilmente, da due fattori concomitanti, che si sostengono a vicenda. L'assenza, percepita chiaramente a livello di coscienza generale, di ragioni fondate che possano giustificare l'intervento armato e l'accentuarsi di un clima di preoccupazione e di incertezza che dopo i tragici fatti dell'11 settembre vive nelle persone e nelle famiglie. Questa guerra diventa così non giustificata, non legittimata dalle Nazioni Unite, divide i Paesi europei fra di loro e gli Stati Uniti d'America da molti tradizionali alleati europei e costituisce un pesante interrogativo sulla capacità di ricostruire un ordine internazionale fondato su principi e diritti validi per tutti, sul rifiuto della forza come risoluzione dei conflitti. Per di più in Paesi come il nostro, proiettati nel Mediterraneo, con una tradizionale funzione di cerniera fra tradizioni e Paesi di diverso orientamento culturale e religioso, l'uso non motivato della forza diventa possibile ragione di ulteriori e future divisioni, di instabilità politica nell'area mediorientale e di alimento - non voluto ma indiretto - alle cosiddette ragioni del fondamentalismo islamico.
Se si ritiene quindi questa azione di guerra ingiusta e sbagliata, secondo un principio molto caro e corretto dell'etica della responsabilità, si pone immediatamente per le persone, per i movimenti, per i partiti e per le istituzioni il problema - ed è la seconda questione a cui bisogna provare a rispondere - di come si possa mantenere questo giudizio e contemporaneamente non essere schiacciati o coinvolti nella logica di contrapposizione e di schieramento che ogni guerra propone, secondo il binomio "o si sta da una parte o si sta dall'altra".
E' evidente, allora, che se si assume un principio di valore non astratto, ma desunto dal meglio della tradizione liberaldemocratica occidentale e rifiutato in gran parte dalla cultura e dall'etica pubblica dei Paesi di fondamento islamico, in base al quale i diritti fondamentali fanno capo a ogni singola persona e a nessun altro, il diritto di un prigioniero ad essere trattato secondo la convenzione di Ginevra vale sia per i soldati anglo-americani sia per i soldati iracheni. E che ogni persona ferita o morta ha esattamente lo stesso valore e merita la stessa pietà o rispetto. In questo senso, così come è necessario distinguere tra le responsabilità di una amministrazione e quella dei cittadini di quel Paese, essere contro le ragioni che hanno portato l'amministrazione degli Usa a schierarsi per la guerra non può assolutamente essere scambiata, o diventare sostegno, a una persona e a un regime come quello iracheno che si è macchiato di responsabilità e crimini atroci verso altri Paesi e verso altri popoli. Il problema quindi non è quello come si è voluto forzare fra una equidistanza fra due persone (Bush e Saddam), ma come applicare con rigore, se si rifiuta la logica di guerra, un unico criterio di valutazione morale e di valore, nei comportamenti e nei giudizi. Punto questo che diventa assolutamente fondamentale nelle responsabilità e nella funzione dell'informazione.
Infine la terza domanda: come può un movimento per la pace non rappresentare una pure importante testimonianza civile, etica, religiosa, ma rappresentare una forza in grado di costituire un punto di riferimento nella creazione di un diverso governo mondiale che consenta all'organizzazione internazionale di avere responsabilità, strumenti, principi e criteri capaci di evitare l'unilateralismo di chi ha la forza (oggi o domani, è uguale) e di garantire una efficace, universale funzione di prevenzione dei conflitti e delle controversie.
Queste sono le considerazioni, insieme ad altre che riguardano il rapporto nella cultura occidentale fra l'idea e il ruolo della guerra e quello dello sviluppo e del divenire, che ho trattato nel corso di un seminario intitolato "Lezioni di pace". Se si vuole polemizzare, lo si faccia con queste idee e con questi contenuti e non su quello che diventa comodo assumere in un orizzonte della politica e dell'informazione che mi pare sempre più distante dai travagli, dai dubbi e dalla ricerca di risposte che interrogano la persona, laica o credente, ai nostri giorni.
P.S. Dimenticavo, come si vede da queste righe, che la formula "né con Bush né con Saddam", di cui tutti hanno discettato e discusso, non è stata ovviamente pronunciata.
Addio al paese delle 100 tasse
Massimo Fracaro sul Corriere della Sera
Di troppo Fisco si muore. Di pochi soldi muoiono le riforme. L'esito della rivoluzione tributaria varata ieri sta tutto qui. In quel delicato equilibrio tra le esigenze delle casse pubbliche e il progetto ambizioso e condivisibile di rendere meno ingombrante la presenza dell'Erario. La riforma, da questo punto di vista, parte decisamente sotto una cattiva stella. E' vero che l'alba delle nuove tasse è in programma nel 2006, ma la ripresa che non arriva mai rappresenta un'incognita molto ingombrante. Quella che conosciamo è solo la cornice in cui Giulio Tremonti vorrebbe mettere il bel quadro di un Fisco più semplice, più equo, più moderno. Esprimere giudizi è sicuramente azzardato, visto che molto dipenderà da come i vari provvedimenti attuativi verranno articolati materialmente. Solo allora si potrà sapere chi saranno i veri vincitori. Ma anche chi saranno gli sconfitti, perché non è ipotizzabile che l'Italia si trasformi di punto in bianco dal Paese delle cento tasse in un vero e proprio paradiso fiscale.
Emblematico è il caso della nuova Ire che sostituisce l'Irpef (il cambio di nome è formale, dettato dalla volontà di rompere con il passato, più che di sostanza visto che i redditi tassati non cambiano). A leggere le due aliquote previste - 23% fino a 100.000 euro, 33% oltre i 100.000 euro - è evidente che ad avvantaggiarsene saranno i redditi medio-alti (oggi pagano il 39%) e soprattutto quelli molto alti (soggetti al 45%). Un uso intelligente delle detrazioni-deduzioni e della no tax area - gli altri ingredienti base della nuova Ire - dovrebbe rimettere in equilibrio le cose, garantendo ulteriori vantaggi ai redditi medio-bassi, beneficiati in misura ancora insoddisfacente dal primo modulo della riforma scattata da gennaio.
Annunziata all'angolo
Cattaneo nuovo direttore Rai, gradito ad An e Fi
Natalia Lombardo su l'Unità
È Flavio Cattaneo il nuovo direttore generale Rai designato in nottata dal Cda, ma a maggioranza. Un uomo vicino ad An e a Paolo Berlusconi, gradito anche alla Lega, amministratore delegato della Fiera di Milano, più esperienza nel settore delle costruzioni che dell'informazione. Era il nome proposto insistentemente dal governo, circolato ieri anche se il Tesoro premeva, forse come copertura, sulla riconferma di Agostino Saccà. Ma ad essere sconfitta sembra proprio Lucia Annunziata, che già il giorno prima aveva rifiutato il nome troppo legato al premier e aveva minacciato le dimissioni nel caso fosse rimasto il dg uscente. È la prima spaccatura nel nuovo Cda: Cattaneo, 39 anni, passa con l'astensione della presidente Annunziata e del consigliere cattolico Rumi; tre voti a favore: Alberoni, Petroni e Veneziani. Bocciata quindi l'ultima proposta della presidente: Antonello Perricone, ex amministratore delegato Sipra pur con un passato in Publitalia e ora alla Maserati.
Lucia Annunziata non parla dalla "casa di vetro", come la chiama. Certo la partenza non è delle migliori, e si immagina che l'astensione di Rumi sia dovuta al frettoloso superamento di quello schema "quattro a uno" lontano dai partiti al quale è "affezionato". La scelta di Cattaneo appare come una vittoria di Fini, ma, un po' come accadde per Baldassarre, sembra più essere una figura vicina a Forza Italia, anche come amico di Ignazio la Russa, "berlusconiano" in An. Infatti pare che a piazzarlo alla Fiera di Milano sia stato l'azzurro Paolo Romani. E la Lega ha un ponte a Milano.
Esce di scena Agostino Saccà, deluso e arrabbiato se ne va a "dormire dieci ore", dice, buttando i suoi "conti strepitosi" che aveva appena illustrato al consiglio.
La scelta del Dg è uscita in nottata, nel Cda riunito "formalmente" solo alle dieci e mezza di sera; martedì sarà ratificata nell'assemblea plenaria degli azionisti. Alle nove l'incontro era "informale". Ovvero una discussione accesa fra i cinque, senza il collegio sindacale. Alle dieci arrivano al settimo piano di Viale Mazzini tramezzini e supplì. Si tira a fare nottata, per materializzare la rosa di nomi da presentare al Tesoro, come il ministro Tremonti aveva chiesto poche ore prima a Lucia Annunziata: Cattaneo, Perricone e lo sconosciuto ai più Gianfranco Virgilio.
Alle cinque del pomeriggio, ora fissata per il Cda, le cose stanno talmente in alto mare da far slittare di un'ora la riunione. Inizia alle sei, con una sterminata relazione di Saccà sullo "stato dell'azienda". Alle tre del pomeriggio Lucia Annunziata ha incontrato a Via XX Settembre l'azionista della Rai, il ministro del Tesoro. Nel colloquio Tremonti (dai toni "sgradevoli" , raccontano) ha perorato la causa di un "interim" di Saccà fino all'approvazione del bilancio a giugno. Perché volere a tutti i costi quel segno di "discontinuità" con la gestione precedente se i conti del preconsuntivo 2002 sono a posto, come ha mostrato Saccà? (tutti smentiti dai dati). Insomma, per il Tesoro non c'è motivo di cambiare, per Berlusconi neppure, in questo momento per lui difficile, tra la guerra, le amministrative con i sondaggi in calo e il semestre europeo.
Poco dopo l'incontro al Tesoro (giudicato irrituale dal ds Passigli e da Lusetti, Margherita), è uscito via agenzie il nome di Flavio Cattaneo, sul quale ci sarebbe stato un accordo fra presidente e azionista. Difficile credere che Annunziata lo abbia accettato (infatti il ritardo del Cda è dovuto ad allarmate consultazioni telefoniche); più facile vederlo come il vero nome di Berlusconi, insieme a Codignoni, dopo un sacrificio di Saccà. Lo intuisce il ds Giulietti, che ha "la sensazione" che il Dg sarà sostituito, ma "lo spartito sarà sempre lo stesso".
Difficile la vita per la presidente di garanzia che da Tremonti si sarebbe sentita dire: "Per noi qui al Tesoro siete soltanto un normale consiglio di amministrazione", raccontano ambienti a lei vicina. Quasi a screditare i presidenti delle Camere.
Maroni blocca la regolarizzazione degli immigrati
Giorgio Salvetti su il Manifesto
MILANO. "Il ministro del welfare si accolla la responsabilità di lasciare che migliaia di lavoratori, pur avendo i requisiti previsti dalla legge per ottenere il permesso di soggiorno, lavorino in nero. Questo genera gravi conseguenze sia per i lavoratori immigrati che per le famiglie e le imprese". Cgil Cisl e Uil sono esterefatte e replicano annunciando presidi e mobilitazioni contro l'incredibile accanimento con cui il ministro Maroni ha voluto bloccare il buon accordo raggiunto l'altro giorno da sindacati, associazioni e prefettura milanese, un patto che avrebbe permesso ai lavoratori stranieri costretti a cambiare lavoro di regolarizzarsi senza ripiombare nella clandestinità. Ne ha preso atto "con stupore" anche l'Assolombarda. Dopo mesi di lavoro, Cgil-Cisl-Uil, la Caritas Ambrosiana e le associazioni imprenditoriali erano finalmente riusciti a concludere una buona trattativa con il prefetto di Milano e il rappresentante provinciale del ministero del lavoro. L'accordo avrebbe risolto il problema di quelle migliaia di lavoratori stranieri che, dopo aver presentato la domanda di regolarizzazione, avevano dovuto cambiare datore di lavoro, diventando così dipendenti di un imprenditore diverso da quello che aveva firmato la richiesta di sanatoria. Si tratta di una situazione molto comune: l'esame delle pratiche della sanatoria è ancora in alto mare e quindi sono moltissimi i lavoratori stranieri, spesso impiegati in settori particolarmente "flessibili", che nel frattempo hanno dovuto trovare una nuova occupazione. Il patto tra sindacati e istituzioni milanesi certo non avrebbe cambiato l'impianto razzista della Bossi-Fini, ma perlomeno avrebbe risolto una situazione non prevista dalla legge e ormai divenuta grottesca e ingestibile. Ma il buon senso è un lusso che non può concedersi un ministro leghista che di tanto in tanto deve usare i muscoli invece del cervello. E così Maroni non ha perso tempo e ha sospeso il provvedimento "per valutare la legittimità della procedura"; ha invitato il prefetto di Milano "a non dar corso alla procedura" e intimato agli organi territoriali del suo ministero a "non sostenere o condividere nessuna iniziativa non prevista dalla legge Bossi-Fini".
"La decisione del ministro - commenta la Cisl di Milano - è un'offesa all'intelligenza. E' sotto gli occhi di tutti, tranne di chi fa finta di non vedere per ragioni meramente politiche, che la Bossi-Fini presenta grosse lacune che vanno assolutamente colmate, l'accordo andava proprio in questa direzione". Graziella Carneri, responsabile alle politiche sociali della Camera del lavoro, ricorda che "la trattativa per raggiungere l'accordo era stata rallentata proprio dalle continue discussioni con il rappresentante del ministero, preccupato di far rispettare la Bossi-Fini, e che però alla fine aveva firmato per poi essere sconfessato dal suo stesso ministro". Non ha dubbi Antonio Panzeri, segretario della Camera del lavoro di Milano: "La sospensione conferma la volontà del ministro di non rispettare la sua stessa legge e anzi di dare alla Bossi-Fini un'interpretazione semplicemente repressiva".
La Cassazione: nessun condizionamento a Milano
Redazione de La Stampa
ROMA. L´unica porta che lasciano aperta è quell´invito rivolto ai giudici milanesi, "un onere" al quale non potranno sottrarsi: verificare (ulteriormente) i termini della competenza territoriale a giudicare gli imputati. Anche se, "allo stato, la loro competenza per territorio non può ritenersi illegittimamente determinata". Ma si tratta di un invito che non poteva tener conto dell´ulteriore rigetto della richiesta di trasferimento del processo a Perugia avvenuto pochi giorni fa, e della nuova acquisizione (di ieri) di atti depositati dalle difese degli imputati. Per il resto, le Sezioni unite della Cassazione, che il 28 gennaio scorso avevano respinto le richieste di trasferimento a Brescia per legittimo sospetto dei processi milanesi, nelle 171 pagine delle motivazioni riabilitano la Procura di Milano di Francesco Saverio Borrelli che, dunque, non ha meritato di essere al centro dell´offensiva dei legali degli imputati. "E´ completamente mancata - si legge nelle motivazioni - la prova che Borrelli abbia creato una grave situazione locale, ergendosi a stratega di un progetto di attacco, sul piano processuale, contro gli imputati". Colpiscono due passaggi delle motivazioni, in particolare. Il primo, e la vicenda a cui le Sezioni unite fanno riferimento è nota, il discorso del procuratore generale di Milano Borrelli all´apertura dell´anno giudiziario del 2002: la famosa invocazione a "resistere, resistere, resistere" che per i difensori di Silvio Berlusconi e Cesare Previti era un appello "alla lotta giudiziaria del bene contro il male", dove il bene era rappresentato dai magistrati e il male dal presidente del Consiglio e dall´ex ministro della Difesa. I giudici delle Sezioni unite, dopo aver ricordato che in ogni caso le "esternazioni pubbliche" fatte dal procuratore generale in occasione dell´apertura dell´anno giudiziario, "rimangono mere opinioni, pur se autorevoli" e "sono irrilevanti sia per i giudici che per i pubblici ministeri", affermano, riportando per intero il brano finale del discorso: "Come può notarsi, in queste ultime proposizioni Borrelli fa del diritto l´ultimo, l´estremo baluardo della questione morale, sicché si comprende bene il senso dell´invito al recupero della legalità: farsi guidare dal diritto". Dunque, "non può un invito ad avere il culto per il diritto, per il rispetto delle regole" - anche se "enfaticamente espresso e preceduto da opinabilissimi giudizi" -, aver fatto nascere "una grave situazione locale" tale da determinare il trasferimento dei processi a Brescia. E a proposito della contestata manifestazione al Palavobis e i girotondi attorno al palazzo di giustizia, le motivazioni sostengono: "La manifestazione al Palavobis aveva il semplice scopo di celebrare l´anniversario dell´inizio di un fenomeno - Mani pulite - che, per quei partecipanti, era da ricordare". Rilevano i giudici delle Sezioni unite: "L´opinione pubblica può, indiscutibilmente, legittimamente dissentire e manifestare il proprio dissenso nei confronti di una legge, con il solo limite di rispettarla ove se ne debba fare applicazione".
Obietta la Cassazione, a proposito della mobilitazione dei magistrati dell´Anm "per elaborare un documento comune d´attacco al governo Berlusconi": "Quelle riunioni hanno avuto un determinato scopo interpretabile come richiesta, legittima, di tutela rivolta al Csm. I pubblici ministeri si sono sentiti offesi proprio perché alcuni parlamentari, secondo loro, avevano vantato, tra i pregi della novella (la legge sulle rogatorie, ndr) quella di impedire l´utilizzazione di prove false, quasi che i magistrati milanesi avessero fatto uso di rogatorie false". Ed ecco l´ennesima riabilitazione del procuratore di Milano: "Borrelli, in questa riunione, lungi dall´essere stato il suggeritore di uno scritto di attacco al governo, è stato, se mai, il suggeritore di un documento istituzionalmente irreprensibile".
Infine, le motivazioni sottolineano: "Se l´inesistenza della grave situazione locale non può essere posta in dubbio, una preziosa garanzia che proprio questa sia la verità è offerta da alcuni, determinati, dati processuali". Le Sezioni unite ricordano, tra l´altro, le decisioni del gip nel processo Lodo Mondadori di non "doversi a procedere" nei confronti proprio di Berlusconi e Previti. E poi le diverse conclusioni a cui sono giunti i giudici di primo e secondo grado. "Proscioglimento, assoluzione, riconoscimento delle attenuanti generiche con la conseguente prescrizione", dicono che a Milano non esistono i "condizionamenti dell´imparzialità".
27 marzo 2003