
sulla stampa
a cura di G.C. - 26 marzo 2003
"Rivolta a Bassora, sciiti contro il regime"
Luigi Offeddu sul Corriere della Sera
COMANDO DI AS-SALYIAH (Qatar) - In una tempesta di sabbia e proiettili, il Settimo Cavalleria ha varcato l'Eufrate. Il suo terzo squadrone apre la strada, i commandos avanzati sono ormai a 80 chilometri da Bagdad. Lo scontro finale è vicino: a Najaf gli iracheni hanno cercato di fermare la colonna con lanciarazzi Rpg. Ne è scaturita una grande battaglia notturna: alcuni veicoli statunitensi sono stati distrutti; decine di assalitori uccisi, forse cinquecento. Ma 450 chilometri più a Sud, ne è forse cominciata un'altra altrettanto decisiva: secondo voci diffuse a tarda sera, un'insurrezione popolare contro il regime è scoppiata a Bassora, la capitale degli sciiti e seconda città dell'Iraq. Il vicecomandante delle truppe britanniche precisa che la rivolta è "ai suoi inizi": ma gli inglesi sono partiti ugualmente all'attacco. Un'azione tra le case ad alto rischio: nella confusione un tank ha sparato contro un altro carro britannico, distruggendolo: due militari sono morti, altri due feriti dal fuoco amico. I Royal Marines cercano di sostenere gli insorti con tiri d'artiglieria e raid mirati. Hanno fatto intervenire l'aviazione per colpire le postazioni dei miliziani che sparavano sulla folla: venti blindati sarebbero stati distrutti.
Il governo di Bagdad ha già smentito tutto, l'opposizione irachena all'estero dice che è tutto vero. Nel cuore della città vecchia, e nei rioni settentrionali, i soldati iracheni avrebbero sparato colpi di mortaio contro i loro compatrioti. Con i soldati combatte un migliaio di fedayn di Saddam. Si parla di morti e feriti, di palazzi in fiamme, di vendette degli sciiti contro i fedeli del dittatore, di mitragliate fra le due rive dell'Eufrate dove si sarebbero schierate le opposte fazioni. "Una strage", secondo una fonte dei servizi segreti inglesi. Nessun giornalista è riuscito a entrare nella metropoli che ha un milione e mezzo di abitanti, per questo le voci non hanno ancora trovato una conferma. Ma un primo quadro confuso degli eventi lascia capire che questa potrebbe essere una svolta della guerra. Sembra che la prima scintilla sia stata innescata da alcuni esuli iracheni al seguito dei Royal Marines, gli stessi addestrati dagli americani in Ungheria nei mesi scorsi. Infiltratisi nella metropoli, gli esuli hanno raccolto informazioni e sobillato le prime proteste (ma si dice anche che sia in corso un'altra rivolta popolare, contro la coalizione alleata).
La guerra, intanto, continua su tutti i fronti. Con improvvisi cambiamenti nella strategia angloamericana, imposti dagli eventi: ora si accettano i combattimenti urbani; e si offre più copertura aerea "mirata" alle truppe mentre si punta meno sui bombardamenti strategici nelle città. E' cominciato l'uso delle cluster bomb a grappolo contro la Guardia repubblicana. "Vinceremo", ripete Bush. E oggi il presidente arriverà qui, nel comando centrale del Qatar. Con lo stesso messaggio: "Libereremo gli iracheni".
Ma gli iracheni, almeno nel centro del Paese, vogliono davvero essere liberati? In questo stesso comando americano, qualcuno comincia a chiederselo. Perché troppi "militari in abiti civili", come sono stati descritti finora, continuano a sparare dai taxi e dai carretti, in ogni città e villaggio. Troppi, per essere solo fedayn, o soldati della Guardia repubblicana, o miliziani Baath. Ora ogni iracheno è un sospetto: tutti i civili che non rispettano l'alt ai check point vengono colpiti.
Gli iracheni pagano la resistenza a caro prezzo. Solo a Nassiriya dopo l'ultima battaglia notturna gli americani hanno contato 500 corpi. Si erano piazzati in un ospedale, in violazione alla Convenzione di Ginevra, e hanno sparato con i mortai sui marines. Gli alleati invece tra scontri e incidenti avrebbero perso finora una cinquantina di soldati.
Quattromila marines sono riusciti ad attraversare nel buio più assoluto Nassiriya, su due ponti sull'Eufrate, e ora proseguono verso Nord. E' un'operazione strategica per la marcia su Bagdad: i camion con le truppe sono stati affiancati da due colonne di tank, per evitare sorprese. Così, a suon di cannonate, si sono aperti la strada verso il Nord.
Ma si spara alle loro spalle: la linea dei rifornimenti, ormai lunga 400 chilometri, viene tagliata da continue imboscate. Stessi scenari a Najaf che degli sciiti è la città santa, e a Karbala da cui già si scorgono i fumi di Bagdad bombardata. Poco oltre corre la "linea rossa", l'anello di difesa esterna della capitale. Non si sa bene dove Saddam l'abbia tracciata, ma si pensa che nasconda l'orrore: pezzi d'artiglieria dotati di proiettili chimici, l'ultima risorsa che il dittatore avrebbe fornito ai suoi generali; proprio ieri - lo dicono i servizi segreti Usa - Saddam avrebbe dato il via libera all'uso dei gas, una volta che la "linea rossa" sarà varcata.
Quale prezzo per la vittoria
Vittorio Zucconi su la Repubblica
WASHINGTON - Il sesto giorno fu il giorno della sabbia e del dilemma: espugnare Bagdad, ma a quale prezzo? Anche di un attacco nucleare, se Saddam usasse la bomba chimica? Il Pentagono non lo nega. E nel giorno del ghibli - che ha nascosto per qualche ora la guerra teletrasmessa, e inghiotte tecnologie, laser, satelliti e ingranaggi - ricompare lo spettro dell'Armageddon reciproca e si deve alzare George Bush, il condottiero finora un po' assente. Deve farlo per chiedere la prima rata di miliardi per finanziare la guerra - 74,7 miliardi - per rincuorare i suoi soldati che si avvicinano al cuore di tenebra di questo viaggio, la capitale. "Stiamo avanzando con sicurezza", la "nostra coalizione è compatta", "stiamo combattendo per rendere il mondo più sicuro, libero e pacifico", naturalmente "non si può sapere quanto durerà" il conflitto.
Ma non è il vento di sabbia a tormentare i comandi americani. E' il dilemma tremendo della battaglia finale che sta per cominciare e che deciderà non il risultato militare del conflitto, che è scontato, ma il suo esito politico, "il costo della vittoria", come lo chiama il New York Times, umano e politico. Bagdad, sì, ma a che prezzo? Pagare con molte vite americane e inglesi, per avanzare quartiere per quartiere, nel fuoco dei cecchini, degli irriducibili baathisti rimasti indietro a battersi? Radere al suolo la città, come l'aviazione e l'artiglieria potrebbero fare in poche ore, dovendo poi spiegare al mondo, e soprattutto al mondo arabo, che quella nuova Grozny è la pace e la libertà promesse?
O sperare che siano vere le voci da Bassora, che parlano di sollevazioni popolari contro il regime, e dunque entrare nella capitale tra baci di ragazze, lanci di fiori e di razioni alimentari, come Napoli, a Parigi, accolti dalla popolazione festante? E Saddam? Dovrà essere ucciso, impiccato per i piedi, trascinato in catene, perché la vittoria sia davvero vittoria?
"Tough business", affare duro, ammette il segretario Rumsfeld, accusando di impazienza un giornalista che gli chiede se l'invasione sia già finita nella palude. Franks, il comandante dell'operazione, "ha preparato piani per rispondere a ogni evenienza con ogni mezzo", ci informa il Pentagono, "ogni evenienza". Il "prezzo di Bagdad" potrebbe essere spaventoso e per questo dovrà essere deciso dai due leader veri di questa coalizione che in realtà è solo un tandem, Blair e Bush, qui a Washington, dove il primo ministro britannico arriverà per far rivivere il mito di Roosevelt e Churchill. Il loro sarà un vertice tremendo, davanti a un tavolo di possibilità spaventose.
I generali americani, scottati dalle "giornate dure" e dalla resistenza dei "boia chi molla" iracheni, sono per la guerra totale.
Ma Blair verrà qui proprio per perorare la causa della prudenza, della battaglia che "non sciolga il cane della guerra", come lui ama dire citando l'Enrico V di Shakespeare, perché pensa al dopo e sa che fare un deserto e chiamarlo pace non sarebbe quella vittoria politica più importante della vittoria militare. "Ogni palazzo, ogni infrastruttura sbriciolata da quella preparazione di artiglieria e di bombardamenti dovrà essere ricostruita da noi, coi nostri soldi", dirà Blair a Bush, che già deve vedersela con un Parlamento furioso per l'ennesima bugia raccontata alla vigilia dell'invasione, quando Powell, Rumsfeld, il suo vice Wolfowitz, il capo di stato maggiore Shinseki, sfilarono davanti alla commissione forze armate per giurare, con eroica faccia di bronzo, che "un cartellino del prezzo" non poteva essere appeso alla guerra. E ora si presentano con un cifra precisa al milione di dollari (e certamente falsa per difetto anche questa) 74 miliardi e 700 milioni.
Lo spettro della battaglia combattuta casa per casa
Gianni Riotta sul Corriere della Sera
NEW YORK - "Stalingrado è l'inferno in terra. E' un massacro come a Verdun, sangue e armi. Ogni giorno attacchiamo. Se conquistiamo venti metri entro il tramonto, prima dell'alba i russi li hanno ripresi": così scriveva alla madre il lanciere tedesco Walter, nel settembre del 1942, raccontando la battaglia casa per casa che segnò la svolta della II guerra mondiale. Saddam Hussein ha sempre indicato in Stalin il proprio modello di leader politico e, nella ultima crociata del suo regime, ne segue da vicino le orme. Stalin, quando le armate tedesche arrivarono alle porte di Mosca, rinunciò alla propaganda sovietica e rievocò gli eroi zaristi, da Suvorov a Kutuzof. Non si combatteva più a Leningrado, Stalingrado e in periferia della capitale per il partito, ma per la Patria. "Difendete il sacro suolo del vostro paese" dice adesso Saddam, e intende: battetevi strada per strada.
La Terza divisione di fanteria americana ha attraversato l'Eufrate e sta ricomponendosi prima dell'attacco contro la divisione Medina della Guardia Repubblicana. Lunedì, a Karbala, i 10 mila uomini scelti della Medina hanno impiegato tattiche adottate dai nordvietnamiti per colpire 32 elicotteri Usa e abbatterne due. Gli americani vogliono battere le divisioni della Guardia Repubblicana, i migliori uomini del regime, impedendo che si arrocchino a Bagdad.
Saddam intende arretrarli a ridosso del centro.
La battaglia per Bagdad è alle prime battute. "Stiamo lentamente circondandola" dice il segretario di Stato Colin Powell e in quell'avverbio, "lentamente", leggete tutta la prudenza del veterano del Vietnam. "Ci aspettano giorni di lotta brutale, siamo più vicini all'inizio che non alla fine" ammette ora il ministro della Difesa Donald Rumsfeld, citando un vecchio adagio di Winston Churchill.
I due piani opposti, Usa e Iraq, hanno immediate conseguenze politiche.
Passerebbe un'altra settimana, con crepe nella fiducia degli americani, malumori europei e crescente incertezza degli iracheni che vedono il redivivo Saddam tronfio alla tv. Ieri Bush ha finalmente svelato il suo budget per la guerra, 74 miliardi e settecento milioni di dollari (un euro vale qualche centesimo di più di un dollaro). Troppo tardi secondo i critici, e questa cifra paga solo per i prossimi cinque mesi. Se la battaglia per Bagdad si allunga, la Casa Bianca affronta difficoltà militari, sociali, diplomatiche e economiche e deve tornare al Congresso a battere ancora cassa.
Sopravvissuto a due guerre sanguinose, Saddam lo capisce bene. La sua strategia è nitida: dissanguare gli angloamericani da sud a nord, sfidarli nelle città, da Bassora a Bagdad, dimostrare con il terrore che la popolazione gli è ancora fedele. Le scene di giubilo delle popolazioni, che il Pentagono aspetta, non si sono ancora viste, c'è chi dice perché gli iracheni hanno paura, e chi invece, per esempio l'ultimo ambasciatore Usa a Bagdad Joe Wilson, perché detestano il rais ma non amano gli invasori.
Saddam ha preso nota del "piano di pace" che i sauditi fanno circolare.
Prevede la fine della guerra, l'esilio per lui e l'amnistia per i suoi fedeli. La guerra casa per casa schiude al raìs tre opzioni: colpire gli americani così crudelmente da costringere il presidente George W. Bush a ritirarsi, come Reagan dal Libano nel 1983 e Clinton da Mogadiscio nel 1993. Altrimenti, quando il piano "leggero" tradirà gli angloamericani, darsi alla macchia e condurre operazioni di guerriglia in attesa della ritirata, o, infine, costringere la Casa Bianca a accettare il piano saudita. Dall'esilio potrebbe mantenere vivi i suoi fedayn , che stanno agendo come quinta colonna alle spalle del fronte, impedendo agli americani di pacificare la nazione, fino al sogno trionfale del ritorno.
Megalomanie di un dittatore? Probabilmente sì.
Ma ormai questa guerra è solo politica. Se Saddam gasa il nemico, smentisce tutti coloro, Chirac in testa, che si sono opposti alla guerra e cancella ogni chance di negoziato in stile saudita. Deve vincere o morire. Prevedibile dunque che aspetterà ancora.
"Vedremo una carneficina" anticipa il colonnello dei marines Randy Gangle, autore del Manuale di controguerriglia urbana per le forze armate Usa "A Bagdad ci si batte a vista, entro venti metri, all'arma bianca, a mani nude".
I tempi della guerra
Boris Biancheri su La Stampa
Avendo vissuto negli anni di gioventù una guerra che è durata cinque anni di cui conservo chiarissimo il ricordo, l'eventualità di una guerra di cinque giorni mi aveva sempre lasciato dubbioso. La guerra del Golfo era stata breve perché le forze alleate si sono limitate, attenendosi al mandato dell'Onu, a liberare il Kuwait senza spingersi all'interno dell'Iraq e senza costringere Saddam Hussein a lasciare il potere.
Che sia dunque passata una settimana e che il dittatore iracheno sia ancora, come ripete l'ineffabile vicepremier Tareq Aziz, ben saldo al comando, non dice di per sé gran cosa. Ma non possiamo sottovalutare che nei centri abitati la resistenza persista, che le forze irachene che si sono arrese siano a tutt'oggi in numero del tutto trascurabile e che non si veda alcun segno di quel movimento interno che avrebbe dovuto nelle speranze di molti far cadere il regime senza troppo spargimento di sangue. Non è neppure necessario, perché la guerra si prolunghi, che la popolazione si sollevi massicciamente contro gli invasori, né credo sia probabile che ciò accada. Bastano due o trecento cecchini sparpagliati in una città che tirano dai tetti a impegnare forze militari considerevoli e per lungo tempo: vediamo ogni giorno quanta fatica faccia l'esercito israeliano, in un'area relativamente piccola e perfettamente conosciuta come i territori occupati, a fronteggiare la resistenza palestinese. Se l'operazione in Afghanistan è stata relativamente breve è non solo grazie all'Alleanza del Nord ma anche perché le sacche di resistenza sono state sporadiche e limitate per lo più ad aree impervie e scarsamente popolate. Non è detto che lo stesso avvenga in Iraq.
Decisiva sarà dunque la battaglia di Baghdad, quante vittime farà e se o meno la difesa di Saddam comporterà l'impiego di gas tossici. Se così fosse la guerra sarebbe ulteriormente rallentata (già oggi le precauzioni contro le armi chimiche la rallentano) ma si rivelerebbe ex post ancor più drammaticamente necessaria.
Via libera all'esercito turco
O. C. su il Manifesto
La Nato ha dato ieri il via libera al piano della Turchia per uscire dall'impasse Iraq. Ankara aveva chiesto di poter creare e gestire una striscia profonda venti chilometri all'interno del nord Iraq. La Nato, per bocca del suo segretario generale George Robertson, ha detto che la cosa si può fare. Naturalmente, assicura Robertson, la zona cuscinetto dovrà essere utilizzata "solo per ragioni umanitarie". Dovrebbe cioè servire ad accogliere eventuali profughi iracheni in fuga dalle zone del conflitto. Robertson ha aggiunto che "la Turchia ci ha detto che l'unica zona dove può accogliere i profughi è una striscia di venti chilometri da ritagliare all'interno del nord Iraq. Il versante turco della frontiera - ha aggiunto - è estremamente inospitale e pericoloso per i profughi". Tanto è bastato all'Alleanza Atlantica per dare il via libera ad un piano che è, nei fatti, la legalizzazione di quegli "sconfinamenti" illegali che la Turchia da anni opera per dare la caccia ai guerriglieri kurdi del Pkk, e far restare sempre col fiato sul collo i kurdi iracheni. Robertson ha aggiunto che il piano "è stato accettato come una necessità geografica" dagli Stati uniti. E a quanto pare anche dagli altri membri dell'Alleanza, "d'accordo - ha precisato il segretario della Nato - purché non si vada oltre la creazione di questa fascia umanitaria". A Robertson è bastata l'assicurazione di Ankara che "non ha intenzione di invadere il nord dell'Iraq, ma la necessità di gestire i problemi umanitari che sorgerebbero se i profughi oltrepassassero i confini".
Alla domanda su chi vigilerà sui turchi e sulle loro operazioni nella zona cuscinetto, Robertson risponde che questo compito spetterà alla Nato. Sembra comunque abbastanza singolare che gli Stati uniti abbiano accettato questo piano praticamente senza batter ciglio dopo il braccio di ferro durato oltre un mese e conclusosi con un serio raffreddamento dei rapporti tra Ankara e Washington, una volta solidissimi. Anche la Ue che pure aveva minacciato la Turchia di serie ripercussioni se avesse deciso di entrare nel nord Iraq, ieri si è detta soddisfatta dell'accordo. Il presidente della commissione, Romano Prodi, ha detto che "se i comportamenti sono quelli annunciati dal governo turco non ci saranno problemi. Ma è davvero la prova del fuoco per la Turchia".
Lunedì sera, però, un portavoce del Partito democratico del Kurdistan ha dichiarato senza mezzi termini che il suo partito "è contrario all'ingresso delle truppe turche nel nord Iraq per qualunque motivo". Sarà dunque difficile convincere i kurdi iracheni che la presenza di un numero di soldati imprecisato (Gul ha detto che dipenderà dalla "gravità della situazione") non avrà alcuna conseguenza nel futuro della zona kurda liberata. Anche il Puk di Jalal Talabani si è detto contrario all'ingresso dell'esercito turco. Il piano appoggiato dalla Nato però non parla solo di ingresso, ma anche di permanenza. Perché infatti non è chiaro se la zona cuscinetto sarà temporanea (e quanto durerà) o permanente.
Il patriottismo ridà fiato a Tony Blair
Orsola Casagrande su il Manifesto
LONDRA. E'calmo e rilassato Tony Blair, quando arriva al consueto appuntamento mensile con la stampa. Questa però è una conferenza stampa diversa: il premier deve presentare ai giornalisti il bilancio di sei giorni di guerra. Il tono pacato non maschera l'intenzione del premier di tenere in mano saldamente le redini di questo incontro. Sarà lui ad iniziare, dando alcuni aggiornamenti, quindi ci sarà spazio per le domande, dice perentorio. Le novità dal fronte non sono buone: un altro soldato britannico ucciso in combattimento, la tempesta di sabbia che rallenta la marcia della coalizione verso Baghdad, nuovi problemi sorti a Umm Qasr. Blair preferisce zoomare sui pochi particolari chiari. "Le cose - esordisce il premier - stanno andando precisamente secondo i piani. La vittoria sarà nostra non solo per l'abilità e la supremazia delle forze della coalizione ma soprattutto perché è una guerra per una giusta causa. La stragrande maggioranza degli iracheni vuole vedere Saddam andarsene".
Su questo punto in particolare si sono concentrate le domande dei giornalisti britannici. Ma non dovevano esserci le folle felici a salutare il passaggio della coalizione? "Agli iracheni voglio ripetere che questa volta non li deluderemo. E' chiaro che la popolazione sia impaurita e che dopo la prima guerra del Golfo sia più scettica nei nostri confronti". Quanto alle vittime britanniche (che sono venti, tra morti e dispersi) Blair ha sottolineato che "purtroppo questa è la realtà della guerra. Ci saranno altre tragedie. Ma la nostra strategia sta prendendo forma e sarà vincente". Blair ha quindi confermato che questa sera volerà negli Stati uniti per due giorni di incontri con il presidente americano Bush.
Prima di Bush, incontrerà il segretario generale dell'Onu Kofi Annan. Perché per Blair, e l'ha ripetuto anche ieri, "è fondamentale che l'Onu venga pienamente coinvolto nella ricostruzione dell'Iraq dopo il conflitto", anche se questo vuol dire una aperta contraddizione con l'alleato americano che invece l'Onu non la vuole per niente. Piccola frecciata poi all'Unione europea: "Le relazioni tra Stati uniti e Europa - ha detto - dovranno essere ripensate dopo questa guerra". Blair ha quindi sottolineato che "la coalizione vuole preservare la qualità della vita raggiunta dai kurdi nel nord Iraq, che grazie alla nostra presenza costante nella no-fly zone sono riusciti a mantenere una certa indipendenza. Una situazione che non va cambiata". Il riferimento è chiaramente alla Turchia e alla sua intenzione di entrare nel nord Iraq per prevenire la creazione di uno stato kurdo indipendente.
Blair ha chiuso l'incontro con la stampa ribadendo che "ci aspettano giorni difficili, ma la vittoria sarà nostra". Il clima nel paese, dopo sei giorni di conflitto, sta lentamente cambiando: dopo la grande manifestazione di sabato scorso a Londra, il movimento contro la guerra ha rallentato un po'. I sondaggi più recenti dicono che il 56% degli inglesi approva l'azione armata contro Saddam (ed è la prima volta che una maggioranza dell'opinione pubblica si schiera a favore dell'intervento). Blair può tirare un sospiro di sollievo: la sua popolarità è risalita di ben dieci punti rispetto a prima della guerra.
Quello che certamente ha modificato il giudizio dell'opinione pubblica è il senso patriottico profondo del paese. Non c'è dubbio (e del resto anche molti deputati contrari alla guerra l'hanno detto) che una volta cominciato il conflitto si è sentita la necessità di dichiararsi vicini, al fianco delle truppe britanniche.
Bush in difficoltà chiede soldi per la guerra
Bruno Marolo su l'Unità
WASHINGTON - Nella tempesta di sabbia George Bush avanza alla cieca. In Iraq le sue truppe incontrano una ostilità accanita, a Washington il Senato ha bocciato il piano per diminuire le tasse ai ricchi. Il presidente avverte gli americani di prepararsi a una guerra difficile, chiede al Congresso una iniezione urgente di miliardi, cerca di scaricare sull'Onu i costi del disastro in Iraq. Oggi e domani si chiuderà nella residenza di campagna a Camp David con il suo alleato Tony Blair, per rivedere la strategia di un conflitto che mette entrambi in difficoltà. Stati Uniti e Gran Bretagna avevano venduto la pelle di Saddam Hussein prima di averlo ucciso. Per nascondere il fiasco di un bombardamento improvvisato e prematuro su Baghdad avevano cercato di far credere che il nemico fosse spacciato e le sue truppe si arrendessero in massa. Dopo una settimana i nodi vengono al pettine e Bush presenta il conto alla nazione americana.
Nei primi giorni di guerra il presidente ha mantenuto un silenzio altezzoso, ora parla senza sosta. Ieri è andato al Pentagono per illustrare la richiesta di 75 miliardi di dollari al congresso. "La nostra coalizione - ha detto - fa progressi costanti, contro un nemico che non conosce leggi. Non conosco la durata della guerra ma conosco il risultato: vinceremo, il regime di Saddam Hussein finirà, il popolo iracheno sarà libero e il mondo sarà più sicuro".
Deve ribadire queste promesse, perché i dubbi degli americani diventano più angosciosi con il passare dei giorni. Martedì 18 marzo, alla vigilia della guerra, il New York Times riferiva: "Gli strateghi che hanno preparato i piani della campagna imminente sperano nel successo di una occupazione benevola di Bassora, in modo che la folla sventoli bandiere americane, abbracci i soldati e crei una immediata immagine positiva". Ma gli iracheni, invece di applaudire, si battono come belve inferocite. Un portavoce della terza divisione di fanteria americana ha annunciato che il suo reparto ha ucciso almeno 500 "irregolari" ma altre migliaia continuano ad attaccare le retrovie americane. Bassora resiste, e a Baghdad la guardia pretoriana di Saddam si prepara a combattere casa per casa. Il comando americano teme che se il regime possiede veramente armi chimiche, le userà in questa battaglia decisiva.
Il senato americano, sempre più preoccupato per i conti in rosso del governo, ha dimezzato ieri i tagli alle tasse per 765 miliardi proposti dalla Casa Bianca. Tre senatori repubblicani si sono uniti ai democratici e Bush è stato sconfitto con 51 voti contro 48. L'intera legge finanziaria viene così rimessa in discussione e dovrà tornare alla camera. Per il presidente è un colpo durissimo, che gli viene inferto proprio nel giorno in cui ha chiesto al congresso di approvare entro l'11 aprile uno stanziamento straordinario di 75 miliardi di dollari per la guerra. Il grosso di questo denaro servirà a pagare la guerra e l'occupazione dell'Iraq fino a settembre, quando il governo presenterà una nuova richiesta.
La consigliera per la sicurezza nazionale americana, Condi Rice, è andata ieri (martedì) a New York dal segretario generale dell'Onu, Kofi Annan, per affrontare il discorso dei costi delle operazioni umanitarie in Iraq. Tony Blair, di ritorno da Camp David, andrà anch'egli da Annan. La coalizione che ha reso irrilevanti le Nazioni Unite ora bussa al Consiglio di sicurezza e chiede di riparare i danni. Forse troverà pane per i suoi denti anche qui: Francia e Russia hanno minacciato il veto contro ogni tentativo di "legittimare l'intervento militare e dare ai belligeranti il potere di amministrare l'Iraq".
"L'Italia ripudia la guerra": il presidente della Consulta si schiera
Ninni Andriolo su l'Unità
"La guerra è una violenza che non può servire da sola a risolvere conflitti" e la "violenza chiama violenza e terrore", la violenza "ha sempre provocato e scatenato tanti orrori, deportazioni, stermini - anche quelli razziali - che sono altrettanti delitti contro l' uomo e l' umanità intera". Parole "sorprendenti" o addirittura "irresponsabili" quelle del presidente della Consulta? "Grave" il gesto di pronunciarle davanti ai giudici costituzionali? "Incomprensibile" la scelta di leggere in apertura d'udienza gli articoli della Costituzione che ripudiano la guerra? Il centrodestra grida allo scandalo e scaglia anatemi contro Riccardo Chieppa reo di aver chiesto alle toghe dell'Alta corte un "minuto di silenzio e di meditazione sul grave conflitto in Iraq che mette in pericolo la pace e la convivenza dei popoli".
È finita così, con la quarta carica dello Stato difesa dal centrosinistra e attaccata dal Polo come si attacca un leader pacifista, un esponente della sinistra, una toga rossa. "Parlo a titolo personale", precisa Chieppa. "I pareri personali si esprimono al bar dell'angolo", gli risponde il forzista Rivolta. "Chieppa presta il fianco a strumentalizzazioni", avverte l'An Landolfi ricordando "la regola aurea del riserbo". Il leghista Cè consiglia "maggiore consapevolezza delle responsabilità a cui sono chiamati i vertici istituzionali". L'azzurro Pecorella, invece, sottolinea che "nella Corte si confonde il ruolo di regolatore delle leggi con quello di regolatore della politica".
Le parole del presidente della Commissione giustizia della Camera rivelano un significativo stupore. "L'iniziativa di Chieppa - spiega l'esponente Fi - in qualche modo ha modificato l'immagine che abbiamo da sempre di questo massimo giudice".
Insomma: questa proprio non se l'aspettavano. L'elezione di Chieppa al vertice della Consulta era stata vista con favore dagli strateghi giudiziari della destra delusi dall'eccessiva indipendenza dell'ex presidente Ruperto e preoccupati dalla possibilità che la Corte costituzionale finisse nelle mani del sinistro Zagrebelsky. Chieppa, adesso, il moderato Chieppa, il cattolico Chieppa, decide di dire la sua secondo coscienza. Si schiera contro la guerra e lo fa in un'occasione solenne, aprendo un'udienza della Consulta.
Ieri, dopo aver pronunciato il suo monito contro la guerra - "una iniziativa inusuale dal punto di vista istituzionale, ma coerente con le sue caratteristiche di uomo di valori e di principi", commentano alla Consulta - Riccardo Chieppa ha letto il primo comma dell'articolo 52 della Costituzione: "La difesa della Patria è un sacro dovere del cittadino". Poi ha ricordato l'articolo 11 della Carta fondamentale della Repubblica: "L' Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di soluzione delle controversie...".
Rai, fumata nera per il direttore generale
Redazione de la Repubblica
ROMA - In tempi di guerra vera, parlare di "guerra" di viale Mazzini è forse inopportuno. Ma è certo che in queste ore al vertice della Rai si sta consumando l'ennesimo scontro. E ancora una volta, il motivo del contendere è il nome del nuovo direttore generale. La neopresidente Lucia Annunziata aveva infatti convocato per oggi il consiglio di amministrazione. All'ordine del giorno, appunto, la nomina del direttore. Ma la riunione è saltata all'ultimo minuto. Perchè sul successore di Saccà i nodi sono lontani dall'essere risolti.
Lo dice esplicitamente uno dei consiglieri del nuovo cda, Giorgio Rumi: "Siamo ancora in altissimo mare. Spero che domani, se non si arriva alla nomina, si possa riuscire a chiarirci le idee". Quel che è certo - è sempre Rumi che parla - è che il consiglio non vuole "una nomina partitica".
Il consiglio è stato così aggiornato a domani. E si può immaginare la contrarietà della Annunziata, che aveva detto di voler definire al più presto la squadra di vertice del servizio pubblico per gestire al meglio l'emergenza del conflitto in Iraq.
E' noto che la nuova presidente vorrebbe al posto di Saccà (che tra l'altro non sembra volersi giocare tutte le sue carte per una riconferma) l'attuale amministratore di Alitalia Francesco Mengozzi. Uomo che piace a Fini, ai centristi, e anche a Prodi, ma che incontra l'opposizione del premier Silvio Berlusconi. Del resto lo stesso Mengozzi ha deciso proprio questa mattina di chiamarsi fuori con un secco comunicato, nel quale dice di avere come impegno prioritario il rilancio della compagnia aerea, malgrado si parli "da tempo di una candidatura alla direzione generale della Rai".
Può finire con un nuovo caso Mieli? Interrogato sulla possibilità che la Annunziata possa lasciare l'incarico appena assunto, Rumi da una risposta sibillina: "Spero e credo che non ci sia questo problema, ma l' Italia è un Paese in cui può accadere di tutto".
Previti accusa il tribunale di Milano, sentenza imminente
p.col. su La Stampa
"Attraverso impresentabili artifici il tribunale di Milano ha resistito ad ogni contestazione giuridica...". Sconfitto in aula sull´ultima istanza di sospensione del processo Imi-Sir e Lodo Mondadori, a meno di 36 ore dalla probabile sentenza della quarta sezione del tribunale, nel fortino dello studio di via Cicerone, Cesare Previti, circondato dagli avvocati, verga tre cartelle per rivolgersi "alla pubblica opinione". Che, secondo lui, "ha tutto il diritto di sapere per capire come funziona il tritacarne giudiziario milanese" e "colga il significato autentico di questo abuso". Secondo Previti, l´intera vicenda, "che ha visto la persecuzione giudiziaria di Silvio Berlusconi e del sottoscritto, nonchè di altri, incappati nel micidiale meccanismo, non sarebbe mai dovuta nascere". Ma, al di là del linguaggio crudo, in realtà il deputato di Forza Italia inquisito per corruzione in atti giudiziari, ripropone i temi sulla competenza territoriale di Milano a favore di Perugia, già percorsi sia nell´istanza davanti alle sezioni riunite della Cassazione quando chiese, senza successo, la rimessione del processo, e l´altro ieri, ancora con poca fortuna, davanti ai giudici della quarta sezione. Forse in preparazione di una nuova (l´ennesima) ricusazione, nella speranza che le motivazioni delle sezioni riunite della Cassazione contengano un accenno alla questione territoriale non considerandola "infondata": ultima spiaggia per allontanare lo spettro di un verdetto imminente e che, è meglio dirlo subito, non necessariamente potrebbe essere di condanna. Previti sostiene che il tribunale ambrosiano dovrebbe spogliarsi del dibattimento, giunto a conclusione, e passare la palla ai colleghi di Perugia. E questo perchè "le difese, tra mille difficoltà, hanno ottenuto la prova documentale che il luogo della prima iscrizione della notizia di reato, in relazione ai medesimi fatti contestati nei processi, era Perugia, che aveva iscritto con due anni di anticipo rispetto a Milano". Il riferimento è a un´indagine che la magistratura umbra aprì sulla vicenda della scomparsa della procura Imi, ritrovata (con qualche tagliuzzamento) dopo la sentenza che assegnò agli eredi Rovelli mille miliardi di lire. Il titolo di reato, contro ignoti, era "violazione del segreto d´ufficio". Vicenda che nel processo milanese è considerata marginale rispetto all´accusa, che parla di "corruzione" dei magistrati romani. Per Previti e i suoi legali invece, tanto basterebbe per assegnare la competenza a Perugia.
26 marzo 2003