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sulla stampa
a cura di P.C. - 25 marzo 2003


Bagdad aspetta la battaglia
Bernardo Valli su
la Repubblica

BAGDAD
- L'atmosfera è cambiata. La città ha improvvisi sprazzi d'euforia. È meno deserta: e sulla faccia di Mohammed Said Saaf mi sembra di scorgere persino un sorriso. È raro, rarissimo. Di solito l'espressione del ministro (dell'informazione) di Saddam, alla cui attenzione noi giornalisti siamo affidati, è severa. Imbronciata. Adeguata alla tragedia. Dice adesso Said Saaf: "Credevano che la guerra fosse un picnic, e adesso che ne conoscono la durezza piangono come coccodrilli".
Il ministro in uniforme parla dei cadaveri di marines e dei volti stravolti dei prigionieri, sempre americani, mostrati alla televisione. Immagini che hanno turbato, scandalizzato gli Stati Uniti e colpito il mondo.
Anche il rais, Saddam Hussein, pare più rinfrancato, rispetto a cinque giorni fa. E' addirittura pacato. Incorniciato dal video, quando nella mattina si rivolge al paese, il suo volto è meno congestionato. "Il paradiso - dice - attende gli eroi". E ancora: " Siamo soldati di Dio". Nelle guerre Dio è sempre un personaggio immancabile, anche adesso che i suoi rappresentanti sulla terra non le promuovono, né le benedicono più, come un tempo, ma le condannano. Hai l'impressione che, nella notte, sia giunta la notizia di una vittoria sul campo di battaglia, e che la gente, al di là della fedeltà al regime, per solidarietà nazionale, la festeggi.
Hai l'impressione che per il regime si sia all'improvviso aperto uno spiraglio: la sua sopravvivenza, fino a ieri impensabile, è adesso possibile? Ti sembra strano. Continui a interrogarti sui motivi dell'ottimismo di Saddam e del suo ministro, e dell'atmosfera più distesa tra la gente comune di Bagdad, fino a quando ti rendi conto, assai presto, che all'origine degli sprazzi di euforia ci sono quelle immagini macabre, di cadaveri e di volti spauriti, diffuse dalla televisione.
Sono state accolte come le prove che anche la superpotenza è vulnerabile. I soldati più potenti del mondo muoiono e hanno paura come gli altri. La superiorità tecnologica non li rende immortali. Non penso che i cadaveri dei marines e le facce stralunate dei prigionieri siano all'origine, in quanto tali, della temperata soddisfazione che regna in queste ore in città.
Né che la soddisfazione sia dovuta, semplicemente, all'effimera rivincita degli arabi, abituati vedersi umiliati ad ogni guerra con l'Occidente. Comprese quelle israeliane. Una frustrazione che ha fatto diventare un'ossessione la semplice parola tecnologia, sinonimo appunto di superiorità occidentale.

Finora la guerra si è svolta fuori dalle città. Dove le truppe più fedeli al regime impegnano gli americani in battaglie sporadiche e intense. Si tratta dei "feddayn", delle milizie del partito, organizzate da Qusay Hussein, il figlio prediletto di Saddam, e dei reparti della Guardia repubblicana. Saranno loro ad animare la guerriglia urbana, se gli americani oseranno inoltrarsi nelle città. Per ora l'hanno evitato. Non c'è stato un vero assedio di Bassora. Ma combattimenti ai margini, o alla periferia, destinati a consentire il passaggio dei reparti americani diretti a Nord.
Secondo dei colleghi francesi (del canale TF1), che vi hanno trascorso la giornata di domenica, fino a lunedì mattina, la guarnigione, composta da unità dell'esercito regolare, è piuttosto su posizioni attendiste. Sono invece attive le milizie. I giornalisti della tv parigina erano al seguito dell'esercito americano e sono inciampati in quello iracheno. Sono stati trattati con tutti i riguardi e portati a Bagdad. Stando alla loro testimonianza nessun giornalista occidentale, proveniente dal Kuwait, è autorizzato a restare a Bassora dalle autorità irachene.
La vera battaglia di Bagdad potrebbe cominciare tra pochi giorni. E sarà quella decisiva. Il generale Franks non può aggirare la capitale, come ha fatto in sostanza con Bassora, né limitarsi a neutralizzarla, come sta facendo con Nassirya, dove le sue truppe hanno messo piede per controllare un nodo stradale essenziale. A Bagdad c'è la testa che George W. Bush vuole decapitare. Bisogna entrarci. O strozzarla per provocare traumi letali all'interno del regime. Quelli che ho chiamato sprazzi di euforia, dopo la macabra prova che anche gli americani sono vulnerabili, hanno rivelato che il potere di Saddam Hussein non si sta sfaldando. E che ci vorranno forti spallate per farlo crollare.


Tre incognite per Bush
Ennio Caretto sul
Corriere della Sera

Gli occhi pieni di paura, le ferite mortali, la dignità calpestata. Quei morti, quei prigionieri mostrati o raccontati dai media americani sono stati come un colpo di frusta. Improvviso e doloroso. John Mueller, autore de Le guerre, i presidenti e la pubblica opinione , è convinto che riemergerà il fantasma di quel lacerante dibattito che divise il Paese ai tempi del confitto in Vietnam (1965-75). L'ex consigliere della Casa Bianca Stephen Hess pensa che le proteste pacifiste, comunque assai minoritarie, cresceranno fino a diventare un serio ostacolo per l'amministrazione Bush. Il quotidiano più diffuso d'America, Usa T o day , ammonisce che un Paese intimamente convinto, dopo l'11 settembre, della necessità di una guerra planetaria al terrorismo "sarà ora meno propenso a condurla fino in fondo". Ma l'America fa quadrato attorno ai suoi caduti. Orgogliosa. Decisa. I sondaggi condotti domenica, quando il video di Al Jazira cominciava in qualche modo a essere diffuso, segnalano la fiera e indignata reazione degli americani al weekend di sangue.

L'amministrazione Bush ha davanti a sé, sul fronte interno, tre incognite. Il timore che l'Iraq possa trasformarsi in un conflitto più lungo con perdite superiori al previsto: un piccolo Vietnam di sabbia. Un certo disappunto, piuttosto evidente, nel constatare che sul piano della comunicazione, del controllo mediatico sono assai lontani i tempi della prima Guerra del Golfo. Il nemico ha imparato la lezione. Il soft power , come lo chiamerebbe John S. Nye, non è più assoluto. Infine, il costo della campagna militare è elevato (ogni cruise , per esempio, vale mezzo milione di dollari e ne sono stati lanciati già quasi mille) e non è più diviso in una coalizione o largamente pagato dai Paesi del Golfo come dodici anni fa.
Il primo fattore è il più importante. Gli americani non sono da anni abituati al triste body count , alla conta dei morti del Vietnam: nel conflitto per liberare il Kuwait nel '91 persero 148 uomini, in Afghanistan 16, nel Kosovo nessuno. La fede cieca nella guerra ad alta tecnologia spinge ancora il 41% degli americani a pensare che, in tutto, i morti e i feriti in Iraq non arriveranno a quota 100. E' una soglia di tolleranza molto bassa: si alzerà, ma fin dove? Molto dipenderà dal fattore mediatico, dall'impatto emotivo sull'opinione pubblica, dichiara Mueller.
Dalla prima Guerra del Golfo a oggi sembra trascorso un secolo. Allora il mondo intero seguì il conflitto solo con le immagini della Cnn . Americana. Oggi ci sono Al Jazira e molte altre emittenti. Arabe. Che cosa sarebbe accaduto se avessero documentato crudamente, come domenica scorsa, le stragi di soldati americani a Beirut nell'84 e a Mogadiscio nel '93, tragedie che indussero la Casa Bianca ad abbandonare Libano e Somalia?
Meglio non pensarci, dicono in molti, sperando che si arrivi a Bagdad in fretta. Meglio non pensarci, o no?


E' una corsa contro il tempo
Vittorio Zucconi su
la Repubblica

Niente di nuovo, sul fronte orientale. Si combatte, si muore, si aggiungono altri prigionieri, i due elicotteristi esibiti dalla tv irachena. La novità è qui, sul fronte occidentale. Si comincia a sentirla nelle voci che la raccontano, nelle immagini che passano sugli schermi. Al sesto giorno, la guerra ha cambiato segno. Non è più questione di invasione giusta o di guerra sbagliata, ma è un brivido che si riassume nelle due parole con le quali il New York Times titola il suo editoriale dopo il "giorno orribile" dei rovesci e dei prigionieri: questa è una "New War". Una guerra nuova.
Una nuova guerra vuol dire una guerra lunga e viene riesumato dallo sgabuzzino dove era stato messo in castigo dopo la figuraccia all'Onu anche Colin Powell, il vecchio generale che si era opposto a questa strategia del "blitzkrieg" su Bagdad. "Ci attendono giorni duri. A mano a mano che ci avviciniamo, le forze nemiche si comprimono e diventa più facile difendersi".
Il network Fox di Rupert Murdoch porta in studio il suo generale in pensione per buttare lì che la guerra durerà un mese, e che per schiodare Saddam da Bagdad serviranno "dai cinque ai sette giorni". Addio "cake walk", passeggiata per la torta, che la retorica preinvasione aveva accreditato e che, un po' tardi, un po' troppo timidamente, Bush sta ora cercando di contrastare. "Ma chi ha mai detto che sarebbe stata breve?", scatta il portavoce Fleischer, nel capannello informale coi reporter del mattino presto alla Casa Bianca. "Sottolineare i progressi e ammonire che la battaglia dura deve ancora venire", è scritto nella velina dei talking points della Casa Bianca per chi va ai talk show in tv. "Evitare eccessivo pietismo per i caduti e i prigionieri", fa sapere il dipartimento della Difesa ai comandanti.

Ci sono le prime indicazioni, dalla Cnn, dalla Abc, persino dalla Fox di Murdoch, che i sondaggi cominciano a cedere dopo l'euforia e l'esaltazione del "si parte". Nella cultura del microonde, una campagna militare che dura una settimana, contro le 72 ore della liberazione del Kuwait, sembra già la guerra dei 100 anni. Dal podio della "Disneywar" o della "Hollywar", come alcuni reporter americani hanno già ribattezzato il fantastico centro stampa del Central Command nel Qatar, l'altissimo e grifagno comandante in capo, Franks, risponde brusco e nervoso ai giornalisti che vorrebbero fargli dire che la marcia verso Bagdad non è poi così trionfale, ed esalta "le drammatiche avanzate" verso la capitale ormai stretta nella tenaglia. Ma non smentisce le notizie che raccontano di una squadrone intero di elicotteri Apache Longbow, 30 dei più moderni, che deve ritirarsi dopo averne perduti due e di dover combattere per il controllo di cittadine e paesi già dati per presi, località dai nomi ignoti fino a ieri, Umm Kasr, Bassora, Faw, Nassiriya, Nayaf, che rischiano di diventare celebri come Anzio o Bastogne. Irritato, seccato, Franks deve sgonfiare anche la grancassa della "fabbrica d'armi chimiche" trovata dalle avanguardie. Non c'era nessuna arma chimica.

Spunta, nei briefing del Pentagono, un'altra parola che fa accaponare la pelle: "guerriglia". "Non sono più regolari, questi, sono fedayn" dice Franks, guerriglieri, con il disprezzo dell'alto ufficiale per gli irregolari in ciabatte e kafya. "Abbiamo informazioni che truppe irachene si sono travestite da giornalisti e si fingono tali per infiltrarsi tra le truppe", ammonisce la portavoce del Pentagono. Pur non essendo chiarissimo quale sarebbe "il travestimento da giornalista", il sospetto è che i brandelli delle divisioni che s'arrendono si trasformino in guerriglieri. "Avvertiamo i corrispondenti al fronte di restare dentro le unità alle quali sono stati assegnati, per la loro sicurezza". E per evitare qualche notizia non autorizzata.
E' cominciata una corsa a distanza, tra le truppe che marciano su Bagdad e gli umori degli americani a casa, tra il fronte orientale e il fronte interno. E l'America non è l'Italia, dove la colpa può sempre essere scaricata su un altro governo, anche se Bill Kristol, direttore di un settimanale di Murdoch, va alla tv di Murdoch, la Fox, per dire che "queste difficoltà sono il risultato dei tagli alla difesa fatti da Clinton". Questa è la guerra di Bush. E sarà dunque la vittoria o la sconfitta di Bush.


Bombe, morti, guerriglia
Bush contro Putin, Ue contro Turchia, Siria contro Usa
Piero Sansonetti su
l'Unità

Le truppe anglo-americane sono in una situazione di stallo. Blair, parlando al Parlamento per la prima volta dall'inizio della guerra ha annunciato che le truppe anglo-americane sono a cento chilometri da Bagdad. Ma ha anche aggiunto che la guardia repubblicana di Saddam è ancora in grado di infliggere "perdite" agli alleati. L'avanzata-lampo verso Baghdad, dunque, sembra sempre più un sogno. Lunedì è stata una giornata di combattimenti feroci, in varie zone dell'Iraq, e ci sono ancora molte perdite occidentali. Bagdad, da giorni, è sotto bombardamenti a tappeto: morti ovunque, case distrutte, macerie, rabbia. Nel resto del mondo la situazione internazionale si complica oltre ogni previsione. Domina il disordine. Provate a mettere insieme questi otto avvenimenti della giornata: primo, gli Stati Uniti hanno accusato la Russia di aver fornito sistemi anti-missile a altre armi all'esercito di Saddam; la Russia ha negato sdegnata;si è aperto un problema diplomatico tra i due paesi, il più grave dai tempi della guerra fredda; il portavoce della Casa Bianca è dovuto intervenire in serata per assicurare che Russia e Stati Uniti restano amici, ma ha confermato che ci sono seri problemi nelle relazioni tra i due paesi. Secondo, la Turchia è ben decisa ad occupare il Kurdistan, vuole quelle terre perché sono ricche di acqua, e poi per motivi politico-militari, e cioè per stroncare la ribellione del popolo curdo; i curdi però sono un punto di riferimento, anche militare, per gli americani, che non vorrebbero lasciarli in pasto ai turchi; la minaccia dei turchi - per ora è solo una minaccia - di occupare il Kurdistan, ha provocato la reazione dell'Europa: c'è una nota di Prodi che è una specie di diffida al governo turco, candidato ad essere uno dei prossimi membri dell'unione europea. Terzo, il governo siriano (che fa parte del consiglio di sicurezza dell'Onu) ha protestato con furia contro gli Stati Uniti perché vari missili sono caduti nel suo territorio e tra l'altro è stato colpito un pullman turistico e sono stati uccisi 5 civili siriani; gli americani si difendono, negano, dicono che loro non colpiscono i civili; però i morti ci sono e ci sono anche 37 feriti. Quarto, nel suo discorso di ieri, Saddam è tornato a riproporre la soluzione finale per Israele, e cioè il ritorno di tutto il territorio (”Dal fiume al mare”) al popolo palestinese, e dunque la fine dello Stato di Israele; era da vari decenni che nessuna autorità araba poneva in questi termini il problema. Quinto, in Giordania e in Egitto si sono svolte oceaniche manifestazioni contro gli Stati Uniti e contro i governi arabi moderati; nei cortei si è inneggiato a Saddam Hussein come al vero capo delle popolazioni arabe. Sesto, c'è una crisi diplomatica senza precedenti tra Italia e Francia, dopo le incaute dichiarazioni rilasciate da Berlusconi, che per difendere Bush ha offeso i francesi; l'ambasciatore francese ha protestato; l'unione Europea vive una crisi ogni giorno più grande. Settimo, il prezzo del petrolio è tornato a salire e le borse hanno iniziato a scendere in fretta, perché i mercati, dopo cinque giorni, hanno capito che la guerra non sarà veloce e che l'esito non è scontato. Ottavo, il segretario generale dell'Onu ha lanciato l'allarme sulla catastrofe umanitaria che è già in corso, perché questa ormai si presenta come una delle guerre più sanguinose e devastanti degli ultimi tempi.
In otto punti si è tracciato uno schizzo del disastro politico provocato dai primi giorni di guerra. Il disordine mondiale è enorme e rischia di crescere ancora. L'impressione è che non esista un governo in grado di gestire politicamente questa crisi, di correggerne la direzione di marcia. L'amministrazione americana è politicamente debolissima, soprattutto ora che ha visto smentite tutte le sue previsioni della vigilia. Il governo inglese appare completamente subalterno. Ieri Tony Blair ha parlato davanti alla Camera dei Comuni e ha tenuto un discorso nervoso, privo di spessore, e fortemente propagandistico. Ha usato frasi che fanno tremare le vene e i polsi, come quelle sulla “vittoria sarà nostra”, “il nemico è allo sbando” e altri slogan che fanno capire che non si è più sicuri di niente. Il linguaggio degli stati maggiori inglesi e americani assomiglia sempre di più al linguaggio di Saddam. Pura propaganda di guerra.



Bush presenta i conti della guerra, 75 miliardi
Paolo Mastrolilli su
La Stampa

La guerra costerà 74,7 miliardi di dollari al mese, secondo la Casa Bianca, e le difficoltà incontrate negli ultimi giorni, sommate alle minacce di attacchi chimici rilanciate ieri dal segretario di Stato Colin Powell, hanno fatto calare l'ottimismo sul fronte interno. Ma la battaglia per l'opinione pubblica conta almeno quanto quella militare, e quindi Washington è corsa ai ripari, avanzando dubbi sull'autenticità del video di Saddam che incita la popolazione irachena alla resistenza e alla guerra santa. Il governo degli Stati Uniti finora aveva evitato di fare previsioni precise sul costo della guerra, perché non voleva deprimere i mercati o dare impressioni sbagliate. Ieri, però, ha dovuto fornire le proprie stime al Congresso, che aveva già cominciato a scalare i tagli alle tasse, voluti dal presidente Bush, per ritagliare i finanziamenti necessari al conflitto. La cifra rientra nelle aspettative degli analisti economici, però conferma che la Casa Bianca non vede ancora la vittoria dietro l'angolo e quindi ha bisogno dei soldi previsti fin dal principio per una guerra che potrebbe riservare sorprese. Ieri il presidente non si è visto in pubblico, ma ha telefonato al collega russo Vladimir Putin per lamentarsi delle forniture militari all'Iraq, missili anticarro e i sistemi per la visione notturna, che sarebbero continuate malgrado le sanzioni Onu. Mosca ha smentito. La prima sorpresa è stata la resistenza delle forze irachene, ammessa ieri anche dal premier britannico Tony Blair nel suo discorso alla Camera dei Comuni. "Ci aspettano giorni difficili - ha avvertito - ma la strategia e i suoi tempi stanno progredendo secondo i piani". In settimana, forse già giovedì, a Camp David, Blair s´incontrerà con il presidente Bush. Il colloquio è stato chiesto dallo stesso premier britannico. In giornata i due statisti si erano sentiti al telefono per tenersi infiormati sulle rispettive perdite subite, coincise con un'intensificazione delle attività belliche degli alleati. Le forze di terra sono quasi arrivate allo scontro decisivo con la Guardia Repubblicana che difende Baghdad e Blair vuole preparare il Paese a combattimenti che potrebbero essere intensi, considerando la resistenza incontra a Sud, dove alla vigilia Washington e Londra si aspettavano di essere accolte tra le feste della popolazione.

Secondo il segretario di Stato Powell, c'è il rischio che con la battaglia di Baghdad arrivino sorprese molto più cruente. L'ex generale ha detto che i militari iracheni potrebbero impiegare presto le armi chimiche, magari lanciandole proprio contro la loro stessa popolazione, per poi accusare le forze americane e inglesi della strage. Sono allarmi che forse servono ad abbassare le aspettative per una vittoria facile e immediata, alla vigilia dello scontro decisivo. Però hanno un effetto sulla percezione della gente, che li somma all'evidenza delle difficoltà incontrare negli ultimi giorni, compresa la cattura dei prigionieri a Nassiriya. Ieri il segretario generale dell'Onu, Kofi Annan, ha intimato alle parti di "trattare i soldati detenuti in maniera umana", e ha lanciato l'allarme per l'emergenza esplosa a Bassora, da giorni senz´acqua né luce. Secondo la Gallup, queste preoccupazioni si riflettono già nei sondaggi. Il 70 per cento degli americani resta favorevole alla guerra, ma nella sola giornata di domenica la percentuale di chi pensa che l'offensiva vada bene è scesa dal 62 al 44 per cento.


Il "tradimento" degli sciiti
Carlo Bonini e Giuseppe D'Avanzo su
la Repubblica

KHUZISTAN, IRAN
- E' il quinto giorno di guerra e la Guardia repubblicana di Saddam è in grado di aggredire ancora nel sud Iraq le truppe anglo-americane. Il bollettino delle operazioni, così come riferito da più fonti, registra attacchi a installazioni strategiche nella penisola di Al Faw. E ancora: scontri lungo l'autostrada 80 con l'artiglieria e gli elicotteri in azione; le difficoltà dei "Topi del Deserto" a tenere l'assedio di Bassora; i furiosi combattimenti di Samawa sull'Eufrate, a metà strada tra Najaf e Nassiriya. Queste scarne informazioni, che è stato possibile verificare, ripropongono una questione di cui non si riesce a venire a capo da due giorni: il sud dell'Iraq è nelle mani delle truppe inglesi e americane, ma fino a che punto?
Per dirla in altro modo: quanta parte di territorio è controllata, oggi, dalla coalizione? E come? Il fastidio degli americani per quel che sta accadendo è esplicito.
Un alto funzionario del Dipartimento di Stato, al lavoro in una città del Medio Oriente, cede all'irritazione e si sfoga: "Dove diavolo sono gli Sciiti?". "La verità - prosegue - è che ci hanno traditi...". Spiega meglio un'altra fonte vicina al Pentagono: "I nostri piani militari erano stati ritagliati intorno alle più consistenti enclave sciite di sud e sud-ovest, nella speranza, o certezza, che fossero gli Sciiti a liberarsi della Guardia Repubblicana".
Così una delle chiavi per comprendere che cosa accade in queste ore nelle città del sud iracheno impone di porsi qualche domanda sul comportamento degli Sciiti. Che è poi il comportamento della popolazione civile perché gli Sciiti sono il 67 per cento del popolo iracheno e la quasi totalità degli abitanti delle città del sud "liberate" e, a occidente, dei luoghi sacri Najaf e Karbala.
Saddam odia gli Sciiti e gli Sciiti odiano Saddam. Dopo la rivolta del 1991, nell'indifferenza degli Stati Uniti, i seguaci di Ali (il primo imam sciita) furono schiacciati da una crudele repressione che lasciò sul campo quasi mezzo milione di morti. Con questa premessa, che gli americani si aspettassero la rivolta delle città del sud dopo la distruzione degli obiettivi militari e strategici, appariva coerente. In fondo, niente di più di quanto accaduto in Afghanistan lo scorso anno: gli Sciiti come l'Alleanza del nord. Ma questo non è avvenuto.
Non è avvenuto a Bassora, nel cui centro ancora nessun soldato inglese o americano ha messo piede. Non è avvenuto a An Nassiriyah, dove si è combattuta la più violenta della battaglie campali di questi primi giorni di guerra. Non è avvenuto a Suq-al-Shuyakh, dove si è consumata l'imboscata a un convoglio americano di rifornimenti. E' avvenuto soltanto ad Al Faw, dove le truppe inglesi, con metodi degni di Belfast, hanno ripulito le polverose strade casa per casa. Ecco allora una delle questioni della prima settimana di guerra: dove sono finiti gli Sciiti?

Il "terrore" che schiaccia gli sciiti non è la sola ragione e probabilmente non la più importante del loro immobilismo. O, per dirla con gli americani, del loro "tradimento". Quando vogliono, gli sciiti sembrano saper tenere testa alla Guardia Repubblicana e raccontano che due giorni fa (sabato, 22) a Najaf, al termine di una manifestazione ("Nè con Bush né con Saddam, soltanto con il profeta Ali") ne hanno ucciso il comandante, Najef Sheidagh Nazem. Sembra di poter dire che, nell'atteggiamento sciita, più del terrore, conta la diffidenza verso gli Stati Uniti.
Nei campi profughi del sud dell'Iran, come nelle città in Iraq, non c'è famiglia che non abbia patito morti nella repressione del 1991. Quando gli americani se ne rimasero a guardare i missili di Saddam che, nella no-fly zone, spegnevano nel sangue la ribellione. Una diffidenza che i numerosi colloqui segreti che hanno preceduto la guerra non hanno scalfito.



Guerra lampo e chirurgia
Saltano i piani di Bush
Bruno Marolo su
l'Unità

WASHINGTON. La vacanza di Bush è finita. Sabato era partito per la residenza di campagna a Camp David con la speranza di una rapida vittoria in Iraq, ieri si è rimesso al lavoro a Washington con la certezza di guerra sanguinosa e costosa. "Tutto procede secondo i piani", ha assicurato il presidente. Ma fonti militari ammettono che non è così. Quasi nulla procede secondo i piani.
In cerca di conforto, Bush ha telefonato ieri ai due alleati più fedeli, il premier britannico Tony Blair e il primo ministro spagnolo Jose Maria Aznar. Ha chiamato anche il presidente russo Vladimir Putin per protestare. Prima della guerra tre aziende russe avrebbero fornito materiali proibiti ai militati iracheni. Il ministro degli esteri russo Igor Ivanov ha smentito, il portavoce della Casa Bianca Ari Fleischer ha ribadito che vi sono "prove credibili", precisando che Usa e Russia "restano amici, ma ci sono dei problemi".
Gli strateghi americani si illudevano che i loro soldati sarebbero stati accolti festosamente nel sud dell'Iraq liberato. Contavano su una resa in massa dell'esercito. Migliaia di combattenti iracheni attaccano alle spalle gli americani che si sono spinti troppo avanti, con noncurante baldanza, senza proteggere le retrovie. Nei territori occupati, che Bush si ostina a chiamare "liberati", regnano fame, sete, disperazione e anarchia. La mancanza di sicurezza impedisce di organizzare i soccorsi. Il presidente che ha voluto a ogni costo la guerra si trova alle prese con dimostrazioni di protesta ogni giorno più imponenti, e con un Congresso preoccupato per i costi in denaro e in vite umane.
Lunedì Bush ha passato gran parte della mattina con il ministro della Difesa Donald Rumsfeld, e ha fatto colazione alla Casa Bianca con i generali dello stato maggiore per ottenere un bilancio della prima settimana di guerra. Nel pomeriggio ha ricevuto le commissioni finanziarie del Congresso e ha annunciato che per fare fronte ai primi costi della guerra chiederà uno stanziamento straordinario, in aggiunta al bilancio di 2200 miliardi di dollari. Gli servono subito almeno 75 miliardi di dollari.

Dopo una settimana di guerra le promesse suonano false. Dall'Iraq, oltre alle dichiarazioni rassicuranti dei generali, arrivano le voci stanche dei soldati. "Questa volta - si sfoga il sergente Ian Trigg - le cose sono diverse da quando abbiamo sbattuto gli iracheni fuori dal Kuwait. Ora ci troviamo di fronte uomini che combattono per il loro paese". A Bassora i generali hanno annunciato prematuramente la resa in massa di 8 mila soldati iracheni. In seguito hanno ammesso che i prigionieri erano poco più di mille. "Il resto della divisione - hanno spiegato - ha deposto le armi e si è sbandato". Ora si scopre che gli sbandati tornano all'assalto. Almeno un migliaio di guerriglieri decisi a tutto imperversa nel sud dell'Iraq. I soldati fingono di arrendersi, e poi all'improvviso aprono il fuoco sugli americani attirati fuori dai carri armati. Vanno incontro ai "liberatori" in abiti civili, danno loro il benvenuto, e alla prima occasione li colpiscono alle spalle. La città di Bassora, dove secondo la propaganda c'erano pochi e sfiduciati marmittoni, si è rivelata una trappola infernale per le avanguardie britanniche che hanno cercato di penetrarvi. Trincerata a Baghdad, la guardia pretoriana di Saddam Hussein non dà segno di arrendersi.
Il generale comandante Tommy Franks ha definito la resistenza "sporadica". Il suo vice, generale John Abizaid, ha assicurato: "Queste azioni sono rischiose per i nostri soldati, ma non compromettono il successo della loro missione". Nessuno dubita dell'immensa sproporzione tra le forze in campo. Ma i civili iracheni dai quali George Bush si aspettava soltanto ringraziamenti inveiscono contro gli invasori. Le televisioni americane sono state invitate ad accompagnare le truppe nel villaggio "liberato" di Rafidiyah. Hanno trovato gente stremata e risentita. Per pacificare i territori sotto il loro controllo gli americani cominciano a comportarsi come una qualunque forza di occupazione, sfondano le porte a calci, affrontano donne e bambini con i fucili spianati, come facevano in Vietnam. La guerra diventa difficile e la pace sarà ancora più difficile, per un'America che riesce a farsi odiare anche da un popolo cui ha promesso benessere e libertà.


La sinistra e i marines morti
“Bush si fermi, non a tutti importa chi vince”
Gianna Fregonara sul
Corriere della Sera

ROMA - Sono quelli del "noi l'avevamo detto". Che "la guerra è sporca", come titolava ieri il quotidiano Liberazione . Che gli americani per qualche giorno hanno mostrato soltanto "i bombardamenti su Bagdad come se fossero fuochi d'artificio" e invece, "abbiamo sentito l'odore sporco della guerra", aggiunge Carlo Rognoni , deputato e opinionista del Riformist a. Domenica hanno visto non solo l'altro volto della guerra, ma anche l'altra faccia dell'America, quella del sergente James Riley tremante, del soldato di prima classe Pierce Miller, dello "specialista" Joseph Hudson, della soldatessa Shauna dagli occhi terrorizzati. "Sono il volto di tuo fratello, di un tuo amico - continua Rognoni - e ti fanno interrogare se forse non c'è qualche cosa di sbagliato nelle previsioni, se gli iracheni non si arrendono e invece combattono per il loro "sporco" dittatore". Ti fanno interrogare se ci sono due Americhe, come si chiede Emanuele Macaluso , direttore delle Ragioni del socialismo : "Domenica ho visto susseguirsi sugli schermi tv i ragazzi spauriti e terrorizzati, che quasi non sapevano dov'erano e poi l'America agghiacciante di Donald Rumsfeld, che ha quasi fatto finta di niente". E allora "hanno ragione quei manifestanti che sabato scorso hanno issato il cartello: ridatece la Lewinsky" e con lei l'amministrazione Clinton. Ma non per tutti ci sono due Americhe. In fondo è tutta colpa di Bush. Lo ha scritto il manifesto ieri mattina, nel suo articolo di fondo: "Presi dal loro delirio di conquista Bush, Blair e i loro generali gettano soldati e bombe in una mischia che non dominano più, comprendono solo il linguaggio della forza e degli interessi economici e non si preoccupano del soldato Riley". I ragazzi americani nelle mani del regime di Saddam sono "il volto vero della guerra, che è uno solo, siano soldati prigionieri e uccisi e siano quelli delle centinaia di vittime civili irachene", secondo Franco Giordano , capogruppo di Rifondazione, che vuole che si sospenda subito il conflitto e non gli "interessa niente se questo vuol dire che l'America ha perso o invece ha vinto, perché l'unica strada è ancora oggi quella della diplomazia per ripristinare la legalità internazionale". E in fondo i responsabili di "questo orrore", sono gli Stati Uniti, che con "la loro follia hanno scatenato una guerra non contro l'Iraq ma contro il mondo".
E il volto dei cinque soldati non è altro che la prova dell'"errore, dell'azzardo, dell'arbitrio" di una guerra che sarà una mattanza", aggiunge Giovanna Melandri , ex ministro e oggi esponente del correntone diessino. Anche i volti e i cadaveri mostrati ieri "devono servire a insistere per fermare la macchina infernale". Anche se vuol dire darla vinta a Saddam? "Anche se vuol dire darla vinta alla politica, perché l'errore superficiale è stato cominciare". Anche Livia Turco , che della Melandri è compagna di partito, vuole che finisca tutto al più presto e con meno morti, ma con la conquista dell'Iraq: "Si è dimostrato che è stato velleitario e avventuroso intraprendere questa guerra. Ma adesso bisogna fare in fretta e poi insediare subito un'amministrazione sotto l'egida dell'Onu che porti un governo democratico in questo Paese, fermando, almeno nel dopoguerra, l'unilateralismo americano".
Ma il dopoguerra è un orizzonte lontano. E se di fronte alle truppe americane e inglesi che improvvisamente appaiono arrancare intorno alle città irachene, anche Piero Fassino parla di quanto fosse "infondata l'illusione di una passeggiata che avrebbe portato in pochi giorni gli americani a Baghdad", torna una parola proibita: Vietnam. Oggi il giornale di Rifondazione, Liberazione , titolerà a caratteri cubitali "nelle sabbie mobili". E il direttore Sandro Curzi si interroga: "Chissà se il Vietnam qualcosa avrà pur insegnato".


Prodi: torna l'antiamericanismo
Sì al piano di difesa di Parigi-Bonn
Giuseppe Sarcina sul
Corriere della Sera

BRUXELLES - Romano Prodi appoggia il progetto di difesa comune lanciato da Belgio, Germania e Francia. Annuncia che a Bruxelles "si sta pensando a un super ministro degli Esteri europeo". Incassa le critiche del ministro degli Esteri italiano Franco Frattini ("spero ci sia un errore"). Confessa di essere "molto preoccupato" per la "ripresa di un antiamericanismo" nel Vecchio Continente, "più profondo di quanto" pensasse. Le parole del presidente della Commissione europea, raccolte in un'intervista a Sat 2000, riflettono il momento difficile (e anche confuso) che vive l'Unione. Oggi, per esempio, Prodi e Frattini si ritroveranno a Bruxelles, con il presidente del Parlamento europeo, Pat Cox, per la cerimonia del quarantaseiesimo anniversario del Trattato firmato a Roma. L'appuntamento è stato preparato con cura dagli italiani con un obiettivo molto semplice: celebrare "lo spirito" dei padri fondatori, in modo da lucidare la candidatura della capitale italiana a ospitare anche il nuovo atto di fondazione (la Grande Europa a 25 Stati). Ma negli ultimi giorni lo scenario è cambiato. Il governo Berlusconi è uscito dall'ultimo Consiglio europeo tra le polemiche. La stampa internazionale ha ironizzato sulle barricate costruite dagli italiani a difesa del condono sulle quote latte ("Berlusconi impenitente", ha titolato, per esempio, il Financial Times ). Il corpo diplomatico francese di stanza a Bruxelles è convinto che sia in atto una "vera campagna" condotta da Roma contro Parigi. Infine si è mosso anche Prodi. Due giorni fa ha il presidente della Commissione ha precisato che Bruxelles "non ha mai smesso di lavorare" con gli americani, rispondendo così a Berlusconi che si era proposto come interlocutore privilegiato degli Stati Uniti. Ieri, poi, l'ex leader dell'Ulivo, attraverso il suo portavoce, il finlandese Reijo Kemppinen, ha appoggiato con nettezza il progetto sulla difesa comune, elaborato da Belgio, Francia e Germania. Un piano che, secondo i promotori, potrebbe dare risultati (armamenti e forza d'intervento) a fine anno, attraversando come una lama l'intero semestre di presidenza a guida Berlusconi. La diplomazia italiana è preoccupata. Frattini, ieri, ha cercato di minimizzare l'uscita di Prodi: "Spero che ci sia stato un errore di traduzione delle frasi pronunciate dal portavoce. Nel Consiglio europeo avevamo appena finito di dire che bisogna rilanciare la politica di difesa a Quindici e ora dalla Commissione verrebbe un segnale così strano e contraddittorio con gli interessi comuni europei". Ma lo staff di Prodi confermava, con un pizzico di malizia, che non c'era stato alcun errore di traduzione. In effetti Kemppinen si è espresso in un inglese (e non in finlandese) che non permette equivoci.



Frattini: gli iracheni espulsi? Spie
L´Ulivo: ubbidite a un ordine Usa
Emanuele Novazio su
La Stampa

L´espulsione dei 4 diplomatici iracheni "non è un atto di guerra" ma è stata motivata da "motivi di sicurezza". Davanti alle Commissioni Esteri di Camera e Senato - in un´audizione segnata da polemiche anche per le presunte partenze di paracadutisti americani da basi Usa in Italia - il ministro degli Esteri Franco Frattini difende la decisione del governo negando che la Farnesina abbia "obbedito" agli Stati Uniti, come l´opposizione invece l´accusa di aver fatto. Washington, ha precisato il ministro, aveva chiesto l´espulsione di tutti i diplomatici di Saddam presenti in Italia e la chiusura della "sezione d´interessi" di Baghdad, che dalla prima guerra del Golfo fa le veci di una vera e propria ambasciata ed è ospitata nella sede della legazione del Sudan. "Il governo non ha ritenuto invece che ci fossero indicazioni per chiudere la rappresentanza": 2 diplomatici, fra i quali il capo missione, e un impiegato restano al loro posto. Gli espulsi "sono probabilmente spie", aveva avvertito il vice presidente del Consiglio Fini.

Nel frattempo l´opposizione insiste nelle critiche di compiacenza nei confronti di Washington. "C´è la sensazione che sia stato eseguito un ordine più che completata una procedura avviata autonomamente", accusa Massimo D´Alema: "E´ quantomeno singolare che le attività illecite dei quattro diplomatici iracheni siano state scoperte in coincidenza con la richiesta americana di mandarli via". Il presidente dei Ds accusa anche il governo di non "far nulla per fermare questo tragico conflitto: potrebbe chiederne la cessazione e chiedere la convocazione di una riunione del Consiglio di sicurezza", mentre si limita a "fare quello che vogliono gli Stati Uniti". Arturo Parisi considera l´espulsione degli iracheni una semplice "furbata" del governo per "coprire scelte che non si ha il coraggio di difendere". "Più che reticente ed evasiva, la spiegazione di Frattini è soprattutto contraddittoria", nota il vice presidente della Margherita: o i motivi per l´espulsione sono specifici o sono gli stessi avanzati in questi stessi giorni da altri Paesi, "e allora hanno a che fare con la guerra in Iraq". Polemiche anche a proposito dei movimenti dei militari americani in Italia. A chi gli chiedeva di confermare o smentire le notizie secondo cui 1800 soldati Usa sarebbero partiti in questi giorni per l´Iraq da una base vicina a Vicenza, Frattini ha risposto di "non saper nulla di operazioni militari: l´Italia non è uno stato belligerante e non deve essere informata, sulle operazioni militari sentiamo la Cnn anche noi". La scorsa settimana, tuttavia, il presidente del Consiglio aveva dichiarato in Parlamento che l´uso delle basi Usa è limitato ad operazioni logistiche.



   25 marzo 2003