
sulla stampa
a cura di G.C. - 24 marzo 2003
Le immagini proibite
Vittorio Zucconi su la Repubblica
Il bianco degli occhi enormi della sergente americana prigioniera illumina la verità della guerra. Non un pilota di jet abbattuto e tumefatto alla Cocciolone, ma una donna, texana come Bush, un semplice meccanico in divisa a 24 mila euro lordi l'anno, è il primo volto che ha portato lo shock and awe, lo sbigottimento e il terrore, nelle case degli americani illusi dalle favole della liberazione pulita e senza sangue. Tutto va bene sul fronte orientale, ci rassicura Bush tornando dal suo week end nello chalet di montagna, "la battaglia sarà dura", ma il settimo cavalleria è nei sobborghi di Bagdad e le bombe cadono puntuali sulla città.
Saddam è cotto, il piano avanza "lento ma sicuro" e le armi di distruzione di massa, quelle per le quali siamo andati a conquistare l'Iraq, saranno presto e sicuramente trovate. Ma intanto la prima domenica di guerra è una bloody sunday, una giornata maledetta - e dunque per la prima volta onesta - di sangue, di torture, di soldati impazziti, di cadaveri che rompono lo show asettico e incruento. Bush avverte gli iracheni: "Mi aspetto che i prigionieri siano trattati con umanità, così come facciamo noi con i prigionieri che abbiamo catturato. Altrimenti, chi maltratterà i prigionieri sarà trattato da criminale di guerra".
Per l'America in casa la guerra è cominciata ieri. Quel video è la bomba di Saddam su Washington. Per questo è visto pochissimo, qui sul fronte interno, poche immagini censurate e subito ritirate. E solo dopo molte ore la Cnn ha mostrato qualche breve spezzone. La maggior parte delle sequenze grand guignol che gli iracheni hanno filmato e che il network arabo Al Jazeera ha diffuso in tutto il mondo non sono ancora passate. Bush ha detto di non averle viste, perché lui ci racconta di non guardare la guerra in tv, ma mente. I generali del Pentagono le hanno seguite "con le mascelle serrate". Gli anchor delle reti tv, invocando il dovere professionale, le hanno avidamente osservate in privato, anche a costo di "vomitare" come Paula Zahn di Cnn, signora ingualcibile dei contenitori di fluff, aria fritta del mattino.
Ma ai cittadini, ai contribuenti che pagano il soldo dei 12 disgraziati uccisi in un'imboscata, dei cinque genieri meccanici del Terzo Fanteria caduti nelle mani degli iracheni perché il sottotenente che li guidava "ha sbagliato strada", non sono stati fatti vedere. Soltanto chi possiede collegamenti Internet ad alta velocità ha potuto guardarli, in uno dei siti sciacallo che subito hanno messo on line il filmato. È stato fatto per pudore dei parenti a casa, per rispettare quel minimo di decenza che persino le televisioni occasionalmente ancora hanno e perché un Donald Rumsfeld terreo ha sfidato la luce dei riflettori al mattino della domenica senza lo scudo del fondotinta per chiedere alle tv di non mandare in onda quelle sequenze "ripugnanti" di cadaveri in uniforme americana. Le tv, per ora, hanno ubbidito, non hanno mostrato neppure l'interrogatorio dei cinque fanti prigionieri e di quella donna con l'occhio bianco e terrorizzato.
È pudore, certamente, quel black out, ma è molto di più. È la paura che, nel ribrezzo e nella rabbia suscitati dalle sequenze dei morti e dei prigionieri, il pubblico americano ritrovi il senso dell'orrore, riscopra il prezzo di avere violato il tabù della guerra
I sondaggi della vigilia dicevano che il vasto e sottile sostegno all'invasione sarebbe crollato in proporzione inversa al numero di morti: e i morti cominciano ad arrivare. Bush e i suoi registi di politica interna, Karl Rove e Andy Card, che guardano alle elezioni del 2004, quelle per le quali il soldato Bush combatte, ricordano come Clinton pagò l'umiliazione della Somalia, quando l'elicottero Black Hawk fu abbattuto e i cadaveri dei marines furono trascinati nella polvere di Mogadiscio.
Il morale, bisogna tenere alto il morale del fronte interno, perché la sindrome del Vietnam si annida in ogni body bag per i caduti. I generali Usa, che per bocca del futuro viceré dell'Iraq liberato, il generale Abizaid di origine araba, accusano al Jazeera di "disgustosa insensibilità", rabbrividiscono quando vedono il sergente Assan Akbar della 101esima parà lanciare tre bombe a mano nella tenda dei comandanti, uccidendone uno e ferendone 15.
È la paura che i colpi di coda del regime scatenino il mostro latente dentro questa guerra: l'odio razziale per gli arabi, che la favola bella della democrazia tipo esportazione con aiuti umanitari dovrebbe nascondere. Le torture ai prigionieri possono scatenare quell'odio anti islamico, anti arabo che a fatica si è finto di controllare dopo l'11 settembre. Era un musulmano nero, il sergente che ha fragged i suoi comandanti. Sono musulmani e arabi, quelli che hanno filmato e mostrato i cadaveri e i prigionieri. "Adesso è diventato un fatto personale", è scappato detto a un artigliere della 101esima prima che la regia militare tagliasse il collegamento.
Se i carcerieri e gli aguzzini dei prigionieri americani riusciranno a far scattare la trappola della rabbia e dell'odio razziale, quella, e non le introvabili bombe chimiche, diventerebbe la vera arma di distruzione di massa nella crociata tra l'Islam dei fanatici e la Cristianità dei missili Cruise.
Lo sgomento dell'America
Goffredo Buccini sul Corriere della Sera
NEW YORK - Alto nel sole tiene uno striscione giallo e nero con una scritta, " Missing In Attack , scomparsi negli attacchi". E prega. Prega per la patria, il veterano del Vietnam Sheldon Abt, "e per i nostri ragazzi in mano a quelle bestie". Si volta: "Ma quanti sono?". "Dieci, dodici", mormora Edyth Geliebt, seconda fila, fazzoletto a stelle e strisce, occhi lucidi nel mezzogiorno primaverile di Times Square. Naso in su, fra i display e gli schermi giganti affacciati sul crocevia del mondo, pochi hanno già visto i volti dei prigionieri americani esibiti da Saddam in questa guerra che è anche di propaganda.
Pochi hanno già avuto l'impatto con la faccia terrorizzata del "soldato Miller del Kansas", che ai microfoni della tv irachena dice: "Eseguivo gli ordini, non volevo uccidere nessuno", o con gli sguardi vuoti dei suoi compagni mentre recitano il numero di matricola fissando un punto oltre la telecamera, o con i corpi insanguinati degli altri militari americani stesi a terra, alcuni ammazzati con un colpo in fronte, esibiti in una morgue di Saddam e mandati in video dallo scoop di Al Jazira . Ma tutti sanno.
Da due ore la notizia è caduta sull'America come uno Scud mediatico, a New York come a San Francisco, in Kansas come in Texas, a El Paso, da dove vengono quasi tutti i giovani prigionieri della 507ª Compagnia e dove intere famiglie stanno con il fiato sospeso, sotto choc: tutti sanno già tutto, nella chiesa di Fort Bliss dove la preghiera della domenica diventa "un'invocazione al Signore per i nostri figli"; si capisce dai nastri gialli che ricompaiono (gigantesco quello che avvolge la portaerei "Intrepid", ormeggiata come museo lungo l'Hudson), che tornano sulle porte, sulle finestre, sulle giacche di una nazione che combatte e sta aggrappata a una email, nell'ansia di un messaggio dal fronte che dica: "E' tutto ok, sono sano e salvo".
Il ministro Rumsfeld chiede ai media l'embargo sul filmato di Al Jazira : "Dobbiamo comunicare prima i nomi alle famiglie", spiegano al Pentagono. Ma questo non è il Vietnam, non siamo negli anni Sessanta con pochi canali di notizie, e nemmeno nel '91 con la prima guerra del Golfo contrabbandata per chirurgica. Questa guerra ha morti veri e prigionieri e battaglie campali che entrano nelle case in tempo reale, nel fiume dell'informazione globale contro il quale non c'è argine: in fondo, non servono nemmeno la censura o l'"orientamento" dei cronisti irreggimentati.
All'angolo tra Broadway e la Settima Avenue si raccolgono a cantare "God Bless America" e a sventolare bandiere: all'inizio sono poche centinaia, questa doveva essere una risposta alla grande manifestazione pacifista di 24 ore prima, che proprio da qui era cominciata. Ma alla fine i capannelli cambiano colore e spessore, arrivano i veterani, le mamme che alzano cartelli con le foto dei figli Marine e una scritta, "Orgogliosi di voi". Ronald James ha fatto la Corea, ha un berretto con una scritta "Marine Corps 10-20-98", dice che "gli iracheni non possono essere così pazzi da far del male ai nostri figli, sanno che possiamo punirli". "Give the war a chance", recita una scritta.
La piazza adesso è piena di bandiere, passano scritte tardive sui tabelloni elettronici: "Soldati americani prigionieri, il Pentagono conferma". A quest'ora la Cnn manda un solo fotogramma dell'orrore, poveri morti che è impossibile riconoscere, "non trasmetteremo altre immagini disgustose", dicono da Atlanta. In piazza intanto si levano cori: "Usa, Usa!". Molti ripetono il mantra improbabile di Rumsfeld, che invoca la convenzione di Ginevra per i soldati americani ("Non si possono mostrare, umiliandoli, i prigionieri di guerra") dopo averla negata nell'inferno di Guantanamo ai combattenti talebani. Ruggisce Scott O'Keefe, un ragazzone di due metri con la sfumatura alta: "Noi abbiamo sempre trattato tutti con umanità, anche ai talebani diamo da mangiare nelle gabbie, il resto è propaganda e i nostri ragazzi mostrati come un trofeo sono una infamia". Dice Norton Kleine, uno degli organizzatori del raduno: "Quello che ci fanno vedere in tv rafforza solo la voglia degli americani di combattere. Contro il tiranno servono più bombe". Ma la verità è che, anche davanti alle sequenze dello choc, che strappano un velo dagli occhi dell'America come quelle degli ostaggi dell'ambasciata in Iran presa nel '79 dai khomeinisti, la nazione sembra restare divisa. Medea Benjamin, portavoce di "United for Peace and Justice", una delle formazioni della costa Ovest che hanno animato il grande sabato pacifista, scuote la testa: "Ecco un'altra ragione per interrompere subito questo conflitto insano: pensare che questa fosse la guerra perfetta, che non vedessimo i nostri soldati morti o prigionieri, era una sciocchezza fuori dalla realtà. Io spero che le tv ci facciano vedere tutto, i nostri morti, e i loro, quelli che uccidiamo noi, in modo che la gente capisca, si svegli".
Incubo di sabbia
Gianni Riotta sul Corriere della Sera
"Per i genieri americani attraversare l'Eufrate sarà un grave problema. Gonfio per le piogge di primavera e il disgelo, arriva a una larghezza di 250 metri. Saddam può aprire le chiuse e organizzare la sua Caduta degli Dei. Ci vorranno giorni di fatica, sotto il fuoco nemico": così il 21 marzo, sul quotidiano inglese The Daily Telegraph , John Keegan, studioso di strategia militare, anticipava con impressionante precisione la domenica di sangue della coalizione angloamericana. Il bollettino è duro: proprio sulle rive dell'Eufrate, intorno alla città di Nassiriya, una compagnia di genieri è caduta nell'agguato di forze irachene. I risultati li avete visti, grazie alla tv araba Al Jazira : un fante con un colpo in fronte, come giustiziato dopo la cattura, un ferito tremante, una ragazza con le treccine "afro" terrorizzata, un fantaccino che lamentava: "Mi ci han mandato qui", mentre un gerarca lo incalzava: "Vi abbiamo accolto con i fiori o a fucilate?". Il Pentagono parla di una dozzina fra morti e dispersi, Bagdad di quindici vittime. Al Sud la guerriglia resiste tra Bassora e Umm Qasr. Gruppi di iracheni agitano la bandiera bianca e aprono il fuoco. Altri gettano la divisa e, in abiti civili, urlano "evviva!", attaccando poi a sorpresa. Un Tornado inglese, riferisce il maresciallo dell'aria Brian Burridge, è abbattuto da un missile Usa Patriot per errore, l'equipaggio disperso.
Come se non bastasse, un soldato del 101º Aerotrasportato lancia alcune bombe contro i suoi commilitoni, si parla di terrorismo islamico, poi sembra solo il gesto di uno squilibrato. Ma la paura cresce, e il Washington Post la corrobora, raccontando di armi vietate dall'Onu che la Russia avrebbe venduto a Saddam Hussein, ordigni per accecare i radar, missili anticarro e visori notturni, oltre a progetti per armi chimiche e biologiche, botulino, salmonella e cianuro, trovati al leader di Al Qaeda in cattività Khalid Sheik Mohammed.
Il ministro dell'Informazione iracheno, Muhammad Said al- Sahaf, si pavoneggia: "Sono sprofondati nella trappola delle paludi, non usciranno dall'incubo". Dal campo di battaglia, il colonnello dei marines Thomas Waldhauser riconosce: "Non stiamo procedendo con la velocità desiderata".
Nelle prime battute della seconda guerra del Golfo le illusioni svaporano effimere, la propaganda cede alla realtà.
Chi, dopo decenni di sangue, nutriva ancora dubbi sulla ferocia del regime di Saddam Hussein deve meditare sulle immagini di ieri: in violazione della Convenzione di Ginevra i genieri americani hanno subìto le forche umilianti della tv, con il volto tumefatto dalle percosse. Il cadavere inquadrato dalla tv di Stato di Bagdad sembrava vittima del colpo di grazia di un boia. L'equipaggio che si sarebbe paracadutato dal Tornado, anziché venire soccorso, è accolto a colpi di mitraglia. La guerra è già orrenda se combattuta secondo le regole, e le immagini dei raid contro l'Iraq ce lo ricordano ogni notte. Le sevizie la rendono ancor più inumana. Anche la strategia "leggera" che il ministro della Difesa Donald Rumsfeld ha imposto ai suoi generali, niente bombardamenti massicci contro le città, niente divisioni corazzate, ma lunghe colonne di marines e carri di media stazza, va adesso al vaglio del severo tribunale della guerra. Un generale americano ripete malinconico: "Abbiamo chiesto più uomini e più mezzi. Senza alleati, vincere costerà caro".
Le preoccupazioni per la gestione della guerra, isolamento diplomatico e fretta militare, si accrescono dunque nella domenica di sangue. E' probabile che l'avanzata riprenda e superi le acque limacciose dell'Eufrate, assediando infine Bagdad.
L'amministrazione del presidente George W. Bush non sfugge però al dilemma, se vincere da soli è arduo, governare da soli l'Iraq sarà drammatico. Servono le Nazioni Unite, servono gli europei. All'Onu, e nell'Unione Europea, sarebbe assurdo, per chiunque, ammiccare davanti alle difficoltà angloamericane: ricostruire insieme l'Iraq, dopo la guerra, è compito troppo importante per gelosie e ripicche. Tra le rive del Tigri e dell'Eufrate, culla del nostro mondo, si sta giocando una partita brutale: gli occidentali devono decidere, liquidato Saddam, se affrontare l'intolleranza con la tolleranza e la democrazia, o sprofondare invece in un conflitto oscuro, dove ogni giorno può essere domenica 23 marzo 2003.
Diario pacifista
Giulietto Chiesa su La Stampa
Una manifestazione per la pace va bene, due manifestazioni per la pace vanno benissimo. Ma solo se in città diverse, o in giorni diversi. Domenica, a Roma, non è stato così. Cioè è andata male. Ma oggi è già un altro giorno. Un giorno terribile, come gli altri. Ma che ci apparirà come più terribile, perché abbiamo visto le immagini dei soldati americani morti e quelli dei piloti americani catturati.
Mentre Al Jazeera ce le mostrava, con insistenza, pensavo - provando orrore - che non avevo ancora visto le immagini di soldati iracheni uccisi. Che stranezza? Non trovate? Invece è spiegabile benissimo. I morti iracheni noi non abbiamo alcun interesse a mostrarli, perché ci farebbero venire sensi di colpa (solo in alcuni, i più sensibili, altri non hanno dubbi).
Gli iracheni, avrebbero interessi a mostrarli i loro morti, ma ne fanno un uso moderato per non demoralizzare le truppe. Invece i morti americani hanno interesse a mostrarli, perché pensano di demoralizzare le truppe avversarie e di far calare il "rating" di George Bush. E noi quei morti li vediamo, attraverso i nostri media, che sono vittima della coazione a ripetere. E quei morti ci appaiono "più morti" dei morti nemici. Perché sono nostri, in primo luogo. E, in secondo luogo, perché, in fondo, non pensavamo che ci sarebbero stati. Invece è accaduto.
Penso all'effetto che quelle immagini crude provocheranno negli Stati Uniti. Si credeva che dei morti americani avrebbero potuto esserci, ma li si immaginava colpiti dai gas, dalle armi biologiche. Invece Saddam non ha usato quelle armi. Forse non le ha (non si capisce infatti perché, avendole, non le abbia ancora usate, visto che non ha via d'uscita).
E penso all'effetto che quelle immagini stanno provocando nel mondo arabo. Gli Stati Uniti vinceranno in ogni caso, ma emerge ora, in grande evidenza, che anche loro sono "umani". Cioè fragili. E l'immenso esercito dei perdenti, che è dislocato ben oltre le frontiere dell'Iraq, ne trarrà motivo per sperare in mille rivincite.
I filmati delle vittime Usa spaccano i Tg
Redazione de La Stampa
Non è questione di fascia protetta. Le immagini efferate dei soldati uccisi sono da macelleria mediatica, non bisogna trasmetterle neppure alle tre di notte. Basta qualche fotogramma a rendere l´idea, non serve indugiare sulle atrocità". Di fronte alle inquadrature-choc dell´emittente Al Jazeera, il direttore del Tg1 Clemente Mimun individua nel "rispetto della sensibilità collettiva" il discrimen fra corretta informazione e gratuita ostentazione di crudeltà. Alla fine di un´intensa giornata di discussioni nelle redazioni dei telegiornali pubblici e privati, solo il Tg3 e La 7 hanno mostrato le immagini sia degli interrogatori che dei soldati massacrati. Il Tg1, Tg4 e Studio Aperto hanno mandato in onda appena alcuni fotogrammi dell´obitorio improvvisato, il Tg2 e il Tg5 solo quelli dei prigionieri. "Raccontare ciò che accade in guerra - afferma Mimun - non equivale a diffondere, senza alcun vaglio critico, decine di macabre sequenze la domenica pomeriggio".
Concorda sulla "necessaria depurazione delle immagini" il direttore del Tg4. "Vale il diritto-dovere di cronaca. E´ sbagliato compiacersi per spirito sensazionalistico, è lecito far conoscere l´opera di Saddam e dei suoi aguzzini - spiega Emilio Fede -. Il giusto equilibrio sta nel cassare le scene più cruente mantenendo inalterato il senso generale del documento. Lo spettatore non va colpito allo stomaco, bensì aiutato ad analizzare. Vedere qualche fotogramma di quei ragazzi trucidati per liberare l´Iraq forse aprirà gli occhi ai presunti pacifisti che incendiano in piazza la bandiera americana e le foto di Bush". Il guaio, secondo Fede, sono le censure improprie, "come i bavagli e scomuniche comminate ai mass media (in nome della salvaguardia dei minori e della collettività) da psicologi in cerca di facile pubblicità". Contrario a mandare in onda "immagini sconvolgenti e particolarmente efferate", il conduttore di Porta a porta Bruno Vespa. "Ho grande stima per "La 7", però davanti al massacro esibito da Al Jazeera mi sarei regolato diversamente, come ho sempre fatto in ogni guerra - osserva l´anchorman di Rai1 -, meglio tagliare le inquadrature più choccanti e approfondire i significati del filmato".
Il fine del video di Al Jazeera, per il direttore di Panorama Carlo Rossella, è distorcere la percezione della presenza Usa in Iraq: "A fronte dei soldati accolti come liberatori (come ben testimonia la foto pubblicata in prima pagina da La Stampa del soldato iracheno prima disarmato poi dissetato da un marine), il regime contrabbanda una falsa immagine di invasori respinti e imprigionati". Secondo il conduttore di Ballarò Giovanni Floris, ogni immagine che arriva dal fronte è strumento propagandistico per una delle due parti. "Il problema, semmai, sta nell´equilibrio dei media nel farne uso - sottolinea Floris -, occorre guardarsi dagli estremismi di chi calpesta la coscienza per acciuffare qualche punto di share; però ha un valore in sé il tentativo di sfatare il mito di conflitti chirurgici, asettici, senza sangue: le cartine geografiche negli studi tv e le bombe riprese da venti chilometri sono fiction, la realtà sono gli effetti nefasti dei missili sulla popolazione e i combattimenti corpo a corpo. Della guerra in Afghanistan stiamo ancora aspettando un fotogramma di verità". Il Tg2 ha fatto una scelta netta: "Abbiamo detto subito che non avremmo diffuso le immagini choc - sostiene il direttore Mauro Mazza -, mandiamo solo sequenze significative ma non ad eccessivo impatto emotivo. Di fronte ai caduti in guerra serve un´attenzione particolare. I vivi possono difendersi, i morti no. Qualunque divisa indossino o quali che siano gli intenti propagandistici delle immagini, la soglia da non varcare è il rispetto per chi chiede ai media notizie ed obiettività non menù per stomaci forti. E´ un errore cedere alla spregiudicatezza dei video senza filtri critici".
L'America ordina, l'Italia ubbidisce
Espulsi quattro diplomatici iracheni
Natalia Lombardo su l'Unità
Come previsto, quattro diplomatici iracheni sono stati espulsi. Ma la versione del governo l'abbiamo avuta dal ministro Frattini nel pomeriggio. Dove? A "Domenica In", non in Parlamento, come da giorni aveva chiesto l'opposizione, ma dal salotto televisivo di RaiUno.
Il ministro degli Esteri informa il tele-popolo italiano che l'Italia "non è in guerra, non è un paese belligerante", certo ci sono state le esplulsioni ma resta aperta l'ambasciata irachena, con la permanenza a Roma del "console" Fares Ali al Shoker, l'incaricato "capo" dell'ufficio di interessi di Baghdad ospitato dall'ambasciata del Sudan. All'ora di pranzo la Farnesina ha dato la notizia delle espulsioni, parlando di "funzionari", in realtà si tratterebbe di due diplomatici e due funzionari dell'ufficio.
La sede resta aperta ma è di fatto svuotata, la rappresentanza irachena viene quindi ridotta al minimo, nonostante vi fossero solo cinque diplomatici e tre funzionari amministrativi. Un fatto che non è avvenuto né durante la prima guerra del Golfo, nel '91, né durante l'intervento Nato contro la Serbia. E ieri sono stati mandati fuori dall'Italia anche due borsisti (diretti probabilmente ad Amman), del quale uno era a Roma con una figlia. Se non si tratta dei due funzionari il numero delle persone cacciate sale a sei.
Frattini, a "Domenica In", ha risposto alle domande di Mara Venier, un ennesimo strappo a quella regola votata da poco dalla Commissione di Vigilanza sulla Rai, che vieta "di norma" la partecipazione di ministri e politici nei programmi di intrattenimento, e le interviste non effettuate da giornalisti. Il titolare della Farnesina rassicura: "Non ci sarà nessuna modifica dei rapporti tra l'Italia e l'Iraq che esistevano fino a ieri". Le espulsioni sarebbero provvedimenti verso "singole persone nei confronti delle quali ci sono esigenze per invitarle a lasciare l'Italia". Sui particolari non si sofferma, né parla di spionaggio. "Riferirò in modo dettagliato al Parlamento", promette il ministro che oggi riferirà alla Commissione Esteri del Senato.
L'opposizione era insorta alla notizia delle espulsioni, come già aveva fatto nei giorni scorsi: "Il governo adotta misure, su richiesta degli Stati Uniti, che possono essere assunte solo nel caso di guerra dichiarata", afferma Luciano Violante, capogruppo Ds alla Camera.
In tutto il mondo, pacifisti sempre in piazza
Redazione de l'Unità
Sono diventate ormai scene di vita quotidiana. Migliaia di persone che stringono le bandiere dell'arcobaleno e intonano canzoni inneggianti alla pace, seduti sull'asfalto davanti al palazzo del governo. Non ci sono distinzioni tra razze e religioni. Il grido è unico in ogni parte del mondo: "no alla guerra". E al quarto giorno dell'offensiva angloamenricana le proteste diventano sempre più calde nei paesi direttamente coinvolti nel conflitto.
In Gran Bretagna, erano oltre 150 mila, per gli organizzatori, le persone che hanno partecipato alla prima manifestazione nazionale dall'inizio del conflitto. Divisi in due cortei: uno da Enbankment (lungo il Tamigi) e l'altro da Gower Street. Raduno alle due (ora locale) a Hyde Park con interventi di parlamentari, esponenti sindacali e studenti. In Scozia oltre 4.000 persone sono scese in piazza ad Edimburgo, più di 5.000 a Glasgow, 4.000 a Belfast tra il suono delle sirene d'allarme in sintonia con quelle di Baghdad.
Le piazze di quasi tutte le maggiori città degli Stati Uniti continuano a dare eco alla voce del dissenso. Almeno 100.000 persone - ma gli organizzatori sostengono il doppio - sono scese per le strade di New York, unendosi al corteo che ha sfilato lungo Broadway, in antitesi ad alcune centinaia di persone, che invece hanno voluto mostrare la propria solidarietà ai connazionali in divisa impegnati sul fronte. E migliaia di persone si sono date appuntamento a Chicago, Atlanta e in altre città della parte orientale e centrale degli Stati Uniti. San Francisco è in prima linea nel dissenso, come vuole la sua tradizione liberal, insieme a Los Angeles. Le manifestazioni hanno preso la forma di sit-in nelle strade e negli ingressi di edifici federali in California e a Washington, dove gli attivisti si sono sdraiati a terra.
Centinaia di migliaia di persone contro l'allineamento del governo spagnolo con gli Stati Uniti nelle strade spagnole: 500.000 persone (dati del Comune), 750.000 (dati degli organizzatori) a Barcellona; 200.000 a Madrid, richiamate dal Forum sociale e dalla coalizione Izquierda unida. A Pamplona 20.000 persone, migliaia a Siviglia, Santander e Guadalajara.
100.000 nel centro di Parigi, da place de la Republique a place de la Nation. Anche un gruppo di curdi ha marciato assieme ai pacifisti. A Strasburgo si sono registrati scontri: 150 giovani hanno preso di mira il consolato americano e poi un ristorante McDonald's. Presenti all'appuntamento con la pace anche migliaia di manifestanti in Germania, Finlandia, Austria, Canada, Norvegia, Svezia, Egitto, Sudan, Grecia e Cile.
Erano un centinaio i pacifisti che a Canberra, in Australia, hanno tentato di fare irruzione all'interno del Parlamento.
Da Almodovar a Michael Moore tanti discorsi di pace
Redazione de la Repubblica
LOS ANGELES - L'atmosfera è quella prevista alla vigilia: all'esterno, niente passerella e interviste alle star in arrivo, sostituiti da opposte manifestazioni pro o contro la guerra; all'interno sobrietà, discorsi più seri del solito, spille con la colomba per la pace sulla giacca di molti protagonisti, appelli pacifisti da parte di molti vincitori. Da Pedro Almodovar a Chris Cooper, vincitore della statuetta come miglior attore non protagonista, fino al regista di documentari Michael Moore.
Manifestanti pro o contro. Invece delle consuete dichiarazioni delle star, sul celebre tappeto rosso, lo spazio antistante al Kodak Theatre - sorvegliato con straordinarie misure di sicurezza - è dominato dai manifestanti, pro e contro la guerra. Ci sono stati anche tafferugli, la polizia è intervenuta, ha compiuto alcuni fermi. Ma, restando all'esterno, la protesta più singolare è stata quella della coppia Tim Robbins-Susan Sarandon: sono arrivati infatti in auto elettrica, per sottolineare la loro distanza dalla "guerra del petrolio".
Ciclone Michael Moore. Ma il più irruento, come prevedibile, è stato il regista vincitore per il miglior documentario con Bowling for Columbine: nel suo discorso ha dichiarato che "viviamo in tempi fittizi, in momenti in cui c'è un presidente fittizio che viene eletto, e che ci manda in guerra per ragioni fittizie". La conclusione è ad effetto: "Vergogna!" ha urlato più volte, con la platea divisa tra applausi e fischi.
Colombe della pace. Tanti i divi che hanno ostentato, già all'esterno del teatro, lo spillino contro la guerra: tra loro Pedro Almodovar, Adrien Brody, Kathy Bates, Brendan Fraser. Altri, come la giovane attrice Kate Hudson, hanno salutato facendo con la mano il segno della pace.
Discorsi anti-bellici. Il primo applauso contro il conflitto è arrivato dopo quasi due ore di cerimonia. A provocarlo è stato l'attore messicano Gael Garcia Bernal: "Sono convinto che se Frida (la pittrice protagonista dell'omonimo film, ndr) fosse qui, sarebbe anche lei contro la guerra". Ancora più esplicito Almodovar: "Dedico questo premio a tutti quelli che stanno alzando la loro voce per la pace, per la democrazia e per la legalità internazionale".
Solidarietà ai soldati. Il conduttore Steve Martin ha concluso la cerimonia ricordando i ragazzi al fronte: "Ragazzi, questa serata è per voi". Prima, il comico si era esibito in una battuta di non eccessivo buon gusto sui paesi europei contrari al conflitto: "Tutti hanno appoggiato la mia presentazione di quest'anno, a eccezione di Francia e Germania". Mentre i militari impegnati nel Golfo sono stati citati anche da Nicole Kidman, in lacrime dopo aver ricevuto la statuetta come miglior attrice: "L'11 settembre molti hanno perso i loro cari e nella guerra altre persone ne perderanno. Che Dio li benedica".
Berlusconiana
Il Cavaliere e il tradimento della "belle France"
Luigi La Spina su La Stampa
Un amore di giovinezza, proprio di quei joyeuses années, come s'intitola il disco da lui inciso con le più classiche canzoni di celebri chansonnier, da Trenet, a Bécaud, a Montand. Eppure un amore tradito quello di Berlusconi per la Francia, come fanno capire le parole risentite pronunciate dal presidente del Consiglio all'ultimo vertice europeo. Espressioni di una durezza insolita per lo stile del nostro premier, da amante deluso più che da politico in vena polemica.
Berlusconi sconta, proprio in Francia, una sfortuna che sembra l'eccezione proverbiale in una carriera di straordinario successo. A cominciare dalle sorti della Cinq, la tv che a metà degli anni '80 lanciò con la benevolenza di Mitterrand e che fu proprio Chirac, vincitore nell'87 delle elezioni, ad ostacolare fino a costringerlo alla ritirata. L'ingratitudine di un amore non corrisposto si conferma quando Berlusconi entra in politica, dalle ironie francesi sul suo primo governo alle pesanti critiche sul suo secondo, culminato in un vero e proprio schiaffo: nello scorso autunno, il nostro presidente del Consiglio non viene invitato alla costituzione del nuovo partito di Chirac, al contrario degli altri leader moderati europei, da Aznar ad Angela Merkel.
Ora, come conferma anche l'ultima opposta decisione sui diplomatici iracheni, le strade di Chirac e di Berlusconi sembrano definitivamente separarsi. Chissà se il nostro presidente condivide, in queste ore, i sentimenti espressi nei versi immortali di Catullo: "Odio e amo. Tu forse me ne chiedi il perchè. Non lo so. So solamente che è così e che soffro".
24 marzo 2003