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a cura di G.C. - 22 marzo 2003


È il giorno del "Terrore": 320 missili su Baghdad
su
l'Unità

Per il Pentagono l'"A-Day" è arrivato. La seconda fase delle operazioni militari in Iraq, denominata Shock and Awe, colpisci e terrorizza, sarebbe cominciata venerdì, primo giorno di una primavera di sangue. Un temporale infernale fatto da 320 missili da crociera Tomahawk sono stati lanciati su Baghdad, annuncia il comando americano.
Poco dopo le venti ora irachena (le 18 italiane) aerei della coalizione anglo-americana iniziano un nuovo bombardamento sulla capitale irachena. Dopo il suono delle sirene di allarme, la contraerea risponde, gli aerei se ne vanno, lasciando il loro tributo di morte. L'inviata del Tg3 Giovanna Botteri dice di non sentire ambulanze o sirene. Tutto sembra paralizzato, anche i soccorsi, nella città spettrale.
Due ore dopo, attorno alle dieci ora di Baghdad, arriva una seconda ondata di bombe colpisce di nuovo la capitale irachena. Ancora fiamme, nuvole rosse.
E poi ancora, ancora. Attorno a mezzanotte (le due del mattino in Iraq) gli aerei Usa tornano, questa volta è essere colpita dagli aerei americani è la periferia est della città. Ancora fiamme si levano al cielo. Ancora gli spari della contraerea irachena.
Il comando Usa dice che questa volta le bombe hanno fatto centro, che sono morti tre pezzi da novanta del regime. Le vittime sarebbero i vice presidenti Taha Yassin Ramadan e e Ali Hassan Majid, quest'ultimo cugino di Saddam Hussin, e Ezzat Ibrahim.

Secondo alcune informazioni, almeno il primo raid aereo su Baghdad sarebbe stato condotto da alcuni bombardieri pesanti B-52, decollati nel primo pomeriggio dalla base inglese di Fairford. Gli aerei avrebbero lanciato alcuni missili del tipo Jdam, guidati sul bersaglio attraverso i satelliti Gps.
La tv satellitare del Qatar, al Jazira, informa che altri bombardamenti si registrano a Mossul, città che si trova circa cento chilometri a sud del confine con la Turchia.
È lì che durante la notte si dirige una colonna di 1.500 soldati turchi, ufficialmente per aprire "un corridoio umanitario". Mossul e Kirkuk, sono due città curde, del Kurdistan iracheno, con importanti giacimenti di petrolio, da sempre nelle mire del governo di Ankara. Le reazioni anglo-americane all'incursione turca si limitano ad un infastidito disaccordo.
Un ufficiale dei marines anticipa nel pomeriggio che sono 600 i soldati iracheni catturati. In nottata il Pentagono conferma anticipazioni della stampa americana sulla resa in massa della 51° divisione di Saddam, truppe scelte che erano state inviate alla difesa di Bassora.
Secondo quanto hanno anticipato nelle scorse settimane i pianificatori del Pentagono, l'operazione Shock and Awe avrebbe come obiettivo di piegare rapidamente le difese e la capacità di resistenza dell'Iraq attraverso una violentissima campagna di bombardamenti. Si è parlato di tre, quattromila bombe lanciate in una sola notte, per distruggere e demoralizzare.


A colpi di mitra contro i B 52
Bernardo Valli su
la Repubblica

BAGDAD. Ma che guerra è?, ci chiede un amico davanti alle fiammate, alle colonne di fumo, che si alzano sull´altra sponda del Tigri. Siamo su un terrazzo e cerchiamo di capire dove cadono i missili americani. È già buio da un pezzo e nel cielo si accendono, innocui come lucciole, i proiettili dell´antiaerea irachena. Si ode anche il crepitio di armi da fuoco, mitra, fucili automatici. Forse, dalle caserme vicine, qualche soldato in collera spara in aria, magari anche con una pistola, contro gli aerei invisibili, contro i missili supersonici. Come se fossero passeri. Selvaggina. Non si sa mai! Il raìs ha promesso grossi premi a chi abbatte un aereo. Qui, in questi giorni, bisogna interpretare i rumori, decifrare, dare un significato a quello che non si vede. Ma un interrogativo si impone: che guerra ci può essere tra una superpotenza che domina lo spazio fin sulla luna e un paese che spara con le carabine contro le fortezze volanti?
Anche questa volta i missili cadono in direzione dell´hotel Al Rashid, sui palazzi del potere. Su palazzi vuoti, abbandonati da tempo dai titolari di ministeri e responsabili di varie polizie e capi di stato maggiore delle Forze armate. Per non parlare di Saddam, la cui residenza ufficiale è stata semidistrutta giovedì sera. Soltanto un matto non se ne sarebbe andato. Si sa da sempre che quelli sono obiettivi prelibati. Se qualcuno è rimasto, si tratta di poveracci lasciati di guardia a scatole vuote. Su quel quartiere spettrale, faraonico, si sono abbattuti gli ultimi missili, sotto i nostri occhi, qui a Bagdad.
Sono stati sparati trecentoventi missili, secondo il Pentagono, dai gruppi navali nel Golfo, gli otto B-52 hanno sganciato decine di tonnellate di bombe. Poiché c´è un linguaggio delle bombe, un linguaggio brutale ma chiaro, quei bombardamenti devono essere interpretati, letti, come se fossero messaggi. Messaggi indirizzati alla popolazione. Vedete, dice in sostanza George W. Bush agli smarriti, traumatizzati sudditi di Saddam Hussein, noi cerchiamo di colpire soltanto i bunker del raìs, il suo palazzo presidenziale e gli edifici dei suoi ministeri e dei suoi complici. Sulle sponde del Tigri noi distruggiamo unicamente i simboli concreti del regime. Non abbiamo nulla contro di voi, abitanti dell´antica Mesopotamia. Da dove un tiranno megalomane minacciava il mondo. Questo il messaggio a suon di missili che Washington invia a Bagdad. E Bagdad risponde con un´antiaerea che comprende anche mitra e fucili di soldati incazzati.
Il messaggio americano che il Pentagono chiama "colpisci e terrorizza", è stato captato dagli iracheni? Per quanto riguarda gli abitanti di Bagdad non si sbaglia, non si esagera, se si dice che sono frastornati e angosciati. A questo contribuisce la guerra psicologica. Radio e televisione locali sono per natura avari di notizie. Sono da sempre refrattari a quelle vere. Ma le voci sulla supposta morte di Saddam sono inarrestabili. Si diffondono nonostante la censura e la paura. Si spengono quando Saddam compare all´improvviso sul video, come è accaduto anche ieri. Ma poi si accendono subito i dubbi, circa l´autenticità del personaggio. Non era per caso un sosia? Sono interrogativi che in questo clima, trapanano i cervelli.
Molti sono convinti che di questo passo, gli americani non dovrebbero tardare. La terza divisione avanza veloce. Potrebbe incontrare una resistenza abbastanza seria avvicinandosi a Bagdad, arrivata nella regione centrale del paese dove dovrebbe imbattersi nella famosa Guardia repubblicana. La quale, per ora, ha represso soltanto i suoi connazionali, sciiti o curdi. Ma la gente di Bagdad sa che si tratterà, comunque, di un breve ritardo. Sebbene sorda e imbavagliata, la città fiuta la tragedia in arrivo ed è cosciente che l´attesa è stata brutalmente accorciata dalla rapida marcia americana. Che nella prima fase si è mossa a cinquanta chilometri all´ora. La velocità di un convoglio in tempo di pace, nel Texas.
Eppure, se ti limiti allo sguardo, tu, straniero, non noti la brusca accelerazione dell´angoscia. A occhio nudo non vedi né affannosi preparativi alla difesa, né scomposte corse a procurarsi scorte alimentari in previsione di un assedio. Al piccolo mercato di via Bataawin, un tempo nel cuore del ghetto, non c´è ressa davanti ai negozi di legumi e di cereali. Le famiglie si sono, forse, già procurate il necessario. Ma perché non c´è un viavai di militari? Trovi strano che le divise in giro siano tanto rare. Ti meravigli che non ci siano posti di blocco. Che non si stato imposto il coprifuoco. Sarebbe naturale, persino scontato, in una capitale che si prepara a una battaglia, a un assedio, insomma a uno scontro armato. E che custodisce, sembra, l´obiettivo della grande caccia all´uomo. Saddam Hussein dovrebbe infatti essere qui, o non troppo lontano.
In una via del centro, meno deserta delle altre, vedo un gruppo di uomini armati in abiti borghesi. E poi altri, anche loro col mitra, che camminano come passanti, senza fretta. Non si tratterebbe soltanto di militanti del partito Baas (Rinascita), le cui cellule controllano la capitale strada per strada, quartiere per quartiere. Molti soldati, mi dicono, indossano abiti civili, per confondersi con la popolazione.

Alle voci sulla morte, o le ferite di Saddam, si aggiungono quelle sulla battaglia di Bagdad. Tutto dipende dal raìs, dalla sua capacità di conservare il potere fino all´ultimo. E da come intende affrontare la fase finale. Da questa incertezza, che è un enigma, nascono altri tormenti. Prima di venire in Iraq ho chiesto un pronostico a Said K. Aburish, autore della più profonda biografia del raìs. Aburish è palestinese, oggi di nazionalità americana. Ha lavorato dieci e più anni come intermediario tra il regime iracheno e importanti ditte straniere, in particolare americane e inglesi. Mi ha risposto: "Dalla sua vita si ricava l´impressione che affonderà con la nave, e con chi è a bordo". I profeti spesso sbagliano.


Un boato, l'onda d'urto e le pareti si sbriciolano
Lorenzo Cremonesi sul
Corriere della Sera

BAGDAD - Nel momento del bombardamento più intenso, gli spostamenti d'aria sferzano le vetrate dei palazzi oltre il Tigri come ondate in tempesta. Per la prima volta dall'inizio della guerra, cominciata tre giorni fa, gli americani usano in modo massiccio anche l'aviazione e i traccianti della contraerea cercano i velivoli con insistenza in questo cielo rischiarato dalla luna quasi piena. È cominciata così ieri la vera battaglia per Bagdad, con tre giorni di ritardo, insistente e pesante dopo un inizio che aveva risparmiato sostanzialmente qualsiasi grave difficoltà per la capitale. Colpito il Palazzo della Repubblica, considerata la più importante tra le residenze di Saddam. La pioggia di bombe e di missili (320 secondo gli americani) ha raggiunto obiettivi nella zona dell'aeroporto, alcuni ministeri, postazioni dell'esercito. Colpito per la seconda volta il luogo dove tre giorni fa gli americani avevano dato il via alla guerra con l'operazione "decapitare il regime", mirando a un palazzo dove forse Saddam era riunito con lo Stato Maggiore dell'esercito. Tre dirigenti iracheni di alto rango, tra cui due vice presidenti, sarebbero morti sotto le bombe. Lo hanno riferito fonti della Cia alla tv americana Abc. Si tratterebbe di Ali Hassan Majid (cugino di Saddam Hussin detto "Alì il chimico", responsabile delle stragi di curdi gasati negli anni '80) e di due vicepresidenti: Taha Yasin Ramadan e Izzat Ibrahim, con Saddam gli unici superstiti del golpe che nel '68 portò al potere il partito Baath.

Dopo un'ora l'attacco ha una pausa, è il momento per tornare al Meridien Palestina, l'hotel dove sono concentrati tutti i giornalisti, nelle zone residenziali al di là del fiume considerate più sicure. Ma per arrivarci occorre attraversare i ponti sul Tigri, con gli autisti dei taxi che accelerano per paura di essere colpiti. La città è deserta, circolano solo mezzi dei pompieri e soldati delle milizie di quartiere. Non ci sono posti di blocco, il viaggio non prende più di 10 minuti. All'orizzonte un'enorme nube di fumo nero sovrasta la zona del palazzo presidenziale in fiamme. Tutto è molto visibile, la corrente elettrica non cade mai. La città resta illuminata a giorno. Ci devono essere bombardamenti intensi anche alla periferia sud, dove Saddam ha concentrato il meglio delle truppe per far fronte all'invasione da Bassora.
Il bombardamento continua a ondate fino alle 23, poi scema e il traffico riprende, le strade si animano parzialmente. Alle 2 del mattino le sirene suonano ancora. Un attacco aereo alla periferia della capitale.
Dal ponte sul Tigri si vedono due enormi squarci sui muri esterni di una delle residenze del raìs colpite nei giorni scorsi. Mettono a nudo gli interni devastati dalla forza dell'impatto e dall'incendio. Il palazzo principale, dove il secondogenito del raìs, Qusay Ussein, è abituato a incontrare i comandanti della Guardia repubblicana, è assolutamente fuori uso. Uno dei due edifici vicini è crollato, l'altro sta ancora bruciando. Ovunque a terra, per un raggio di centinaia di metri, si inciampa nelle pietre sollevate in aria dallo scoppio.

Un decreto, che sarebbe stato firmato personalmente da Saddam, promette ricompense ai più "meritevoli": una cifra pari a 30 mila euro per chiunque riesca ad abbattere un aereo, 16 mila per un elicottero o la cattura di un pilota, la metà per chi dovesse ucciderlo, 3 mila per chi colpisce un missile. Gli appelli alla "guerra santa" sono echeggiati ieri tra le vie della capitale deserta, dagli altoparlanti delle moschee. "Preghiamo Dio perché ci dia la vittoria - implorava il muezzin -. Allah, siamo pronti a morire se vorrai. Ma fa che sia una morte veloce".


La morte negli occhi
Claudio Magris sul
Corriere della Sera

L'imperatore Francesco Giuseppe, scrive Joseph Roth, nella Marcia di Radetzky , nostalgica e struggente epopea dell'impero absburgico, non amava le guerre, perché sapeva che si perdono. Il saggio e vegliardo imperatore sapeva dunque che tutti perdono la guerra, anche chi alla fine si crede vittorioso; il volto della guerra è la sconfitta; alla sera che cala su ogni battaglia si addice il "Miserere", non il "Te Deum". A scrivere quelle parole, nella Marcia di Radetzky , non era un pacifista amante di cortei, assemblee e digiuni, bensì un soldato che aveva fedelmente combattuto per la sua patria e per il suo imperatore nella Prima guerra mondiale, che amava le bandiere e l'odore di sego delle caserme e che - proprio perché aveva visto i grandi massacri e gli entusiasmi, anche generosi ma ingenui e sprovveduti, che avevano spianato loro la strada esaltando a priori la guerra - conosceva direttamente la bestialità, la banalità, l'insensatezza, la melmosa e sanguinosa pacchianeria della guerra e del suo fascino. Joseph Roth, devoto agli stendardi e ai gradi della sua armata e smascheratore dell'idolatrica febbre bellica, non è un caso isolato: spesso si impara a conoscere - e a rifiutare - la faccia mortale e oscena della guerra non solo e non tanto nelle pagine di ideologi pacifisti che non sanno cosa essa sia e donde nasca e tragga la sua terribile seduzione, quanto dalle pagine di chi fa i conti con la sua realtà, con le sue motivazioni, talora con la sua necessità, ma sapendo concretamente che essa è il male. Se si leggono le grandi pagine di Servitù e grandezza della vita militare di de Vigny, si tocca con mano la desolazione della guerra più che in tanti slogan pacifisti.

Per tanti anni, il no alla guerra, sempre sacrosanto, è stato spesso viziato da faciloneria e faziosità ideologica che lo rendevano sospetto di gregaria superficialità - il piacere di ripetere acriticamente formule generiche - e di settarismo. Anche negli ultimi mesi, le meritorie mobilitazioni di piazza contro l'arroganza, l'ipocrisia e la superficialità con la quale l'attuale governo degli Stati Uniti preparava questa guerra, hanno peccato di faziosità, levando giustamente la loro voce contro la politica dell'attuale governo americano, ma non levandola contro ben peggiori crimini di altri regimi imperanti in altri Paesi: non si sono viste, purtroppo, bruciare bandiere di Stati in cui si lapidano le adultere o si decapitano gli omosessuali.
Questa parzialità è estremamente pericolosa perché indebolisce la causa della pace e la stessa contestazione dell'attuale politica del governo americano, confondendola con uno stolto e aprioristico antiamericanismo che non ha nulla a che vedere con la pace e la guerra. La giusta critica alla politica di Bush sembra talora distorta in una dissennata equidistanza fra Bush e Saddam, come se fosse la stessa cosa essere cittadini statunitensi e sudditi o schiavi dell'attuale regime di Bagdad. La guerra in Iraq è un errore disastroso non perché Saddam Hussein, vivo o morto che sia, meriti rispetto, ma perché non si può bombardare Palermo per eliminare i delinquenti mafiosi, perché altri Paesi magari alleati dell'Occidente hanno regimi altrettanto sciagurati quanto quello ora agonizzante in Iraq, perché nessuno Stato può ergersi a giudice e a poliziotto del mondo e soprattutto perché non è lecito essere apprendisti stregoni e mettere in moto un processo che potrebbe provocare inimmaginabili reazioni a catena, pericolose per l'attuale equilibrio del nostro mondo.
Chi comanda, democraticamente o tirannicamente, è spesso giulivamente e ottusamente convinto di tener sotto controllo il gioco cui dà inizio. Lo erano i governanti nel '14, ancora dopo l'attentato di Sarajevo, persuasi che tutto si sarebbe risolto con qualche guerricciola locale e incapaci di pensare che stavano mettendo in movimento un macello immane, "l'inutile strage" - come la chiamò il Pontefice di allora, Benedetto XV - ovvero il suicidio d'Europa. Per un analogo processo psicologico, probabilmente anche medici e scienziati avrebbero riso di chi avesse loro detto, alla fine della guerra, che poteva scatenarsi un'epidemia di influenza capace di mietere ancor più vittime della stessa guerra, come accadde di fatto con la spagnola. Ciò che spaventa, oggi, è l'incoscienza con cui si soffia sul fuoco di un vulcano.
In quel senso, il movimento pacifista - con le sue dimensioni stupefacenti per tutti, per gli avversari come per i fautori della guerra - rappresenta un possente antidoto, un reale elemento di speranza.

Crollato il rigido sistema bipolare, si ritorna a una specie di situazione come quella precedente la prima Guerra mondiale; le grandi e piccole potenze si sono liberate dalla tutela dei due arbitri e la soluzione possibile per i loro problemi torna a essere la guerra. Quest'ultima - che pareva ipotizzabile solo nella forma di un'apocalisse nucleare globale - torna a essere, tradizionalmente, una eventualità "normale", la continuazione della politica con altri mezzi, come diceva Clausewitz, come è sempre avvenuto e come potrebbe tornare ad accadere. Con la differenza che la dimensione globale ormai assunta da ogni problema e gli spaventosi mezzi di distruzione ormai a disposizione di ogni staterello o perfino di un'organizzazione terroristica possono trasformare ogni conflitto, anche locale, in una miccia che faccia saltare il mondo. I milioni e milioni che contestano questa guerra sono coloro che si rendono meglio conto di questo pericolo e vogliono stornarlo. È confortante che siano tanti, che siano una forza, una reale potenza politica. Non sono astratti utopisti, ma politici realisti; non assomigliano più a sgangherati contestatori, ma piuttosto a quegli ordinati soldati avversi alla guerra che piacevano a Joseph Roth e al suo imperatore.


Vedere la guerra in diretta tv
Giorgio Bocca su
la Repubblica

Vedere la morte degli altri per capire cosa è la vita. Su una strada, come in una fabbrica, come nelle guerre. Sugli schermi delle nostre tv, forse per la prima volta, la guerra è apparsa nella sua nuda, terribile verità: si è visto che cos´è un bombardamento, se ne è sentito l´angosciante rumore. I missili in arrivo, i palazzi in fiamme, i funghi delle esplosioni che si levavano tra schegge di fuoco, le fiammate della contraerea: tutto abbiamo visto e ascoltato, attraverso un´inquadratura asettica, fissa, di una videocamera piazzata su qualche terrazzo di Bagdad.
Ho già visto questi fuochi, ho già ascoltato questi rumori, ma non attraverso la tv: i vecchi, primitivi bombardamenti della seconda guerra mondiale e quelli, più moderni, del Vietnam.
Quella sera, sul terrazzo del Metropole di Saigon, i camerieri in giacca bianca versavano lo Chablis ghiacciato nel mio bicchiere in attesa che fosse pronto il tournedos e di improvviso il ronzio degli elicotteri si mutò in un rombo straziante, una gran luce giallastra illuminò il cielo nero della notte subito seguita da altri rombi e fiammate. Gli americani stavano bombardando un quartiere lungo il fiume, il cameriere in giacca bianca si fermò per pochi istanti a guardare la morte per capire la vita, l´indomani sapemmo che le vittime erano state un centinaio, molti bruciati vivi dal napalm. Sulle strade è lo stesso, tutti rallentano per vedere i morti sull´asfalto, uno, una che fino a pochi minuti fa pensavano le cose dei vivi, le banali cose dei vivi, e ora sono affondati in quel nero che è la morte.
Non sta bene parlare dei vivi che vedono morire gli altri. Ma nella voce dei cronisti che da un albergo di Bagdad sentivano nella notte il rombo straziante di un missile che polverizzava un palazzo di dieci piani, vedevano il fumo denso, le fiamme e poi un vuoto nella schiera dei palazzi, nella voce di questi testimoni c´era come l´eccitazione dell´angoscia di chi sta sull´orlo del grande mistero: siamo qui, sulla riva destra del Tigri, a soli trecento metri dal palazzo centrato dal missile. Ci saranno persone là dentro? Quante?
Questa morte tecnologica delle guerre moderne! Il ponte di una nave corazzata che si apre, un missile Cruise che appare come un grande sigaro, gli hanno pure disegnato sopra dei pupazzi portafortuna, delle gioiose scritte di guerra e ora farà tutto lui, volare nella notte per centinaia di chilometri, correggere automaticamente la rotta, cercare il palazzo presidenziale come un ago nel pagliaio, e su, nella plancia comando, come giù sul ponte e nella sala macchine scoppia l´hurrà per il colpo andato a segno, in una notte di primavera, sulla sponda sinistra del Tigri.
A chi tocca tocca, e non piangiamoci su perché le guerra da sempre sono fatte così. Quelli che le vogliono non le fanno, mandano gli altri a farle, loro stanno a casa …


La nuova ondata pacifista che spiazza Berlusconi
Claudio Rinaldi su
la Repubblica

Diceva venerdì Silvio Berlusconi: "Dalle manifestazioni per la pace non mi aspetto niente di buono". Peccato che poi si sia corretto, perché aveva ragione. Non dal punto di vista del paese, è ovvio, ma dal suo. L´ondata pacifista rischia, se non di sommergerlo, quanto meno di sbatterlo contro scogli sommamente infidi.
Il movimento di questi giorni, purtroppo per lui, non ha l´aria di essere effimero. È di una vastità senza precedenti, e soprattutto è nuovo. Sbaglierebbe chi, esaminandone gli slogan e certe trovate sceniche, lo paragonasse a quello che fu il primo Sessantotto.
Ci sono tre differenze evidenti: 1. Le piazze di oggi non sono fatte solo di studenti, richiamano gente di tutte le età e di tutte le appartenenze; 2. Accolgono con speciale affetto i preti, perfino i vescovi come a Savona; 3. Non contestano l´autoritarismo di un pugno di baroni, bensì tutto un modo di concepire il rapporto fra chi è governato e chi governa.
Il bersaglio dei dimostranti, George W. Bush, non è né il tenutario di una piccola cattedra né il padroncino della strada accanto. È il promotore di una guerra sbagliata, sì, però lo è in quanto detentore di un potere lontano e illimitato: come tale diventa, più che un nemico da abbattere, la personificazione di un incubo planetario. Per questo i cortei non sono quasi mai rabbiosi, ma pieni di una carica vitale e ideale che sembra dare alla Storia una spinta tanto pacifica quanto travolgente.

Rispetto ai movimenti il Cavaliere è un alieno. Certo, per tutta la vita ha prosperato proprio sulla capacità di immedesimarsi negli umori della gente. Ma la sua gente preferita non era quella di oggi. Era una sommatoria di individui isolati, teso ognuno alla conquista di briciole aggiuntive di benessere. Folla solitaria raggiungibile con le astute tecniche della pubblicità. Gli anni dell´ascesa di Berlusconi sono stati gli anni di un esteso riflusso nel privato. Adesso nelle piazze si suona un´altra musica. Le associazioni di resistenza civica sono tante. Dai girotondi per la giustizia ai raduni dei no global, dagli scioperi della Cgil alla lotta per la pace, non c´è stato appello alla mobilitazione senza una risposta più che generosa. Perfino le morti di Gianni Agnelli e di Alberto Sordi hanno acceso emozioni di massa. Da mesi ogni occasione di partecipazione collettiva viene colta con entusiasmo. Come ha scritto Ilvo Diamanti, "si sta affermando una nuova domanda di felicità pubblica e di fuga dal privato".
Questo spiazza Berlusconi. La sua Italia è un aggregato di consumatori. L´altra che ora emerge gli è incomprensibile. Egli non è culturalmente attrezzato a capirla. L´unica cosa che gli prema è l´autoaffermazione, la difesa di sé: nei processi penali, negli affari, nelle classifiche di popolarità. Per sua sfortuna, proprio il disinteresse personale è il requisito essenziale di chi dai movimenti sa farsi accettare. Berlusconi non cadrà, non subito. Ha il controllo dei mass media, della Rai, che non a caso in febbraio ha oscurato la prima grande manifestazione pacifista. Però la sua mitica sintonia con la gente si sta indebolendo, e non c´è sondaggio o focus group che possa rinvigorirla in quattro e quattr´otto.

L´uomo non è un leader, è un furbo navigatore. Alla fine degli anni Settanta bussò alla porta di Licio Gelli, nel decennio successivo si sottomise a Bettino Craxi: la sua regola è che bisogna cercare l´uomo forte, trovarlo, rifugiarsi sotto le sue ali. Oggi è Bush a svolgere per lui la funzione che fu di Craxi. Di questa vocazione all´opportunismo Oscar Luigi Scalfaro è stato fra i pochi ad accorgersi. Ieri sera, durante la fiaccolata al Colosseo, l´ex capo dello Stato ha scandito una frase tremenda: "Il servilismo è una tentazione invincibile. Ci sono persone che sono nate per lustrare le scarpe e non alzano neppure la testa per vedere chi è il titolare. Fate voi le applicazioni che volete". Ma Berlusconi non deve prendersela. In effetti la testa farebbe bene ad alzarla, se non altro per leggere il New York Times. Scoprirebbe che di questi tempi le superpotenze sono due: c´è l´America, c´è l´opinione pubblica.


Suicidio sventato
Franco Venturini sul
Corriere della Sera

Governi in guerra, governi contrari alla guerra, governi favorevoli ma "non belligeranti", governi rimasti a metà del guado: dilaniata dalle sue divisioni mentre in Iraq si comincia a morire, l'Europa riunita a Bruxelles rischiava di finire male. Poteva esplodere, poteva sostituire il Muro di Berlino con una serie di steccati intracomunitari e compiere un suicida grande balzo all'indietro. Il non trascurabile successo del vertice di Bruxelles è che ciò non è accaduto. Intendiamoci, tra le delegazioni "nemiche" la tensione si tagliava con il coltello. Non è stato distensivo annunciare per le prossime settimane una riunione sulla difesa europea tra francesi, tedeschi e belgi. Blair e Aznar hanno tenuto duro sulla loro linea. Schröder e Chirac hanno fatto altrettanto, con il presidente francese deciso a impedire che una risoluzione sul ruolo dell'Onu nella ricostruzione dell'Iraq possa legittimare tardivamente la guerra in corso.
Ma c'è stato anche dell'altro. Le condoglianze per i soldati morti hanno facilitato un incontro privato tra Chirac e Blair che era stato comunque previsto. Nessuno ha dimenticato le ferite che la guerra mantiene aperte, ma ci si è sforzati di parlare d'altro, si è posto l'accento sul dopo-Saddam, sono stati espressi auspici comuni sulla ripresa del negoziato mediorientale, si è detto persino, in attesa degli eventi, che le scadenze della Convenzione restano quelle programmate.
Si è evitato, insomma, che la nave europea affondasse imbarcando troppi litigi dalle sue enormi falle.

Proprio perché il vertice si è applicato con tanta cura a limitare i danni, proprio perché a tutti risulta chiaro che la ricucitura sarà lunga e difficile, a noi pare che la sorpresa sia venuta da Silvio Berlusconi. Come aveva già fatto in Parlamento, il presidente del Consiglio (e lo stesso ha fatto in tv il suo vice Gianfranco Fini) ha sposato in pieno la tesi anglo-americana secondo cui il veto francese all'Onu va considerato responsabile delle divisioni occidentali, della perdita di ruolo del Palazzo di Vetro e quasi quasi della guerra.
In materia le opinioni possono divergere (la nostra è che Berlusconi sbagli di grosso), ma il problema è altrove. Tra poco più di tre mesi l'Italia assumerà la presidenza di turno dell'Unione. Il più urgente dei suoi compiti, anche per rendere possibile il rilancio delle riforme istituzionali, sarà il superamento del trauma iracheno. In questa prospettiva è politicamente saggio sparare ad alzo zero sulla Francia (e implicitamente sulla Germania) mentre gli altri fingono di guardare altrove? Non lo crediamo, anche se speriamo che le cicatrizzazioni del dopoguerra precedano di molto il nostro semestre europeo.


Espulsi da Baghdad i giornalisti della CNN
su
Liberazione

A Cable News Network, più nota come CNN, la televisione Usa all news, è stato ordinato oggi di abbandonare l'Iraq. Lo ha detto a Reuters un funzionario del ministero dell'Informazione. "Alla CNN è stato ordinato di uscire dall'Iraq perché è divenuta uno strumento di propaganda per diffondere bugie e voci", ha detto il funzionario, che non ha voluto essere identificato. La CNN, nel corso delle trasmissioni, ha detto di essere "spiacente di apprendere" che i suoi corrispondenti venivano espulsi dalla capitale dal governo iracheno". La tv ha detto che probabilmente il suo team di giornalisti partirà per la Giordania.


Gli Usa: "Espellete i diplomatici iracheni". Francia e Russia: "No". L'Italia: "Forse"
sommari de
l'Unità

Francia e Russia hanno già detto di no. E l'Italia? Ancora non ha risposto. Anche se "sta valutando la richiesta degli Stati Uniti di espellere alcuni diplomatici iracheni sospettati di attività incompatibili con il proprio status". Si usano le virgolette perché è questa l'affermazione fatta dal ministro degli Esteri, Franco Frattini, che ha così - per la prima volta - confermato che Roma rientra fra la sessantina di capitali a cui gli Usa hanno inoltrato la richiesta di espulsione. Nell'ultima settimana molti Paesi hanno espulso diplomatici iracheni. Richiesta che, come detto, Francia e Russia hanno già respinto.


"La guerra è iniziata, eliminiamone i guadagni"
Boicottare Bush tramite Internet.
Melissa Bertolotti su
il Nuovo

WASHINGTON – Non sono riusciti a fermarla. Ma, ora che la guerra all'Iraq è ufficialmente iniziata, l'obiettivo dei pacifisti di tutto il mondo diventa: “trasformiamo il conflitto in un pessimo affare per chi lo propugna”. All'iniziativa politica, che ha portato nelle piazze del mondo centinaia di migliaia di persone sotto lo sventolio delle bandiere arcobaleno, si affianca ora quella economica. Se si vota ogni cinque anni, dicono i promotori della campagna “Boycott Bush”, si spende tutti i giorni. E così, dal Web, parte una mobilitazione per evitare tutti quei prodotti delle compagnie che hanno sostenuto la campagna elettorale del capo della Casa Bianca e dei repubblicani americani. Tra queste la Microsoft, la Disney e la Kraft, oltre alla Esso contro cui è partita da settimane una mobilitazione internazionale. Non solo. Identificato il petrolio come una delle ragioni guida della guerra, dalla Rete arrivano indicazioni su come limitarne l'uso.
Una guida al consumo contro i “trenta guerrafondai”. Non fumare le sigarette Philips Morris. Non salire su un aereo dell'American Airlines. Dimenticarsi i servizi offerti sulla Rete da Time Warner/Aol, così come i computer della Microsoft. Se avete bisogno di occhiali, invece, evitate quelli della Glaxo. E se vi viene sete non ordinate una Pepsi o una Coca Cola. Sono queste alcune delle indicazioni che appaiono sul Web (www.boycottbush.net/ ) per rendere meno fruttuosa la campagna militare contro Baghdad. Divisi per categoria, dal cibo ai trasporti passando per i farmaci e i cosmetici, i promotori del boicottaggio propongono anche una serie di alternative per un consumo etico e responsabile.
Un solo scopo: boicottare i vantaggi del conflitto. Primo comandamento: rendere etici i consumi. Diverse le campagne, nate con l'unico scopo di limitare i vantaggi economici che gli Stati Uniti prevedono di ottenere con la guerra a Saddam Hussein. Se la prima ragione del conflitto viene identificata nel petrolio, il primo passo per limitarne i vantaggi è quello di limitarne l'uso. Da qui parte la mobilitazione indetta da Greenpeace (www.greenpeace.org), dagli Amici della Terra (http://www.foe.co.uk/)  e da alcuni studenti dell'associazione britannica “People and Planet” per boicottare la Esso (www.stopesso.com). Oltre a firmare la petizione online, gli ideatori del sito invitano a ridurre l'uso del petrolio. Preferendo, ad esempio, la bicicletta o i mezzi pubblici all'auto o allo scooter. O sostituendo le luci di casa con lampadine ad alta efficienza.
Fermiamo i fiumi del petrolio per il conflitto. Fondata da azionisti religiosi americani, la mobilitazione Stop Exxon Mobil (www.campaignexxonmobil.org) punta a mobilitare le coscienze su uno dei responsabili della crisi internazionale. Lo stesso atteggiamento di dissidio, poi, è stato adottato per compagnie quali la Boeing, che tra 12 concorrenti ha vinto l'appalto per la costruzione delle “armi intelligenti” usate contro il regime di Baghdad. Nel mirino dei boicottatori anche la Eastman Kodak, l'AT&T, la Ford e l'IBM.
No alla guerra, no ai Repubblicani. Inviare una mail al Congresso dei Repubblicani per manifestare la propria intenzione di dissociarsi dalla decisione di sostenere la guerra contro l'Iraq. E' quanto propongono gli ideatori della campagna per limitare i consensi al partito del presidente George W. Bush (www.boycott-republicans.com/ ). L'obiettivo è quello di dare un forte segnale politico di dissenso alla politica bellica americana. E, anche qui, di indicare le aziende che sostengono i Repubblicani per poterne prendere le distanze.


  22 marzo 2003