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a cura di Fr.I. - 28 febbraio 2003


Il Vaticano non si rassegna: «Il mondo vuole giuste azioni di pace»
Roberto Monteforte su
l'Unità

«Decisioni giuste e pacifiche». È questo che chiede Giovanni Paolo II per risolvere la crisi irachena e lo ha ribadito a chiare lettere al premier spagnolo Josè Maria Anzar ricevuto in udienza privata in Vaticano. Il colloquio è stato cordiale, ma le distanze tra la Santa Sede e Madrid restano forti. L'incontro è stato chiesto dal leader cattolico spagnolo in crisi di consenso nel suo paese, criticato dall'opinione pubblica per la sua scelta di allinearsi con le posizioni interventista della Casa Bianca e cofirmatario con Blair e Bush della bozza di «risoluzione» presentata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che, nei fatti, darebbe il via libera all'attacco militare contro Baghdad.
Nei giorni scorsi il cattolico Aznar ha cercato di ammorbidire i toni della polemica tra l'amministrazione Bush e il Vaticano. Anche ieri, dopo l'incontro con il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, ha ribadito come vada affermata la centralità delle Nazioni Unite nella soluzione della crisi e come il disarmo del regime di Baghdad vada principalmente perseguito attraverso la pace, «perchè nessuno vuole la guerra.
Sul pericolo del terrorismo e sulla necessità di un'azione comune da parte dell'Organizzazione delle Nazioni Unite, informa il direttore della Sala Stampa vaticana, Joaquin Navarro-Valls «si è notata una convergenza di opinioni con la Santa Sede», ma sulle forme ed i modi per perseguire il disarmo del rais non vi è alcuna intesa.
Nella mezz'ora di colloquio nella sua Biblioteca privata, il Papa ha ribadito la posizione della Chiesa cattolica: «Tutte le parti, senza eccezioni - questa è la speranza del pontefice - adottino decisioni giuste ed intraprendano iniziative pacifiche efficaci, ispirate al diritto internazionale ed ai principi etici». Giovanni Paolo II ribadisce il suo fermo no alla «guerra preventiva» invocata dal presidente Bush e all'azione militare decisa senza l'autorizzazione del Palazzo di Vetro. Il premier spagnolo ha avuto modo di approfondire questi temi nel colloquio avuto immediatamente dopo con il segretario di Stato, cardinale Angelo Sodano e con il segretario per gli Stati, arcivescovo Jean-Louis Tauran che sono proseguiti per circa un'ora.
Come poi il ministro degli Esteri vaticano ha spiegato all'intero corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, riunito nel tardo pomeriggio nel palazzo di Santa Marta all'interno della Città del Vaticano, la Chiesa, dopo aver stigmatizzato le responsabilità di Saddam Hussein e il suo dovere di uniformarsi alle decisioni dell'Onu, non ritiene legittima una guerra che abbia come obiettivo quello di cambiare un governo. Nè può considerare legittima una guerra dichiarata fuori dai casi espressamente previsti dalla Carta delle Nazioni Unite. Un'azione «unilaterale» sarebbe un crimine perché solo il Consiglio di sicurezza può decidere se la posizione dell'Iraq rappresenta un pericolo per la pace e questo non significa che l'uso della forza sia l'unica risposta adeguata o possibile, tutte le risorse del diritto internazionale vanno sfruttate e ponderate le conseguenze che un intervento armato avrebbero verso la popolazione civile e le prevedibili reazioni dell'area».



La lezione di Saladino
Per gli americani il rischio è quello di una lunga occupazione
E' noto che il primo problema in una guerra è il "dopo"
Carlo De Benedetti su
la Repubblica

QUALCUNO si ricorda di Salahed Din Yusef? Strappò Gerusalemme ai crociati nel 1187 e la difese, poi, dall'assedio di Riccardo I. Nel momento cruciale della battaglia, si rivolse al re cristiano con queste parole: "Io sono nel mio paese, qui ci passeremo l'inverno, poi l'estate, poi un altro inverno e un'altra estate. Qui è la debolezza degli occidentali. Prima o poi, il paese che a te sembra inospitale, si sbarazzerà di voi, perché combatteremo sempre. In questo inverno combatteremo e, se vinci, torneremo a combattere nel prossimo inverno, e sempre, quando un altro come te sbarcherà per invaderci". Un amico francese, nei giorni scorsi, mi citava queste parole e mi diceva: ora capisci perché qui crediamo che portare migliaia di uomini a combattere nel deserto iracheno sia una follia? Se anche l'Iraq venisse sconfitto, cosa succederà dopo?

È passato esattamente un anno da quando, proprio su queste pagine, riferivo della decisione ormai presa dell'amministrazione Bush di lanciare la seconda guerra del Golfo. Da allora abbiamo ascoltato le tante ragioni di chi vuole e di chi non vuole questo conflitto. Nulla o quasi, però, abbiamo sentito su cosa avverrà dopo. Eppure è almeno dai tempi di Cesare e delle sue guerre galliche che si è capito che il primo problema da porsi in una guerra è quello del "dopo": è la capacità di immaginare quale sarà la realtà politico-militare-strategica che si vuole costruire in sostituzione di quella che si vuole cancellare nel ferro e nel fuoco.

Proviamo, allora, innanzi tutto, a capire cosa hanno in mente a Washington. Se ne sa poco, come dicevo, ma nei miei ultimi colloqui con uomini vicini all'amministrazione mi è parso di capire che i riferimenti sono per lo più due. Il modello MacArthur, e cioè l'occupazione pluriennale del Paese come avvenne in Giappone dopo il secondo conflitto mondiale; e il modello Karzai, cioè l'affidamento del potere politico a un governo composto dagli oppositori del regime che si va ad abbattere.

Il rischio, allora, è quello di una lunga occupazione del Paese, magari con l'ausilio di forze Onu. Un ex segretario alla Difesa come William Cohen ha previsto che le truppe americane dovranno restare nel Paese tra i 5 e i 10 anni. Ma qui si apre uno scenario che più che a Mac Arthur, fa pensare alle crociate e al modello che potremmo definire Saladino.

Io non so se a Washington, in questi giorni, ci si ricordi di Salahed Din Yusef. Di certo le dichiarazioni di chi, dall'interno dell'amministrazione Usa, parla di esportazione della democrazia con la spada, ripropongono un tono che non fa prevedere nulla di buono. L'esperienza americana di nation building è stata ovunque disastrosa: da Haiti, alla Bosnia, all'Afghanistan. È difficile pensare che questa volta possa andar meglio. Non ci si può installare nel cuore della Mesopotamia senza inasprire il risentimento islamico contro l'Occidente. L'esito sarebbe opposto rispetto agli obiettivi: si alimenterebbe piuttosto che sconfiggere il terrorismo, si allontanerebbero piuttosto che avvicinare i paesi arabi ai valori della democrazia.

L'Egitto, l'Arabia, la Giordania oggi sono nel mezzo del guado: protesi verso la modernità, ma sempre sul punto di ricadere all'indietro, dando spazio alle forze più retrive. Sarebbe davvero un bel risultato se, nel tentativo d'eliminare Hussein, gli Stati Uniti agevolassero la nascita di tanti novelli Hussein in tutto il Medio Oriente.

Ci sono poi le questioni più strettamente economiche: chi sosterrà i costi della guerra prima e dell'occupazione poi? Nessuno per il momento ha provveduto a spiegare ufficialmente agli americani quanto può costare l'"operazione Iraq". Alcuni studiosi hanno stimato il prezzo del conflitto in 50-100 miliardi di dollari e quello dell'occupazione in 20 miliardi di dollari all'anno per almeno quattro anni. Ma se si guarda all'ultimo budget federale non si trova l'allocazione di neppure un dollaro per la guerra a Saddam. E solo mercoledì Bush ha chiesto al Congresso uno stanziamento provvisorio di 95 miliardi di dollari.

E "dopo", a conflitto terminato, ci vorranno anni prima di recuperare la "salute" di un tempo. Anche perché l'instabilità, come dicevo, sarà destinata a durare ben oltre la caduta del regime di Saddam. E il prezzo del petrolio, in attesa che i pozzi dell'Iraq siano effettivamente sfruttabili, impiegherà molto più di qualche mese prima di tornare sotto i 20 dollari.

Infine le Nazioni Unite: quando si ragiona del "dopo", non si possono non considerare gli effetti della guerra sulla credibilità delle istituzioni internazionali. L'Onu non è un esempio di efficienza, né la panacea per ogni male del mondo. Questo lo sappiamo e non è necessario ribadirlo. Basta ricordare che tutti i membri permanenti del Consiglio di sicurezza hanno intrapreso almeno una guerra - e gli Stati Uniti più di una - senza la sua autorizzazione.

Eppure oggi le Nazioni Unite restano quanto di meglio abbiamo a livello sovranazionale per contrastare i conflitti nel mondo e per garantire una convivenza più o meno pacifica tra i popoli della terra. Se non siamo ancora in guerra contro l'Iraq, in fondo, lo dobbiamo al freno esercitato dall'Onu. Se c'è ancora una speranza che Saddam disarmi, lo si deve probabilmente anche alla pressione delle armi, ma di certo all'attività svolta dagli ispettori. Sarebbe disastroso per tutti, quindi, indebolire questa istituzione fino a renderla inservibile.

È probabile che oggi a Washington prevalga l'idea che l'Onu sia ormai un ferro vecchio e che la sicurezza del mondo debba dipendere dalla forza delle armi dell'unica superpotenza, cioè di se stessa. È in quest'ottica, del resto, che si comprende la diffidenza verso gli europei e l'accentuarsi dell'unilateralismo nel Paese che fu di Wilson. Ma io credo che l'Onu serva ancora prima di tutto agli americani. E se la guerra si farà, se ne accorgeranno da subito, quando si tratterà di amministrare l'Iraq liberato.

Un mondo governato da un'unica superpower è un mondo più instabile e più insicuro, non più stabile e più sicuro. È con la collaborazione, con il multilateralismo, con l'Onu e con l'Europa, che gli Stati Uniti potranno vincere la loro battaglia contro il terrorismo, non con le mani libere di chi dice al mondo "faccio da solo".

Per queste ragioni George W. Bush ha nelle sue mani una responsabilità enorme. L'obiettivo di disarmare un tiranno sanguinario come Saddam Hussein è legittimo e condivisibile. Ma sta all'attuale inquilino della Casa Bianca evitare che questo obiettivo ci trascini in un mondo ancora più insicuro, in una profonda stagnazione economica e in una crisi devastante delle istituzioni internazionali.

Se Bush non vorrà dar retta alle parole di Saladino il feroce, almeno ricordi come andò a finire quella storia. Riccardo I, dopo un lungo assedio, riuscì a rifondare un Regno latino su una parte della Terra Santa. Ma quella mezza vittoria sarà una delle ultime della cristianità nel Vicino Oriente. Da lì a poco comincerà la riconquista che porterà i Turchi fino alle porte di Vienna. Oggi niente è più come allora: ma se la storia insegna qualcosa, sarà meglio cominciare a porsi il problema di quel che accadrà "dopo". A meno di un coup de théatre di Saddam Hussein.


«La Francia libera di decidere sulla base di diritto e morale»
Il ministro Villepin: «Noi restiamo fedeli all'obiettivo del disarmo iracheno
Massimo Nava sul
Corriere della Sera

PARIGI - La guerra non si può fare con pretesti o modificando in corsa l'obiettivo, che resta il disarmo di Saddam. La Francia non accetta la logica di un calendario militare che considera prematura e non legittimata. Per questo è decisa a opporsi a una seconda risoluzione che, secondo la diplomazia francese, spalancherebbe le porte al conflitto.
I tempi si accorciano, i margini sono ristretti, ma il ministro degli Esteri francese Dominique de Villepin, più che mai star nazionale accanto al presidente Jacques Chirac, è convinto che la storia della seconda guerra del Golfo non sia ancora scritta.
Al contrario, difende il metodo delle ispezioni, nella convinzione che stia dando risultati in Iraq e, in futuro, potrebbe essere utile in altre situazioni di crisi. Il 14 febbraio scorso, al Consiglio di Sicurezza dell'Onu, Dominique de Villepin, cinquant'anni a novembre, fu applaudito per l'appassionata difesa della pace e dell'unità della Comunità delle Nazioni.
Il ministro degli Esteri spiega al Corriere le ragioni della Francia.
La distruzione dei missili Al Samoud, che gli ispettori hanno richiesto entro domani, è una tappa decisiva per la posizione francese? Dai tempi delle ispezioni si passerebbe a quelli dell'intervento?
«È una tappa importante, nella logica della buona applicazione della risoluzione 1441. Gli esperti devono poter dire che cosa fare in ogni ambito (nucleare, chimico, batteriologico, balistico) e fissare scadenze. È in questa logica che, con Germania e Russia, abbiamo proposto un memorandum. La questione dei missili è esemplare: anche attraverso fonti irachene, abbiamo ottenuto e verificato informazioni. Adesso entriamo nella terza fase, quella delle distruzioni. La Francia sostiene l'idea di fare delle ispezioni uno strumento per risolvere in modo pacifico altre crisi di proliferazione (di armi pericolose, n.d.r .). Se ricorressimo precipitosamente all'azione militare, sarebbe forte la tentazione, anche in altre crisi, di utilizzare subito la forza. Attualmente, non siamo nell' impasse ».
Se Saddam rifiutasse di distruggere i missili?
«Il nostro scopo è il disarmo pacifico. Se non ci si riuscirà, si potranno prendere in considerazione altre opzioni, compreso il ricorso alla forza. Ma la precipitazione è inopportuna, perché sarebbe paradossale che una seconda risoluzione aprisse le porte alla guerra, mentre le ispezioni danno dei risultati. Quando si vuole progredire in una crisi difficile, è essenziale preoccuparsi dell'unità della comunità internazionale. Il processo di legittimità è centrale. Oggi il calendario militare americano non è in sintonia con quello della comunità internazionale che, nella sua maggioranza, considera che gli ispettori possano ottenere lo scopo».

Il memorandum prevede 120 giorni di ispezioni. Secondo il vostro scenario ideale, le forze americane resterebbero nel Golfo per tutto quel tempo?
«Cerchiamo di essere coerenti. Noi parliamo di scadenze, programma per programma, e ricordiamo che non ci sono date ultime nella 1441. Spetta agli ispettori fissare un calendario dei lavori. Se a un certo momento decidono di abbreviare i tempi, perché no? Ma la durata prevista dalla risoluzione 1284 era già di 120 giorni. Non abbiamo inventato nulla! Noi restiamo fedeli all'obiettivo del disarmo, ma vediamo nei discorsi degli americani che dalla logica del disarmo si è scivolati nella logica del cambiamento di regime e addirittura in quella di rimodellare il Medio Oriente. Ma questo non è una logica prevista dalla 1441. Cambio di regime? Ma chi deve decidere? Secondo quali criteri? L'Onu è l'unico organismo ad avere questa legittimità, altrimenti s'introdurrebbero nuovi motivi d'incertezza e instabilità».

Si ha la sensazione che la Francia non abbia ancora deciso sulla questione del veto. Malgrado un ampio consenso nazionale, esistono voci discordi da parte di coloro che temono tensioni nelle relazioni franco- americane.
«La nostra posizione è chiara, netta, responsabile. La Francia vuole conservare la propria libertà di giudizio e di azione. È una prerogativa dei membri permanenti del Consiglio di Sicurezza. Non esistono divergenze nel Paese. Può esserci qualche sfumatura, ma c'è una grande unità della classe politica del Paese. La Francia nutre una grande amicizia per gli Stati Uniti. Da parte nostra, vogliamo evitare ogni inutile interferenza fra relazione transatlantica e crisi irachena. Ciò che è in gioco è la capacità della comunità internazionale di gestire le crisi. Si tratta di tener conto della visione che noi abbiamo del mondo. Noi siamo per un ordine mondiale multipolare, fondato sul diritto e la morale, con al centro la responsabilità collettiva».

Le malelingue dicono che la posizione della Francia è ispirata anche dai suoi interessi nazionali, soprattutto commerciali, in Iraq.
«Siamo seri! Questi sono argomenti di alcuni commentatori. La Francia è solo il cinquantatreesimo partner! L'Iraq rappresenta lo 0,3 per cento del nostro commercio estero! È un processo alle intenzioni che non tiene conto di fatti e di cifre».


ONU Blix anticipa il rapporto: Iraq, collaborazione tardiva E al consiglio di sicurezza comincia l'ultima battaglia
sommario de
il Manifesto

Il capo degli ispettori Onu Hans Blix ha depositato il suo ultimo rapporto sul disarmo dell'Iraq: «Risultati molto limitati», è il duro giudizio di Blix sull'effetto delle ispezioni, con un giudizio ancor più pesante: Baghdad «avrebbe potuto fare maggiori sforzi per trovare armi proibite o per dare la prova credibile che queste armi sono state distrutte». Ce n'è anche per gli Stati uniti, comunque: «Non si capisce perché - scrive Blix - una quantità di misure che sono state prese adesso non sono state prese prima. Se fossero state prese prima, ora ne potremmo raccogliere i frutti». Il rapporto è stato «intercettato» dalla Bbc che ne ha diffuso il contenuto poche ore dopo l'inizio, al Consiglio di sicurezza, del dibattito sulla risoluzione anti-Saddam proposta da Stati uniti, Gran Bretagna e Spagna. Un dibattito a porte chiuse destinato a durare parecchi giorni, una vera resa dei conti che sarà conclusa da un voto, atteso non prima di un paio di settimane.

Nel frattempo le diplomazie continuano a lavorare e i leader a scambiarsi colpi. Mentre un sondaggio della Cbs rivela che due terzi degli americani sono contro la «guerra preventiva», Bush dichiara che «Saddam va disarmato e rovesciato». Lo stesso Saddam, intanto, sembra aver deciso di distruggere i contestati «missili proibiti».


Un appello sul New York Times: «Usano la lotta al terrorismo per controllarci»
Il testo della pagina a pagamento che l'Unione americana per le libertà civili ha pubblicato sul New York Times il 25 febbraio scorso.
traduzione di Maria Luisa Tommasi Russo su
l'Unità

Sapevi che oggi agenti governativi possono legittimamente...
- irrompere a casa tua in tua assenza, compiere una perquisizione, impedendoti di scoprire per giorni, settimane o mesi se mai sia stato emesso un mandato in tal senso?;
- ottenere dal tribunale autorizzazione ad indagare sulle tue letture, sul materiale che prendi a prestito dalla biblioteca pubblica, e incriminare penalmente il personale bibliotecario che ti informi in merito?;
- ottenere il tuo estratto conto bancario ed altre informazioni senza autorizzazione della magistratura e senza il tuo consenso?
Tali nuovi poteri possono essere usati persino nel contesto di indagini che nulla hanno a che vedere con il terrorismo. Queste ed altre modifiche delle nostre leggi hanno dato al nostro Governo quegli straordinari poteri cui aspirava fin dall'11 settembre 2001. Modifiche che sono state approvate in tutta fretta dal Congresso a soli 45 giorni dagli attacchi, senza tenere conto delle possibili conseguenze. Ora sappiamo che l'«Usa Patriot Act II» la legge a tutela della sicurezza nazionale è andato oltre il dovuto. È andato ben al di là della mera lotta al terrorismo, eliminando quei freni e annullando quegli equilibri che contribuivano ad impedire alle forze di polizia e agli altri organismi preposti all'applicazione della legge di abusare dei propri poteri. Ha consentito agli agenti governativi di violare le nostre libertà civili, scavando nella vita privata di americani senza colpa. E mentre noi pensiamo che peggio di così non possa andare, il Governo ha allo studio un'altra legge che gli darebbe poteri ancora più ampi, con implicazioni ancora più gravi. Incredibilmente, la legge del 2003 a firma del segretario della Giustizia Usa John Ashcroft e intesa al rafforzamento della sicurezza nazionale il «Patriot Act II» conferirebbe agli agenti governativi ancora maggiori poteri di perquisire le nostre case, di indagare sulle nostre letture, di scoprire dove andiamo in vacanza, di controllare quali farmaci ci prescrive il medico.
In sostanza consentirebbe:
1) al Governo di privare della cittadinanza quegli americani che avessero dato sostegno ad organizzazioni etichettate dallo stesso Governo come «terroristiche» anche nel caso in cui essi siano completamente all'oscuro dei presunti collegamenti di tali organizzazioni con il terrorismo;
2) il diffondersi di perquisizioni di private abitazioni e di intercettazioni senza mandato specifico;
3) arresti coperti da segretezza; 4)nuove immunità per quegli agenti federali che ponessero in atto forme illecite di sorveglianza con l'approvazione di alti esponenti del ramo esecutivo. Questa norma avrebbe tutelato al tempo di Nixon quanti effettuavano intercettazioni.
Quando il Governo attacca le libertà fondamentali dei cittadini, va oltre ogni limite. Quando il segretario alla Giustizia annulla quei controlli e quegli equilibri che ci hanno garantito sicurezza e libertà per oltre 220 anni, procura un danno permanente alle libertà e ai diritti civili. Prima di procedere oltre, il Congresso dovrebbe approfondire come vengono usati o come si abusi di quei poteri che ha già conferito al presidente Bush e a Ashcroft.
Scopri come puoi indurre il Congresso a bloccare l'«Usa Patriot II» e a tutelare i più fondamentali valori americani. Agisci subito, per impedire che il governo si arroghi maggiori poteri di controllo occulto. Tieniti informato. Abbonati al bollettino quindicinale gratuito dell'Aclu. Manda il tuo contributo a sostegno e tutela della libertà, prendi posizione a tutela della libertà... perché la libertà non è in grado di autotutelarsi.


Risoluzione 1378 e missione degli alpini
sul
Corriere della Sera

LA RISOLUZIONE La risoluzione 1378 approvata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite il 14 novembre 2001 ha riconosciuto le relazioni fra il governo talebano di Kabul e l'organizzazione terroristica di Al Qaeda che fa capo a Bin Laden, avallando il diritto americano alla reazione militare dopo gli attentati dell'11 settembre
GLI ALPINI
Il 3 ottobre 2002 il Parlamento italiano ha votato a favore dell'invio di alpini in Afghanistan per la missione «Enduring Freedom». I sì sono stati 266, i contrari 151. A favore dell'invio la maggioranza e la Margherita. Contrari Ds, Verdi e Rifondazione
L'ARRIVO
Il primo febbraio sono atterrati in Afghanistan i primi 39 alpini della task force Nibbio. Con due voli alla settimana entro qualche giorno si raggiungeranno le mille unità previste
«SALERNO»
Gli alpini sono in una base a Khost, fra le montagne al confine col Pakistan. E' stata chiamata «Salerno» per ricordare la città nella quale gli alleati angloamericani sbarcarono il 9 settembre del '43
LA MISSIONE
Compito degli alpini è prendere il controllo di una zona dell'Afghanistan, nella regione Paktia, infestata di talebani e gruppi ostili a Karzai. Gli alpini saranno impegnati in rastrellamenti sulle montagne, a caccia dei rifugi degli estremisti
LA PAGA
Oltre al normale stipendio, generali e colonnelli prenderanno 177,37 euro al giorno. Da tenente colonnello a maresciallo capo il compenso è di 169,74 euro. Da maresciallo ordinario a soldato (volontario) 143,99 euro


Le opportunità di svolta di due marziani a Roma
Stefano Folli sul
Corriere della Sera

Tra le macerie di quella che Enzo Carra ha definito «una Waterloo istituzionale» si fa strada un'opportunità. Forse stavolta la Rai avrà un presidente «di garanzia», ossia ragionevolmente al di sopra delle parti. Un presidente che rassicuri anche il centro-sinistra e attenui quella condizione di «Vietnam permanente» in cui l'azienda è precipitata da tempo. Fra gli errori della maggioranza e lo spietato incalzare dell'opposizione. Non solo. L'opportunità riguarda anche un programma di qualche respiro, con la prospettiva di accompagnare la cosiddetta «legge di sistema»: la norma volta a fissare in modo chiaro i compiti del servizio pubblico e l'avvio della privatizzazione di una parte dell'azienda. S'intende che la «legge di sistema», proprio per la sua portata, richiederebbe in Parlamento un minimo di intesa tra i due schieramenti. E dunque un consiglio d'amministrazione accettabile potrebbe favorire il disgelo, almeno sulla carta.
Comunque sia, la strada è ancora lunga e il primo incontro tra Pera e Casini sarà solo martedì. Ma qualche premessa positiva è stata posta. La Waterloo di mercoledì è stata riconosciuta con un certo fair play dal presidente del Consiglio in persona. Berlusconi si è reso conto che mortificare la dignità istituzionale dei presidenti delle Camere era peggio di un errore, era un'autentica sciocchezza.
Un atto di autolesionismo politico con gravi conseguenze. La prima delle quali consiste nel rimettere in primo piano, con tutte le sue velenose implicazioni, l'eterno conflitto d'interessi. E non al «Drive In», come ironizza Berlusconi, ma in Parlamento e sui giornali.
Così il giorno dopo la battaglia, abbiamo avuto la tregua. Per meglio dire, c'è stato il riconoscimento pieno, da parte del premier, che il potere di nomina dei cinque consiglieri spetta a Pera e Casini. Come peraltro vuole la legge. Si dirà che si tratta di una concessione formale, subito corretta da un avvertimento tutt'altro che criptico: «I presidenti delle Camere non vengono da Marte...». Ossia, si ricordino di essere parte integrante di una maggioranza, la Casa delle Libertà, che li ha eletti ai loro posti.

Quanto all'opposizione, non ha tutti i torti Berlusconi nel parlare di «sepolcri imbiancati». Come dire che in tema di Rai nessuno ha il diritto di scagliare la prima pietra. In realtà il centro-sinistra ha ottenuto la sua vittoria d'immagine. E dietro le quinte Margherita e diessini si controllano a vicenda: ognuno teme che l'altro riesca a spuntare un risultato migliore presso i due presidenti. Ma anche questo alla fine potrebbe incoraggiare Pera e Casini a compiere delle buone scelte semi-autonome. Purché riescano a mettere da parte la loro rivalità.


Ricci: "Berlusconi? E' il tapiro in persona"
Il papà di "Striscia la notizia" sulle nomine Rai
"La vicenda del nuovo Cda è un autogol come l'allontanamento di Enzo Biagi"
su
la Repubblica

MILANO - Berlusconi? Un autolesionista. Meglio, un tapiro vivente, uno bravo a farsi autogol. Parola di Antonio Ricci, inventore di Striscia la notizia e uomo d'oro di Mediaset. Ritirando a Milano il premio "E' giornalismo" riconosciuto alla trasmissione satirica di Canale 5, Ricci commenta la vicenda delle nomine del nuovo Cda Rai. "Analizzando la vicenda Rai - dice - è evidente che c'è gente che si fa male da sola".

Ricci respinge le accuse "di essere cattivo perché credo che nessuno riesca a farsi tanto male quanto se ne sta facendo Berlusconi da solo". "Berlusconi è il tapiro in persona - aggiunge - ed è anche l'esempio che il tapiro è d'oro perché qualunque fetecchia può diventare ambita". "A Berlusconi - ricorda Ricci- abbiamo già consegnato un tapiro d'oro, così come abbiamo fatto con Rutelli, ma a entrambi non li diamo più perché l'occasione della consegna diventa per i due piazzisti un'occasione per farsi pubblicità".



Istat: i conti economici nazionali 1999-2002
Pil +0,4% e deficit al 2,3% nel 2002
Azienda Italia, una crescita in affanno. Eurolandia, avanti a rilento nel 2003
su
Il Sole 24 Ore

Il 2002 si è dunque concluso per l'economia italiana, in linea con le più recenti attese, nel s egno della stagnazione: la crescita del Pil è stata di appena lo 0,4% e per trovare un valore più basso occorre tornare a quasi dieci anni prima (1993). Una performance così modesta colloca il nostro paese nelle posizioni di coda nell'area dell'euro, cresciuta in media dello 0,8%, mentre solo la Germania è riuscita a fare peggio (+0,2%). La fase di diffuso ristagno è da ricondurre a una serie di fattori negativi, dalla persistente debolezza della domanda interna alle difficoltà delle esportazioni per la crisi di importanti mercati di sbocco. Il 2003, a sua volta, non si presenta granché meglio; preoccupano, infatti, sia l'evoluzione sempre molto incerta dell'economia americana, sia gli incombenti rischi di guerra e la conseguente instabilità geopolitica. La ripresa sarà necessariamente lenta e prenderà vigore non prima del 2004.

Anche sulla domanda interna i problemi non sono mancati: la compressione del reddito disponibile delle famiglie, con un potere d'acquisto in crescita zero tra moderazione salariale, inflazione sempre significativa ed elevata pressione fiscale, ha determinato un'evoluzione dei consumi privati che è proceduta un po' con il freno tirato, rendendo così ancora deboli i sintomi di ripresa dell'economia. Questa crescita a piccoli passi ha, dunque, portato a un consuntivo di aumento del Pil per il periodo 1996-2002 pari ad appena l'1,7% in media. Secondo i dati della contabilità nazionale, nel dettaglio per grandi settori il modesto aumento del Pil registrato nel corso del 2002 è attribuibile al settore dei servizi e alla tenuta dell'edilizia, favorita dalle misure di incentivazione delle ristrutturazioni residenziali e delle opere pubbliche. Il contributo dell'industria manifatturiera, dopo un mediocre 2001 (+0,9% in termini annui), è tornato a essere negativo (-0,8%) nella formazione del valore aggiunto, così come accade ormai da tre anni per l'agricoltura.

Cina, nel 2002 Pil cresciuto dell'8%
su
Il Sole 24 Ore

In Cina, il prodotto interno lordo è cresciuto nel 2002 ad un tasso dell'8%, attestandosi a 10.239,8 miliardi di yuan (1.237 miliardi di dollari). Lo ha reso noto l'ufficio nazionale di statistica. Il dato è superiore alle attese degli analisti che si attendevano una crescita del 7,9%. Nel 2001 l'economia cinese era cresciuta ad un tasso del 7,3%. In base alle stime dell'Ocse, nel 2003 il pil cinese crescerà del 7,5%.


   28 febbraio 2003