
sulla stampa
a cura di Fr.I. - 27 febbraio 2003
Rai, la giornata-farsa delle dimissioni e delle nomine annunciate su Mediaset
sommari de l'Unità
Il presidente della Rai Baldassarre e il consigliere Albertoni si sono dimessi al termine di una giornata incredibile. In un nuovo vertice a casa di Berlusconi si trova l'accordo tra Fini, Follini, il premier e Bossi, e subito la rosa dei nomi finisce a Mediaset, annunciata da Maurizio Costanzo di fronte a Gasparri: Magliaro, Porcacchia, Longhi e Del Bosco. Per la presidenza Mario Resca, presidente della McDonald's Italia, per la direzione generale il leghista Ferrario. Casini: «Non accetto fotocopie», dice alla Camera. L'opposizione parla di spettacolo indecente. Il Quirinale è preoccupato.
Quel conflitto che soffoca le istituzioni
Ezio Mauro su la Repubblica
Qualcosa di vergognoso, e di assolutamente inedito, è andato in onda ieri, nel programma di occupazione a reti unificate di ogni spazio televisivo da parte di Silvio Berlusconi e della sua maggioranza. Incurante di ogni decenza, della propria dignità istituzionale, delle leggi e delle prerogative dei presidenti delle due Camere, il presidente del Consiglio ha infatti riunito per tre volte in poche ore i vertici del Polo nella sua abitazione privata, per discutere il futuro della Rai. In cinquant'anni di lottizzazione, di qualsiasi colore, credevamo di averle viste tutte.
E invece, incredibilmente, un ministro della Repubblica come Umberto Bossi è uscito da quel palazzo annunciando che c'era un accordo sul nuovo Consiglio di amministrazione Rai, i nomi erano pronti ed erano già state prese anche le prime decisioni strategiche dell'azienda, come la conferma dello spostamento di Rai Due a Milano.
Il Parlamento si è sentito aggirato e defraudato, ma soprattutto offeso con la violazione patente della legge che assegna ai presidenti delle due Camere il compito di nominare il vertice Rai. Il piccolo, vergognoso e spaventato golpe televisivo del Cavaliere è rimbalzato nelle due aule, finché il presidente Casini (costringendo Pera a seguirlo) ha assicurato formalmente alla Camera che non accetterà diktat e fotocopie.
È come se Berlusconi, anche dopo la vittoria elettorale che lo consegna alla storia della Repubblica, anche quando può contare su una larga maggioranza in Parlamento, anche mentre il picchetto militare gli rende gli onori del presidente del Consiglio, non riuscisse a trasformarsi compiutamente in un uomo di Stato.
La sua dimensione precedente - ed eterna - lo cattura, lo definisce e lo imprigiona, insieme con i suoi "amici", con i suoi interessi, con le sue proprietà, con i suoi carichi pendenti e le sue paure. È come se quest'uomo dovesse in qualche modo guardarsi dallo Stato mentre è chiamato a guidarlo. Da qui l'ossessione di occupare ogni spazio, di munire ogni feritoia, di blindare ogni bastione, di trasformare la politica e persino il governo in propaganda permanente, nella concezione davvero "rivoluzionaria" che vede nella vittoria elettorale non la conquista del governo, ma la presa del potere.
Sulla porta dello scandalo, ubbidiente agli ordini anche in punto di morte, aspettava il presidente uscente Baldassarre che aveva preannunciato le dimissioni a Pera e Casini, con la riserva (mai vista) di renderle operative solo dopo che fosse stato raggiunto un accordo sul nuovo Consiglio di amministrazione: in pratica, dimettendosi a metà, Baldassarre impediva a Pera e a Casini di pensare ad un nuovo vertice Rai, cioè di esercitare la loro autonomia prevista dalla legge ma pericolosa per il Cavaliere, mentre dava via libera al gioco dei partiti.
Fatte le nomine nell'universo extrastatuale di Palazzo Grazioli, certificate dal timbro privato di garanzia Mediaset, finalmente Baldassarre ha potuto prendere atto che istituzionalmente - diciamo così - la sua ora era giunta, e si è dimesso. Tutto questo quadro è ridicolo, dal punto di vista dell'ossessione che i nuovi potenti hanno per la televisione, scambiandola per la politica e sacrificando ad essa ogni regola, come se fosse l'ultima, moderna ideologia superstite.
È suicida dal punto di vista della managerialità, della competitività di una grande azienda culturale sul mercato, degli interessi del Paese. È osceno dal punto di vista della democrazia. Lo spettacolo di ieri, nel suo arrogante dilettantismo, certifica infatti che il conflitto di interessi sta soffocando ogni regola e ogni decenza nella vita politica e istituzionale del nostro Paese, proprio in quel nodo cruciale che è l'informazione e il pluralismo, e che inutilmente il presidente Ciampi continua a sottolineare in ogni suo intervento.
Voglio essere più chiaro. La Rai è stata lottizzata selvaggiamente ad ogni cambio di governo e le stagioni del centrosinistra gridano anch'esse vergogna, come tutte le altre nel dopoguerra. Ma qui, siamo in presenza di un'anomalia in più, un'anomalia costituente e connaturata al berlusconismo, che cambia da sola tutto il quadro di riferimento. Il capo del governo, infatti, è proprietario di metà dell'etere, per la prima volta nella storia della politica italiana, e anche per la prima volta in Europa. Controlla dunque per via proprietaria tre reti televisive.
È indecente che attraverso il controllo politico si annetta con le tre reti pubbliche la totalità dello spazio tivù, vale a dire il moderno luogo del dibattito e dell'informazione politica, la sede principale della formazione del consenso. Poiché il Cavaliere non intende - con ogni evidenza non intende - risolvere in modo trasparente e definitivo il conflitto di interessi, va evitato un accumulo di potestà televisiva tale da squilibrare il gioco democratico.
Tocca dunque ai presidenti delle Camere, che hanno il potere di nomina, e al capo dello Stato, che in questo caso ha come unico potere l'arma nuda della moral suasion, ma che più volte si è mostrato consapevole della stortura rappresentata dal conflitto di interessi. Non ci vuole troppo coraggio, perché è giusto che anche la Rai tenga conto dell'indirizzo politico scelto dagli elettori. Dunque non si tratta di regalarla al nemico. Ma si dia al Paese la sensazione che in questo quadro il vertice non prende ordini dal Cavaliere o da Mediaset: si nomini dunque un presidente di sicura garanzia (ci sono i nomi adatti, da Mieli a De Rita) e poi, invece di credere alla favola indecente di Berlusconi che ripete di non conoscere nemmeno il numero telefonico della Rai, si incominci a non rispondere al telefono.
Fingendo per la prima volta che la Rai sia un'azienda.
La Casa Bianca: il Papa non ci influenzerà
Europa ancora divisa. Parigi insiste sul no alla guerra, 120 deputati laburisti contro Blair. Saddam: io morirò in Iraq. Frattini: noi con l'Onu, ma le ispezioni non siano infinite. Nato: italiani sugli aerei Awacs in Turchia.
brevissime del Corriere
Gli Stati Uniti non cedono e continuano sulla loro linea di intransigenza nei confronti dell'Iraq. Il portavoce della Casa Bianca fa sapere che Bush non si farà influenzare dalle posizioni del Papa: «Il Vaticano è considerato una nazione sovrana». Mentre la Nato fa sapere che l'Italia fornirà piloti agli aerei Awacs sulla Turchia, il ministro degli Esteri, Franco Frattini, a Parigi ha ripetuto che il nostro Paese «sta con l'Onu» ma che le ispezioni all'Iraq «non possono andare avanti all'infinito». Parigi, invece, insiste proprio sulla soluzione pacifica e sulle ispezioni. Il premier britannico Tony Blair ha trovato l'appoggio dei parlamentari, pur tra pesanti defezioni: 120 deputati laburisti hanno votato contro. E Saddam nell'intervista alla Cbs : «Mai in esilio, morirò in patria».
L'Europa pacifista tra Kant e Machiavelli
Eugenio Scalari su la Repubblica
Rispondo, perché direttamente chiamato in causa anche se non nominato con una "pudicizia" di cui mi sfugge il senso, all'articolo di Ernesto Galli Della Loggia pubblicato come fondo dal "Corriere della Sera" di domenica 23 febbraio con il titolo "Europa e America, il grande freddo". In esso il Della Loggia riassume molto bene un mio articolo di domenica 16 febbraio, all'indomani dei grandi cortei sulla pace svoltisi il giorno prima in tutta Europa e in molte altre parti del mondo e pone la seguente questione: il pacifismo europeo - che ha con sé la grande maggioranza dello spirito pubblico del continente - è nato dopo le due grandi guerre che sconvolsero i nostri territori e li insanguinarono con milioni e milioni di morti.
Da allora gli europei bandirono la guerra e anche la politica (così sempre Della Loggia) dal proprio orizzonte mentale affidando le loro sorti alle forze socialdemocratiche e cattoliche, intrinsecamente pacifiste, e s'incamminarono verso la meta di un'Europa unita e pacifica. La quale - prosegue il Nostro - non riesce tuttavia a compiersi poiché, come ogni soggetto istituzionale e politico, non può fondarsi su un sentimento di pacifismo assoluto e antipolitico. E' quindi una favola quella di un popolo europeo che dal basso superi le riserve dei governi nazionali e imponga speditamente l'unità politica del continente.
Questa unità, avendo come base un pacifismo ideologico e quindi antipolitico, è impensabile per definizione. "In senso profondo prefigurerebbe un vero e proprio rovesciamento della stessa storia europea: la rivincita di Kant su Machiavelli. Ma in un mondo che continuerebbe ad ispirarsi al grande fiorentino e a procedere per la sua strada infischiandosene di pace, di etica e di altri principi consimili".
Conclusione: diverso sarebbe se una determinata guerra viene rifiutata con specifiche motivazioni sulle quali si può consentire e dissentire. Ma se il rifiuto comprende tutte le guerre e quindi il concetto stesso di guerra in quanto tale, ciò esclude l'esercizio della sovranità che fa tutt'uno con l'uso della forza. Il preteso popolo europeo pacifista ad oltranza è dunque una fanfaluca ideologica che si dimostrerà impotente a produrre alcunché di costruttivo e di duraturo. Fin qui la tesi del mio contraddittore che, come spesso gli accade, volendo dimostrare troppo finisce col dimostrare assai poco se non nulla affatto.
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E' vero: dal 1945 ad oggi e presumibilmente per molti e molti anni a venire lo spirito pubblico europeo ha rifiutato il concetto di mattatoio che aveva tristissimamente sperimentato sulle proprie carni e ha spinto in vari modi i propri governi nazionali a fare proprio il motto: mai più guerre tra di noi. Quel mattatoio - sia qui incidentalmente ricordato - non era cominciato nel 1914 e poi ripreso nel '39; aveva radici infinitamente più antiche ed aveva regalato all'Europa secoli e secoli di guerre, carestie, pestilenze e uno sterminato ossario di vittime, con insulse anche se non ideologiche motivazioni dinastiche e/o religiose. Non starò ad enumerare le tappe del mattatoio che presumo siano note a tutti e che finì poi per estendersi anche ad altre parti del mondo come proiezione della politica di potenza della Spagna, della Francia, delle Provincie Unite, dell'Inghilterra, dell'Austria, della Prussia, della Russia. La prima vera guerra ideologica fu quella della Francia repubblicana e poi napoleonica (altri milioni di morti) che cominciò come difensiva, si trasformò in strumento di diffusione della libertà e della democrazia contro i regimi assolutistici, per divenire infine guerra imperiale e imperialistica. Naufragò a Sant'Elena, ma il mattatoio, purtroppo, continuò su scala industriale, anzi tecnologica. Questa situazione è stata rovesciata - mi auguro per sempre - sessant'anni fa. Da chi? Lo dice anche il Della Loggia: dallo spirito pubblico europeo che decise di rifiutare la guerra. Quale guerra, questa, quella, quell'altra? No: ogni guerra che insanguinasse ancora il continente. E con quali mezzi quello spirito pubblico pervenne ad un così concreto risultato?
Puntando sull'unità dell'Europa e intanto insediando nei governi degli Stati nazionali forze politiche che facevano della pace uno dei punti, anzi il punto essenziale della loro politica. Dunque l'obiettivo della pace può ben essere il fine e insieme lo strumento di una politica. Non è necessariamente una fanfaluca.
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Personalmente sono da sempre un cultore del Machiavelli. Anche del Guicciardini. E sono assai devoto del pensiero kantiano (e non dell'hegeliano). Kant deriva per filo diretto dall'Illuminismo, anzi fu un grandissimo illuminista. Hegel nient'affatto. Kant laicizzò il divino, Hegel lo rimise in trono.
Lo stesso Machiavelli si pose, in altre stanze del suo pensiero, altre domande tra le quali anche domande sull'etica, cioè sul bene comune, cioè sui fini del Potere e non soltanto del Potere come fine. Infatti piaceva sia al De Sanctis che al Croce. Perché distingueva. Affrontava distintamente problemi distinti. Non si pose mai, il Machiavelli, la domanda sui rapporti tra l'etica e la politica. Analizzava, non cercava la sintesi. Kant, dal canto suo, studiò, anzi inventò la conoscenza e la logica trascendentali. Ogni persona dotata di buonsenso capisce che non si tratta di parteggiare per l'uno o per l'altro, che sarebbe poi l'ennesima baggianata. Si tratta invece di sapere che nella cultura moderna e in particolare nella cultura democratica moderna il Potere non può esimersi da un rapporto con l'etica.
Questo, almeno questo, lo dobbiamo a Rousseau e a Diderot. Ed anche ad Adam Smith e alle sue considerazioni morali. Mi permetto di usare un esempio terra terra perché ho sempre il timore di non essere capito bene: Aznar ha oggi buone ragioni di temere che alle prossime elezioni i socialisti (pacifisti senza né "se" né "ma") di Zapatero riconquisteranno il governo del Paese. Anche Blair in casa propria qualche guaio ce l'ha. Berlusconi, da quel formidabile venditore di tappeti che è, questi pericoli li ha già avvistati per primo; infatti è preoccupatissimo e naviga a vista sperando almeno nell'"imprimatur" dell'Onu. Con questo non voglio identificare il pacifismo con l'etica ma una cosa è certa: con la guerra l'etica non ha proprio niente a che vedere.
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Comunque: non mi sento un Gino Strada; tra l'altro lui fa una vita meritoria quanto impossibile; confesso che non sono un apostolo e quella vita non saprei né vorrei farla. Per dire: non credo alla fine della storia e quindi neppure al pacifismo integrale che sarebbe il paradiso in terra. Ma credo che anche le grandi utopie, oltre che i grandi interessi, muovano il corso della storia e il pacifismo integrale (o ideologico come sento dire con schifiltoso disprezzo) è una grande utopia che può muovere la storia e forse ha già cominciato a muoverla.
E credo, per venire a noi, che questa guerra preventiva contro l'Iraq sia una grande imbecillità. Monsignor Tauran, segretario di Stato vaticano agli Esteri, ha detto l'altro ieri che questa guerra sarebbe un crimine. Lui se lo può permettere perché ha il Vicario di Cristo in casa. Io mi limito a dire che è un'imbecillità e che va evitata. Se permettete, senza "se" e senza "ma".
Pisa capitale della resistenza contro la guerra. A Camp Darby armi all'uranio impoverito
sommari de l'Unità
Pisa è diventata la capitale della battaglia contro la guerra e i preparativi fatti con l'assenso del Governo italiano. Nella base Usa di Camp Darby l'ispezioni dei deputati Deiana, Cento e Bulgarelli ha dato conferma direttamente dal comandante americano Karrol che nei depositi si trovano anche proiettili all'uranio impoverito. I parlamentari intendono chiedere una seduta segreta del Parlamento per discuterne. In città un corteo di diecimila persone senza incidenti (4 mila per la polizia) mentre attimi di tensione c'erano stati nel primo pomeriggio per un'invasione dei disobbedienti dentro l'aeroporto militare. Un altro presidio sui binari a Bologna, una catena umana per la pace a Padova. E don Vitaliano Della Sala dice: «Da Gandhi in poi sappiamo cos'è la violenza e la non violenza: occupare i binari è non violenza».
Violentate in carcere. Tutte
Rapporto di Amnesty sulle condizioni delle detenute in Turchia
su il Manifesto
Il titolo del Rapporto è anche un appello al governo turco: «Basta alla violenza sessuale nei contronti delle detenute», è la richiesta di Amnesty International fatta durante la presentazione del dossier in cui denuncia le terribili condizioni delle donne detenute nelle carceri in Turchia. Il Rapporto si basa su ricerche condotte nel corso del 2002 e su due visite compiute in Turchia a giugno e settembre dello stesso anno. Dopo aver intervistato oltre cento detenute a Diyarbakir, Mus, Mardin, Batman e Midyat, la Commissione delle avvocate di Diyarbakir ha accertato «che quasi tutte avevano subito abusi sessuali, sia verbali che fisici, mentre si trovavano in custodia della polizia. «Le vittime degli abusi - spiega l'organizzazione che si batte per i diritti umani - sono soprattutto le donne curde e coloro che hanno idee politiche inaccettabili dal punto di vista delle autorità o dell'esercito». Secondo le denunce raccolte da Amnesty, «vengono spesso denudate, bendate e perquisite da agenti di sesso maschile durante gli interrogatori che si svolgono nelle stazioni di polizia o in prigione». Sono inoltre costrette a sottoporsi a «test della verginità, allo scopo di punirle e umiliarle». Nella sua accusa Amnesty parla poi di «donne violentate di fronte ai propri mariti o familiari per costringere questi ultimi a "confessare" o, strumentalizzando il concetto di "onore", per ledere la reputazione della famiglia o della comunità di origine della vittima.
«Le conclusioni del rapporto rappresentano una sfida per il governo, che deve trasformare in realtà le proprie dichiarazioni di intenti sui diritti umani» - dice Carrera, sottolineando che le denunce sono state raccolte quando in Turchia c'era in carica un altro esecutivo. «Iil nuovo governo - è l'appello di Amnesty international - non deve proseguire sulla strada del precedente, ma prendere misure concrete per risolvere il problema della violenza sessuale nei confronti delle donne».
Democrazia in Israele e mondo arabo
Bernard Lewis sul Corriere della Sera
Israele, con tutti i suoi difetti, è una società aperta e democratica. Un milione di arabi sono cittadini israeliani; due milioni di palestinesi hanno vissuto o vivono sotto il governo israeliano che, sebbene sia stato spesso rigoroso e arbitrario, è stato nel complesso benevolo per gli standard della regione.
Sempre più persone ora riescono a vedere dove sta il punto della questione, e alcuni lo fanno. L'elezione dell'autorità palestinese, tenutasi nel gennaio del 1996, è stata acclamata come la più libera e onesta mai verificatasi nel mondo arabo. Essa contrastava in modo ancora più acuto con le finte elezioni tenutesi poco prima in Libano. E' passato inosservato il fatto che la sola indagine pubblica sul massacro di Sabra e Shatila sia stata un'inchiesta giudiziaria tenuta in Israele. Nessuna inchiesta simile si è avuta in alcun Paese arabo e il principale autore del massacro, un leader della milizia cristiana libanese che a quel tempo era un alleato di Israele, in seguito si è schierato a fianco di un membro rispettato del governo sponsorizzato dalla Siria a Beirut.
Recentemente ci sono stati alcuni segni di cambiamento: l'Istituto reale per gli studi interreligiosi di Amman si occupa di Ebraismo così come di Islam e di cristianità. L'istituto ha invitato studenti ebrei da Israele e da altre regioni a dare un contributo alle proprie attività e al giornale interno in lingua inglese. Il tentativo di presentare il credo e la cultura ebraici in modo obiettivo, permettendo anche agli ebrei di parlare in prima persona, è raro se non unico nel mondo arabo e forse anche in tutto il mondo islamico.
A un livello più politico, un certo numero di intellettuali arabi all'estero, e alcuni anche negli stessi territori arabi, hanno espresso inquietudine e avversione nei confronti dell'immorale antisemitismo che tinge così tante discussioni riguardo al conflitto arabo-israeliano. Il processo a Roger Garaudy tenutosi a Parigi nel febbraio del 1998 per la violazione della legge Gayssot, che fa della negazione dell'Olocausto un reato in Francia, ha provocato forti reazioni nel mondo arabo, che non ha fatto mancare il suo sostegno morale e materiale, anche se al suo interno si sono levate alcune voci di dissenso.
L'ultima parola potrebbe essere lasciata a 'Ali Salim, uno dei primi intellettuali egiziani che ha avuto il coraggio di visitare Israele: «Trovo che l'accordo tra palestinesi e israeliani sia stato un momento raro nella storia. Un momento di riconoscimento reciproco. Io esisto ed esisti anche tu. La vita è un mio diritto: ed è anche un tuo diritto. È una strada lunga e difficile. L'obiettivo finale sono la libertà e i diritti umani. Non sarà una strada cosparsa di rose, ma cosparsa di lotte e sopportazioni. Non si può ottenere la pace solo parlandone. Non c'è altra via se non andare avanti, per raggiungere la pace con i fatti e non solo con le parole».
(Traduzione di Livia De Ruggiero)
Dalla postfazione inedita di «Semiti e antisemiti», Rizzoli
Nell'Eritrea una tragedia umanitaria
Emergenza assoluta La siccità, ripetuta per quattro anni, gli strascichi della guerra con l'Etiopia e le minacce del conflitto nel Golfo infieriscono su un popolo stremato
Emanuele Piano su il Manifesto
Oltre due milioni di persone, su una popolazione di 3,4 milioni, hanno urgente bisogno di assistenza umanitaria in Eritrea. Il paese del Corno d'Africa, dilaniato dalla guerra con l'Etiopia sino alla fine del 2000, sta affrontando una delle peggiori siccità degli ultimi anni e senza un intervento tempestivo della comunità internazionale si rischia una catastrofe. «La prospettiva di vedere morire di fame migliaia di persone è la nuda realtà e, vista la portata della crisi, ogni giorno è critico», ha dichiarato Patrick Buckley, rappresentante del Programma alimentare mondiale per l'Eritrea. Questo è il quarto anno consecutivo di siccità nel paese, ma se la mancanza di piogge è considerata un fattore normale in Eritrea, la situazione attuale è aggravata dalla concomitanza di una serie di altri fattori. Come spiega la portavoce del Pam a Nairobi, Brenda Barton, «Questa siccità ha colpito i raccolti delle aree più fertili del paese per quattro volte consecutive. Il caso vuole poi che siano anche aree confinanti con l'Etiopia e quindi zone, sino a poco tempo fa, di conflitto (i confini sono ancora chiusi, ndr) con tutte le conseguenze del caso: la popolazione è sfollata, manca quindi la manodopera agricola e siamo, inoltre, in presenza di campi minati che rendono anche pericolosa la coltivazione». Con la siccità, i livelli delle dighe sono scesi in maniera preoccupante in molte aree ed in particolare in quelle più fertili nelle province di Gash Barka e Dedub, i fiumi sono diventati distese di sabbia, nelle città ci si attrezza con le cisterne e gli animali cominciano a morire. Per una popolazione in maggioranza pastorale la siccità ha comportato la perdita del 20% dei capi di bestiame ed il conseguente crollo dei prezzi di mercato. Secondo le stime dell'Onu ci vorranno almeno 7 anni per recuperare un danno economico di queste proporzioni.
In realtà questa crisi umanitaria era ampiamente prevedibile. Il 24 luglio scorso il governo eritreo aveva lanciato una richiesta di aiuto urgente «per impedire una crisi umanitaria» nel 2003. Un simile appello congiunto con le Nazioni unite era stato diramato il 19 novembre scorso. Infatti, l'Eritrea aveva prodotto nel 2002 meno del 10% del suo fabbisogno di cereali, un calo del 60% rispetto alla media degli ultimi 10 anni. Come se non bastasse, nel corso del 2002 è stato distribuito dal Pam soltanto il 42% degli aiuti preventivati. Nel rapporto del 3 gennaio scorso anche il Fews, un ente governativo americano che monitora le crisi alimentari nel mondo, evidenziava come l'Eritrea fronteggiasse un alto grado di insicurezza alimentare, in particolare per le fasce di popolazione più vulnerabili. «I prossimi mesi vedranno un rapido deterioramento della situazione complessiva a meno che non vengano mobilizzati adeguati aiuti», avvertiva il Fews.
Il presidente Eritreo Isayas Afewerki ha diffidato dall'usare l'assistenza umanitaria come strumento di pressione politica. «E' triste assistere allo spettacolo di chi usa l'assistenza umanitaria come uno strumento politico per continuare ad esercitare le sue futili pressioni e, a tal fine, ritarda l'arrivo degli aiuti alimentari», ha dichiarato il presidente stando a quanto riportato dal sito del partito di governo. In condizioni normali ci vogliono dai 3 ai 4 mesi da una donazione all'arrivo effettivo degli aiuti sul terreno. Oltre a ciò un potenziale conflitto in Iraq aumenterà i costi di assicurazione e potrebbe interrompere la navigazione nel Mar Rosso. «Quella della guerra, forse più che per altri, è una delle nostre maggiori preoccupazioni», dichiara la Barton.
Wtc, scelto il progetto. Vince la guglia di Libeskind
su la Repubblica
NEW YORK - Sarà una delle più alte strutture mai realizzate dall'uomo. Sorgerà dove, prima dell'11 settembre, c'erano le Torri Gemelle. Darà a New York una nuova skyline. La decisione è stata presa: il progetto disegnato dall'architetto Daniel Libeskind è stato scelto per essere realizzato sul luogo dove sorgeva il World Trade Center, abbattuto nell'attacco terroristico dell'11 settembre 2001. Si tratta di complesso di edifici ad angolo e una guglia a spirale di quasi 600 metri di altezza. C'è molto simbolismo nel progetto. Anzitutto il luogo dove sorgerà. Poi l'altezza massima: 1.776 piedi, cioè l'anno dell'indipendenza degli Stati Uniti, equivalenti a 541 metri.
Il progetto di Libeskind, architetto nato in Polonia che lavora in Germania ed ha alle spalle la realizzazione del Museo ebraico di Berlino, ha battuto quello del team Think, un gruppo composto da architetti di New York, guidati da Rafael Vinoly e Frederic Schwartz. Il progetto degli americani prevedeva due torri "tipo gru" di poco più basse, poggiate là dove c'erano le basi delle Torri Gemelle.
La decisione, anticipata dalle agenzie di stampa ed ancora da annunciare ufficialmente, è stata presa ieri, in una riunione del Lower Manhattan Development Corporation, responsabile dello sviluppo e della gestione dell'area del Wtc. Il progetto di Libeskind ingloba un pozzo cintato da elementi originali delle fondamenta delle Torri Gemelle come memoriale delle circa 2.800 vittime dell'11 settembre. Il nuovo complesso si estenderà su una superficie di sei ettari e mezzo, avrà 70 piani di uffici e strutture turistiche, con in cima un giardino pensile. Dopo che saranno stati definiti dettagli e particolari del progetto, la costruzione potrà cominciare: si prevede nel 2005.
New York, assemblea dei cittadini per scegliere le nuove Torri (la Repubblica 14 gennaio )
La galleria fotografica di Repubblica
Il sito della Lower Manhattan Development Corporation
con i progetti ed anche il tour virtuale di Manhattan
27 febbraio 2003