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sulla stampa
a cura di G.C. - 26 febbraio 2003


C'era una volta in Italia
Alberto Sordi è morto ieri a Roma. Aveva 82 anni
Valentino Parlato su
il Manifesto

E' morto Alberto Sordi ed è d'obbligo cercare Mario Monicelli, che, assai gentilmente, mi accoglie in cucina mentre consuma un pasto più che spartano; partecipo con qualche bicchiere di vino. Mentre chiacchieriamo squilla continuamente il telefono. Monicelli certe volte risponde e certe volte no, a casa. Poi mi guarda e mi dice, "non è che sono importante, il dramma è che sono rimasto solo io".
Tu sei uno dei padri importanti di Sordi.
Nego. Alberto Sordi è figlio di Alberto Sordi, sceneggiatori e registi hanno aiutato, ma non di più. E' lui che ha creato il personaggio, comico contro tutte le regole della comicità. Il comico, pensa anche ai grandi come Chaplin o Buster Keaton, è un personaggio buono, perdente, che suscita tenerezza e simpatia. Sordi è tutto il contrario, prevaricatore e vigliacco, corruttore e corrotto, ma che alla fine piace allo spettatore.
Parlami del tuo film La Grande guerra. Oggi sarebbe un film pacifista. Come nasce?
Nasce dal fatto che avevo partecipato alla seconda guerra mondiale, in Jugoslavia. Avevo conosciuto la verità dell'esercito italiano, i fanti e gli ufficiali. Trent'anni prima doveva essere peggio, non tanto per l'armamento, quanto per le persone che erano un po' più incolte. E poi avevo letto Lussu e Jahier. Il mio obiettivo era quello di mostrare il volto vero dell'Italia contro la retorica che mi ero dovuto sorbire a scuola, ai tempi del fascismo.
Ma questa iniziativa come fu accolta?
La possibilità che ad Age, Scarpelli e me - tre guitti che avevano fatto solo film trash con Totò - fosse affidata l'epopea della terza o quarta guerra di indipendenza scandalizzò l'opinione dominante. Il Giorno ci attaccò violentemente e anche Monelli (quello di Scarpe al sole) diede via libera alle sue accorate rampogne. Le agevolazioni che erano state assicurate al film (forse c'era Andreotti al ministero della Difesa) furono prontamente ritirate e Dino De Laurentis, il produttore, dovette arrangiarsi a girarne buona parte in Jugoslavia, dalle parti di Zagabria. Un guaio.
Ma poi?
Poi l'uscita, a Venezia, fu un grande successo.


Torniamo a parlare di Sordi.

Sordi si è autoprodotto e ha avuto un inizio difficile. Quando faceva l'avanspettacolo il suo comico antipatico non piaceva all'impresario, che lo rimbrottava e lo cacciava. Per come ricordo il primo ad accorgersi di Alberto Sordi fu il grande Vittorio De Sica, quando Sordi - che pure era cattolico osservante - faceva i Compagnucci della parrocchietta.

I suoi amici?
Pochi. Non era affatto un amicone, anzi una persona fortemente schiva, anche per non esporsi. Non era uomo da feste e banchetti. Una buona amicizia la ebbe con Piero Piccioni, che compose molte colonne sonore dei suoi film. Nel film I nuovi mostri c'è un episodio del quale Sordi è protagonista che fa riflettere. Sordi è un personaggio della nobiltà nera, andando in auto a un incontro con il famoso reazionario Lefevre soccorre un pedone che era stato investito da un'auto. Lo carica in macchina, parla con lui col linguaggio del gran signore snob, gira tutti gli ospedali e poiché non riesce a piazzarlo in nessun posto lo riporta nel luogo dove l'aveva raccolto.
Un dissenso con Sordi, ma del tutto amichevole, l'ho avuto a proposito del film Un borghese piccolo piccolo. La storia è quella di una vendetta feroce e condannabile. Erano i tempi del Giustiziere della notte e altri film consimili. Io mi sforzai di rendere simpatico il personaggio cattivo affinché la sua condanna da parte degli spettatori fosse meno facile e più motivata. Sordi sosteneva invece che quel personaggio doveva essere simpatico perché aveva ragione.
Non credo si possa entrare nella personalità profonda di Sordi prescindendo dal suo cattolicesimo, dal suo e non dal cattolicesimo in generale. Ricordo che per un film passammo qualche giorno al cimitero di Prima Porta. C'erano i funerali che arrivavano e i parenti che piangevano: Sordi quasi si stupiva. Perché tante lacrime quando poi tra un po' di anni si rivedranno e torneranno a stare insieme. E questi ragionamenti, debbo dire non li faceva solo per i lutti degli altri, ma anche per i suoi. Certe volte - è strano - mi faceva pensare a La Pira.



Una maschera come destino
Eugenio Scalfari su
la Repubblica

Tra i grandi comici italiani del Novecento lui è stato quello che più e meglio di tutti ha simboleggiato il carattere del paese. Non a caso la sua immensa produzione cinematografica, la sua opera omnia fu definita "storia d'un italiano" poiché ha materializzato in personaggi, situazioni e storie una condizione umana tipicamente e inconfondibilmente nostra, composta da una mescolanza di difetti dai quali emerge poco meno che una etnia: familismo, sbruffoneria, furbizia, misoginia, vittimismo, bugie e soprattutto viltà, viltà fisica e morale. Ho detto attore comico ma in realtà quell'aggettivo gli fa torto, ne limita la dimensione perché Alberto Sordi è stato un grandissimo attore, forse il maggiore se si eccettua Eduardo.

Con la differenza che Eduardo non ha mai riso, né sulla scena né, ch'io sappia, nella vita, mentre Sordi ha riso sempre, in qualunque ruolo e quasi dopo ogni frase, come se la risata fosse un'interpunzione, una virgola che serve a dividere un periodo dall'altro demitizzando il tragico, allontanandolo, esorcizzandolo. Oppure segnandone la presenza con uno sberleffo, un tentativo di accattivarselo e renderlo inoffensivo.


Mi sono spesso chiesto - avendo per lui un'incondizionata ammirazione - se Sordi usasse il suo personaggio di italiano come una frusta ferocemente satirica oppure se vi aderisse senza essere consapevole della drammaticità di quel ritratto che ha impietosamente raffigurato nell'arco di sessanta lunghi anni, dai tempi dell'avanspettacolo, delle prime e felicissime macchiette radiofoniche dei compagnucci della parrocchietta, alla fase felliniana dello Sceicco bianco e dei Vitelloni che rivelarono la sua piena maturazione di grande attore, fino alla Grande guerra di Monicelli e a tutta la lunghissima serie della commedia italiana.
Una volta, una sola volta sono riuscito a domandarglielo direttamente.

Tornavamo da Parma a Roma in un piccolo aereo privato messo a sua disposizione da Pietro Barilla di cui si era festeggiato l'ottantesimo compleanno. L'occasione era propizia per chiarire un punto essenziale che sintetizzai con un dilemma che a me sembrava inevadibile: "Insomma - gli dissi - lei è così o ci fa?". Non mi parve affatto contento d'esser stato stretto in angolo da quella domanda e infatti se ne liberò facilmente con la sua prevedibile risata, un po' troppo automatica, un po' troppo metallica per esser presa per buona. Poi tergiversò, parlò dell'attore, della sua necessaria dedizione e identificazione con il personaggio cui di volta in volta deve prestare il volto, la voce, lo sguardo e insomma tutto se stesso, senza distacco né riserve. "Ma nella vita?" insistetti. "La mia vita è quella" rispose e cambiò discorso rapidamente domandando lui a me come andavano le cose italiane.


Imprendibile, Alberto Sordi; incorruttibile. Ricordate quando, nello Sceicco bianco, per sedurre la ragazza che ha portato in barca e creare un ambiente romantico indica il cielo sopra di loro con un "an vedi er gabbiano?". E quando, nei Vitelloni superando in auto un gruppo di scioperanti con i suoi amici di baldoria riminese, li apostrofa col segno dell'ombrello e un "lavoratori!" seguito da una sonora pernacchia? Questo è il grande Sordi di genere. Ma poi c'è il Sordi di razza, quello che piange sul dolore della mamma e il grandissimo Sordi della Grande Guerra il fante in fuga che cerca di scampare alla morte ma alla fine le va quasi incontro per l'insopportabilità dell'umiliazione impostagli dall'ufficiale nemico.

L'attore può avere una vita propria al di fuori e al di là dei suoi personaggi? O quella sua vita propria è sempre e soltanto funzione della mimesi scenica? Avessi pronunciato la parola mimesi con Sordi, la sua risata leggera mi sarebbe arrivata in faccia come uno schiaffo. In modi diversi ma analoghi mi capitò con Gassman in un incontro che aveva per tema la vecchiaia e la morte.

C'era anche Mastroianni in quell'incontro a tre, ma lui era più indifeso, la morte ce l'aveva già addosso. Di quel piccolo gruppo di testimoni di un'epoca, a cominciare da Fellini, ormai non c'è più nessuno. Sordi l'ho ammirato come pochi. Forse perché l'Italia che ci ha raccontato io la detesto ma nel fondo dell'anima un pezzetto di quel paese "alle vongole" ce l'ho anch'io e quando vedo i bersaglieri che corrono piume al vento strombettando la loro marcetta mi vengono le lacrime agli occhi. Ecco, quel detestabile, ipocrita e tenerissimo "volemose bene" . Addio, caro Albertone.


Nomine e Raidue a Milano, prove d'intesa
Paola Di Caro sul
Corriere della Sera

ROMA - Tra le accuse del centrosinistra che parla di un "vergognoso mercato delle vacche", i leader del centrodestra trattano ancora per raggiungere un accordo sulla Rai che eviti una spaccatura. Ma, dopo tre vertici nel giro di 24 ore (il primo lunedì sera ad Arcore tra Bossi e Berlusconi, il secondo ieri all'ora di pranzo tra il premier con Gianni Letta, Fini e Follini e il terzo ieri notte tra gli stessi protagonisti più il leghista Calderoli), l'accordo sembra a un passo. "Resta ancora qualche nodo, ma siamo fiduciosi che domani (stamattina, ndr ) verrà sciolto", dicono fonti del centrodestra nella notte. Facendo sapere che la prima "bomba" è stata disinnescata: stamattina si dimetteranno i due consiglieri superstiti, Baldassarre e Albertoni, contro i quali si sarebbe dovuta votare oggi in Vigilanza la mozione di sfiducia di An, Udc e del centrosinistra. Poi, senza la spada di Damocle di un voto che avrebbe sancito una sorta di crisi di governo, sarà un nuovo vertice della Cdl a tentare di risolvere i problemi ancora aperti, quelli sui nomi del prossimo Cda. E' stata comunque durissima la battaglia, con due schieramenti a fronteggiarsi: da una parte Berlusconi premeva per le dimissioni di Baldassarre e Albertoni solo se "contestuali" ad un accordo blindato sul nuovo Cda, che difendeva le richieste di Bossi (il reintegro di Albertoni nel nuovo Cda e Raidue che resta a Milano) e che stavolta pretendeva un Consiglio saldamente ancorato all'area di maggioranza e, se composto da tre consiglieri della Cdl e due di opposizione (schema che sembra ormai accettato da tutti), presieduto da un personaggio riconducibile a Forza Italia. Dall'altra parte, Fini e Casini chiedevano le dimissioni dei due "giapponesi" come premessa a ogni discussione e confermavano che, in mancanza di queste, oggi li avrebbero sfiduciati in commissione di Vigilanza; pretendevano una riformulazione (e un ammorbidimento) della delibera che sposta Raidue a Milano; e soprattutto volevano propri rappresentanti e garanzie su composizione e mandato che il Cda dovrà portare avanti.
Uno scontro, questo, che è andato avanti ieri per tutto il giorno. Raccontano infatti che, a pranzo, Berlusconi (che ha tenuto i contatti con Baldassarre) è stato determinato nell'avvertire gli alleati che "io non chiederò le dimissioni di nessuno fino a quando non avrò in mano l'accordo sul nuovo Cda", e che si sia speso perché Bossi ottenesse quello che chiede: Raidue a Milano e il ritorno di Albertoni nel nuovo Cda. Richieste respinte sostanzialmente al mittente da Fini e Follini, perché il primo ha chiesto che la delibera su Raidue fosse "modificata o congelata", il secondo ha fatto sapere che, se Albertoni torna del Cda "allora può farlo anche il nostro Staderini...". Ne è seguita l'arrabbiatura di Berlusconi, e poi quella di Bossi, che ha diffuso una nota in cui annunciava che "contro il razzismo romanocentrico" lui sosterrà "la regionalizzazione del canone Rai".
Ma le trattative sono proseguite incessanti fino a notte, perché il rischio di una rottura non voleva correrlo davvero nessuno.



La guerra del governo è a viale Mazzini
Massimo Giannini su
la Repubblica

Viale Mazzini è la nostra Bagdad. Il mondo sta col fiato sospeso. Bush, Blair e Aznar scrivono la risoluzione finale contro Saddam. Chirac e Schroeder allungano la rete della diplomazia tra i paesi scettici sull'attacco all'Iraq. Ma a Roma l'unica guerra che conta sembra quella sulla Rai. Da almeno cinque giorni, a parte il lodevole sforzo del ministro degli Interni Pisanu per gestire i blocchi pacifisti dei treni e delle navi, l'attività di governo è monopolizzata dall'assurdo conflitto intorno alla televisione di Stato.

Due vertici di maggioranza, più la rituale cena del lunedì sera ad Arcore, hanno confermato una volta di più l'insostenibile conflitto d'interessi che pesa su Berlusconi. Ma non sono bastati al premier-imprenditore per sanare una volta per tutte lo scandalo di un servizio pubblico indecente, gestito ormai da cinque mesi da un consiglio d'amministrazione decimato e delegittimato, e da un direttore generale sfiduciato e auto-referenziale. Pensavamo che le mancate dirette televisive sui lavori del Consiglio di sicurezza e delle marce per la pace avessero rappresentato il test definitivo di un tracollo gestionale, per il quale non sono possibili prove d'appello.

Ci sbagliavamo. Subito dopo Baldassarre e Albertoni hanno fatto scattare il nuovo blitz: il trasloco della direzione di Rai Due a Milano. Voluto da Bossi, consentito da Berlusconi, subito da Fini e Follini. Uno scandalo nello scandalo. Non per la scelta in sé, ma per il caotico contesto politico-editoriale nel quale è maturata, e per l'inquietante deserto di progettualità industriale nella quale è collocata.

Ma neanche questa ennesima "provocazione" dei giapponesi di viale Mazzini sembra ancora sufficiente per mandarli a casa. Ieri pareva la giornata buona. Il tam-tam della Rai riferiva: si stanno per dimettere, la lettera è già pronta. Attesa generale, grande fibrillazione di palazzo per l'imminente uscita di scena di Baldassarre e Albertoni, neanche si trattasse dell'esilio di Saddam. Ma niente da fare. La speranza è stata vana, e la decenza nuovamente tradita. Nel frattempo, gli alleati della Casa delle libertà litigavano per tre ore, senza trovare l'accordo. Rigorosamente nella sede "privata" del presidente del Consiglio di via del Plebiscito. Fini e Follini vogliono azzerare tutto. Bossi ci sta solo a patto che l'eroe padano Albertoni, cacciato dalla porta, rientri poi dalla finestra. Berlusconi cerca la mediazione, ma ancora non la trova.

Ora il nodo sembra essere l'equilibrio, nel futuro Cda, tra maggioranza e opposizione e soprattutto tra gli stessi partiti della maggioranza: quattro a uno, tre a due, o magari addirittura cinque a zero. La commissione parlamentare di vigilanza, che ha aggiornato ad oggi i suoi lavori, potrebbe in teoria "licenziare" il consiglio superstite, con un voto di sfiducia bipartisan tra Ulivo, An e Udc. Ma in pratica è difficile credere che si arrivi ad un simile "show-down" : non causerebbe una crisi di governo, come minaccia con la solita enfasi il senatur, ma sarebbe comunque una sconfitta clamorosa e troppo costosa per l'immagine della coalizione. Mai troppo tardi, ma le dimissioni di Baldassarre e Albertoni, verosimilmente, arriveranno forse proprio questa mattina, prima che vada in scena la riunione della commissione di vigilanza.
Il Cavaliere sarà dunque chiamato all'ennesimo compromesso.
All'ennesima mediazione al ribasso.



Da Saxa Rubra un dossier sulle manipolazioni nei tg
Alessandra Longo su
la Repubblica

ROMA - Un "libro bianco" con "gli interventi manipolatori" che i redattori delle testate giornalistiche Rai segnalano quotidianamente ai propri rappresentanti sindacali. L'Usigrai lo sta preparando e ha intenzione di consegnarlo al presidente Ciampi, sponsor del pluralismo nell'informazione, e ai presidenti di Camera e Senato.

Di questo "libro bianco", confezionato dal sindacato, parlano un po' tutti, raccontando a mezza bocca piccoli e grandi censure subite, modifiche ai servizi fatte all'insaputa dell'autore, una sforbiciata qua e una sforbiciata là, scelte sapienti dell'inquadratura per far piacere all'attuale datore di lavoro, prudenze politiche ossessive che nascono solo in un clima avvelenato. Lista lunga, un po' inquietante. "Vuoi un esempio?", ti dice il collega, di cui sarebbe una cattiveria fare il nome. Sì, fate capire anche a noi telespettatori cosa sta succedendo all'informazione pubblica: "Ti dico allora che le bandiere della pace è meglio non mostrarle in televisione, anche se ce ne sono a decine di migliaia in tutto il Paese. In questi giorni stiamo minimizzando anche il Papa che chiama al digiuno i pacifisti. E l'incontro di Formigoni con Tareq Aziz? Il suggerimento è stato di glissare...".

Uno stillicidio di "raffinati interventi manipolatori", diversi, par di capire, dalla pur detestabile pressione della vecchia lottizzazione. Se ne parlerà oggi in un'assemblea di lavoratori Rai convocata da tutte le sigle sindacali (tranne la Cisl) a Viale Mazzini. Segnalazioni che arrivano dal Tg1, Tg 2, molto meno dal Tg3, parecchio dal GrRadio. Il popolo dei no war insegue i treni carichi di materiale bellico? Cassare la parola pacifisti (pazienza per quelli che non tirano il freno d'emergenza) e sostituirla con "Disobbedienti". Sì, c'è un disagio professionale crescente in molti giornalisti Rai (ovviamente non tutti) e le parole di Ciampi incoraggiano una uscita pubblica. Segnalazioni e malumori confluiscono nel "libro bianco". Per esempio, ti dicono che sia faticosissimo seguire i processi di Berlusconi a Milano. Mancano le troupe, bisogna appaltare... Forse è la prima volta che la denuncia viene descritta come corposa e collettiva.

"Ma è anche la prima volta - segnala un altro giornalista - che hai la sensazione di stare in un'azienda dove c'è qualcuno che rema contro dall'interno, che la vuole affondare, umiliare, impoverire". "L'azienda - accusano i sindacati - non può reggere a lungo in queste condizioni di incertezza e di crisi. La situazione sta precipitando, gli ascolti sono in sofferenza...". Bruno Luverà, Cdr Tg1, esecutivo Usigrai: "E' necessario spazzare via il sospetto che si voglia favorire la concorrenza, bisogna ristabilire un rapporto di trasparenza".

Il trasloco della direzione di RaiDue a Milano viene visto solo come l'elemento scatenante di una crisi molto più seria e complessa. Il braccio di ferro tra centristi e leghisti, la luna di miele finita tra An e il direttore generale Saccà. E, in mezzo loro, i giornalisti. Non è un buon periodo per chi ha velleità di informare. Una ferita che brucia è la mancata diretta per la manifestazione della pace. Santo Della Volpe, caporedattore del Tg3, tiene ancora nel suo ufficio le cassette dei filmati di quel giorno. "Avevamo preparato tutto, i pulmini con l'attrezzatura, le luci, avevamo affittato anche l'elicottero per le riprese dall'alto. Volevamo essere pronti nel caso avessero cambiato idea. Ma non è stato così. E' stata una cosa avvilente".


Pisanu: "Useremo la giusta forza repressiva"
Maria Zegarelli su
l'Unità

Il ministro dell'Interno Giuseppe Pisanu annuncia il pugno duro contro i pacifisti. Se le proteste che corrono lungo i binari non si arresteranno, e quando sarà necessario, dice, "ricorreremo anche alla giusta forza repressiva dello Stato". Il responsabile del Viminale avverte: i comportamenti "illegali" che durante questi giorni si sono susseguiti contro i treni "armati" diretti a Camp Darby, "sono stati puntualmente denunciati" e lo saranno anche tutti quelli futuri. Aggiunge: "Abbiamo evitato che ci fossero conseguenze negative sulla sicurezza e sull'ordine pubblico e continueremo su questa strada mettendo in atto tutte le misure preventive possibili". Dal governo si leva anche un'altra voce, quella del contestato (ieri durante il taglio di un nastro per l'Alta velocità) ministro per le Infrastrutture Pietro Lunardi che giudica "insensate" le manifestazioni di protesta contro i treni che trasportano le armi. L'ingegnere ha voluto anche puntualizzare che lui, da subito, ha trasmesso "al ministro Pisanu" le sue preoccupazioni per "le azioni dei disobbedienti contro i treni" e Pisanu "ha operato attraverso le prefetture per garantire la libera circolazione". Per questo, ha detto, "il ministro sta operando per appropriate azioni di repressione" e le ferrovie "sono in stato di allarme". Il ministro, mescolando un po' le carte, afferma anche che rispetto al passato "non è cambiato niente", cioè, ci sono sempre stati gli spostamenti tra una base militare e l'altra. Alla guerra nessun cenno.
Immediata la reazione dell'opposizione che boccia compatta (su questo sembra esserci una certa unità) l'uso della forza repressiva del governo. Durissimo il capogruppo Ds al Senato, Gavino Angius: "Sorprendono le parole del ministro Pisanu, notoriamente abbastanza prudente. Non sono condivisibili ed anzi appaiono inopportune e ingiustificate. Certo, la legalità va difesa e i diritti dei cittadini vanno salvaguardati. Noi siamo fermi nel condannare ogni violenza, ma di violenze finora non ce ne sono state. Le nostre valutazioni sui “blocchi” sono note: sono fatti che secondo noi rischiano di ridurre il consenso dell'amplissimo movimento per la pace. Detto questo però, oggi non ci troviamo di fronte a nessuna eversione. C'è da dire, piuttosto, che il governo non ha ancora fornito, come invece avevamo già chiesto, alcuna spiegazione sul trasporto di quei treni. L'esecutivo continua ad essere ambiguo sul suo impegno per la guerra. Non vorrei che l'esecutivo anziché rispondere all'opinione pubblica delle sue responsabilità nella preparazione di una guerra, finora voluta solo dagli Stati Uniti, voglia spostare l'attenzione su questioni attinenti all'ordine pubblico che nulla hanno a che vedere con il vero merito del problema". Il sospetto, anzi, l'impressione, che ha il capogruppo Ds è che "il governo abbia già deciso il da farsi e voglia coprire le sue responsabilità parlando di ordine pubblico e polizia...".
Lapidaria Rosy Bindi, della Margherita: "Credo proprio che i pacifisti debbano essere trattati come gli operai di Termini Imerese". Altro che "giusta forza repressiva". Le motivazioni dei pacifisti non sono meno importanti di quelle degli operai di Termini Imerese che bloccarono i treni per protestare contro la perdita del proprio posto di lavoro.



Non serve più la seconda risoluzione: Bush va alla guerra
Bruno Marolo su
l'Unità

Tutto è deciso. Alla Casa Bianca, i consiglieri del presidente George Bush sorridono dell'ingenuità di chi aspetta con ansia il prossimo rapporto degli ispettori sull'Iraq, oppure la risoluzione che il consiglio di sicurezza dovrebbe votare entro metà marzo. La guerra, dicono, ci sarà in ogni caso. Il presidente farà questa sera (mercoledì) un discorso definito “molto importante”. Esporrà la sua visione del mondo arabo senza Saddam Hussein. Prometterà riforme per tutti, e uno stato per i palestinesi. Non lascerà dubbi sull'intenzione di usare la forza per ottenere questi risultati.
Il capo degli ispettori dell'Onu, Hans Blix, ha annunciato di avere ottenuto dall'Iraq nuove informazioni, compreso il ritrovamento di una bomba aerea destinata alla distruzione. “Vi sono – ha affermato – elementi positivi, che devono essere approfonditi”. Ma Bush non si è lasciato impressionare. Ha replicato che Saddam Hussein gioca d'astuzia, e gli Stati Uniti esigono “un pieno disarmo”. “C'è gente preoccupata per il futuro – ha aggiunto – e io la capisco. Mi preoccupo anch'io. Mi preoccupo di un futuro in cui Saddam Hussein possa ricattarci, in cui i terroristi siano finanziati da lui. Per questo mettiamo fine al problema”. Condi Rice, consigliera per la sicurezza nazionale, ha confermato che Saddam è giunto al capolinea. “Questo – ha dichiarato – è un problema di importanza fondamentale per gli Stati Uniti. Il presidente degli Stati Uniti considera Saddam Hussein una minaccia per la pace e la sicurezza del mondo. Nessuno deve sottovalutare la nostra determinazione. Il consiglio di sicurezza dell'Onu deve agire. Se sarà incapace di farlo, dovremo agire noi con una coalizione di volonterosi”.
Un altro diretto collaboratore di Bush è stato più esplicito, a condizione di non essere nominato. “Nella nostra borsa – ha detto – non ci sono più zuccherini da distribuire agli alleati. L'unico argomento che possiamo ancora usare è l'assenza di qualunque alternativa alla guerra. Noi abbiamo deciso, e ora anche gli altri devono decidere da che parte stare: con gli Stati Uniti, e avere un ruolo nella soluzione dei problemi, o con gli ostruzionisti che in nessun caso potranno dissuaderci”.
Le stesse cose vanno dicendo gli emissari del presidente Bush nei 12 paesi del consiglio di sicurezza cui chiedono il voto per la risoluzione presentata lunedì da Gran Bretagna, Spagna e Stati Uniti. L'ambasciatore di uno di questi paesi ha riassunto così, per il Washington Post, l'ammonimento rivolto dagli Stati Uniti al suo governo: “Non potete scegliere tra guerra e pace. Questa scelta spetta a noi, e l'abbiamo già fatta. E' definitiva. L'unica cosa che resta da decidere è se il Consiglio di Sicurezza conserverà un ruolo”. Qualche volta le pressioni sono accompagnate da vaghe promesse di aiuti ai più poveri tra i 12 paesi: Angola, Guinea e Cameroon. Ai più potenti, come la Francia, vengono invece rivolte vaghe minacce. L'ambasciatore americano a Parigi, Howard Leach, ha dichiarato: “Spero che il governo francese non porrà il veto, perché sarebbe un atto estremamente ostile nei nostri confronti e noi non lo vedremmo con favore”.
Bush parlerà questa sera durante una cena per un ristretto numero di sostenitori che hanno pagato mille dollari a testa.

Una parte importante del discorso sarà dedicata al conflitto tra Israele e i palestinesi. “La soluzione del problema palestinese – ha indicato il portavoce della Casa Bianca Ari Fleischer – rimane un obiettivo centrale, assolutamente vitale per gli Stati Uniti”. Bush cercherà, a modo suo, di calmare le apprensioni di quanti temono che l'invasione dell'Iraq indebolisca ancora di più l'autorità palestinese. Dirà che questa autorità deve riformarsi, e in sostanza meritarsi lo stato che gli americani intendono offrirle in cambio della sicurezza di Israele. Non preciserà quali sarebbero i confini, ma è noto che la soluzione americana prevede la rinuncia dei palestinesi al settore arabo di Gerusalemme, e la continuità degli insediamenti israeliani.



La decisione preventiva
Ennio Caretto sul
Corriere della Sera

WASHINGTON - Secondo il Washington Post , l'amministrazione Bush ha comunicato ai quindici membri del Consiglio di sicurezza che il loro voto sull'Iraq non deciderà della guerra perché questa decisione l'ha già presa il presidente americano, "ed è definitiva". Deciderà, invece, del destino delle Nazioni Unite, perché se il Consiglio boccerà la risoluzione americana, equivalente a una condanna a morte di Saddam Hussein, toglierà ogni legittimità e credibilità al Palazzo di Vetro. Un monito del genere potrà non fare effetto su grandi potenze come la Francia, la Russia, la Germania e la Cina, ma lo farà certamente su qualche Paese terzo come la Guinea, che il mese prossimo avrà la presidenza di turno del Consiglio di sicurezza, e quindi un ruolo chiave nella votazione, e come l'Angola, il Camerun, il Pakistan, il Cile, e il Messico.
Non c'è da dubitare delle informazioni del Washington Post , un giornale favorevole alla guerra all'Iraq. La Casa Bianca dispone attualmente di quattro voti, il suo e quelli della Gran Bretagna, della Spagna e della Bulgaria (l'Italia non è nel Consiglio) e vuole raggiungere a tutti i costi il "quorum" di nove necessario al passaggio della risoluzione. E' possibile che ci riesca e prevenga un veto francese o russo, veto che aprirebbe la crisi più grave della storia dell'Onu. Ma, al contrario di quanto sostiene, svuoterebbe il Consiglio di sicurezza e accrescerebbe le proteste di gran parte della opinione pubblica mondiale. Proteste, nota il quotidiano della capitale citando i telegrammi delle ambasciate Usa, dirette non contro l'America ma contro il presidente. Antibushismo, non antiamericanismo.
L'amministrazione conta sul tradizionale appoggio degli americani ai loro leader nelle guerre per resistere alle pressioni esterne. Ma per la prima volta, come testimoniano i media, molti americani incominciano a interrogarsi sul presidente. Si chiedono a esempio perché gli europei, che dopo l'11 settembre del 2001 riempirono le strade in segno di solidarietà con gli Usa, sfilino adesso in numero ancora maggiore contro di lui. "Bush ha sprecato il capitale politico di un anno e mezzo fa" scrive il lettore Tom Buick al Los Angeles Times . "La sua condotta ha seminato sfiducia nel mondo" aggiunge la lettrice Susan De Mark sul New York Times . Persino il "columnist" Thomas Friedman, un critico spietato dell'Ue, accusa il presidente di arroganza: "Ha spinto molta gente a considerare la potenza americana una brutta cosa".
Le obiezioni mosse a Bush sono autorevoli. "Ha confuso la Nato con il Patto di Varsavia" ha detto Zbig Brzezisnki, l'ex consigliere del presidente Carter. "Ha ignorato il diritto internazionale" ha asserito Ted Sorensen, uno degli ultimi kennediani.

Per l'amministrazione, la perdita d'immagine di Bush all'estero e i primi dubbi in casa non sono un ostacolo alla guerra con l'Iraq. A ragione, sottolinea che la scelta tra il presidente, il leader di una grande democrazia, e Saddam Hussein, un feroce dittatore, non si pone nemmeno. Secondo i sondaggi, inoltre, Onu o non Onu, se l'America fosse spalleggiata da alleati come la Gran Bretagna, la Spagna e l'Italia, la maggioranza degli americani approverebbe un attacco a Bagdad. Ma la perdita d'immagine di Bush potrebbe portare a una perdita di autorità nel caso in cui il conflitto durasse troppo a lungo o risultasse troppo sanguinoso. Per gestire il dopo Saddam, il presidente dovrebbe ricorrere proprio ad alcuni degli alleati che rischia di alienarsi. E' forse l'unico fattore che potrebbe indurlo ad aspettare qualche mese.


Umberto Agnelli alla presidenza della Fiat
Marco Zatterin su
La Stampa

"Effettivamente intendo proporre al consiglio di amministrazione che si terrà venerdì, oltre alla cooptazione in consiglio del Dottor Umberto Agnelli, anche la sua nomina a presidente della Fiat Spa". Arriva nel primo pomeriggio la nota con cui Paolo Fresco rivela la decisione di lasciare il vertice del Lingotto, mossa annunciata per l´assemblea di maggio e ora anticipata "perché la Fiat possa avere immediatamente una guida per il futuro rappresentata dall´azionista di riferimento". Alla notizia, presa la scorsa settimana e comunicata nel week end ai soci americani, la Borsa reagisce acquistando i titoli della casa torinese che chiude una giornata vissuta in rosso con un rialzo dello 0,39% a 7,19 euro. Positiva anche la reazione di General Motors. L´uscita di Fresco, commenta un portavoce di Detroit, "non cambia i nostri programmi: ci aspettiamo di avere un rapporto costruttivo con Fiat adesso e in futuro". Umberto Agnelli torna così al vertice della Fiat che aveva lasciato nel 1993, quando rinunciò alla vicepresidenza per concentrarsi sull´avventura della finanziaria Ifil. Da dopodomani sarà il terzo esponente della famiglia a condurre il gruppo, dopo il nonno e il fratello Giovanni. E´ il segnale del pieno impegno della famiglia a sostegno del rilancio dell´auto e dell´intero gruppo. Il passaggio avviene in un momento cruciale, proprio mentre la Fiat deve imprimere l´accelerazione necessaria per lasciarsi alle spalle la crisi ed imboccare con forza la strada del rilancio. Ottenuto il via libera delle banche, e consultati i soci americani, fra poche ore il cda è chiamato a definire le strategie finanziarie e industriali su cui si basa l´offensiva del Lingotto, con l´aumento di capitale e l´esame delle possibili dismissioni, in testa Fiat Avio e Toro Assicurazioni. I nuovi modelli che saranno presentati la prossima settimana al salone di Ginevra completano il quadro di un 2003 nel quale l´azienda spera di vedere nuovi segnali di una concreta ripresa.



  26 febbraio 2003