
sulla stampa
a cura di G.C. - 25 febbraio 2003
Bush gioca la carta della seconda risoluzione
Bruno Marolo su l'Unità
WASHINGTON. Il dado è tratto. Gran Bretagna, Spagna e Stati Uniti hanno presentato al consiglio di sicurezza dell'Onu una risoluzione che dichiara l'Iraq colpevole di ulteriori, rilevanti violazioni e minaccia gravi conseguenze. Il ricorso alla forza non è menzionato esplicitamente ma nessuno dubita che si tratterebbe di una dichiarazione di guerra. Il testo precisa che l'Iraq ha perso l'ultima occasione per consegnare pacificamente le armi proibite.
Una proposta alternativa, annunciata da Germania, Francia e Russia, afferma che l'opzione militare deve essere l'ultima possibilità e chiede un disarmo pieno ed effettivo, da ottenere pacificamente per mezzo delle ispezioni.
E' giunto il momento ha dichiarato il presidente Bush in cui il consiglio di sicurezza deve decidere se sarà rilevante oppure no, mentre il mondo fa fronte alle minacce del ventunesimo secolo. Questo organismo dimostrerà che le sue deliberazioni non sono parole vane? Speriamo sicuramente di sì. Il consiglio di sicurezza si è riunito a New York ieri (lunedì) alle 15,30 (le 21,30 in Italia) a porte chiuse per esaminare la risoluzione presentata dall'ambasciatore britannico Jeremy Greenstock. Secondo fonti concordanti, americane e britanniche, l'ambasciatore ha chiarito che il voto può essere rinviato fino a metà marzo. Trascorso questo termine, Bush si riserva la libertà di azione. In altre parole, intende invadere l'Iraq anche senza l'autorizzazione dell'Onu.
Aspetteremo due settimane o forse un poco di più ha spiegato il ministro degli esteri britannico Jack Straw prima di chiedere una decisione. Vogliamo un consenso internazionale. Il contenuto della risoluzione è stato concordato sabato in una conferenza telefonica a quattro. Bush e il primo ministro spagnolo Jose Maria Aznar, ospite nel suo ranch a Crawford nel Texas, hanno discusso ogni parola con il premier britannico Tony Blair e il presidente del consiglio italiano Silvio Berlusconi. I consiglieri del presidente americano avevano qualche dubbio sull'opportunità di ricorrere all'Onu e rischiare un voto contrario, ma Bush ha deciso di fare egualmente un tentativo per venire incontro ai suoi tre alleati più fedeli, alle prese con un elettorato risolutamente ostile alla guerra.
Una nuova risoluzione dell'Onu renderebbe meno difficile la posizione di Berlusconi, Blair e Aznar. Per questo motivo, secondo fonti americane credibili, Bush ha rinunciato a porre all'Iraq un vero e proprio ultimatum. Inoltre ha accettato di cancellare dal testo una frase che lo avrebbe autorizzato a usare tutti i mezzi necessari per distruggere gli arsenali proibiti di Saddam Hussein. L'apparente moderazione del linguaggio potrebbe facilitare la caccia ai nove voti necessari per l'approvazione. Finora hanno espresso un parere favorevole soltanto quattro dei 15 paesi membri del Consiglio di Sicurezza: Stati Uniti, Gran Bretagna, Spagna e Bulgaria. Sono decisamente contrarie Siria e Germania.
Tre dei cinque paesi con diritto di veto, Francia, Russia e Cina, si sono pronunciati contro la guerra ma i diplomatici americani sperano ancora di convincerli ad astenersi se vi fosse la maggioranza dei due terzi necessaria.
Messico e Pakistan hanno resistito alle pressioni americane ma non hanno ancora detto un no irrevocabile. Angola, Guinea, Camerun e Cile per il momento non si sono schierati in alcuno dei due campi. Bush intende telefonare ai capi di governo dei paesi incerti e mandare emissari di alto livello a promettere mari e monti in cambio del voto. Oltre alle promesse la diplomazia americana ricorre alle minacce. L'argomento è questo: faremo la guerra in ogni caso, contiamo su una vittoria rapida, chi si sarà messo contro di noi sarà escluso dai benefici.
Francia e Germania gelano gli Usa: "Nessuna nuova risoluzione"
Redazione de la Repubblica
NEW YORK - L'ultimo braccio di ferro è iniziato. Francia, Germania e Russia hanno preparato una proposta comune per il disarmo dell'Iraq. E intanto sparano a zero sulla risoluzione che Usa e Gb stanno per sottoporre al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Grande sponsor dell'iniziativa, il presidente francese Jacques Chirac che è anche il primo ad annunciare la la proposta che sarà ora valutata dal Consiglio di sicurezza dell'Onu. Chirac, in visita a Berlino, ha parlato ai giornalisti al fianco del cancelliere tedesco Gerhard Schroeder ribadendo l'intesa tra i due Paesi.
Il rilancio franco-tedesco arriva proprio mentre gli Stati Uniti accelerano in direzione dell'attacco: nella bozza della risoluzione che sarà sottoposta all'esame del Consiglio di Sicurezza la Casa Bianca - insieme a Gran Bretagna e Spagna -dichiara che "l'Iraq ha fallito l'ultima opportunità" per disarmare e il tempo a disposizione per Saddam è praticamente finito.
Ma non sarà facile per lo schieramento interventista superare questo nuovo blocco franco-russo-tedesco. La nuova proposta consiste sostanzialmente in un memorandum sul disarmo dell'Iraq. Disarmo che deve avvenire in "maniera pacifica", ha detto Chirac. "Questo è possibile - ha aggiunto Schroeder- e vogliamo fare di tutto perché l'Iraq accetti di rispettare le risoluzioni dell'Onu".
Esplicito quanto può essere un diplomatico, il ministro degli Esteri francese Dominique de Villepin, ha detto subito che una seconda risoluzione sull'Iraq, sarebbe "un errore" e "non esiste una maggioranza" al Consiglio di sicurezza disposta ad approvarla.
Ma poco più tardi, a margine del colloquio a Berlino con il cancelliere tedesco Schroeder, Jacques Chirac pronuncia parole ancora più chiare: "la maggioranza dei componenti il Consiglio di sicurezza dell'Onu non appoggia la nuova bozza di risoluzione sull'Iraq di Usa".
Così l'esecutivo dell'Onu si trova di fronte a due documenti di segno opposto che rischiano di provocare l'ennesima frattura. L'altro membro del Consiglio con potere di veto, la Cina, è tirata per la giacca da entrambe le fazioni. Secondo fonti diplomatiche Pechino appoggerebbe l'asse franco-tedesco, ma proprio oggi il segretario di Stato americano Colin Powell è impegnato in una delicatissima missione in Estremo Oriente per convincere la Cina a non porre il veto in sede di votazione della nuova risoluzione in seno al Consiglio di Sicurezza.
"L´attacco Usa un crimine contro la pace"
Il Vaticano alza il tono
Marco Tosatti su La Stampa
Una guerra unilaterale, priva dell´"ombrello" Onu, sarebbe un "crimine contro la pace": parola di Jean-Louis Tauran, il "ministro degli Esteri" di Papa Wojtyla. La Santa Sede risponde puntualmente al fragore bellico che si ode oltreoceano, e ribadisce la "linea" concordata da Giovanni Paolo II e dal Segretario di Stato, il cardinale Angelo Sodano, con Kofi Annan. La crisi irachena deve essere risolta nel´ambito delle Nazioni Unite. "Per noi tutto deve essere intrapreso e deciso nel contesto delle Nazioni Unite - ha detto monsignor Tauran - Vanno sfruttate prima di tutto tutte le risorse del diritto internazionale e ponderate le conseguenze che un intervento armato avrebbe sulle popolazioni civili, senza dimenticare poi le prevedibili reazioni dei Paesi dell´area che per solidarietà con l´Iraq potrebbero assumere degli atteggiamenti estremi". Il "ministro degli Esteri" del Papa è appena tornato da Belgrado ed è ripartito per Vilnius, per una serie di impegni di lavoro; ma ha trovato il tempo di esporre la posizione della Santa Sede con parole di notevole fermezza. Anche verso Saddam Hussein: "E´ importante che i responsabili dell´Iraq sappiano regolare la loro azione politica secondo il codice di condotta che impone loro l´appartenenza alla comunità delle nazioni". Ma è l´ipotesi di un´azione unilaterale il bersaglio dell´intervento di mons. Tauran. "Il diritto internazionale ha messo fuori legge la guerra grazie alla Carta delle Nazioni Unite. E mi riferisco all´articolo 2, paragrafo 4, che nessuno cita di questi tempi, ma è molto importante, perché dice che gli Stati rinunciano alla guerra per risolvere i loro conflitti". La Carta delle Nazioni Unite dice che la minaccia o l´uso della forza sono proibite, e che gli Stati devono risolvere pacificamente le loro controversie; dunque, conclude l´arcivescovo, "una guerra di aggressione costituirebbe un crimine contro la pace. La legittima difesa presuppone l´esistenza di un´aggressione armata previa".
Rotta la tregua, "lunga notte" per i treni delle armi
Guido Ruotolo su La Stampa
Sembrava una giornata tutto sommato tranquilla, dal punto di vista dell´ordine pubblico. Una giornata più che altro giocata su una reciproca campagna di "disinformazione" mirata: da una parte, il Viminale, le autorità militari di Camp Darby, le Ferrovie dello Stato impegnate a raffreddare il "clima" (che invece restava infuocato sul terreno politico). Dall´altra, il "movimento" impegnato a organizzarsi, a riflettere, a lanciare nuove campagne di mobilitazione e nuove modalità di lotta, come "frenate la guerra", forse per cercare di allentare la vigilanza delle forze dell´ordine nelle stazioni ferroviarie e per portare a termine l´occupazione dei binari. Lungo la "tratta" interessata al passaggio dei convogli, l´iniziativa dei disobbedienti si era limitata a una semplice "osservazione". Insomma, un ruolo soltanto di vedette e non di "ostacolo" al passaggio dei treni, che in realtà non c´è stato. Il comandante della base militare americana, in questo clima, si è spinto persino a sostenere che i convogli ferroviari erano già (quasi) tutti arrivati a destinazione; il Viminale ha ribadito la volontà di coniugare "dialogo e fermezza"; le Ferrovie dello Stato hanno smentito che la nuova campagna disobbediente di "frenate la guerra", tirate il freno a mano dei treni con passeggeri civili, aveva prodotto dei risultati apprezzabili, dal punto di vista dei manifestanti. Ma all´improvviso questo clima è cambiato, ed è iniziata una "lunga notte" che terminerà soltanto domani, quando dovrebbe essersi effettivamente concluso il trasferimento di mezzi e materiali militari da Vicenza a Camp Darby, e quando si terrà una manifestazione, a Pisa, del "movimento". La "lunga notte" è cominciata in realtà verso le sei del pomeriggio, quando gruppi di manifestanti hanno acceso falò alla stazione di Empoli e poi, a seguire, a Fornovo. Al Viminale, intanto, si era svolta una riunione per programmare le "contromisure" per fronteggiare la "lunga notte". Alcuni convogli, che trasportano anche materiali "speciali", infatti, si dovevano muovere in serata da Verona per raggiungere in nottata la propria destinazione. In pratica, da Empoli in su è stata rafforzata la presenza delle forze dell´ordine, mobilitate dalla Polfer e dai questori e prefetti, per intervenire nel caso di blocchi ferroviari. Sempre dalla riunione del Viminale è emersa la decisione di tentare di utilizzare anche i tir per il trasferimento di materiali via terra. La parola d´ordine del ministero dell´Interno è chiara: "Fare in fretta". E ancora: "Dialogo e fermezza", avendo ribadito che si deve garantire comunque l´arrivo dei convogli a Camp Darby.
Rai, la Lega insiste "A rischio il governo"
Redazione de la Repubblica
ROMA - La cena del lunedì tra Berlusconi e Bossi, non ha risolto il problema della Rai. Dopo le dichiarazioni del leader leghista ("Baldassarre e Albertoni restino oppure sarà crisi"), sono arrivate anche quelle di altri esponenti di primo piano del Carroccio che hanno messo in dubbio la permanenza della Lega nella maggioranza. E sono arrivate mentre l'esecutivo di Alleanza Nazionale, all'unanimità, ribadiva che il cda della Rai se ne deve andare.
A cena conclusa, Umberto Bossi ha così sintetizzato la discussione della serata: "La Rai a Milano è un dato acquisito. Stiamo ancora ragionando sulla questione e domani credo decideremo. Ma alcune considerazioni - ha aggiunto - possiamo già farle: a questo punto non è solo una questione di uomini ma di contenuti, bisogna capire se vogliono travolgere il cda per travolgere la delibera che ha portato la Rai a Milano. Se fosse così - ha proseguito - ci sarebbero conseguenze gravissime. Bisognerebbe prendere atto della natura degli alleati, vorrebbe dire che con loro non si possono fare riforme. Io non penso che vorranno votare con la sinistra".
"Si possono prendere in esame vari aspetti - ha concluso Bossi - qualcuno avanza anche l'ipotesi di una sorta di sfiducia costruttiva, ovvero i membri del cda potrebbero dimettersi finchè non viene eletto il nuovo Consiglio di amministrazione. Certo ci dispiacerebbe se si dovessero dimettere due persone oneste e che il Nord onorerà sempre. Ma se cercano di travolgere il cda per travolgere la Rai a Milano, le conseguenze sarebbero davvero gravi".
I dubbi di Bossi si aggiungono a quelli manifestati, prima della cena, anche dal vicepresidente del Senato, Roberto Calderoli, e dal capogruppo del Carroccio alla Camera, Alessandro Cè. Per quest'ultimo, "se ci discosta dal programma elettorale, non ci sono le condizioni per proseguire". Mentre Calderoli ha detto che la Lega ha "forti ripensamenti sull'utilità di restare in un governo costituito da forze politiche che, votando mozioni del genere, si dimostrano nemiche del nord", riferendosi alla mozione presentata da Alleanza Nazionale e Unione di centro alla Commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai, che chiede a Pera e Casini di revocare il mandato all'attuale cda di viale Mazzini, ridotto al solo presidente Baldassarre e al consigliere Albertoni.
Forza Italia e Berlusconi hanno bisogno di tempo. Magari per trovare subito l'accordo sui nomi per il prossimo vertice Rai. Ma soprattutto per riportare Umberto Bossi a più miti consigli. Gli altri esponenti del centrodestra dicono di non credere alla possibilità di una crisi di governo. Come il leader centrista Follini, secondo il quale essa è "impossibile ed è lunare parlarne". Di certo Bossi vuole la conferma di Albertoni. Che però non piace a Fini e Follini. Ma forse il senatur tenterà anche di sfruttare il caso Rai per ottenere adeguate "compensazioni" su altri temi cari alla Lega. Per esempio le candidature alle amministrative. O il percorso parlamentare della devolution.
Comunque sia, e se non arriveranno nel frattempo le dimissioni di Baldassarre e Albertoni, le mozioni di sfiducia all'attuale cda presentate in commissione di Vigilanza rischiano di diventare, per la coalizione di governo, una bomba a tempo. Lo dimostra la posizione ufficiale presa dall'esecutivo di An, che ha ribadito: il partito attende le dimissioni di Baldassarre e Albertoni. "In caso contrario - ha annunciato Publio Fiori - voterà la mozione di revoca".
Una maggioranza suicida e i tempi stretti del "dopo"
Stefano Folli sul Corriere della Sera
Nel mondo non si parla che di Saddam e delle ipotesi di guerra, ma a Roma c'è un mini-Iraq molto più esplosivo per i giochi di palazzo. Il piccolo Iraq italiano dura da mesi e si chiama Rai. Negli ultimi giorni, incredibile a dirsi, sta quasi oscurando la crisi internazionale. E la maggioranza di centro-destra sta offrendo una paradossale immagine di se stessa, al punto che ieri si parlava addirittura di collasso del governo. Scenario "lunare", dice qualcuno, e in effetti tale sembra. Ma il solo fatto di evocarlo dimostra quanto è profonda la spaccatura nella Casa delle Libertà. Con il secondo partito della coalizione, An, che si è assunto l'onere di affossare la coppia Baldassarre-Albertoni, ossia il consiglio d'amministrazione dimezzato che Fini e i suoi avevano difeso a spada tratta fino all'altro giorno. Fino alla delibera sul trasferimento a Milano della Rete Due ("un volantino ideologico", la definisce il vicepresidente del Consiglio). La vicenda presenta aspetti che sfiorano il grottesco, ma tant'è. Ognuno sfoggia la propria forza, in una partita in cui il bluff e la verità si mescolano. Inseguendo un compromesso che in ogni caso non è a portata di mano.
Da un lato Berlusconi e il suo alleato privilegiato, la Lega, entrambi determinati a piegare i ribelli della maggioranza e a non darla vinta all'opposizione. Dall'altro, gli ammutinati: Fini e i centristi dell'Udc, pronti (sulla carta) a votare insieme al centro-sinistra, nella commissione parlamentare di vigilanza, la sfiducia finale al vertice dell'azienda. Sullo sfondo, i due presidenti delle Camere: spettatori dello psicodramma e attenti a non farsi coinvolgere più del necessario. Consapevoli, peraltro, che tra poco l'onda li investirà, quando si tratterà di rimettere insieme i cocci.
E' un braccio di ferro confuso e caotico, in cui poche cose sembrano certe. Una è che, comunque vada a finire, la Casa delle Libertà ne esce male. Solo la coincidenza dei tempi con la crisi irachena può distrarre l'opinione pubblica da questa pagina poco brillante del governo Berlusconi. La seconda è che la crisi della Rai investe direttamente il premier: non solo perché è svanito - almeno fino a oggi - il ruolo di sintesi e di mediazione che dovrebbe essere proprio del presidente del Consiglio. Ma anche perché le accuse, a lui rivolte, di voler "affossare" il servizio pubblico preludono ad altre polemiche sul conflitto d'interessi. In Parlamento e fuori.
La terza certezza è che i tempi sono molto stretti per sbrogliare la matassa prima che ne sia pregiudicato il futuro del centro-destra. Giorni più che settimane.
E non è un caso se proprio ieri il presidente della Repubblica è tornato a parlare di pluralismo nell'informazione, con tutte le necessarie garanzie. Un messaggio che di fatto mette l'accento sulle nuove regole del sistema televisivo.
Il molto ingannevole tiranno di Bagdad
Alberto Ronchey sul Corriere della Sera
Quale sarà la sorte finale dell'uomo di Bagdad, Saddam Hussein al Majid al Takrit, nessuno può ancora saperlo. Ma chi era e chi è dobbiamo saperlo, sulla base delle cronache d'un ventennio e delle biografie che descrivono i suoi caratteri originari o acquisiti. Da quando nel '79 ha conquistato i pieni poteri, non tollera ombre sulla sua ombra, non ha successori. Diffida pure dei suoi assistenti e usa una dozzina di sosia o controfigure per proteggersi dagli attentati, ma la sua stessa personalità presenta variabili e inconciliabili aspetti. A volte, può sembrare anche il sosia di se stesso. L'abbiamo visto nel dialogo televisivo con Tony Benn, trasmesso da Channel 4, quando appariva un rilassato e mite signore, persino impacciato mentre sorseggiava il caffè, col dorso della mano sotto la tazzina quale salvagoccia. Ma l'abbiamo anche visto esaltato e gesticolante nei telegiornali, quando arringava la folla da un balcone agitando un mitragliatore e sparando raffiche in aria.
È suadente, come testimoniano ministri o ambasciatori o il cardinale Roger Etchegaray, quando assicura d'aspirare solo alla convivenza pacifica dal "Mar Basso", il Golfo, al "Mar Alto", il Mediterraneo. Ma da tempo si proclama erede di Nabucodonosor, che aveva ridotto in servitù gli ebrei e distrutto il Tempio di Salomone. Contro gli ebrei d'Israele ha già usato i missili Scud, per coinvolgerli nella guerra del '91 e sollevare le masse arabe.
Dopo la caduta dello Scià Reza Pahlevi nell'Iran, veniva considerato semiaffidabile come fattore di stabilità nel Golfo, ma con l'invasione del Kuwait rivelò d'aspirare all'egemonia sulla penisola arabica. Soggiogato dal sogno espansionistico, è nemico dei sauditi e li accusa di corruzione, mentre nell'Iraq i suoi figli monopolizzano il contrabbando e il mercato nero con efferate violenze coperte dalla polizia politica.
Ma il capitolo più nero della sua storia, insieme con le due guerre del Golfo, riguarda il regime di terrore imposto all'Iraq, gli eccidi dei sospetti oppositori e delle loro famiglie, le torture atroci nelle carceri, le repressioni dei curdi con i gas tossici
La sua biografia più recente, autore l'egiziano Magdi Allam, segnala che sarebbe stato capace del primo delitto a dieci anni, sparando a un pastore della tribù Ajil, e a diciassette ne avrebbe già commessi quattro. Nel '79, volle riservarsi la fucilazione di alcuni sgraditi esponenti del partito Baath. Nell'82, sparò in fronte al suo ministro Riad Ibrahim. Dopo simili ragguagli, nessuna nuova rivelazione sull'indole di Saddam Hussein potrà stupire. La sua volontà di potere con qualsiasi mezzo è diagnosticata come palese psicopatia da eminenti psichiatri, anche nel mondo arabo.
Sharon a un passo dal varo del governo
Redazione de l'Unità
Dopo due giorni di occupazione e nove morti, le truppe israeliane si sono ritirate lunedì da Bet Hanun, nella striscia di Gaza, appostandosi però negli immediati paraggi. A Gerusalemme, nel frattempo, il primo ministro Ariel Sharon si è assicurato la maggioranza in parlamento grazie ad accordi di coalizione col Partito Nazionale Religioso (Pnr) e con lo Shinui (centro laico). Sono invece in crisi i negoziati con l' Unione Nazionale, una formazione di estrema destra (7 deputati), che si oppone a ogni riferimento, anche indiretto, alla costituzione di uno stato palestinese nel programma del costituendo governo.
A Beit Hanun le truppe si sono ritirate lasciandosi alle spalle nuove distruzioni. Un portavoce militare ha detto che sono stati demoliti due viadotti, che collegavano Beit Hanun con la città di Gaza. Secondo il portavoce questi viadotti erano stati utilizzati da militanti palestinesi per sparare razzi Qassam contro la vicina città israeliana di Sderot. A Beit Hanun è stato intanto trovato sotto le macerie della sua abitazione il cadavere di Abdalla Sobei, di 50 anni. La casa era stata demolita domenica dai soldati in reazione a un attacco che il figlio aveva condotto contro una pattuglia militare vicino al valico di Erez. Il figlio era stato ucciso nello scontro.
Altrove nella Striscia di Gaza, a Khan Yunes, sono state demolite dai soldati quattro case e una palazzina di tre piani. Da quest'ultima, secondo fonti militari, un cecchino aveva sparato ieri uccidendo un soldato. In Cisgiordania, dove l'esercito continua la caccia a ricercati palestinesi e dove anche oggi sono stati effettuati più di 25 arresti, sono stati ritrovati nel campo profughi di Jenin i resti di un palestinese che era stato ucciso nel corso dei violenti combattimenti con i soldati lo scorso aprile.
A Gerusalemme si ritiene possibile la presentazione del nuovo governo del premier Ariel Sharon già nei prossimi giorni. L'accordo concluso col Pnr e con lo Shinui assicura infatti al premier una maggioranza di 61 deputati su 120. La nuova coalizione, per la prima volta da decenni, non avrà tra le sue file i partiti ultraortodossi, che hanno reagito con furia all'alleanza di Sharon col laico Shinui. Il rabbino Ovadia Yosef, leader spirituale dello Shas (partito ultraortodosso degli ebrei sefarditi), ha sprezzantemente definito Sharon "primo ministro di un governo di bidoni della spazzatura".
Cultura e scienza non si boicottano
Appello su La Stampa
Da qualche tempo sta circolando anche in Italia una petizione, promossa da alcuni docenti universitari e sostenuta dal Consiglio di facoltà di Parigi VII, che invita al blocco di tutti gli accordi di collaborazione fra le università europee e quelle israeliane.
Pur avendo opinioni diverse sul conflitto israeliano-palestinese, riteniamo questa iniziativa abnorme e dannosa.
Il boicottaggio degli scambi culturali contrasta con la vocazione storica dell'università, che è creare rapporti liberi fra persone e fra gruppi, non quella di erigere barriere aggiuntive o usare la cultura come strumento di pressione impropria..
Il boicottaggio addita come implicitamente responsabili della situazione attuale docenti e ricercatori israeliani, colpendo la comunità intellettuale di Israele con una ritorsione, l'isolamento culturale, mai applicata in altre realtà.
Indebolisce le già vulnerabili componenti moderate dei due schieramenti, in particolare rende ancora più difficile il lavoro di quei docenti e studenti israeliani e palestinesi che si stanno sforzando di costruire insieme una storia e un sapere svincolati dalle ideologie nazionaliste e militariste. Sono spesso loro che si giovano di triangolazioni con università di paesi europei.
Svaluta agli occhi degli stessi studenti europei la strategia del dialogo e della "diplomazia dal basso", embrione fragile e prezioso di una convivenza fra popoli.
Non possiamo che concordare con quanto scritto dall'intellettuale arabo Khaled Fouad Allam sulla Stampa giovedì scorso: "Io, che sono arabo e musulmano, dissento totalmente da una strategia politica di questo tipo: non perché difendo Sharon e il suo governo, la sua politica che conduce alla catastrofe; ma perché considero estremamente pericoloso un tale uso della cultura a fini politici".
Chiediamo, pertanto, che gli accordi fra università israeliane e europee siano onorati e intensificati, e che sui nostri media si dia più spazio alle iniziative di collaborazione israeliano-palestinese in atto e in progetto.
Anna Bravo, Gian Enrico Rusconi, Fabio Levi, Chiara Saraceno
Università di Torino
25 febbraio 2003