
sulla stampa
a cura di G.C. - 24 febbraio 2003
Livorno, i portuali in trincea "Per la guerra non lavoreremo"
Fabrizio Ravelli su la Repubblica
LIVORNO - Quella volta arrivò addirittura una medaglia al valore. I portuali livornesi che issarono una bandiera vietnamita sul pennone di una nave americana vennero decorati come eroici combattenti, per mano dei delegati di Hanoi che stavano trattando a Parigi la pace. Stavolta, dovesse succedere di nuovo, nessuno si augura un'onorificenza da Saddam Hussein. Ma qui al porto, stavolta, quello che si annuncia non è un gesto dimostrativo. Sarà, se ci si arriverà davvero, uno sciopero in grado di boicottare l'imbarco di mezzi militari americani verso la guerra all'Iraq.
Annuncia Roberto Piccini, presidente della Compagnia portuali: "Non presteremo il nostro personale, né le nostre strutture, e ci opporremo anche alla richiesta di utilizzo delle banchine delle quali siamo concessionari". Richieste di supporto da parte dei militari Usa ancora non ne sono arrivate. "Ma noi - continua - siamo comunque al fianco del sindacato che ha proclamato lo sciopero, e saremo i primi a sostenerlo, qualora si verificasse questa eventualità".
Sergio Cofferati ha già dato la sua benedizione: "Sono efficaci e unificanti decisioni, come quella dei lavoratori portuali, di non caricare le armi sulle navi in partenza. Lo si fece già ai tempi del Vietnam". I treni con i mezzi militari Usa ancora devono arrivare alla base di Camp Darby: solo 5 hanno raggiunto con qualche difficoltà e ritardo la destinazione. Si può immaginare che, nonostante le proteste e le occupazioni che i pacifisti annunciano ancora, alla fine ce la faranno. Poi dovranno essere imbarcati verso la Turchia. Camp Darby comunica direttamente col porto tramite il canale mediceo dei Navicelli.
.
Ma, a guardar bene, di sicuro c'è solo che i livornesi non vogliono dare alcun aiuto, nemmeno indiretto, alle operazioni militari. Che le autorità locali chiedono di essere informate sulla natura delle merci trasportate, e sulla loro pericolosità per la popolazione. Che il sindacato maggioritario fra i portuali (la Cgil ha circa l'87 per cento di iscritti) si mette di traverso. Che la stessa Compagnia appoggia l'eventuale sciopero. Tutto questo, però, non garantisce che il materiale bellico Usa venga davvero bloccato.
Roberto Piccini della Compagnia spiega che "ci sono vari operatori alle banchine, e ce n'è anche una libera, pubblica, anche se non mi sembra adatta a questo tipo di operazioni". Altra possibilità: "Le aree commerciali, su provvedimento del ministero, potrebbero essere momentaneamente tolte dalla potestà dei concessionari". Il provvedimento bloccherebbe di fatto il porto, anche se magari per un solo giorno.
Ultima ipotesi: i militari americani potrebbero fare per conto proprio. "Sì - ammette Piccini - potrebbero usare anche navi Ro-ro, navi traghetto. Questo se il materiale che devono imbarcare è semovente, se non servono le gru, se non ci sono particolari esigenze di stivaggio".
E, in effetti, i treni che finora hanno raggiunto Camp Darby trasportavano - a quel che era dato vedere - essenzialmente fuoristrada, camion, bulldozer. C'è anche un precedente. Alla fine della guerra del Golfo il porto di Livorno venne usato per far rientrare i mezzi destinati a Vicenza: "Quella volta lavorarono solo i militari, e ci misero meno di una giornata".
Per non parlare di tutte le volte che gli stessi portuali scaricarono e caricarono armi senza alcuna protesta: "C'era qualcuno che faceva obiezione di coscienza, e non lavorava - racconta uno che ricorda la storia del porto -. E qualcuno, dopo aver lavorato, si purgava di quella colpa mandando il suo guadagno agli orfani palestinesi". Vedremo come andrà a finire questa volta.
Certo quell'altra volta, quella della protesta contro la guerra del Vietnam, se la ricordano ancora tutti. Una prima pattuglia di portuali montò di nascosto sulla nave da guerra Jodett, a calata Assab. Ammainarono la bandiera americana e issarono quella vietnamita. Scoppiò un pandemonio: vennero bloccati, armi alla mano, dagli ufficiali. Il leggendario Italo Piccini (il padre di Roberto), per quasi 30 anni console della Compagnia, andò sottobordo e intimò agli americani: "Avete tre possibilità. Prima: li liberate, e li fate tornare al lavoro. Seconda: li liberate e li lasciate andare a casa. Terza: fra un quarto d'ora torno con altri mille portuali qua sotto". Li liberarono.
Piano del Viminale: "tolleranza zero" con i violenti
Fiorenza Sarzanini sul Corriere della Sera
ROMA - Libertà di manifestare, ma contro i violenti scatta la "tolleranza zero". Alla vigilia delle nuove manifestazioni annunciate dai Disobbedienti, i prefetti dispongono presidi nelle stazioni e controlli straordinari sulle strade. Complessivamente dovrebbero essere almeno mille gli uomini chiamati a garantire la partenza e l'arrivo dei treni e dei Tir che trasportano materiale destinato alle basi militari. Altri contingenti saranno sistemati nei porti, primo fra tutti Livorno, visto che i "No war" hanno annunciato l'intenzione di coinvolgere nella loro protesta anche i lavoratori portuali.
IL PIANO - Saranno modificati gli orari, studiati nuovi itinerari, ma al ministero dell'Interno si sta anche valutando la possibilità di presentare una denuncia nei confronti di quei macchinisti che nei giorni scorsi avrebbero fornito ai Disobbedienti i dettagli sul percorso dei convogli. "Si tratta di manifestazioni non autorizzate - spiegano al Viminale - e dunque nei casi più gravi può scattare l'interruzione di pubblico servizio. La consegna del materiale rientra infatti nei trattati internazionali che obbligano il governo italiano a garantire che i carichi arrivino a destinazione". I presidi delle forze dell'ordine saranno istituiti nelle stazioni di partenza, ma soprattutto in quelle di transito. Per avere un'idea dei numeri basti pensare che sabato a Migliarino e San Rossore, le due fermate intermedie prima di arrivare a Camp Darby, erano stati sistemati complessivamente un centinaio di uomini.
LA DIRETTIVA - La linea dettata dal ministro Giuseppe Pisanu resta quella di garantire la pacifica libertà di espressione, impedendo atti violenti. E non consentendo a nessuno di venire meno ai propri obblighi, come quello della riservatezza imposto a chi guida i convogli. Le direttive imposte per i servizi di ordine pubblico prevedono in una prima fase la ricerca del dialogo e di un compromesso con i manifestanti. Se questo non sarà sufficiente a ottenere lo sgombero, i reparti antisommossa potranno però intervenire con le "cariche" o anche utilizzando i lacrimogeni. "La nostra intenzione - sottolinea il questore di Pisa Eugenio Introcaso - è quella di andare avanti col dialogo, come è avvenuto fino ad ora, perché è questo l'atteggiamento più fruttuoso per entrambe le parti. Protestare è lecito, ma i treni devono pure passare. E io devo fare il mio lavoro".
La rana e lo scorpione apologo per l´Ulivo diviso
Michele Salvati su la Repubblica
Siamo al solito apologo della rana e dello scorpione che fanno una tregua per attraversare il fiume: "ma perché mi pungi, così affoghiamo tutti e due?", "Non ci posso far niente, è la mia natura."
E chi non prevede una nuova spaccatura se il consiglio di sicurezza dell´Onu, a maggioranza e senza veti, coprirà la decisione americana di aggredire l´Iraq? È impensabile che chi è contro la guerra (o almeno questa guerra) "senza se e senza ma" possa trovare una posizione comune con coloro i quali, più o meno convinti, ritengono sufficiente la copertura dell´Onu per esprimere il loro assenso. Dico subito che, con poca convinzione e con un imbarazzante senso di resa al fatto compiuto e a considerazioni di realismo, quest´ultima è la mia posizione, e lo resterebbe anche se la Germania si isolasse in una atteggiamento intransigente. Aggiungo però anche non trovo insensati gli argomenti dei "senza se e senza ma", se sono limitati a questa guerra e non alla guerra in generale. Questo, però, non è un articolo sulla guerra, ma sulla sinistra italiana, e non mi sembra il caso di esporre i motivi con i quali potrei difenderei la mia decisione, se dovessi farlo in parlamento.
Insomma il centrosinistra è diviso sulla guerra. Anche il centrodestra, qualcuno aggiungerebbe subito: facciamo l´ipotesi che, o per l´esercizio del potere di veto di chi ce l´ha, o a maggioranza, il consiglio di sicurezza neghi il proprio consenso ad una guerra immediata e gli Usa e il Regno Unito ugualmente aggrediscano l´Iraq: questa volta sarebbe il centrodestra a soffrire e forse non sarebbe da escludere una clamorosa sconfitta del governo, se il centrosinistra manovra bene. Allora perché scandalizzarsi? In via generale un confronto politico binario (centrosinistra contro centrodestra) è sottodeterminato rispetto alla varietà di posizioni che possono ragionevolmente aversi su ogni singolo problema, e ottenere il consenso di tutti i membri del proprio schieramento è sempre frutto, in buona misura, di calcolo politico e di disciplina, raramente di piena persuasione. In particolare, in ogni schieramento, esistono partiti diversi, che connettono le risposte date ai vari problemi secondo ideologie unitarie, sicché le differenze di posizione dei singoli parlamentari sono sistematiche: chi vota contro la guerra "senza se e senza ma" probabilmente sarà anche contro una forma di governo che consenta al premier di chiedere lo scioglimento delle camere, e sarà probabilmente contro ad una riforma della legislazione del lavoro che alteri la vigente disciplina relativa al lavoro subordinato. E potrei continuare, mettendo in rilievo la coerenza tra le risposte a diversi problemi che una ideologia e una organizzazione partitica efficaci consentono di ottenere.
Anche in questo non vedo nulla di male e nessuna differenza di rilievo tra il centrosinistra e il centrodestra. Le differenze che giocano contro il centrosinistra sono due, purtroppo gravide entrambe di conseguenze negative. La prima è che nel centrosinistra non si è ancora riusciti a costruire una leadership efficace e un sistema accettato da tutti per prendere decisioni con la rapidità che spesso è necessaria in politica. Ovviamente non potrà trattarsi del sistema in uso nel centrodestra, che si impernia sullo strapotere di Berlusconi: ma un qualche modo lo si dovrà trovare, e presto. La seconda è che le differenze sistematiche tra posizioni politiche affini non dividono soltanto i partiti, ma anche i partiti al loro interno. Non si tratta del solo caso, perché differenze analoghe si sono anche nella Margherita: ma le differenze sistematiche interne ai Ds sono clamorose e costringono il segretario di questo partito a fatiche e contorsioni inenarrabili per unificare il suo partito su una posizione dotata di senso, e il più delle volte non ci riesce. La prima differenza è quella più preoccupante, quella che, se non viene eliminata, condurrà il centro-sinistra a una nuova sconfitta. Ma anche la seconda produce confusione e perplessità nell´elettorato
Ciampi: "Serve una legge sull'informazione"
Redazione de la Repubblica
ROMA - Era la fine di luglio dello scorso anno quando Carlo Azeglio Ciampi, spediva alla Camere un severo monito sulla necessità del pluralismo dell'informazione. Oggi, a distanza di sette mesi, il presidente della Repubblica, torna a far sentire la sua voce. E lo fa rileggendo i passi principali del messaggio alle Camere del luglio scorso ("Il solo messaggio che ho rivolto al Parlamento in quasi quattro anni della mia presidenza" sottolinea il presidente). In occasione del quarantesimo anniversario della fondazione dell'Ordine dei giornalisti, Ciampi sente nuovamente l'esigenza di richiamare la necessità di una legge di sistema sull'intera materia della comunicazione "che garantisca pluralismo e imparzialità ed autonomia e realizzi anche un bilanciamento fra maggioranza e opposizione".
I temi sono analoghi a quelli del luglio scorso. Le parole anche. Ciò che cambia è il momento in cui vengono pronunciate: in pieno ciclone Rai. E appare improbabile che Ciampi non abbia voluto mandare un segnale, un monito, nel bel mezzo della discussione sul destino di ciò che resta dei vertici di viale Mazzini. "La garanzia del pluralismo dell'informazione - dice ancora Ciampi - è strumento essenziale per realizzare una democrazia compiuta, che si basa su un'opinione pubblica informata".
"Oggi mi limito ad aggiungere - ha continuato il Presidente della Repubblica dopo aver letto ampi passaggi del messaggio del luglio scorso - una sola considerazione, che riguarda l'esercizio della professione di giornalista. Ho già detto quanto sia importante la vostra professione in una società democratica. Senza una informazione ampia e responsabile - ha proseguito Ciampi - non può formarsi un'opinione pubblica critica e consapevole e il danno è grave per il corretto funzionamento delle istituzioni democratiche. Ciascuno di noi, al di là delle previsioni di legge o degli ordinamenti che la categoria si dà autonomamente, è investito di questa grande missione. Le garanzie della professione sono importanti, ma non bastano. Si impara dall'esempio di chi ci ha preceduto".
Ciampi ha ripetuto il monito lanciato l'estate scorsa in occasione della cerimonia della consegna del ventaglio, omaggio della stampa parlamentare e ha chiesto che l'atteggiamento dei giornalisti rispetti la regola "schiena dritta e testa alta".
Quelle due telefonate dietro la Rai a Milano
Francesco Verderami sul Corriere della Sera
ROMA - "Era da due settimane che si parlava del trasferimento di Raidue a Milano". Se è vero quanto rivela un autorevole dirigente della Lega, se è vero che Bossi anticipò ai suoi i dettagli dell'operazione, se è vero che il Senatùr non avrebbe potuto realizzarla senza l'appoggio del premier, rimane da capire come mai Fini non ne sapesse nulla, perché i segreti in viale Mazzini sono sempre sulla bocca di tutti, ed è strano che nessuno di An l'avesse origliato o, peggio ancora, non ne avesse intuito la portata. Questa è la storia di un vertice aziendale che prima di decidere alza il telefono per sentire Silvio Berlusconi, è la storia di un delitto imperfetto, che certo non produrrà una crisi di governo, ma che incatena già da ora i protagonisti ai ceppi di "un incredibile equivoco". Così hanno ricostruito quel consiglio di amministrazione i maggiorenti del Palazzo, a partire dal pomeriggio di giovedì scorso, quando una semplice mozione d'indirizzo si trasformò in delibera attuativa. Perché fin dalla mattinata era stata iscritta all'ordine del giorno la discussione sull'ipotesi di passaggio della seconda rete Rai in Lombardia. Ma, dopo la pausa per il pranzo, l'ipotesi si fece progetto, con la benedizione del presidente Baldassarre e del consigliere unico Albertoni.
E' mai possibile che il duo avesse deciso in solitudine di varare la riforma federalista della Rai? Ed è mai possibile che il potente direttore generale fosse stato messo dinnanzi al fatto compiuto senza preavviso? Solo il verbale della riunione potrebbe confermare la versione dei fatti emersa dai colloqui tra i leader del governo e della maggioranza, e cioè che in un primo momento Saccà avrebbe avuto da obiettare alla mossa dei "giapponesi", confortato in punta di diritto dal presidente del collegio sindacale, secondo cui non era di competenza del cda presentare la proposta, ma proprio del direttore generale. Strano che un conoscitore delle leggi come Baldassarre si fosse lasciato quel fianco scoperto, eppure in questo modo hanno ricostruito gli eventi nel Palazzo, dove si raccontano le insistenze del presidente della Rai ad accelerare, "perché si tratta di un'opportunità per l'azienda, non di un problema".
Che Saccà ce l'abbia sul gozzo è risaputo, forse così si può spiegare il muro che innalzò davanti a Baldassarre, i suoi "capisco ma...", "è vero, però...", "eppoi perché dovremmo forzare i tempi"? Albertoni attese fino ad allora prima di esplodere, e fu un'eruzione di cenere e lapilli, tanto da portarlo a dire che "se ci si oppone io mi dimetto". Pare che il direttore generale iniziò a fissare il presidente, tentando di capire se si trattasse di una crisi seria, o se quello fosse un bluff e i due si fossero divisi le parti in commedia. Decise di prendersi del tempo, "ho bisogno di riflettere". E si allontanò. Non fu per meditare in solitudine, bensì per telefonare al premier.
Berlusconi gli disse di non saperne nulla, di cadere dalle nuvole, chiese a Saccà un parere: "Sotto il profilo editoriale e di marketing - fu la risposta - rappresenta una grande opportunità per l'azienda. Ma sarebbe una forzatura per i tempi, siamo sotto elezioni, e potrebbe essere sgradita a Fini". "Rimanga sulla sua linea, prenda tempo" concluse Berlusconi.
Ma se così andarono le cose, se questa è la ricostruzione "ufficiale" che forniscono autorevoli maggiorenti della Cdl, qualcosa non torna. A quell'ora, infatti, il Cavaliere era impegnato nel vertice di maggioranza: possibile che non abbia interpellato il vicepremier sull'argomento? E se è vero che dopo quella telefonata Saccà si sentì anche con Storace e con Veltroni, prima di tornare da Baldassarre e Albertoni, come mai Fini continuò a rimanere all'oscuro di tutto?
Eppure questa sembra essere la versione concorde. Il direttore generale della Rai chiamò Berlusconi e poi tornò da Baldassarre e Albertoni. Li trovò al telefono, proprio mentre spiegavano al premier la validità dell'operazione, "perché in fondo è utile alla Rai", "perché non è nulla di sconvolgente", "perché è in linea con il progetto di un sistema federalista".
Quando Saccà capì che dall'altro capo del telefono era giunto il via libera, smise di meditare, fece sua la delibera e il cda l'approvò. In fondo, "l'atto di cortesia istituzionale", come lo definisce Baldassarre, era stato compiuto: dopo il premier, anche Albertoni avrebbe fatto lo stesso con Bossi di lì a poco, annunciandogli con orgoglio il colpaccio. Peccato che tutti si fossero dimenticati di Fini. "Pensavo lo facesse Baldassarre", si sarebbe giustificato successivamente Saccà. "Pensavo lo facesse Berlusconi", si sarebbe discolpato il presidente della tv di Stato.
E' chiaro che Fini non può permettersi di venire umiliato". Il vicepremier vuole la testa di quei tre, e stavolta non basta la colla di Letta: ogni ora che passa prima di arrivare a una scelta definitiva lo espone alla disfatta.
Gran Bretagna pronta all'attacco
Redazione de l'Unità
Il ministro degli esteri britannico Jack Straw ha indicato lunedì a Bruxelles che Londra
e Washington presenteranno con i loro alleati "all'inizio della settimana" un nuovo progetto di risoluzione sull'Iraq. Secondo Straw , a Bruxelles per la riunione mensile dei ministri degli esteri Ue, il consiglio di sicurezza dovrebbe pronunciarsi nel giro di "due settimane".
I tempi per la definizione della struttura della nuova risoluzione non saranno decisi prima della riunione degli ambasciatori a New York nel pomeriggio, ha detto il portavoce di Downing Street. La bozza dovrebbe essere messa in votazione "nella prima metà di marzo" ha detto il portavoce il quale ha sottolineato che "non siamo al punto di dichiarare la guerra" ma a quello di "preparare una bozza di risoluzione alle Nazioni Unite per dare a Saddam un'ultima possibilità di ottemperare alle disposizioni dell'Onu". Anche se da Berlino, il governo tedesco fa sapere che non c'è alcun motivo di presentare una seconda risoluzione. Il testo esistente - spiegano i tedeschi - prevede che le ispezioni possano proseguire.
Ma l'Inghilterra ha acceso i motori della mobilitazione militare. Il ministro della Difesa britannico, Geoff Hoon, durante una visita in Kuwait, ci tiene a far sapere che le truppe sono pronte a intraprendere un'azione militare contro l'Iraq, se i vertici iracheni non provvederanno al disarmo.
All'avvio di un tour fra gli alleati fondamentali della coalizione anglo-statunitense del Golfo, Hoon ha respinto gli argomenti di chi chiede più tempo per gli ispettori Onu. Subito dopo, intervistato da Bbc News, il ministro ha parlato dell'"immediatezza di una minaccia potenziale" rappresentata dall'Iraq, argomentando che in passato Saddam Hussein ha sfruttato le "ore d'aria" che aveva a disposizione per riavviare i suoi programmi nucleari.
America, cento città contro la guerra
Bruno Marolo su l'Unità
Cento città americane hanno detto no alla guerra. La resistenza è divampata come un incendio da Boulder nel Colorado a Somerville nel Massachusetts, da St Paul nel Minnesota a Milwaukee nel Wisconsin, fino a diventare un fenomeno nazionale. Uno dopo l'altro, i consigli comunali hanno approvato risoluzioni in cui chiedono al presidente Bush di lasciare in pace l'Iraq e preoccuparsi piuttosto dell'economia americana in crisi.
Dapprima sono insorti i piccoli comuni, poi le grandi città, e ora prendono posizione le metropoli: Baltimora, Filadelfia, Detroit, Seattle, Chicago. A Los Angeles la risoluzione pacifista è passata tra le polemiche. A New York si sta trattando un compromesso.
"La guerra - spiega Joe Moore, consigliere comunale di Chicago - sarà pagata con un aumento del debito federale e un drastico taglio ai finanziamenti per gli enti locali. Il mio quartiere e l'intera nazione soffriranno le conseguenze di una economia in sfacelo". Maryann Mahaffey, vice sindaco di Detroit, conferma: "Nella mia città i ricoveri per i senzatetto sono sovraffollati e il bilancio comunale ha un passivo di un milione di dollari. Noi crediamo che i bisogni delle città americane dovrebbero preoccupare il presidente più del regime in Iraq".
I documenti votati sono diversi in ogni comune, ma ricalcano tutti un modello proposto dall'Institute for Policy Studies, un centro studi di orientamento democratico. Il testo richiama la dichiarazione di indipendenza: "Noi, popolo degli Stati Uniti, siamo stanchi di iniziative militari contro un paese che non ci ha attaccati. Abbiamo paura che una guerra provochi la morte di migliaia di soldati americani e iracheni. Consideriamo la minaccia di guerra una pericolosa diversione dalla lotta contro il terrorismo e siamo consci delle conseguenze devastanti sui bilanci delle nostre città, sulla capacità di fare fronte alle necessità dei nostri comuni in questa difficile situazione economica".
L'amministrazione Bush ha deciso di ignorare gli appelli. Il 12 febbraio, una delegazione delle città in rivolta ha cercato inutilmente di ottenere udienza alla Casa Bianca. Un gruppo di volontari si è presentato ugualmente ai cancelli con una copia delle delibere, ma è stato respinto da un usciere in divisa. "Alla Casa Bianca - ha proclamato l'usciere - non si accettano notifiche. Se volete fare arrivare una dichiarazione al presidente speditela per posta".
A New York, è scoppiata una furiosa polemica. La risoluzione è stata respinta dal consiglio comunale e uno dei promotori, il consigliere del partito democratico Robert Jackson, è stato accusato di antisemitismo per il modo in cui ha commentato la sconfitta. "New York City - ha dichiarato Jackson - è come una seconda patria per la maggioranza degli ebrei. La comunità ebraica è convinta che questa risoluzione sia rivolta contro il presidente Bush e non sia nell'interesse del governo di Israele". Offesi dal sospetto di anteporre gli interessi di Israele a quelli degli Stati Uniti, i dirigenti della comunità ebraica hanno reagito con collera.
Oliver Koppel, un consigliere comunale ebreo del Bronx, ha proposto un compromesso. "Non credo - ha spiegato ai colleghi - che alcun ebreo debba vergognarsi di essere preoccupato degli effetti che una guerra avrebbe in Israele. Io non mi vergogno". Nei prossimi giorni sarà messa ai voti una nuova stesura della risoluzione, in cui non si prende una posizione assolutamente contraria alla guerra ma si afferma che deve essere "l'ultima scelta" per il governo americano.
Sondaggio del Mundo: i socialisti vincerebbero le elezioni
Gian Antonio Orighi su La Stampa
L´appoggio incondizionato a George W. Bush affonda José Maria Aznar. Il primo sondaggio dopo le gigantesche manifestazioni in 55 città del Paese contro l´intervento armato in Iraq (4 milioni di spagnoli in piazza lo scorso 15 febbraio) rivela che il premier "popolare" spagnolo perde non solo la maggioranza assoluta conseguita nel 2000, ma pure quella relativa. Il primo partito di Spagna diventa il principale partito dell´opposizione, quello socialista di José Luis Rodriguez Zapatero, pervicacemente contrario alla guerra contro l´Iraq di Saddam Hussein persino con la luce verde dell´Onu. Il sondaggio, pubblicato ieri dal liberal "El Mundo", arriva all´indomani del vertice di 48 ore tra Bush ed Aznar nella texana Crawford e proprio quando tutti i media evidenziavano la calda stretta di mano tra i due statisti, dopo aver annunciato insieme di avere elaborato, con i premier Tony Blair e Silvio Berlusconi, una nuova risoluzione da presentare questa settimana alle Nazioni Unite. Che cosa pensino gli spagnoli del ferreo allineamento di Madrid con Washington appare subito evidente: l´84% stima che Bush farà perdere suffragi ad Aznar nelle prossime elezioni.
A nulla vale che Aznar, dopo l´11 settembre, abbia ottenuto da Washington un importantissimo aiuto nella lotta contro il terrorismo basco dell´Eta e che la Spagna stia ormai (Bush avrebbe già dato il suo assenso a gennaio) per entrare nel G-8. Zapatero, a 90 giorni dalle amministrative del 25 maggio prossimo, appoggiato dai comunisti (5,6%), no global e cattolici, cavalca la tigre "pacifista" convinto di aver trovato il tallone d´Achille di Aznar e argomentando che nulla fino a questo momento ha provato che Saddam Hussein possegga armi di distruzione di massa.
Il Papa: un giorno di digiuno e preghiera per la pace
Marco Tosatti su La Stampa
Un giorno di digiuno e di preghiere, dedicati alla causa della pace, il 5 marzo prossimo, mercoledì delle Ceneri: l´ha chiesto a tutti i cattolici del mondo il Papa, ieri, nelle parole pronunciate prima della preghiera dell´Angelus. Parole pronunciate con un´enfasi da cui traspariva tutta l´angoscia del Pontefice, per un conflitto che solo la forza della speranza fa credere ancora evitabile. "Mai il futuro dell'umanità potrà essere assicurato dal terrorismo e dalla logica della guerra", ha detto affacciato alla finestra del suo studio il Pontefice. E alzando lo sguardo dal foglio, rivolto verso la piazza piena di gente, ha ripetuto, con voce rotta dall´emozione: "Mai, mai". Il microfono, impietoso, fra un "mai" e l´altro rivela un lungo, difficile respiro. Dalla piazza sale subito un applauso, prima che la lettura possa continuare. Era entrato in argomento immediatamente, Giovanni Paolo II. "Da mesi la comunità internazionale vive in grande apprensione per il pericolo di una guerra, che potrebbe turbare l'intera regione del Medio Oriente e aggravare le tensioni purtroppo già presenti in quest'inizio del terzo millennio" aveva esordito il Papa. "E' doveroso per i credenti, a qualunque religione appartengano, proclamare che mai potremo essere felici gli uni contro gli altri; mai il futuro dell'umanità potrà essere assicurato dal terrorismo e dalla logica della guerra". E´ una frase rivelatrice, questa, del doppio binario su cui si sta muovendo la Santa Sede in queste settimane cruciali. Da un lato un´intensa iniziativa diplomatica, ed extra diplomatica (il viaggio del cardinale Etchegaray a Baghdad) per scongiurare il conflitto. Dall´altra, nella valutazione realistica che probabilmente la guerra ci sarà, cercare di impedirne una lettura religiosa, proposta da qualcuno: una "crociata" cristiano-sionista contro l´Islam. E in effetti praticamente tutte le confessioni cristiane si sono pronunciate, finora, contro la guerra
Qui l´appello cade in una giornata già dedicata di per sè alla penitenza. "Imploreremo innanzitutto da Dio la conversione dei cuori e la lungimiranza delle decisioni giuste per risolvere con mezzi adeguati e pacifici le contese, che ostacolano il peregrinare dell'umanità in questo nostro tempo", ha detto, aggiungendo che alle preghiere "si accompagnerà il digiuno, espressione di penitenza per l'odio e la violenza che inquinano i rapporti umani. I cristiani condividono l'antica pratica del digiuno con tanti fratelli e sorelle di altre religioni, che con essa intendono spogliarsi di ogni superbia e disporsi a ricevere da Dio i doni più grandi e necessari, fra i quali in particolare quello della pace". Gli uomini del Papa non cessano di battersi per sottolineare pericoli e conseguenze imprevedibili di un conflitto. Ieri il Presidente del Pontificio Consiglio "Iustitia et Pax", l´arcivescovo Raffaele Martino, polemizzando in maniera indiretta con Tony Blair e Silvio Berlusconi, secondo i quali vi avrebbero partecipato meno di 10 milioni di persone, ha invitato i governi a "prendere in seria considerazione" le manifestazioni del 15 febbraio. "Vorrei sperare che chi vuole fare la guerra - ha detto - scorga le conseguenze che potrebbe produrre. Aumento del terrorismo, morti da ambo le parti, distruzioni, instabilità in tutta la zona, spargimento di sangue. Così come sia tenuta in considerazione l'opinione espressa da 110 milioni di persone nella marcia pacifista".
24 febbraio 2003