prima pagina pagina precedente salva il testo



sulla stampa
a cura di G.C. - 22 febbraio 2003


Ultimatum degli ispettori: "Distruggete i missili"
Redazione de
la Repubblica

NEW YORK - Gli ispettori Onu insistono. E fanno arrivare un secco ultimatum all'Iraq. Il capo della missione Unmovic, Hans Blix ha spedito una lettera al regime di Saddam Hussein in cui si sollecita la distruzione, entro sabato prossimo, dei missili Al-Samoud-2, armi che violano le risoluzioni sul disarmo perché hanno una gittata superiore ai 150 chilometri.
Ma da Bagdad la risposta è interlocutoria: "Discutiamone, ma la questione deve far parte del negoziato con l'Onu - dice il ministro degli esteri di Bagdad, Naji Sabri - Tutte le questioni pendenti possano essere risolte dalle due parti senza che potenze esterne esercitino alcuna pressione su loro".
Ma gli ispettori insistono. Hanno ormai la conferma dei loro sospetti. Per questo, nei giorni scorsi, avevano messo i sigilli ai missili Al Samoud 2 scoperti in diversi siti intorno a Bagdad. Sempre per questo Blix chiede anche la distruzione dei 380 motori di missili importati in Iraq illegalmente, in violazione all'embargo. L'opera di dismissione, scrive Blix, deve iniziare entro il primo marzo e deve essere condotta "sotto la guida e supervisione degli ispettori".
La questione è delicata. La distruzione dei missili, dice Blix, deve avvenire a partire dal primo marzo. Se ciò non avverrà, il rifiuto iracheno potrebbe essere usato per giustificare una guerra contro Saddam.



Crisi Iraq: intesa Berlusconi-Blair
Redazione de
La Stampa

ROMA. Italia e Gran Bretagna sono in "pieno e totale accordo" su quasi tutti i punti affrontati, sia per quanto riguarda le relazioni bilaterali che sui principali temi di politica internazionale. Lo ha sottolineato il primo ministro britannico, Tony Blair, in una conferenza stampa a Roma con Silvio Berlusconi.
Il presidente del Consiglio si è detto d'accordo con le parole del premier britannico e a conferma di questa grande sintonia bilaterale esistente ha riferito che sono stati firmati due importanti accordi; il primo per il rafforzamento dell'economia europea, e il secondo sulla difesa, la sicurezza, l'immigrazione e la lotta al terrorismo.
Berlusconi ha ribadito che tra Italia e Gran Bretagna esistono "sentimenti di amicizia ed ammirazione" ma anche "una condivisione della visione politica e dei programmi".
Da parte sua Blair, dopo aver ringraziato il premier italiano per l'accoglienza a Villa Madama e la sua conduzione del Governo, ha precisato che, in particolare, ci sono tre aree "estremamente importanti" sulle quali i due Paesi hanno trovato un totale accordo: la prima, è una Unione europea rafforzata che sia in grado "di svolgere un proprio ruolo nel mondo"; la seconda riguarda una serie di riforme economiche che hanno l'obiettivo "di rendere l'economia di Italia e Gran Bretagna più competitive"; la terza, di avere una Unione europea allargata che possa costruire "l'Europa del futuro".
Un'Europa, ha sottolineato Blair, che deve fare una Unione europea delle Nazioni e non un superstato federale".



Sintonia Roma-Londra per fare perno sull'Onu
Stefano Folli sul
Corriere della Sera

Silvio Berlusconi non ha retto alla tentazione. Quasi una settimana dopo la grande manifestazione di Roma ne ha dette di tutti i colori ai pacifisti. I quali con le loro marce avrebbero "gratificato Saddam Hussein". E peraltro erano pochi: "Meno di dieci milioni nel mondo...". Colpisce la differenza rispetto ai toni più rispettosi usati nel dibattito di lunedì in Parlamento. Berlusconi era stato prudente nel giudicare i cortei pacifisti, che certo lo avevano impressionato. Che cosa ha indotto il premier a rompere il riserbo? Con ogni probabilità due fattori.
Il primo è la convinzione che la battaglia mediatica è stata vinta dal movimento pacifista. "Dobbiamo cambiare qualcosa nel nostro modo di comunicare" sostiene Berlusconi. E in effetti la giornata di sabato 15 può essere il momento culminante del pacifismo internazionale prima del riflusso. Oppure può costituire l'annuncio di una frattura definitiva e drammatica tra i governi e l'opinione pubblica. In entrambi i casi il problema del "messaggio" esiste e non può essere lasciato marcire.
Perciò ieri Berlusconi, accanto a un grande comunicatore come l'amico Tony Blair (peraltro ugualmente inquieto circa le tendenze pacifiste), ha pensato bene di avviare la controffensiva. Sulla base del principio, sottolineato dal premier inglese, che "nessuno vuole la guerra".
C'è tuttavia un secondo fattore, più politico. Prima il vertice europeo di Bruxelles, poi l'incontro con il partner inglese hanno rafforzato il governo. Londra e Roma appaiono "in totale sintonia" e in effetti si coglie la simmetria delle posizioni. Che convergono sul nodo cruciale: l'America di Bush dovrà accettare una seconda risoluzione dell'Onu dopo l'ultimo rapporto degli ispettori. Comunque entro la metà di marzo.
E' chiaro che se Roma, Londra e Madrid, l'altra capitale del terzetto, contribuiranno a questo risultato, cioè a ricondurre la crisi nell'ambito delle Nazioni Unite - d'intesa con gli Stati Uniti e senza il "veto" francese - il loro successo sarà rilevante. In chiave politica, tutti colgono la differenza tra una guerra autorizzata dall'Onu e un'azione militare unilaterale, fatta contro le Nazioni Unite e nello sfascio degli organismi internazionali.



Quel leader laburista che una volta piaceva alla sinistra italiana
Piero Sansonetti su
l'Unità

Quando si è rotto il filo d'amore tra Blair e la sinistra italiana? Facciamo un'ipotesi: il sette novembre del 2000. Quel giorno succede una cosa molto importante (né a Roma né a Londra): Al Gore perde le elezioni presidenziali americane e la destra torna alla guida del mondo dopo otto anni. In tutto l'occidente si modificano gli equilibri politici. Naturalmente la rottura tra Blair e la sinistra italiana non è immediata, però è inevitabile. Non tanto perché la linea politica di Blair si sposti a destra (questo succede, però non in modo significativo), ma perché una grande parte della sinistra italiana (ed europea) mette in discussione quello che è stato il caposaldo dell'amicizia coi laburisti inglesi: il progetto di un nuovo asse riformista mondiale, chiamato terza via, o neolaburismo, o - presuntuosamente e un po' goffamente - “Ulivo mondiale”. Lo mette in discussione per due ragioni. Una ragione tattica e una più di prospettiva. La ragione tattica è semplicissima: la fine del clintonismo, determinata dalla sconfitta di Gore, priva la nuova alleanza riformista della sua leadership naturale; e quel tipo di alleanza - votata al governo del mondo e della globalizzazione - non può funzionare senza la guida americana. La seconda ragione è che in Italia una parte della sinistra inizia a pensare che la via riformista-clintoniana non abbia più prospettive, sia stata sconfitta: e che non sia possibile “ripararla” ma occorra progettare qualcosa di nuovo. Così si dissolve in poche ore il fascino di Blair, della scuola inglese e dei suoi maestri (come Antony Giddens) che fino a pochi mesi prima avevano avuto un ruolo carismatico nei confronti dei partiti e degli intellettuali della sinistra “classica” italiana. Quasi nessuno escluso.
Il sette novembre del 2000 poteva succedere una cosa diversa. E cioè che la guida dell'alleanza riformista passasse dalle mani di Bill Clinton a quelle di Blair. Perché non è successo? Perché in realtà tra Clinton e Blair c'erano differenze politiche enormi, anche se la politologia non le ha mai rilevate. Clinton vinse le elezioni del '92, aprendo le porte all'ascesa al potere del nuovo riformismo (che nel giro di pochi anni avrebbe conquistato praticamente tutto l'occidente, Spagna esclusa) su un programma fortemente rinnovatore. Potremmo dire “di sinistra” anche se moderato. Il suo programma elettorale prevedeva il rafforzamento del Welfare, la costruzione di una struttura di assistenza sanitaria pubblica (mai esistita negli Stati Uniti), più soldi alla scuola di Stato e alle pensioni, divieto di vendita e uso di armi da parte dei privati. Il programma di Clinton durò poco, perché il suo partito perse le elezioni parlamentari del '94 e Clinton fece un passo indietro su posizioni più moderate. Però mantenne ferme alcune battaglie: minimo salariale, diritti delle donne, protezione dei neri eccetera. Nel programma elettorale di Blair, e nelle sue successive iniziative politiche, non c'è mai traccia di un riformismo di questo tipo. Clinton puntava a costruire una politica che gestisse in modo “sociale”, dopo la sconfitta della destra, la fase storica che si era aperta con la caduta del comunismo. E puntava a cancellare il reaganismo. Blair cercò di fare un'altra cosa, molto diversa: raccogliere senza traumi, ma con qualche attenuazione, l'eredità politica della Thatcher. Garantire al capitalismo, finalmente libero dai lacci del bipolarismo, una fase di straordinario sviluppo e di ricchezza, basato sulla concorrenza e sulla deregulation. Vedete che sono posizioni diverse. Si tennero insieme, tuttavia, per circa tre anni, e cioè dalla vittoria elettorale di Blair (maggio '97) fino alla sconfitta dei democratici americani avvenuta tre anni dopo.

La rottura vera e propria tra Blair e la sinistra italiana (o almeno una grande parte della sinistra italiana) diventa evidentissima dopo la vittoria di Berlusconi. Sia perché la sconfitta elettorale spinge la sinistra italiana su posizioni più radicali, portando sulle sponde dell'antiliberismo anche settori che nei cinque anni precedenti erano stati organici al governo riformista e al clintonismo. Sia perché la perdita del riferimento americano porta Blair ad accentuare l'aspetto moderato ed “efficientista” delle sue posizioni. Così, nel febbraio del 2002, l'abbraccio tra Blair e Berlusconi è chiarissimo, e avviene non su aspetti secondari, o su tattiche, o su questioni di schieramento internazionale. Avviene sulla sostanza della politica economica. Laburisti inglesi e destra italiana sottoscrivono un documento comune che si basa su due scelte strategiche: accelerazione delle privatizzazioni e fine delle rigidità sindacali, cioè quell'idea magica che va sotto la parola “flessibilità”. Berlusconi trova in Blair un alleato nella sua battaglia per l'abolizione dell'articolo “18” (giusto un mese prima della marcia sindacale dei tre milioni di persone)
Il documento viene presentato in un incontro ufficiale che si tiene in Italia, il 15 febbraio, a Roma, a Villa Madama. C'è una conferenza stampa congiunta, nella quale Berlusconi spiega che la politica del suo governo "è uguale alla politica dei laburisti inglesi ed è diversa da quella del sindacato comunista italiano". Blair conferma, e spiega che "le vecchie distinzioni tra destra e sinistra non sono più valide".



Disobbedienti in azione: caccia al treno militare americano
Redazione de
la Repubblica

MONSELICE (PADOVA) - Avevano annunciato proteste, blocchi, azioni di interdizione. E questa in provincia di Padova è la prima. Piuttosto clamorosa, se è vero che circa duecento "Disobbedienti", guidati da Luca Casarini, sono riusciti a bloccare poco prima della stazione di Monselice un treno che trasporta materiale bellico e soldati Usa verso la base toscana di Camp Darby.
La manifestazione doveva limitarsi a un presidio contro il trasporto di armi alla caserma Ederle di Vicenza, da dove era annunciata la partenza di otto convogli ferroviari tra oggi e i prossimi giorni. Ma poi i pacifisti hanno reso più pesante la loro protesta scegliendo di bloccare il treno nei pressi di una stazione che era passaggio obbligato in direzione Pisa: Monselice, appunto.
E' lo stesso Casarini a raccontare che i Disobbedienti, accendendo due fuochi sulla linea, hanno prima costretto il convoglio a rallentare e poi, scendendo essi stessi sui binari, lo hanno fermato a 500 metri dalla stazione. "Trasporta i cosiddetti 'mezzi tattici' e altro materiale destinato al fronte iracheno - dice Casarini - e speriamo di averlo bloccato definitivamente".
Il leader dei Disobbedienti spiega poi che con questa azione si vuole far uscire il governo allo scoperto: "Dicano agli italiani che di fatto siamo in guerra, che su linee ferroviarie civili italiane, e con treni civili, si trasporta materiale che serve alla guerra". E' insomma la risposta del movimento alla decisione, comunicata dal ministro della Difesa Antonio Martino al Parlamento, di consentire l'uso delle strade e delle infrastrutture del nostro paese per il trasposto di mezzi e l'eventuale spostamento di truppe americane destinate al possibile teatro di guerra iracheno.



An vuole cacciare Baldassarre, Forza Italia dice no
M.Gal. sul
Corriere della Sera

ROMA - "E' arrivato il momento di voltare pagina. Alleanza Nazionale si augura che gli interessati ne prendano atto". E' metà pomeriggio quando il partito del vicepremier, per bocca del portavoce Mario Landolfi, decide di scaricare ufficialmente i vertici della Rai. La decisione del consiglio di amministrazione della tv pubblica di spostare la testa di Raidue a Milano accelera una crisi che investe anche la maggioranza. An non contesta il principio di una Rai federalista, ma ritiene "incredibile che si possa decidere il trasferimento di una rete senza un confronto preventivo con il Parlamento e con le autonomie locali". Una "leggerezza" imperdonabile, dalla quale può scaturire solo l'azzeramento del Cda.
Per An dunque la partita è chiusa, il presidente Baldassarre e il consigliere Albertoni "non possono restare". Posizione che si allinea a quella che l'Udc sostiene da diverse settimane. Dichiara senza incertezze il segretario Marco Follini: "In commissione di Vigilanza trarremo le conseguenze, la Smart (allusione a un Cda più che dimezzato, ndr. ) è al capolinea".
La commissione parlamentare si riunisce martedì prossimo, alla maggioranza rimangono solo tre giorni per evitare una spaccatura. Se la Lega brinda alla decisione del Cda, Paolo Romani, responsabile Informazione di Forza Italia, sostiene che l'unica strada per risolvere la crisi è il reintegro del consiglio Rai e non il suo azzeramento. Posizioni antitetiche, che potrebbero sfociare in una conta dagli esiti imprevedibili. In commissione occorrono 27 voti su 40 per sfiduciare il consiglio della Rai, i voti di An e Udc (pronte a presentare una loro mozione) sommati a quelli dei membri dell'Ulivo sono esattamente 27.
L'Ulivo, da sempre schierato a favore dell'azzeramento del Cda, chiede al governo di riferire al più presto in Parlamento e invita i presidenti delle Camere ad assumere "decisioni possibili e conseguenti". Interviene anche L'Osservatore Romano : "E' un decentramento che sa di lottizzazione".

In serata Umberto Bossi dava poco peso allo scontro interno alla maggioranza: "È Berlusconi che decide. E' giusto che ognuno abbia il suo strumento, quindi una rete al Nord e una rete al Sud. Adesso troveremo la quadra. Il resto sono solo parole".


Sfratto alla Rai
Norma Rangeri su
il Manifesto

Come era risultato evidente già all'indomani delle nomine per questo secondo Cda di stampo berlusconiano, lo scontro tra Bossi e Fini, per il controllo del pacchetto di maggioranza del servizio pubblico, è arrivato alla battaglia finale. Esattamente a un anno di distanza (l'esimio presidente Baldassarre venne designato il 22 febbraio), tolta l'ultima stampella che li teneva ancora in piedi, i due superstiti del Cda di viale Mazzini rischiano di crollare sotto i colpi dello stato maggiore di An. La provocazione di deliberare lo storico spostamento a Milano della direzione di Raidue, una rete moribonda proprio grazie alle cure del direttore leghista, Antonio Marano, ha toccato il nervo sensibile di qualunque maggioranza, quello della lottizzazione. Il grande progetto editoriale del decentramento e il federalismo non c'entrano nulla, c'entrano invece moltissimo le prossime elezioni regionali che Bossi vuole vincere piazzando la bandiera verde sul povero cavallo. Come scrive l'Osservatore Romano, tra i più attenti alle ultime vicende della Rai, "la maschera del decentramento" è la cornice politica per vendere al popolo il quadro di una nuova, più aggressiva, spartizione del potere della comunicazione.

Sarà un regolamento di conti molto duro. Conquistare la poltrona di un telegiornale o di una rete (perché a questo servono i consiglieri), vale più di qualunque carica ministeriale e se Silvio Berlusconi, dall'alto del suo conflitto di interessi, non ha problemi di proprietà televisive, i due litiganti, Bossi e Fini invece devono combattere come galli nel pollaio per accaparrarsi una gallina dalle uova magari deprezzate ma sempre d'oro.

Lo spettacolo del disfacimento della vecchia Rai, programmato e gellianamente perseguito, è potuto arrivare ai livelli di imbarbarimento di questi mesi anche per incapacità politiche pregresse. Se l'azienda più sensibile agli equilibri del Palazzo è diventata il terreno di scontro violento e aperto tra due partiti, enorme è la responsabilità della sinistra. Non solo per non aver risolto il conflitto di interessi quando ne aveva ampia facoltà, ma per aver lasciato che, grazie al patto tra dalemiani e popolari, ci si avventurasse prima nella faraonica, e fallimentare, impresa della "divisionalizzazione" dell'era Celli-Zaccaria, e poi per aver accompagnato il declino con una progressiva, suicida omologazione al modello berlusconiano, che ne ha definitivamente fiaccato strutture produttive, professionalità, consenso di pubblico.


Silvio Berlusconi va ripetendo che questa Rai è ancora troppo di sinistra, le poltrone di Tg3 e Raitre vacillano, nemmeno Buttiglione (Angela) alle testate regionali dà sufficienti garanzie alla propaganda elettorale leghista. Dunque si volterà pagina, ma per scriverne subito un'altra: sfida all'ultima poltrona. Quando cacciarono via Biagi e Santoro pensavamo di aver toccato il fondo dell'arroganza berlusconiana, poi gli interventi censori (niente dirette, niente blobbate irriventi, revisionismi storici a go-go) abbinati a un clima da boudoir, ci hanno insegnato che la caduta del carrozzone, con quel misto di potere e volgarità, saprà regalarci capitoli ancora tutti da scrivere.


La Cgil prova a salvare ciò che resta dell'industria
Felicia Masocco su
l'Unità

La Cgil ha avuto la risposta che si aspettava, più di quanto si aspettava, dalla Valle d'Aosta alla Calabria allo sciopero contro il declino industriale, per lo sviluppo e per i diritti hanno aderito in tanti (la percentuale più bassa è del 50%, e non sono mancati gli en-plein) e oltre centomila sono scesi in piazza "un risultato che dà ragione a chi, come la Cgil, in questi mesi ha avuto il coraggio di dire la verità", ha dichiarato Guglielmo Epifani in serata. Ora il governo e le associazioni imprenditoriali "raccolgano la sfida a fare i conti con la realtà"; il sindacato confederale abbia "uno scatto d'orgoglio" da subito, da martedì quando Cgil, Cisl e Uil incontreranno Confindustria per un confronto sulla crisi che probabilmente non ci sarebbe stato se la sfida lanciata da Corso d'Italia non avesse alzato il sipario su una realtà rimossa se non addirittura negata.
La giornata del leader della Cgil è cominciata a Pescara tra gli striscioni e le bandiere di una regione simbolo di quel che sta accadendo. Dismissioni, cassa integrazione a valanga, smantellamento del polo aquilano delle telecomunicazioni, ritardi negli interventi, mancanza di un'idea su come intervenire. I simboli della crisi abruzzese si chiamano Flextronics, Larec Tecno, si chiamano Merker, 480 addetti senza stipendio da quattro mesi e senza cassa integrazione perché l'azienda dall'aprile scorso non ha pagato i contributi. Chiedono lavoro e trasparenza, ieri lo hanno scritto con lo spray su uno striscione. Dietro di loro altre bandiere, altra crisi quella della Trioneuro di Sant'Atto (Teramo), produzione di bronzine per motori: erano in 150 solo due anni fa oggi sono 45 la metà è in cassa integrazione, due giorni fa gli è stato comunicato che resteranno fermi per altre 20 settimane.
L'elenco potrebbe continuare, erano in 20 mila ieri a sfilare per Corso Marconi e poi ad ascoltare Epifani in piazza Salotto: poche concessioni al "colore" se si esclude il rosso delle bandiere della confederazione, quelle delle categorie, dei Ds, di Rifondazione dei Comunisti italiani, quelle bianche della lista Di Pietro e i moltissimi vessilli iridati della pace che si sono imposti da una parte all'altra del corteo chiuso dalla musica e dagli slogan dei Disobbedienti e dei giovani del Social forum abruzzese rumorosissimi su un camion da cui spiccava la scritta "Articolo 18 per tutti". Senza sviluppo i diritti sono più fragili, senza la pace l'uno e gli altri sono in pericolo.
"Avrei voluto, e lo dico con tutta la forza - ha affermato il leader della Cgil parlando dal palco - che questo sciopero fosse stato fatto insieme. Perché occupazione e sviluppo non possono dividere i lavoratori. Chiedo e spero che almeno le nostre ragioni siano condivise e che le richieste al governo ci vedano insieme".

A scorrere le reazioni alla giornata di ieri la "speranza" di Epifani sembra avere scarse probabilità di realizzazione, non solo - com'è sempre stato - le associazioni imprenditoriali hanno armato una guerra di cifre sulla riuscita della protesta, ma anche molti esponenti di Cisl e Uil da una parte all'altra del Paese hanno dato il proprio contributo alla "conta", minimizzando il peso della mobilitazione.
Federmeccanica, sull'astensione di otto ore delle tute blu parla di un'adesione inferiore al 15%; Confindustria con Stefano Parisi dice di adesioni "bassissime, non oltre il 30%" "lo sciopero è inutile", quindi, "bisogna affrontare i problemi di fondo che riguardano la competitività del sistema paese: in parte è stato affrontato con le riforme del mercato del lavoro e col patto per l'Italia" cioè trasferendo i costi della crisi sui diritti dei lavoratori "in parte deve essere ancora affrontato con un'iniziativa importante di nuovi investimenti sulla ricerca, sulla formazione", ed esattamente quello per cui la Cgil ha scioperato.
Dalla Cisl, il leader Savino Pezzotta premette che on intende farsi trascinare nelle polemiche, poi afferma che la Cisl "ha scelto di adottare un metodo sindacale": "si fa una piattaforma e poi ci si confronta con le controparti. Se da questo confronto non escono dei risultati, allora vedremo come muoverci di conseguenza". Finora comunque di risultati i lavoratori non ne hanno visti molti.



"Riformisti, occorre un nuovo soggetto comune"
Arturo Parisi su
La Stampa

Non dovrebbe meravigliare nessuno la mia totale condivisione della proposta formulata da Giuliano Amato e Massimo D´Alema nella lettera aperta al Partito del socialismo europeo, per la costruzione di una "casa comune di tutti i riformisti europei" guidata dalla stessa ispirazione che ha portato Romano Prodi a riproporre negli anni la costruzione di una "casa comune dei riformisti italiani". Perciò, oltre che esplicitare sommariamente le ragioni della mia condivisione, vorrei qui associarmi all´impegno di dare risposta a obiezioni che quella lettera ha provocato, attraverso il contributo di qualche riflessione che ho svolto nel tempo di fronte a obiezioni in larga misura identiche che mi sono state rivolte e che ora agli autori della proposta vengono rivolte dall´interno della "famiglia politica" alla quale appartengono. Nell´analisi delle trasformazioni nella società europea che sono alla base del nostro ragionamento credo che si possa partire dal riconoscimento di una dinamica messa in moto, da una parte, dal processo di globalizzazione che modifica la scala e il teatro della politica superando i limiti finora rappresentati dagli Stati nazionali e, dall´altra, dal processo di individualizzazione. (...) E´ lo svolgimento di questo duplice processo che chiama i riformisti non solo ad avanzare un progetto all´altezza di questa sfida, ma a dotarsi di un soggetto capace di formularlo e di attuarlo. Le sub-culture, i "mondi" separati, gli individui "ammassati", le masse, appunto, che costituivano il referente sociale dei partiti di rappresentanza di massa, si sono infatti dissolte per sempre o sono in corso di definitiva dissoluzione e i progetti di vita degli individui così liberati sono sempre meno riconducibili ai progetti collettivi del passato e meno che mai a quelli riconducibili nei soli schemi delle storie nazionali. Da qui l´esigenza di quel nuovo grande progetto collettivo che chiamiamo costruzione dell´Europa. (...) Ed è a partire da questo che nasce l´esigenza di dar vita a un partito nuovo, che sia tale per la sua base sociale, e tale anche per le sue dimensioni. Un partito che si pensi come partito europeo, e non semplicemente come un partito che sta in Europa.

Più che mai dobbiamo riconoscere che l´Ulivo di cui parliamo non è qualcosa che sta alle nostre spalle, una sorta di momento magico rispetto al quale siamo solo arretrati, ma è viceversa lo svolgimento di un disegno sempre più condiviso (e il documento di Amato e D´Alema ne è prova significativa) nato da una scelta che per una serie di motivi l´Italia ha effettuato tra le ultime nella prima fase della vicenda europea, ma come prima starei per dire nella fase nuova: la scelta della democrazia governante interpretata dalle riforme maggioritarie del 1992-93.


  22 febbraio 2003