
sulla stampa
a cura di G.C. - 21 febbraio 2003
Bush: colpire Saddam, lezione a tutti i dittatori
Redazione del Corriere della Sera
WASHINGTON - "La sconfitta di Saddam sarà una lezione per altri dittatori". Il presidente americano George W. Bush, ad Atlanta, torna a far capire che gli Usa non hanno intenzione di fermarsi di fronte ai no di qualunque genere (delle manifestazioni o dell'Onu) e che la guerra, prima o poi ci sarà. Anche per far capire ad altri potenziali nemici che non avranno scampo. Bush ha spiegato infatti che un Iraq libero "dimostrerà che le nazioni libere hanno la volontà e la determinazione di difendere la pace: sconfiggendo questa minaccia mostreremo ad altri dittatori cosa li aspetta e al mondo che siamo pronti ad affrontare i pericoli che dovessero emergere da ogni parte".
LA MORALE E I CONTI - Intanto, mentre in Gran Bretagna Tony Blair viene quasi scomunicato sia dalla chiesa anglicana sia dal primate cattolico che insieme, negano che esista una giustificazione morale alla guerra in Iraq (Blair ne aveva parlato nel suo ultimo discorso) c'è chi lascia da parte le considerazioni etiche e comincia a valutare quanto costerà una "guerra lampo". Si tratta di un calcolo puramente economico (che esclude il ben più triste bilancio in vittime del conflitto) stilato da alcuni economisti australiani. Secondo Warwick McKibbin (Bank of Australia) e Andrew Stoeckel (Centro di economia internazionale), il costo annuo di un conflitto di breve durata (considerando due anni per la ricostruzione) sull'economia globale sarà pari all'1% del prodotto interno lordo mondiale, per un totale di 1.000 miliardi di dollari da qui al 2010. Un conflitto prolungato (5 anni più altrettanti per la ricostruzione) triplicherebbe questa cifra. Dai loro calcoli emerge che per il solo 2003 gli effetti combinati di petrolio più caro, spese statali fuori bilancio e incertezza economica costerebbero all'economia mondiale 173 miliardi di dollari. Il rapporto australiano prende quindi in considerazione il fattore petrolio: si prevede che il prezzo del greggio subirà un'impennata del 90% nei primi mesi di conflitto, per poi tornare - nel caso di una guerra breve - sotto il prezzo-base di 25 dollari al barile. Gli esperti prevedono anche un calo degli investimenti negli Usa pari all'8%.
La Casa Bianca riscopre il domino
Vittorio Zucconi su la Repubblica
Il "grande gioco" della risposta americana all'11 settembre è stato finalmente ammesso e tracciato da Bush in un discorso che ha avuto il senso di un manifesto politico, non più solo per la guerra, ma per il dopoguerra: l'Iraq e la rimozione di Saddam sono soltanto l'inizio, "l'alba" l'ha chiamata lui di una nuova epoca nella regione, ridisegnata dall'America prima con la forza e poi, sperabilmente, con il trionfo spontaneo della democrazia.
Che la risistemazione istituzionale e politica del Vicino e del Medio Oriente secondo modelli e interessi occidentali fosse il grande progetto strategico, appunto The Great Game come lo chiamavano i britannici, ben oltre la guerra ai Taliban e la destituzione di Saddam, era chiaro da tempo.
Ma il presidente americano non aveva mai articolato in maniera così esplicita il disegno finale di egemonia "buona" che sta dietro l'operazione tattica dell'invasione dell'Iraq. "Noi, e le molte nazioni che ci affiancano in questa impresa, abbiamo la volontà e la risolutezza necessarie per mostrare agli altri dittatori e agli altri regimi della regione che il loro cammino è la strada che li porta alla rovina".
Abbatterne uno per far paura a tutti. Siamo quindi ben oltre il ristretto triangolo dell'Asse del Male, Iraq, Nord Corea e Iran che Bush aveva disegnato frettolosamente nelle ore sovraccariche di tensione dopo l'attacco a New York e a Washington e poi abbandonato. La "sicurezza e la protezione del popolo americano", il suo primo dovere che anche ieri, come già nella prima risposta alle piazze dei pacifisti, ha citato, vanno oltre l'imperativo di saldare i conti lasciati aperti da suo padre con il Presidente, il raìs, di Bagdad. "We will show to the other dictators...", lo faremo vedere agli altri "che noi non intendiamo vivere nella paura" e, naturalmente "vinceremo".
Sono parole, e promesse solenni, che potranno suonare preoccupanti alle orecchie degli altri regimi della regione che, con l'eccezione di qualche timido segnale in Iran, potranno facilmente identificarsi in quei regimi che impediscono l'albeggiare della democrazia. Ma se Bush, arrivato a pochi giorni dalla risoluzione di guerra che sarà imposta al Consiglio di Sicurezza e quindi alla successiva invasione, ha sentito il bisogno di allargare l'orizzonte strategico oltre l'Iraq, è perché quelle folle scese in piazza, in nazioni alleate e certamente non dominate da governi di sinistra, hanno lasciato un segno più forte di quanto lui avesse voluto ammettere.
Quei milioni di dimostranti, licenziati sulle prime e sprezzantemente da Bush come un "focus group", un mini sondaggio di opinione, hanno fatto capire alla Casa Bianca che la formula della guerra a Saddam per le armi che pure "attivamente nasconde", era diventata troppo stretta. Ecco allora la mappa del "Grande Gioco" imperiale ripresa e riveduta in chiave di "liberazione" (il contro slogan opposto ai pacifisti) e di "democratizzazione" dell'intero Medio Oriente sullo schema di nazioni "unite, disarmate, pacifiche e libere", la formula che Bush sceglie per calmare le ansie di disintegrazione che serpeggiano nell'Iraq del dopo Saddam. Quelle preoccupazioni che fermarono Bush il Vecchio sulla via aperta verso Bagdad.
E' fin troppo facile ritrovare in questa promessa, anche l'eco del giuramento kennedyano di "sopportare ogni peso e pagare qualsiasi prezzo" per fermare la caduta del "domino" comunista. L'allusione è ovvia, l'avversario militare non è più l'Urss, ma il fondamentalismo terrorista, e quello ideologico non è più il comunismo, ma è la superpotenza inerme ed emergente del pacifismo anti Bush e per questo lo spettro del "domino" doveva essere evocato e rovesciato. La dottrina che si intravvede da questo progetto è infatti un "domino buono" e alla rovescia, dove dovrebbero essere i regimi e le dittature e le monarchie feudali che governano milioni di arabi dal Magreb al Kashmir a cadere uno dopo l'altro, sotto la spallata alla prima cavia, all'Iraq.
La strategia del "containment", del contenimento, che aveva retto mezzo secolo di Guerra Fredda e di guerre calde e limitate, diventa la strategia dell'attacco a quelle che per questa amministrazione sono le radici del terrore, la complicità dei dittatori arabi. "Noi vogliamo un mondo di pace", ma per crearlo "occorre la responsabilità della risolutezza", quindi la forza e questa è la risposta al partito globale del pacifismo. La promessa è che la luce in fondo al tunnel sia davvero "un'alba", non i fari di un treno in arrivo come fu detto per il Vietnam e che i pezzi di questo "domino della libertà" non franino tragicamente come i pezzi del "Great Game" britannico in Asia Centrale o della strategia kennedyana in Indocina.
Vermi tutti
Sommario su il Manifesto
Prima della guerra scoppia la propaganda. Il tabloid inglese The Sun viene volantinato a Parigi con il titolo: "Chirac è un verme". E' solo uno dei 175 giornali del magnate Murdoch, schierati in tutto il mondo come un esercito. Che ha di fronte centinaia di milioni di altri vermi in giro per il globo Intanto fervono i preparativi di Bush. C'è un ultimatum anche per la Turchia, che temporeggia sull'uso delle basi. La Russia accusa: "Pressioni sugli ispettori". In Italia il voto sugli alpini in Afghanistan ri-spacca l'Ulivo, sulla guerra è già resa dei conti contro i vermi "senza se e senza ma".
La guerra senza verità
Marcello Sorgi su La Stampa
Un curioso paradosso sta emergendo in questi giorni difficili di vigilia della guerra annunciata Usa-Iraq: mentre, appunto, la guerra si avvicina, gli americani ammassano ogni ora decine di migliaia di soldati ai confini dell'Iraq, e i tentativi di evitare il conflitto, o almeno di ritardarlo, si rivelano sempre meno efficaci, le leadership europee di governo e di opposizione sono impegnate a spiegare all'opinione pubblica che la guerra quasi certamente non ci sarà, o se avverrà sarà per errore, per un imprevisto dell'ultima ora, per un destino inevitabile.
E' un imbroglio politico e mediatico al quale nessuno si sottrae, governi, opposizioni, giornali, tv. Una lettura fredda degli ultimi giorni, infatti, porta razionalmente, ancorché dolorosamente, a considerare la guerra assai più probabile della non-guerra. Tutto ciò che sta accadendo conduce a questa terribile conclusione, e invece viene presentato come il suo contrario.
Le manifestazioni pacifiste del 15 febbraio, ad esempio, hanno sicuramente avuto l'effetto di testimoniare il forte sentimento contrario all'intervento in Iraq presente nell'opinione pubblica e condizionare la politica europea; e tuttavia, forse perché meno imponenti o addirittura minoritarie in Usa, hanno anche determinato un irrigidimento nella posizione di Bush.
Il recente vertice di Bruxelles, che ha ricostruito un fragile accordo nell'Unione, divisa fino al giorno prima proprio sull'appoggio agli Stati Uniti, è servito, certo, a smussare le resistenze, piuttosto che a costruire un fronte unitario contrario al conflitto. Talché diventa chiaro - ammesso che gli Usa considerassero un deterrente le riserve europee - che la divisione Francia-Germania contro Inghilterra-Spagna-Italia, poteva costituire, rispetto alla strategia americana, un argine più forte che non l'ambigua unità ritrovata dai Quindici. E in questa chiave si può leggere anche il veloce incontro a Mosca tra Prodi e Putin, al termine del vertice.
Poi c'è l'equivoco più grosso, che fatica a venir fuori, e riguarda il viaggio a Baghdad del cardinale Etchegaray e le iniziative assunte dal Vaticano per evitare la guerra, compreso l'occasionale (ma poi non tanto) vertice di martedì a Roma all'ambasciata della Santa Sede, tra Ciampi, Pera, Casini, Berlusconi e i cardinali Sodano e Ruini. E' evidente che il Vaticano, a qualsiasi livello, è rimasto impressionato dalla durezza di Saddam e dalla minacciosa serie di avvertimenti distribuita da Tareq Aziz nella sua visita italiana.
Dell'Italia e dell'assurda conclusione, tra voti contrapposti, di due settimane di dibattito parlamentare sulla guerra, s'è detto ampiamente, e non v'è dubbio che nella gran confusione finale di mercoledì alla Camera e al Senato le colpe e gli impacci del centrosinistra, anche della parte più responsabile di Rutelli e Fassino, siano apparsi più pesanti di quelli del governo, che è riuscito a ottenere il via libera al proprio appoggio a Bush, continuando tranquillamente a ripetere che sta facendo di tutto per fermarlo.
Ma malgrado ciò - illusioni più o meno candide, piccoli giochi, colpevoli omissioni - a tutti coloro che legittimamente continuano a essere convinti che la guerra sarà evitata, che Baghdad, come vediamo tutte le sere in tv, continuerà a vivere nel suo incredibile e allegro scombinamento, che l'America finora abbia fatto finta e alla fine dovrà mollare, forse bisognerà avere il coraggio di cominciare a raccontare la verità.
Agli italiani frastornati che continuano a sperare che il mondo si fermi, che lo scontro non arrivi, che succeda il miracolo, purtroppo è venuta l'ora di dire che è il momento di prepararsi. E il problema non è di essere contro o a favore di una guerra, che comunque, inesorabilmente, sta arrivando: semmai pensare al dopo. Se davvero ci sarà un dopo.
Una rete Rai al Nord. Via alla devolution
Sommario sul Corriere della Sera
ROMA - Primo passo verso la rete Rai "nordista". Il consiglio d'amministrazione della Rai (Baldassarre e Albertoni) ha deciso il trasferimento della direzione di Raidue a Milano. Decisione che ha suscitato l'entusiasmo della Lega. Bossi: giusta la scelta del primo Cda democratico. Insorge invece l'Ulivo, Rutelli: "Fermateli". Il vertice della maggioranza ha discusso l'azzeramento del vertice Rai e quasi tutti i leader si sono detti d'accordo. L'unica forza a frenare è la Lega. Nello stesso vertice la Casa delle Libertà ha deciso di fare andare avanti e di votare a maggioranza la devolution targata Bossi e la riforma federalista del titolo quinto della Costituzione. Trovato l'accordo nel centrodestra sull'agenda delle riforme.
La lottizzazione geografica
Curzio Maltese su la Repubblica
Enzo Tortora disse una volta che il problema della Rai era d'essere "un jet guidato da ragazzini". Oggi l'equipaggio è ridotto a tre membri che si strappano la cloche e si insultano mentre il jet precipita, come nei migliori film comico demenziali. "Demenziale" e "comica" sono stati infatti gli aggettivi più usati nel commentare la decisione del Cda di viale Mazzini di spostare a Milano la direzione di RaiDue, nella persona del direttore Marano, che non poteva vivere lontano da Bossi.
E' una decisione tre volte demenziale. Primo perché allontana la testa direttiva, si fa per dire, dal corpo di RaiDue che rimane a Roma. E questo sarebbe il danno minore, visto che Marano è stato finora il peggior direttore di rete a memoria d'uomo (non era facile). Ma in termini di gestione, rimane un nonsense.
Più grave è che la mini dirigenza Rai, la cui discutibile sopravvivenza dovrebbe limitarsi all'ordinaria amministrazione, compia una scelta straordinaria e in prospettiva allarmante. Lo spostamento della direzione di una rete ha infatti tutta l'aria di annunciare uno "spezzatino" Rai, con strutture sparse per l'Italia. Baldassarre e Saccà naturalmente raccontano al popolo bue che si tratta di un grande e vantaggioso progetto, da far invidia alla concorrenza. Tuttavia è improbabile che Mediaset voglia seguire il geniale esempio, Anche perché se Confalonieri provasse a spostare una rete qui e una là l'azionista lo farebbe interdire, con tutto che erano compagni di banco.
Il terzo elemento demenziale è che nella storia delle infinite lottizzazioni Rai, già tanto varia e penosa, si introduce la novità della lottizzazione geografica. Nel nome della devolution, la "lottizzation". Ma come sempre il grottesco del nuovo potere maschera una sostanza pericolosa. Questa dirigenza, giorno per giorno, pezzo per pezzo, sembra volere la distruzione della prima azienda culturale italiana. La "dissoluzione del servizio pubblico", come scriveva Licio Gelli.
L'informazione sulla giornata della pace è stata una cosa da Minculpop, uno scandalo più grave della diretta negata. I telegiornali Rai sono manuali della censura di regime, dove ormai spariscono perfino parole e figure sgradite, con Romano Prodi, per fare un esempio, sistematicamente oscurato dai resoconti.
Allora non è più il caso di ridere dei giapponesi asserragliati ai piani alti di viale Mazzini, del Cda formato Smart, della telenovela da separati in casa di Baldassarre e Saccà. E' venuto il momento di prendere atto che il vertice Rai lavora per il re di Prussia e sta compiendo la missione suicida che gli è stata affidata. Soltanto una grande mobilitazione può impedire la fine della tv pubblica. L'opposizione, in ritardo, l'ha capito. Non sarà una battaglia facile. Ma potrebbe incontrare il consenso di molti e forse anche di qualcuno della maggioranza. Gli italiani vogliono un futuro per la Rai, nonostante il suo passato e soprattutto il suo presente.
DEVOLUZIONE Via libera alla camera alla legge leghista
Redazione de il Manifesto
La devolution di Umberto Bossi non si cambia. Dopo il vertice di maggioranza in via del Plebiscito, Alleanza nazionale e l'Udc ritirano tutti i loro emendamenti e la commissione affari costituzionali della canmera dà il suo via libera al testo già approvato al senato. Il centrosinistra annuncia un'opposizione durissima quando, lunedì mattina, il provvedimento arriverà in aula a Montecitorio. "Bossi e la Lega sono i veri padroni della maggioranza di destra al governo nel paese" dice il diessino Chiti, mentre il margheritato Franco Monaco annuncia un pressing sui deputati meridionali della Casa delle libertà che "dovranno dare conto di lavorare per ingrassare le terre e le truppe padane". Ma in realtà i più cauti nel commentare l'accordo raggiunto in via del Plebiscito sono proprio i leghisti. Alessandro Cè, capogruppo alla camera, dice addirittura che "non è il caso di stare a cantare vittoria". Il compromesso raggiunto prevederebbe infatti "prima dell'inizio delle votazioni in aula della devolution" la presentazione da parte del governo di un nuovo disegno di legge costituzionale che riformi anche la riforma federalista dell'Ulivo. "Sarà una riforma complessiva, e la faremo entro il 10 marzo" annuncia l'Udc Follini.
Il senatur vince su due tavoli
Francesco Verderami sul Corriere della Sera
ROMA - Non ci riuscirono i governi dell'Ulivo, che volevano spostare a Milano la sede di un ministero per dare il segno tangibile della loro attenzione "alle istanze del Nord". Non ci riuscirono i Ds, che più modestamente volevano riunire una volta al mese nel capoluogo lombardo la direzione del partito per "riaprire un dialogo con l'elettorato settentrionale". C'è riuscito Umberto Bossi, che nella stessa giornata ha stretto l'intesa sulla devolution con gli alleati, ha conquistato il diritto di scelta del candidato alla presidenza del Friuli e attraverso "i giapponesi" di Viale Mazzini ha strappato la direzione di Raidue alla capitale d'Italia trasferendola nella capitale dei Padani. E stavolta non sembra solo un successo d'immagine, non sembra l'ennesimo compromesso siglato nel centrodestra per rabbonire il Senatùr. Stavolta Bossi sembra esser riuscito a issare la propria bandiera tanto nel Palazzo della politica quanto nella più importante roccaforte dell'informazione, sembra essersi preso una rivincita su una parte di quei "poteri forti" che avversa, e che pensava di aver già sconfitto se il Consiglio di Stato e i Tribunali amministrativi regionali non gli avessero impedito finora di entrare nell'olimpo delle Fondazioni bancarie.
Ma sarebbe un errore ritenere che abbia potuto fare tutto questo solo perchè ieri al vertice di maggioranza ha gettato sul tavolo delle trattative quella golden share che ritiene di possedere. E' vero che il capo della Lega ha detto davanti agli altri leader del centrodestra che "se pensate di rallentare la devolution apro la crisi di governo", ma già altre volte Bossi aveva brandito l'arma, senza però che la minaccia sortisse effetti.
Perciò è chiaro che l'operazione si è realizzata grazie al determinante appoggio di Berlusconi.
Così la giornata di ieri ha prodotto dei guasti nel campo dei suoi alleati: la devolution ha costretto l'Udc sulla difensiva, mentre la vicenda Rai ha scatenato uno scontro tra le correnti di An, con Fini e la destra sociale decisi ormai a "mandare a casa" Baldassarre, e con l'area di La Russa che invece appoggia le scelte del presidente della Tv pubblica.
Certo, sul federalismo la maggioranza appare più coesa dopo l'accordo, perchè il progetto di Bossi verrà inglobato nella modifica del titolo quinto della Costituzione, e dunque tutti sembrano aver raggiunto il loro obiettivo: la Lega avrà ciò che chiedeva, An e Udc vedranno riaffidare allo Stato alcune competenze che gli erano state tolte con la riforma dell'Ulivo. E insieme si preparano a contrastare nelle urne l'opposizione al referendum confermativo.
Se non fosse che il vertice non è riuscito a sciogliere alcuni nodi sui quali - avvisano i centristi - "sarà battaglia vera". E allora è vero che Bossi è il vincitore della partita di ieri, ma - a sentire autorevoli esponenti della Cdl - "il campionato deve ancora cominciare". Il dieci marzo si capirà meglio chi l'avrà spuntata, entro quella data il governo dovrà presentare un disegno di legge costituzionale sulle modifiche alla riforma federalista del centrosinistra. E di sicuro non sarà in quel pacchetto che si darà vita al Senato delle Regioni, nè si modificherà la struttura della Consulta. Si tratta di due progetti molto cari al Senatùr, che però è consapevole di forti resistenze. Specie sulla riforma della Corte costituzionale, dove Ciampi ha posto il suo veto.
Quanto all'emittente di Stato, la battaglia è - se possibile - ancor più incandescente. La decisione di trasferire dalla Capitale a Milano un pezzo di Raidue è un colpo sensazionale per la Lega in vista delle Amministrative, ma è una sciagura per An, che teme di subire un pesante contraccolpo elettorale alle provinciali a Roma. E Roma è la roccaforte della destra. Il governatore del Lazio Storace non poteva accettare un simile smacco, per questo ha chiesto a Fini di rompere gli indugi e di togliere la fiducia a Baldassarre. Raccontano che tra il vice premier e l'ex presidente della Consulta i rapporti si fossero già consumati. Incontrandosi nelle scorse settimane, il presidente della Rai lo aveva assediato senza successo, fino a salutarlo con un "allora ci sentiamo...". "Forse", aveva risposto il leader di An, gelido come solo lui sa esserlo in certe circostanze.
"Declino del nostro paese sempre più allarmante"
Valentina Petrini su l'Unità
Esattamente un mese fa il direttivo nazionale della Cgil ha scelto la strada dello sciopero generale di tutta l'industria e l'artigianato. Obiettivo: richiamare tutti alla drammatica realtà di un Paese che sta perdendo competitività e sta cancellando la sua stessa base industriale.
Il giorno fissato per lo sciopero è arrivato. Venerdì 21 febbraio, 4 ore di astensione da lavoro. Inevitabilmente si apre un'altra guerra di cifre. La riuscita o meno di questa iniziativa, infatti, sarà dettata dalla percentuale di adesione e dal numero di persone che venerdì scenderanno in piazza.
La giornata di lotta che ha suscitato tante polemiche è dunque arrivata. Polemiche perché la Cgil, ancora una volta, proclama da sola un'iniziativa senza Cisl e Uil. È il primo sciopero Cgil del 2003 ma soprattutto è il primo sciopero generale del segretario Epifani. Lo scorso 18 ottobre, infatti, data dell'ultima mobilitazione, Epifani era si già stato nominato segretario ma la proclamazione dell'iniziativa era stata presa dal direttivo Cofferati.
Di certo la crisi Fiat, che ha caratterizzato tutto lo scenario politico e sociale degli ultimi mesi (ora passata in secondo piano sugli organi di informazione per l'acuirsi della drammatica vicenda irachena) è forse uno degli esempi più lampanti del declino del nostro paese denunciato dalla Cgil. "Solo una grande base industriale solida è garanzia per il sistema produttivo di un paese", aveva detto Epifani alludendo al fatto che se al momento in Italia ci sono 8100 dipendenti Fiat in cassa integrazione questo è il campanello di allarme di una situazione che rischia di esplodere.
E a proposito delle accuse di "egemonia" mossegli dal collega Pezzotta (Cisl), il segretario della Cgil risponde: "Solo differenze di priorità. La Cgil porta avanti la sua politica e con Cisl e Uil il dialogo e il confronto restano aperti"
È passato un mese, il giorno della mobilitazione è arrivato eppure le polemiche non si sono spente. Quello di venerdì sarà senz'altro un battesimo difficile per Guglielmo Epifani. Ancora una volta il suo sindacato, e per la prima volta lui, dovrà dimostrare di essere in grado di portare la maggior parte dei lavoratori sulla linea della Cgil.
"Questo paese ha bisogno di investire in Ricerca-Innovazione-Qualità. Se i governi non puntano su questo ci sarà solo un futuro di recessione". Lo scontro tra il sindacato e il centro destra resta aperto anzi rischia di acuirsi giorno dopo giorno. Dalla Fiat alla drammatica situazione della scuola italiana (anche in questo campo si va verso lo sciopero generale il 24 marzo), dal settore telecomunicazioni, a cominciare proprio da Telecom Italia, al settore bancario, a quello agrario, petrolchimico, farmaceutico e addirittura del tessile, da sempre uno dei più proficui del nostro paese. In ognuno di questi campi secondo la Cgil si registrano segnali di forte declino.
Beniamino Lapadula, responsabile economico della Cgil, ha commentato giovedì i dati diffusi dall'Istat sul fatturato di dicembre e per l'intero 2002. "Dati che confermano lo stato di crisi ha detto L'incremento del 7,7% su dicembre 2001 fatto registrare dal fatturato non è un dato che possa tranquillizzare". "Siamo in presenza afferma Lapadula di una crisi della produzione industriale simile a quella del '92-'93. È una crisi destinata a durare ancora per mesi, considerato anche lo scenario internazionale
Scuola disuguale
Chiara Saraceno su La Stampa
L'Italia è uno dei paesi in cui l'origine familiare gioca un peso rilevantissimo sul destino dei figli: dal successo nella scuola nell'obbligo, alla possibilità di continuare la formazione e di acquisire competenze adeguate non già solo alla condizione sociale, ma alle proprie capacità e desideri. La scuola italiana da questo punto di vista si è rivelata singolarmente poco capace di spezzare questo filo stretto tra posizione sociale dei genitori e destino scolastico e poi professionale dei figli.
La distribuzione dei ragazzi e ragazze per tipi e ordini di scuola poco ha a che fare con le loro capacità individuali, molto con la posizione sociale dei genitori e talvolta anche il posto dove abitano: se in un paese l'unica scuola media superiore è l'Istituto per geometri, tutti i fortunati che possono proseguire gli studi ma non hanno una famiglia abbiente alle spalle faranno i geometri.
La riforma Moratti approvata in questi giorni dalla Camera rafforzerà ulteriormente questo meccanismo di riproduzione intergenerazionale delle disuguaglianze che spegne, o riduce fortemente, sia le legittime aspettative delle giovani generazioni circa il proprio futuro, sia la possibilità di valorizzare appieno le capacità di tutti.
Nonostante si parli, al secondo articolo della legge, che "sono assicurate a tutti le pari opportunità di raggiungere elevati livelli culturali e di sviluppare le capacità e le competenze", la netta divisione in due settori formativi, quello dei licei e quello della formazione professionale, irrigidisce ulteriormente, rispetto alla situazione esistente, i percorsi e le opportunità dei ragazzi di classi sociali diverse al termine della scuola media.
Là dove la legge Berlinguer intendeva omogeneizzare le esperienze formative per un tempo più lungo, qui viceversa si ribadiscono i confini. Che sono invalicabili nonostante la foglia di fico della possibilità formale di passare da un percorso all'altro. Chi, non aiutato dalla scuola di base e segnato dalla origine sociale sarà finito nel percorso professionale perché "non aveva voglia di studiare", ed "era meglio che imparasse un lavoro" difficilmente riuscirà ad attraversare quel confine, a recuperare le conoscenze necessarie. Così come sarà difficile che avvenga il percorso inverso, qualsiasi siano le caratteristiche dei ragazzi.
Avevamo bisogno di una scuola che investisse di più nel riconoscere e valorizzare le capacità delle giovani generazioni, a prescindere dalla loro origine sociale, che non sprecasse risorse umane e speranze per il futuro. Invece abbiamo una riforma che ribadisce ed esalta una caratteristica non proprio positiva della società italiana: il suo immobilismo sociale.
21 febbraio 2003