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sulla stampa
a cura di G.C. - 20 febbraio 2003


Iraq, sì alla risoluzione della maggioranza
Redazione de
la Repubblica

ROMA - Svanisca subito l'idea, accarezzata da Berlusconi, di un voto bipartisan sulla crisi irachena. Svanisce al primo passaggio del voto, in Senato, dove il documento del governo, quasi una fotocopia di quello approvato dai Quindici, incassa il primo "disco verde". E poi alla Camera, in serata dove Ulivo e il Prc votano contro e dove vengono respinte le mozioni presentate dall'Ulivo e da Rifondazione. Amaro il commento del premier: "Che delusione. Con questa gente che ribalta la realtà non c'è alcuna possibilità di dialogo".

Al Senato l'Ulivo si dissocia subito, e vota compatto la propria risoluzione, definendo inadeguato il documento del governo. Non è l'unica mozione: i senatori del Correntone Ds, i Verdi e il Comunisti italiani danno il loro voto anche alla risoluzione di Rifondazione comunista, che rifiuta l'ipotesi di una guerra all'Iraq anche sotto l'egida dell'Onu, aprendo una nuova ferita nel centrosinistra. La maggioranza accoglie invece il suggerimento di Giulio Andreotti di includere in coda al documento quanto scrive la risoluzione unitaria dell'Ulivo e cioè che ogni decisione su eventuali sviluppi futuri della crisi deve sempre ottenere la "preventiva autorizzazione del Parlamento". Dibattito tranquillo a Palazzo Madama. Breve l'intervento del premier che ha aperto il dibattito in Senato affermando che "c'è ancora spazio e tempo per evitare la guerra" e ribadendo la solidarietà con gli Stati Uniti.

Ad accenderlo ci riesce solo il presidente dei senatori di Forza Italia Renato Schifani che attacca e ricorda la guerra nel Kosovo citando le dichiarazioni dell'allora presidente del Consiglio Massimo D'Alema. L'opposizione rumoreggia, ma dura poco. E' alla Camera invece che il clima si scalda. Silvio Berlusconi difende le sue scelte in campo internazionale, rigetta le accuse di sudditanza agli Stati Uniti echeggiate al Senato definisce "incomprensibile" la mancanza del consenso dell'opposizione. Mentre il ministro degli Esteri Franco Frattini, chiede all'opposizione di ripensarci, perché votando no al documento del governo finisce per disconoscere la Ue. Diventa intanto una mozione - e questa volta bipartisan - la proposta di esilio per Saddam Hussein. L'Udc ha accettato, infatti, in un primo momento di ritirare la mozione, accogliendo la richiesta avanzata in questo senso dal governo dal ministro Frattini. Ma subito dopo i capigruppo di Ds, Margherita, Verdi e Udeur hanno chiesto di fare propria la mozione.



Un americano a Roma
Redazione de
il Manifesto

"Ho garantito agli Usa che non resteranno mai soli". Berlusconi in parlamento ribadisce la sua scelta ed esalta l'alleanza privilegiata con l'America di Bush: "Siamo amici, non sudditi". Poi si copre dietro la linea dell'Unione europea e chiede all'opposizione un voto bipartisan L'Ulivo non ci casca e vota no. Ma poi precipita nell'infinita trattativa interna, vota compatto la mozione ambigua che ne risulta e si divide sull'appoggio alla mozione di Rifondazione che dice un "no" netto alla guerra. E oggi nuova prova sugli alpini e nuove divisioni in vista.


Gli opposti compromessi
Massimo Giannini su
la Repubblica

Sospeso tra la "guerra senza se" che vuole Bush e la "pace senza ma" che vuole l'opinione pubblica, il Parlamento italiano ha votato sull'Iraq un compromesso pieno di se e di ma. La maggioranza conferma le sue posizioni di estremismo atlantico, ma è costretta a ricucire il filo interrotto con l'Unione Europa. L'opposizione non rinnega la sua linea di neutralismo assoluto, ma tenta di recuperare l'ombrello rotto delle Nazioni Unite. Il risultato del dibattito di ieri è comunque modesto, e non poteva essere altrimenti. Il mondo cerca di prendere tempo, per trovare una via d'uscita dall'incubo di Saddam. Solo in Italia i Poli manifestano un'inutile fretta di votare. Si illudono che farlo oggi, in un contesto geo-politico internazionale ancora confuso e angosciato, nasconda meglio le contraddizioni e le ansie degli schieramenti nazionali.

In un Paese normale, centrodestra e centrosinistra avrebbero colto al balzo l'occasione offertagli dal Consiglio straordinario della Ue, che lunedì scorso sull'Iraq ha varato un documento di mediazione, accettabile e finalmente condiviso.
Avrebbero fatto proprio alla lettera quel testo. Forse l'avrebbero votato insieme, con la stessa mozione. Oppure con due mozioni diverse, magari votate col meccanismo dell'astensione incrociata. Ma in un Paese anormale come il nostro neanche la politica estera è bipartisan.

Nella Casa delle Libertà continuano a pesare le oscillazioni diplomatiche di Silvio Berlusconi. Il Cavaliere mente nel dire che non ha mai cambiato opinione sulla guerra all'Iraq. L'ha cambiata eccome. Prima l'urgenza di accreditarsi con gli Stati Uniti l'ha indotto a condividere subito gli ultimatum di Washington al raìs, ad offrire in anticipo tutta la logistica utile alle forze militari Usa, a firmare di corsa il "documento degli Otto" in sostegno dell'America. Poi i moniti di Ciampi, le preghiere del Vaticano e la pressione delle grandi marce pacifiste l'hanno convinto a moderare i toni, a rivalutare il lavoro degli ispettori dell'Onu, a valorizzare l'importanza di una posizione congiunta della Ue. Oggi il premier deve issare la bandiera dell'Unione. E deve recepire nella mozione del governo un esplicito riferimento alla "piena sintonia con il documento europeo", che prevede la guerra solo come "opzione estrema". Così, nel giorno in cui la Cdl finge di avere una strategia precisa, si ritrova più che mai indecisa a galleggiare tra le due sponde dell'Atlantico.

Nell'Ulivo continuano a pesare le condizioni programmatiche di Sergio Cofferati. Il lavoro di cesello linguistico di Rutelli e Fassino ha consentito all'alleanza di votare una mozione unitaria. Ma c'è poco da entusiasmarsi. A rigore di logica politica, soprattutto l'Ulivo avrebbe dovuto prendere come oro colato il documento della Ue: voluto, propiziato e scritto da quello che tutti nel centrosinistra aspettano come il Messia: Romano Prodi. Invece non ha potuto. Smontando nei fatti un possibile ticket, Cofferati ha posto i suoi due paletti: la mozione può riflettere la linea europea che riconosce l'esigenza del disarmo di Saddam, ma deve contenere il rifiuto della concessione delle basi e del sorvolo agli americani, e non può dar luogo ad alcuna "intelligenza col nemico" al momento del voto. La coalizione l'ha accontentato, in nome di un'unità che è solo apparente: il correntone Ds, i verdi e i comunisti hanno votato sì anche alla mozione di Rifondazione, strenuamente attestata sul "no alla guerra, senza se e senza ma". Così, nel giorno in cui l'Ulivo finge di avere una posizione compatta, si scopre più spaccato che mai tra l'accordo di Bruxelles e la difesa di Bagdad.

In tanta ambiguità, il voto di ieri è solo un ponte sospeso sulla vera e decisiva incognita di questa tragica partita con Saddam: l'Onu. Non solo per il mondo, ma anche per i due Poli la posizione delle Nazioni Unite sarà lo spartiacque del conflitto.

Se a marzo il Palazzo di Vetro opterà per il no all'attacco all'Iraq, il grande dilemma riguarderà Berlusconi: dovrà decidere se schierare comunque l'Italia a fianco dell'America, accettando una guerra sostanzialmente unilaterale. Se invece il Palazzo di Vetro opterà per il sì, il grande dilemma riguarderà l'Ulivo: dovrà decidere se chiamarsi fuori comunque dai consessi mondiali e dai centrosinistra di tutto l'Occidente, rifiutando una guerra sostanzialmente multinazionale. Non a caso, ieri, né Berlusconi, né Rutelli e Fassino hanno risposto a questa semplice, ma fondamentale domanda: che farete, di fronte al sì o al no dell'Onu? La risposta, per il Parlamento italiano, è rinviata solo di un paio di settimane. Ma è ineludibile


Unita' impossibile se nessuno la cerca
Paolo Franchi sul
Corriere della Sera

Non era facile che maggioranza e centrosinistra riuscissero ad esprimere, sulla crisi irachena, una posizione comune. Anzi, la cosa era pressoché impossibile. Colpisce negativamente lo stesso, però, che nessuno ci abbia provato; o abbia se non altro cercato di dare l'impressione di volerci seriamente provare, per scaricare nel caso sull'avversario la responsabilità del fallimento. Questo no, non sarebbe stato troppo difficile. In fondo, sarebbe bastato tenere bene a mente i due recentissimi eventi che hanno impresso, almeno in potenza, un corso meno scontato alla crisi. E cioè le grandi manifestazioni che non solo in Italia, ma soprattutto in Italia, hanno vistosamente segnalato l'ostilità crescente alla guerra della larga maggioranza dell'opinione pubblica; e l'accordo, ma sarebbe più giusto dire il compromesso, raggiunto lunedì scorso dal vertice europeo di Bruxelles. Ma di qui, a guardar bene, non ha voluto prendere le mosse nessuno. Silvio Berlusconi, certo, verso i pacifisti ha usato parole un po' più rispettose che nel recente passato, e del compromesso di Bruxelles ha cercato di presentarsi come il principale protagonista. Ma il messaggio che più gli stava a cuore lanciare era un altro: non lasceremo soli gli Stati Uniti. E, quanto ai rapporti con l'Ulivo, l'intento (nemmeno troppo recondito) del presidente del Consiglio è parso soprattutto quello di sospingerlo, per così dire, il più "a sinistra" possibile. Non è un caso se, al Senato, la risoluzione della maggioranza consisteva solo in un paio di righe a dir poco burocratiche, e c'è voluto l'intervento di Giulio Andreotti perché vi fosse inserita almeno la richiesta al governo di non prendere decisioni impegnative senza l'autorizzazione preventiva del Parlamento. E non è un caso nemmeno se, alla Camera, la necessità di rafforzare il richiamo al vertice europeo nel documento del centrodestra è stata avvertita solo quando tutti i giochi erano fatti.
Del centrosinistra è sinceramente molto difficile dire. Qualche diessino più sperimentato ha confessato di aver fatto un sogno: di aver sognato cioè un dirigente comunista di un tempo che, appena letto il documento approvato a Bruxelles, si metteva pazientemente a copiarlo, vi aggiungeva un grintoso richiamo al governo a non discostarsene e qualche considerazione sull'importanza della mobilitazione popolare per la pace, e poi traduceva il tutto in una mozione parlamentare e in un appello al Paese. Ma il risveglio deve essere stato brusco. Chi vuole proprio vedere il bicchiere mezzo pieno (ma ci vuole coraggio) può sempre consolarsi osservando che il centrosinistra, una volta tanto, ha votato unito un proprio documento di politica estera, non importa se un po' vago per via dell'infinità di mediazioni che si portava appresso. Un'ottima cosa per l'Ulivo? Forse sì, se però non si desse il caso che, al Senato come alla Camera, un nutrito gruppo di parlamentari ulivisti (verdi, cossuttiani e, soprattutto, del "correntone" diessino) abbiano votato anche per la mozione, di segno totalmente diverso, presentata da Rifondazione: facendo così di un presentissimo Fausto Bertinotti il vincitore, a sinistra, di una giornata in cui tutti si preoccupavano del grande assente Sergio Cofferati.



Il Cavaliere inconsistente
Pasquale Cascella su
l'Unità

Si può dire di tutto a Silvio Berlusconi, ma non che si muova "a zig zag". Tuoni e fulmini si sono abbattuti su Ottaviano Del Turco. Che chissà quali reconditi anfratti del subconscio deve aver colpito per scatenare tanta ira del premier. Nemmeno a caldo. La rabbia è montata nelle due ore e passa trascorse dalla replica al Senato al bis delle comunicazioni del governo alla Camera.
Deve intanto averci messo la zampa, o la manona, Giuliano Ferrara, a seconda che si pensi all'elefantino o direttamente alla mole di chi di sicuro sa che l'evocazione da parte del senatore socialista della massima del "rivoluzionario" Mao Tse Tung di "procedere a zig zag per conquistare prospettive luminose", non è proprio uno di quegli "apprezzamenti" per i quali il presidente del Consiglio possa gongolare. Come ha fatto nei confronti del capo dello Stato, entusiasticamente "ringraziato" anche ieri, sorvolando sull'effettivo, e complessivo, significato politico del richiamo di Ciampi.
E sì che Del Turco, nella bomboniera del Senato, l'aveva detto esplicitamente che "procedere a zig-zag non è una vergogna" se consente di segnare una "discontinuità" rispetto a certe discutibili scelte del governo. Ma proprio questo Berlusconi deve aver considerato un insulto strada facendo, al punto da arrivare a palazzo Montecitorio con il viso dell'arme, deciso a lanciare il guanto di sfida. Quanto mai altisonante: "Sfido chiunque lo voglia fare a trovare una sola parola, una sola frase, un solo ragionamento non coerente da quanto la crisi è cominciata".
Detto fatto. C'è chi ha rintracciato il duello di Copenaghen con Chirac nientemeno dello scorso anno, quando Berlusconi giustificava la riluttanza degli Usa al "multilateralismo senza alternative" con l'apologia dell'alleato che dopo l'11 settembre ha "una sensibilità diversa, come chi ha un malato di cancro in casa che dà volentieri i soldi per la ricerca rispetto a chi pensa di esserne immune". Inappropriato? Ecco, il coordinatore della Margherita, Dario Franceschini, aduso per la giovane età all'uso veloce delle moderne tecnologie, mettere in quattro e quattr'otto in bella fila i richiami del presidente del Consiglio a una seconda risoluzione dell'Onu: "Era “auspicabile” il 30 gennaio, “non necessaria” il 3 febbraio, serviva per “legittimare pienamente” l'intervento militare il 5 febbraio, fino alla magistrale sintesi del 6 febbraio, secondo la quale “la prima risoluzione è l'ultima possibilità per Saddam ma auspico, se necessaria, anche la seconda per l'uso moderato della forza”". Commento sferzante: "Pur facendo la media, a tutt'oggi nessuno sa cosa il premier pensi della seconda risoluzione Onu".



"Rai, svenduto il cavallo, rimasti i somari"
Natalia Lombardo su
l'Unità

A non far sentire soli i due "giapponesi" riuniti nel consiglio monco, ieri mattina sotto il Cavallo Rai c'è stato un via vai di cittadini, giornalisti, rappresentanti di associazioni e sindacati, che hanno partecipato al sit-in promosso da Ds, "Articolo21", Cgil e Margherita. Una sola parola ai vertici Rai: "Andatevene". Idem alle sei di sera sotto la sede milanese di Corso Sempione.
Al settimo piano di Viale Mazzini nel Cda il clima è gelido, congelata per cautela anche la guerra fra Baldassarre e Saccà. Un vincitore c'è: è Anna La Rosa, che visto finire sulla graticola il vicedirettore Donato Bendicenti, punito con dieci giorni di sospensione (il massimo prima del licenziamento), e trasferito dai Servizi Parlamentari alla legione straniera di Isoradio.

Riacquisiti i poteri come Braccio di Ferro, Saccà l'ha spuntata invece su Alda D'Eusanio: non la chiusura del contratto, reclamata nella crociata moralizzatrice dei "giapponesi", ma solo una multa di 26mila euro (in freezer per ora anche il programma in prima serata su Rai2).

Un po' di soddisfazione anche per le pretese Bossi, portate in Cda dal fido Albertoni: oggi il consiglio biposto affronterà nientedimeno che il trasferimento delle reti, una "priorità" assicura Baldassarre: una al Nord e una al Sud. Irritato invece il presidente della Vigilanza, Claudio Petruccioli: ha chiesto di nuovo i verbali delle riunioni del Cda a Baldassarre, che si era rifiutato di darli con la scusa che "renderli pubblici crea danno all'azienda".
Ancora non risolto invece il caso Santoro: rinviata al 28 la sentenza sul ricorso in appello fatto dalla Rai per il "reintegro" alle funzioni giornalistiche, riconosciuto dal Tribunale al conduttore. Si attende il via libera del Cda Rai alla proposta del direttore di RaiTre, Ruffini (ieri ascoltato dal giudice del Lavoro), per 20 puntate in seconda serata. "Siamo pronti a lavorare anche subito", dice Santoro, "con il direttore di rete ma senza diktat esterni".
Chissà se Saccà continuerà a eseguire quelli "bulgari"? Oggi dovrebbe esserci il vertice di maggioranza sulla Devolution, ma la rogna Rai terrà banco. Si dice che la preoccupazione di Berlusconi sia quella di rompere l'asse di centrosinistra RaiTre-Tg3. E il premier vorrebbe anche andare alla presidenza del semestre europeo "pulito" dall'immagine di magnate tv: non certo mollare le proprietà, ma arrivare con la legge Gasparri e quella sul conflitto d'interessi approvate. Il ministro delle Comunicazioni ieri si è detto disposto a rendere "asimmetrici" gli intrecci proprietari (sì all'acquisto di tv per i quotidiani e non viceversa), come aveva chiesto Rutelli.
A convincerlo dev'essere stato però Luca di Montezemolo, presidente degli editori, che Gasparri incontrerà giovedì. I tre "giapponesi" sono stati abbandonati anche dai dirigenti dell'Adrai che, pur smentendo di aver preso parte ai sit-in, hanno presentato un documento di sfiducia dei vertici. I consumatori tornano in Tribunale, e un abbonato "deluso" dalla mancata diretta sul corteo pacifista ha fatto causa: rivuole i soldi del canone. In rivolta anche i registi teatrali, da Scaparro a Albertazzi: niente canone se la Rai non dedica spazio a teatro e cultura.


Non cambia la vergogna dei condoni
Lietta Tornabuoni su
La Stampa

Le vere innovazioni di questi anni italiani sono l'elettronica, i computer, e il cambiamento della moneta: tutt'e due gli eventi sono legati a fatti internazionali e commerciali. Neanche la grande rivoluzione degli elettrodomestici dopo la seconda guerra mondiale fu altrettanto rapida e diffusa, nell'arricchire le case di oggetti prima inesistenti, frigoriferi, lavatrici, televisori, apparecchi di riscaldamento o raffreddamento, frullatori, cucine o ferri da stiro elettrici, nell'impoverire le famiglie per l'esborso di rate piccole ma senza fine e per la massa di cambiali, nel migliorare immensamente la vita d'ogni giorno soprattutto delle donne. Neanche l'altra grande rivoluzione, quella dell'automobile, fu altrettanto veloce e radicale nell'incoraggiare il dinamismo dei viaggi e la pigrizia del camminare, nel cambiare il costume dell'esistenza. I computer con la loro urgenza nelle comunicazioni, l'euro con le sue novità di calcolo, i suoi guai e il suo cosmopolitismo, sono stati ancora più svelti ad affermarsi e a stabilirsi nelle abitudini quotidiane: nonostante tutte le peggiori previsioni, gli italiani hanno imparato subito, presto e bene. Le cose cambiano, la gente cambia, tutto cambia: ma i meccanismi viziosi dell'economia governativa rimangono rocciosamente identici, tanto sbagliati quanto perenni. I condoni, a esempio, sono una vera porcheria. Lo sono moralmente: è infame favorire gli evasori fiscali, i responsabili di comportamenti illegali, concedere loro i vantaggi di una sanatoria a prezzi stracciati, a spese e alla faccia dei cittadini rispettosi delle leggi che hanno pagato puntualmente quanto dovevano. I condoni sono una vera porcheria politicamente: oltre a legittimare l'illegalità, privando lo Stato di ogni autorità riconoscibile, riducendo a optional le regole del vivere collettivo e ponendo le basi di ancor più vasti comportamenti scorretti, possono non restare senza conseguenze sul piano elettorale. Sono una vera porcheria economicamente: il ministro delle Finanze sa meglio di chiunque come gli incassi dei condoni siano un espediente estremo e precario per aggiustare i conti, come non siano ripetibili a scadenza breve, come aprano una strada rischiosa (se si salvano le società di calcio, come si potrebbe non salvare aziende d'altro tipo?). Eppure i condoni, per decenni e sino a quest'ultimo più vergognoso di altri, seguitano a far parte delle strategie economiche governative: con la stessa logica della disperazione che può portare una persona, nonostante tutto, a rivolgersi agli strozzini.

Blix all'Iraq: distruggete i missili al-Samoud 2
Redazione del
Corriere della Sera

NEW YORK - Il capo degli ispettori Hans Blix ha deciso di chiedere all'Iraq di distruggere i suoi missili al-Samoud 2, ma non ha ancora determinato se anche i motori dei missili dovranno essere demoliti.
Lo hanno riferito ieri diplomatici e fonti delle Nazioni Unite. Blix dovrebbe scrivere ai funzionari di Baghdad subito dopo che gli ispettori avranno terminato il loro inventario dei siti che assemblano missili, lanciamissili ed altri componenti, che hanno controllato quasi ogni giorno in questa settimana.

COLLABORAZIONE - Se l'Iraq distruggerà o no i missili sarà un test chiave per gli Stati Uniti sulla buona volontà di Baghdad a collaborare. Funzionari Usa hanno segnalato che un rifiuto dell'Iraq potrebbe violare gli ordini del Consiglio di sicurezza di consegnare tutti i missili balistici e le altri armi di distruzione di massa.

RAGGIO DI 150 KM - I missili al-Samoud 2 sarebbero illegali perché superano il raggio di portata di 150 km fissato dalle Nazioni Unite, ed arrivano fino a 183 km. L'Iraq, ha aggiunto Blix, ha anche importato 380 motori di razzi, prodotti chimici utilizzabili come propellente e strumenti di controllo. Quanti di questi componenti Blix potrebbe chiedere di distruggere non è ancora chiaro. Ieri, l'ambasciatore iracheno all'Onu Mohamed Aldouri ha detto ai giornalisti che i missili sono nel range fissato e che Baghdad chiederà nuovi negoziati tecnici con la commissione di ispezione, verifica e monitoraggio dell'Onu guidata da Blix. Alla domanda se l'Iraq distruggerà i missili, Aldouri ha risposto "Al momento giusto, vedremo".


BLAIR Ascesa e declino di un falco
Redazione de
La Stampa

TONY è cambiato", raccontano i più stretti collaboratori di Blair. "Non ha più l´ossessione dei sondaggi come una volta". Molto meglio per lui, a giudicare dai risultati dell´ultimo rilevamento effettuato dall´ICM per il "Guardian", dal quale emergono due dati che non avrebbero certamente mancato di preoccupare il Blair "d´antan". Per la prima volta l´opposizione degli inglesi alla guerra annunciata contro l´Iraq, gonfiatasi di 12 punti in percentuale dallo scorso novembre, ha solidamente conquistato la maggioranza dell´opinione pubblica, 52%. E, dato numero due, la popolarità personale del premier è crollata di ben 62 punti in 15 mesi, cioè dall´inizio della campagna contro il terrorismo mondiale. E´ precipitata una stella? Lo scorso fine settimana, mentre più di un milione di persone invadeva le strade di Londra al grido di "Stop the war", Blair era assediato da parecchie migliaia di manifestanti dentro un centro conferenze di Glasgow, nella sua Scozia. Certo, il premier era psicologicamente preparato a un sabato di passione, tanto che aveva inserito nel suo discorso questo nobile passaggio: "Io non considero l´impopolarità un distintivo di onore, ma qualche volta è il prezzo della leadership e il costo della convinzione". Una frase alla Gladstone, del quale però lo storico americano Paul Kennedy ha ricordato sulla stampa inglese proprio nei giorni scorsi che "intervenne in Egitto nel 1882 promettendo di venirne fuori in poche settimane e ci fece rimanere il paese per 73 anni".

E Blair che, secondo gli osservatori specializzati, è il primo ministro britannico a essersi impegnato nel rapporto con gli Stati Uniti quasi come Winston Churchill e forse addirittura di più di Margaret Thatcher, si è trovato costretto a polemizzare, nei suoi ultimi discorsi, con chi paragona George Bush a Adolf Hitler. La politica del "ponte attraverso l´Atlantico" sembra trascinare Blair a fondo. La maggioranza degli inglesi concorda con l´affermazione secondo la quale "Blair è il barboncino di Bush" e così, sull´"Economist", l´autorevole "colonna" di Bagehot ironizza sul "ragazzo rimasto solo sul ponte che brucia". Blair insiste nel dirsi convinto che, attraverso un "dialogo costante" con il pubblico, riuscirà a "smussare" gli angoli più acuti dell´opposizione alla guerra, ma intanto, secondo un altro sondaggio, il 60% degli inglesi non sembra avere dubbi sul fatto che la guerra all´Iraq sia essenzialmente motivata dal desidero di "assicurarsi le forniture di petrolio". L´uomo che solo qualche mese fa appariva un leader mondiale capace di offuscare il più potente Bush, ora appare isolato in patria come in Europa e, in questi abiti più dimessi, sabato prossimo dovrebbe presentarsi in Vaticano -lui, primo ministro riservatamente cattolico di un paese protestante- per giustificare la guerra di fronte a Giovanni Paolo II, il capo religioso che più di tutti gli altri nel mondo la sta avversando. Se rivolge lo sguardo al sud del continente europeo, Blair può leggere altri segni di malaugurio. L´altro astro della politica europea degli ultimi anni, l´ammiratissimo Josè Maria Aznar, anche lui considerato un fautore della guerra, ha visto sabato scorso sfilare per le strade della Spagna tre milioni di persone che urlavano "Paz". E, mentre quel milione di loro che era concentrato alla Puerta del Sol di Madrid urlava "Aznar mandaci i tuoi figli", il primo ministro osservava sgomento i sondaggi segnalare il primo sorpasso ai suoi danni da parte dei socialisti nei tre anni passati dalle ultime elezioni. Blair, per il momento, può almeno consolarsi del fatto che quello della perdita del potere non appare come un suo problema immediato, se non altro perchè in Gran Bretagna i conservatori, costretti a essere ancora più filo-americani di lui, continuano a restare molto distaccati dal Labour Party nei sondaggi. Ma Blair ha un problema che nè Aznar nè Silvio Berlusconi hanno, quello dei compatrioti che possono perdere la vita nella guerra. Il primo ministro spagnolo ha proprio nei giorni scorsi assicurato agli americani una disponibilità ancora più larga all´uso delle basi in Spagna e questo tipo di collaborazione potrebbe esporre anche l´Italia a rappresaglie terroristiche. Ma, dei tre più importanti paesi europei di quello che viene considerato l´asse "filo-americano", la Gran Bretagna è l´unica a mandare soldati, e non pochi.



  20 febbraio 2003