
sulla stampa
a cura di G.C. - 19 febbraio 2003
Bush: "I cortei non mi impediranno di fare la guerra"
Redazione del Corriere della Sera
WASHINGTON - Le proteste dei pacifisti non mi distoglieranno dal fare la guerra all'Iraq, se sarà necessario: lo ha detto il presidente George W. Bush, rispondendo alla domanda di un giornalista alla Casa Bianca. In precedenza, il portavoce della Casa Bianca Ari Fleischer aveva paragonato le proteste contro la guerra all'Iraq alle proteste contro gli euromissili, all'inizio degli Anni Ottanta.
UE E NATO - Il presidente Bush ha oggi espresso "apprezzamento" per le conclusioni raggiunte, domenica e ieri, a Bruxelles, dalla Nato e dall'Ue. Bush rispondeva a domande di giornalisti alla Casa Bianca, dopo la cerimonia di giuramento e insediamento del segretario al tesoro John Snow.
SECONDA RISOLUZIONE - Gli Stati Uniti stanno preparando la bozza di una seconda risoluzione sull'Iraq per il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. La conferma arriva dallo stesso George W. Bush. "Stiamo lavorando con i nostri amici e alleati, per tentare di ottenere una seconda risoluzione", ha dichiarato Bush. Il presidente americano ha tuttavia ribadito che Washington ha già l'autorità necessaria per agire militarmente, qualora lo ritenga opportuno.
AZNAR E BLAIR - "Tony Blair è un leader coraggioso" e George W. Bush si dice orgoglioso di essere suo amico. Il presidente degli Stati Uniti ha parlato alla cerimonia d'insediamento del presidente della Sec Bill Donaldson, e incalzato dai giornalisti è tornato a parlare della crisi irachena. Alla domanda se non teme che il premier britannico cambi di linea dopo le manifestazioni pacifiste, Bush ha replicato, "Ogni volta che qualcuno mostra coraggio, se si tratta di pace, la gente capisce. Il ruolo di un leader è decidere la strategia basandosi sulla sicurezza, in questo caso la sicurezza della gente. Tony Blair capisce che Saddam Hussein è un rischio. Capisce che una Onu debole non è utile alla pace mondiale. E' un leader coraggioso e sono fiero di chiamarlo mio amico". "Un altro leader coraggioso verrà al mio ranch questo weekend" ha aggiunto Bush, "José Maria Aznar, e mi aspetto di avere un buon incontro con lui. E' un uomo lungimirante che capisce di cosa stiamo trattando. Sono orgoglioso di chiamarlo mio alleato, lavoriamo assieme per la pace". Con queste parole Bush ha concluso la conferenza stampa e si è allontanato.
Il presidente e le piazze
Vittorio Zucconi su la Repubblica
La generosa spallata del pacifismo globale ha prodotto in Bush l'effetto opposto alle intenzioni dei manifestanti: ha fatto scattare il riflesso nazionalistico. Ha trasformato la "opzione" della guerra, nel "dovere" della guerra, per un'Amministrazione e un Presidente che ora si sentono sfidati e assediati. Washington ha reagito alla spallata internazionalista con l'arroccamento nazionalista. "Il mio primo dovere è proteggere l'America. Non fare nulla sarebbe la scelta di gran lunga peggiore", risponde Bush nel suo primo commento e la frase dovrebbe togliere ogni superstite illusione. Si possono elaborare nuove risoluzioni dell'Onu, per offrire un alibi ai governi europei allineati e accerchiati dall'impopolarità della guerra.
Quando un presidente, che negli Stati Uniti non è soltanto il leader di una transitoria coalizione parlamentare, ma è per quattro anni almeno l'incarnazione dell'identità nazionale, invoca il dovere di proteggere il proprio paese, tocca una corda profonda e assoluta. Il suo richiamo evocativo ed emotivo va oltre ogni discussione diplomatica od ogni considerazione di opportunità tattica. E' il segnale di "mettere in cerchio i carri", l'invito a identificare l'invasione dell'Iraq con la propria sicurezza collettiva, "right or wrong", a torto o ha ragione, con il mio paese.
C'è dunque un abisso psicologico, prima che politico, tra gli europei che ancora pensano alla guerra come "all'ultima dea" e gli americani che la vedono ormai, nelle parole del loro presidente, come il male minore per evitare il male maggiore del danno alla propria sicurezza collettiva. Le settimane, probabilmente due, al massimo tre, come scriveva ieri mattina il Washington Post, che mancano all'assalto, sono una "finestra" per trovare una formula, una soluzione, "un inghippo" ,come fu detto cinicamente all'epoca del confronto tra Craxi e Reagan dopo l'Achille Lauro, che salvi la facciata della coalizione occidentale e dell'alleanza atlantica.
Ma la sostanza è quella che ha indicato Bush ieri. Il dovere della guerra. Eliminare Saddam è il sacro imperativo. A questo punto, resta soltanto la speranza di limitare i danni ai rapporti atlantici, nella constatazione che il mondo e la storia non finiranno quando i marines entreranno a Bagdad.
Bush, tempestato dai segnali di inquietudine che gli vengono da Blair, da Berlusconi e, nei prossimi giorni, da Aznar in arrivo a Washington, è disposto a pazientare ancora fino al nuovo rapporto dei capi ispettori il primo marzo ed ad ascoltarli per l'ultima volta, purché certifichino la mancata resa di Saddam. È pronto ad accettare una nuova risoluzione Onu, "utile ma non necessaria" diceva ieri, che sarebbe la 1442, ma soltanto se si limiterà a constatare che Saddam Hussein è in "violazione materiale" della 1441 e dunque deve affrontare "le serie conseguenze". E poi, via alla sua armata verso quella che sarà annunciata al mondo, secondo la nuova formula della propaganda di guerra, non più come la sconfitta del terrorismo, ma come "la liberazione di Bagdad" e l'alba della democrazia nel mondo arabo.
Nessuna amministrazione americana, e certamente non questa di Bush che salì al potere per 500 voti di margine nella farsa della Florida e che ha trovato la propria legittimazione politica e il proprio mandato soltanto nella tragedia dell'11 settembre, può farsi condizionare dai cortei e dalle piazze europee. I 110 milioni di dimostranti che hanno lanciato un "Vietnam preventivo" per fermare la "guerra preventiva" hanno, senza volerlo, garantito che la Casa Bianca scelga il "dovere" di invadere e si rinchiuda nel riflesso nazionalistico.
Molti europei guardano alla possibile seconda risoluzione, come a un salvagente che eviti l'invasione. Bush, e gli americani che ancora lo seguono, la vedono come un intralcio escogitato dai "perfidi" mangia rane Francesi o come a una perdita di tempo, se non sarà l'imprimatur all'invasione. "Non serve", dice Bush. In Kuwait, dove sono concentrati 45 mila dei 160 mila soldati pronti all'attacco, le tre basi americane sono state ribattezzate in codice "New York, New Jersey e Virginia". Sono i tre Stati che pagarono il conto umano dell'11 settembre.
Berlusconi: l'Europa sono io
Giovanna Pajetta su il Manifesto
Dal panico all'euforia, dal silenzio e i mugugni all'autoincensamento e agli sfottò. Il compromesso di Bruxelles ha fatto il miracolo, trasformando lo spaurito centrodestra in una coalizione compatta e decisa. E se il tutto durerà lo spazio di un mattino, per la precisione i 12 giorni che mancano al prossimo consiglio di sicurezza dell'Onu, fa lo stesso. Perché se Silvio Berlusconi, magnanimo e modesto, dice che "nessuno è uscito vincitore" dalla cena dei quindici, non c'è dubbio che nel piccolo cortile di casa la palma spetta a lui. Soprattutto oggi, quando nel dibattito parlamentare, la Casa delle libertà sfodererà una mozione fotocopia dell'accordo di Bruxelles e chiederà all'Ulivo di votarla in omaggio "alla ritrovata unità europea". E, perché no, al capo dello stato, visto che l'"apprezzamento" di Carlo Azeglio Ciampi dovrebbe fare da preambolo alla mozione. I più felici e i più assatanati nel chiedere l'improbabile voto bipartisan, sono ovviamente coloro che fino a ieri camminavano sui carboni ardenti. Così, mentre il cattolico centrista Casini ammette di aver "tirato un sospiro di sollievo", i nazionalleati partono all'attacco. "Noi ce l'aspettiamo (il voto bipartisan, ndr), visto che la nostra posizione è quella europea, che relega la guerra solo come ultima risorsa" dice ora Ignazio La Russa, nelle orecchie l'assordante malumore dilagante nel suo partito (al 40 per cento antiamericano e basta, come dice un sondaggio Swg). Ma certo non sono gli unici. Fin dal mattino infatti il portavoce azzurro Sandro Bondi fa il finto ingenuo e chiede "Cosa impedisce alla sinistra italiana di fare proprie le posizioni di tutti i governi continentali?". Solo "l'odio per Berlusconi", gli risponde Gustavo Selva.
Ma il gioco piace troppo e così a tarda sera Franco Frattini fa sua l'insidiosa offerta. "Auspico che l'opposizione voti la mozione di maggioranza, che è anche la mozione dell'Europa" dice solenne il ministro degli Esteri. Peccato che fosse stato proprio lui, qualche ora prima, a sottolineare la parte "guerresca" del fragile compromesso raggiunto a Bruxelles.
Per l'Italia, ma anche per il suo governo e per l'intero centrodestra. Il premier infatti non ha certo cambiato idea su chi sia l'unico vero alleato. Anzi, lunedì sera, alla fine del lungo tour de force di Bruxelles, ha trovato modo di bacchettare duramente il francese Chirac e "chi avesse intenzione di far valere il proprio diritto di veto", accusandolo di voler "spaccare le Nazioni unite, l'Alleanza atlantica e l'Europa". Poi però, quando ieri all'ora di pranzo Kofi Annan è arrivato a palazzo Chigi, Berlusconi si è lasciato un po' prendere la mano.
"La guerra non è inevitabile - ha proclamato il premier, riprendendo uno slogan caro ai pacifisti di tutto il mondo - Tutti siamo convinti che ci sia ancora modo di lavorare per una soluzione pacifica e perché l'Iraq rispetti la risoluzione Onu 1441". Il guaio è che dall'altra parte dell'Atlantico non la pensino affatto così. George Bush e la Casa bianca stanno lavorando in questi giorni proprio contro quella risoluzione, o quantomeno per renderla obsoleta e inutile. E sostituirla con una presa di posizione del consiglio di sicurezza che permetta agli Stati uniti di attaccare comunque l'Iraq di Saddam Hussein. Se così sarà, non c'è dubbio che l'Italia, anche se dalle retrovie, parteciperà alla spedizione punitiva. Le basi americane lavorano già a pieno ritmo, il ministro Martino ha già garantito strade e porti.
L'Ulivo vicino all'accordo
Andrea Colombo su il Manifesto
In forse sino all'ultimissimo secondo. Dopo le ormai abituali estenuanti trattative, dopo la solita riunione dei leader durata ore, l'Ulivo ha riconvocato per stamattina il vertice che dovrebbe varare la mozione unitaria da sottoporre al voto del parlamento. La convergenza sulla bozza partorita ieri sera è larga. I Verdi hanno accettato il testo, che non nomina esplicitamente il nodo della concessione delle basi e dello spazio aereo ma adopera un formula non troppo ellittica, impegnando il governo a "non fornire alcun supporto politico, diplomatico, operativo o logistico a qualunque azione che configuri un coinvolgimento dell'Italia in direzione della guerra".
E' favorevole ad accettare la mediazione anche il correntone, che nell'assemblea dei deputati diessini aveva bocciato senza mezzi termini la prima versione del documento, presentata da Piero Fassino e messa a punto dallo stesso con Rutelli. E Cofferati ha fatto sapere in serata di essere contrario a una divisione dell'Ulivo. I principali dubbi vengono dal Pdci, che ha riunito per stamattina alle 8 la sua direzione. Se dovesse decidere di non ritirare la propria mozione, quella che contrasta senza perifrasi la concessione delle basi, per Verdi e correntone sarebbe impossibile non sostenerla.
Sul fronte opposto, lo Sdi e Mastella, dopo aver puntato i piedi per tutto il giorno, si dichiarano pronti ad accettare il documento di mediazione, ma, soprattutto lo Sdi, senza crederci troppo e fornendo una interpretazione opposta a quella della sinistra. "Non si parla né di basi né di sorvolo. E' chiaro che il documento si riferisce a comportamenti attivi, che riguardano l'impiego delle nostre forze armate", dice il capogruppo socialista Roberto Villetti, politico troppo esperto per non rendersi conto che una simile dichiarazione è fatta apposta per rendere più rigide le posizioni del Pdci.
Rutelli però, per una volta, controbilancia i socialisti: "Oggi non c'è nessun se, nessun ma, nessun forse. L'umanità si deve unire perché la guerra non ci sia". E per la prima volta il leader della Margherita afferma senza esitazioni che nell'Ulivo c'è una larga convergenza sul no alla concessione delle basi.
All'origine dello sbandamento c'è il documento della Ue varato lunedì. Il governo non ha esitato a impugnarlo e farlo proprio, mettendo oggettivamente in difficoltà l'opposizione: "Io non voglio regalare a Berlusconi quel voto", ha gridato nell'assemblea dei deputati Fassino. Ma soprattutto si è fatto sentire Romano Prodi, chiedendo ai suoi di spingere per un testo che ricalcasse la posizione della Ue e possibilmente per arrivare almeno a un'astensione incrociata tra maggioranza e opposizione sul passaggio dei relativi documenti a sostegno alla posizione della Ue (ma si parla anche dell'inserimento di due frasi che richiamerebbero il Papa e Ciampi).
Fassino e Rutelli "disinnescano" Cofferati
Maria Teresa Meli su La Stampa
"Se non troviamo una soluzione unitaria da domani mattina l´Ulivo non c´è più". Sbotta così, Francesco Rutelli, dopo ore e ore di defatiganti trattative nell´Ulivo per giungere a un´unica mozione. A sera, ci si avvicina finalmente all´obiettivo di un solo testo. Si prepara una bozza, c´è il sì di tutti, manca quello del Pdci, che deciderà stamattina. Si tratta di un compromesso, di un documento elastico che ognuno può interpretare come meglio crede, e che Alfonso Pecoraro Scanio, con realismo partenopeo, sintetizza con queste parole: "Non si può fare una mozione di tutto lo schieramento che dica "no alla guerra senza se e senza ma". Quello che si può dire è "no al conflitto preventivo"". Con buona pace di Sergio Cofferati. Ma visto che questa mediazione era la sola strada percorribile, anche il Cinese fa buon viso a cattivo gioco e pare allinearsi al solco tracciato, nel corso di incessanti trattative, da Piero Fassino: "Spero in una mozione unica di tutta l´opposizione", dice il Cinese. Insomma, in realtà la sola mozione anti-conflitto sprovvista di se e di ma è quella di Rifondazione comunista. Il che, ovviamente, comporta dei problemi al Pdci. "Non possiamo consegnare il movimento pacifista a Bertinotti", dicono Marco Rizzo e Oliviero Diliberto. E sta a loro oggi decidere se vale di più l´Ulivo unito, sebbene nell´ambiguità, o una posizione dura e pura, a prezzo, però, di una divisione. L´infaticabile mediatore della giornata è Fassino. E´ lui che prima convince la sua ala sinistra, poi, insieme a Rutelli, riporta i verdi a più miti consigli, e, infine persuade anche lo sdi a non tirare troppo la corda. Durante le trattative il leader della Quercia insiste su un punto: "Dobbiamo trovare un comun denominatore, non possiamo sottolineare solo quello che ci divide". Ogni tanto alza anche la voce. Con lo Sdi e con il Pdci, ma poi si risiede e pazientemente dice: "Va bene, ricominciamo". Ed è lui che smussa, lima, che alla fine trova la frasetta che sta bene ai socialisti ma anche ai Verdi. Insomma, una formula per cui lo Sdi possa dire che, per ora, non si concedono le basi italiane ma si dà il sorvolo, mentre l´ala sinistra dell´Ulivo possa sostenere che il "no" vale anche per le basi americane e per lo spazio aereo. Si tratta di un passaggio che suona più o meno così: non si deve dare per scontato uno scenario di guerra, che non c´è e che va scongiurato, e dunque non si deve fornire alcun supporto politico, diplomatico, operativo e logistico che prefiguri un coinvolgimento dell´Italia nella guerra. Con i Comunisti italiani, invece, è più dura.
Rutelli: "Nuovi vertici Rai o andremo allo scontro duro"
Redazione de la Repubblica
ROMA - Continua senza sosta, lo scontro politico sulla Rai. Coi membri superstiti del Consiglio di amministrazione - il presidente Antonio Baldassarre e il leghista Ettore Albertoni - decisi a rimanere al proprio posto, malgrado le polemiche che arrivano anche dal centrodestra: tra le ultime l'affondo del presidente della Regione Lazio, Francesco Storace, contro il "no" alla diretta della manifestazione per la pace di sabato scorso; e le continue insistenze dell'Udc per un rinnovo ai vertici. Ma oggi l'attacco più forte arriva dalla sponda opposta: "Faccia attenzione la maggioranza - avverte il leader della Margherita, Francesco Rutelli - è arrivato il momento di compiere una coraggiosa scelta per la nomina di un nuovo cda autorevole, competente, non controllato dal governo". Se questo non avverrà nell'arco di pochi giorni, e cioè prima del dibattito sul conflitto di interessi, l'opposizione andrà allo scontro, duro quanto quello sulla legge Cirami.
Una questione "urgentissima", dice insomma Rutelli. Escludendo qualsiasi ipotesi di reintegro per Baldassarre e Albertoni. A difendere gli unici due consiglieri ancora in carica è invece Michele Bonatesta di An: "Di fronte ai diktat e alle minacce dell'opposizione - afferma - diviene ancor più necessario dire no all'azzeramento del cda della Rai e sì al suo reintegro, come vuole la legge".
Opinioni solo leggermente diverse da quelle espresse dal suo compagno di partito nonché ministro delle Comunicazioni, Maurizio Gasparri: "La mia opinione personale - spiega - è che sarebbe assurdo un cambio del Cda ora e un altro quando ci sarà la nuova legge, cioè tra sei mesi. Ma questo è un problema di competenza dei presidenti delle Camere e della commissione di Vigilanza".
Insomma, almeno a lungo termine, il ministro ostenta ottimismo. Mentre l'ex consigliere di minoranza Luigi Zanda, vicino alla Margherita, preferisce guardare all'oggi. Con un'analisi assai poco lusinghiera dell'attuale gestione di Viale Mazzini: "Quella Rai non è solo la crisi di un'azienda, ma di una cultura politica e istituzionale. La permanenza solitaria di Baldassarre e Albertoni nel cda è dovuta ad un mix di leggi imprecise e persone che ne vogliono approfittare. Baldassarre e Saccà si comportano come i padroncini della Rai, dimostrando un'euforia di comando e pensando di avere le spalle coperte dalle forze politiche".
La breccia fiscale
Massimo Gaggi sul Corriere della Sera
Cominciò con i tuoni estivi delle smentite governative: "Condoni? Assurdità riprese da giornali che ad agosto non sanno cosa scrivere". Poi venne la pioggerella autunnale dei concordati tributari, col Tesoro lì ad assicurare: "Nessun condono tombale. Tranquilli: non è nemmeno costituzionalmente possibile". Infine, il diluvio di novembre col Parlamento che - d'accordo con l'esecutivo - non solo spalancò la porta al "tombale", ma varò una raffica di condoni - dal canone tv ai tributi locali - che non ha precedenti. Criticammo aspramente quelle scelte che aprivano una nuova breccia nello spirito di legalità di un Paese che proprio su questo terreno misura la sua maggior distanza dall'Europa. Ma non era ancora finita: in poche settimane la nuova sanatoria sulle quote latte e le misure inserite nel decreto che ieri sera è divenuto legge (salvacalcio e condono trasformato in un "supersaldo di fine stagione") hanno allargato la falla fin a farla divenire una voragine.
Le dinamiche interne che hanno portato a queste scelte sono chiare: sul condono il governo è stato assalito dal dubbio che le norme appena approvate - pur molto generose con gli evasori - non fossero sufficienti a garantire l'imponente gettito di una manovra di bilancio per il 2003 basata per quasi metà (8 miliardi di euro) proprio sui versamenti dei contribuenti infedeli; quanto al calcio, lo stato pre-fallimentare di molte società non lasciava molte scelte a chi volesse tentare un'operazione di salvataggio.
Ma la decisione di governo e Parlamento di sacrificare i principi basilari della certezza del diritto tributario e del rispetto di varie norme che regolano la vita delle società (quelle calcistiche sono aziende come le altre e alcune sono anche quotate in Borsa) per centrare alcuni obiettivi finanziari contingenti non solo è censurabile sotto il profilo etico-politico, ma rischia di avere anche pesanti conseguenze economiche nel medio-lungo periodo.
Con queste misure il ministro Tremonti conta di mettere a posto i conti del primo semestre 2003 che si presenta come un passaggio sicuramente difficile. Ma poi, nell'anno successivo cosa accadrà? Anche se arriverà, la ripresa non sarà di certo impetuosa e gli operatori economici corretti stanno imparando a loro spese che chi si sottrae agli obblighi fiscali gode, nei loro confronti, di una sorta di "vantaggio competitivo".
Quanto al calcio, è evidente che prima o poi qualche impresa o qualche settore industriale in difficoltà chiederà esenzioni e agevolazioni analoghe a quelle del calcio sostenendo che operai che rischiano di non poter sfamare i propri figli e stabilimenti sull'orlo della chiusura sono più importanti dei polpacci di un centravanti. Chi darà loro torto? Il governo ormai non può (né vuole) invertire rotta. Ma a questo punto deve costruire un argine credibile per convincere gli operatori economici che quelle attuali sono circostanze straordinarie che non si ripeteranno.
L'inflazione era truccata.
L'Istat confessa: abbiamo sbagliato
Bianca Di Giovanni su l'Unità
Avevano detto che l'inflazione si era "raffreddata". Invece non è vero: l'indice dei prezzi a gennaio "torna" a +2,8% rispetto allo stesso mese di un anno fa, con un aumento dello 0,4% rispetto a dicembre. L'Istat è stato costretto a correggere se stesso, ammettendo un errore tecnico. Così, al primo comunicato ufficiale sui prezzi di gennaio che indicava un + 2,7% ne è seguito in serata un secondo di rettifica. Nel mezzo la denuncia dell'Intesa dei consumatori, che ha rilevato un errore di calcolo nella voce "spesa per la salute". Touché. L'errore c'era. Ne è seguita l'ormai prevedibile bufera sui vertici Istat, con parecchie richieste di dimissioni del presidente Luigi Biggeri. Una tempesta che segue ad un anno di continui attacchi e voci ripetute di un cambio al vertice dell'Istituto (l'estate scorsa si era fatto il nome di renato Brunetta). Le acque si erano calmate solo un paio di settimane fa, quando ormai sembrava certa la fiducia del premier verso l'attuale vertice. Oggi di nuovo le richieste di dimissioni.
"Semmai dovrebbe dimettersi il governo - commenta Vincenzo Visco - È ridicolo chiedere le dimissioni. Quello che è accaduto è un infortunio sgradevole che può accadere quando cambia un metodo di calcolo. Ma se stiamo al merito, vediamo che l'inflazione resta alta e che il governo non fa nulla per contenerla. Non si liberalizza, non si propongono soluzioni all'aumento della benzina. Cerchiamo gli obiettivi veri, non quelli fittizi".
Anche il segretario Cisl Savino Pezzotta chiama in causa il governo, chiedendo "quali iniziative il governo voglia assumere per correggere i dati macroeconomici, e venire così incontro al rispetto della politica dei redditi e del controllo di tutte le variabili inflattive, per consentire il mantenimento del valore reale delle retribuzioni attraverso i contratti".
A trarre in inganno i ricercatori dell'Istituto è stata la modifica del prezzo dei medicinali, stabilita dal ministero per la Salute il 7 gennaio scorso ma entrata in vigore il 16 gennaio. "Le regole attualmente utilizzate - si legge in una nota - prevedono che il periodo di rilevazione dei prezzi vada dal 16 del mese precedente al 15 del mese di riferimento". Pertanto la modifica dovrà essere computata nel mese di febbraio, non in quello di gennaio. È stata l'Intesa dei consumatori (Adoc, Adusbef, Codacons e Federconsumatori) ieri mattina a sollevare la questione: il calo rilevante delle spese sanitarie (-1,3% rispetto a dicembre; - 0,3% rispetto ad un anno fa) non convinceva le quattro associazioni, che hanno inviato un telegramma all'Istat per chiedere chiarimenti.
Durissimo il commento dell'Intesa dopo il "mea culpa" dell'Istituto. "La cupola Istat, Biggeri, Oneto, Mancini e compagnia cantando deve andare a casa - dichiara Elio Lannutti presidente Adusbef - Non basta ammettere l'errore, perché chissà quali altri errori si sono verificati e sono sfuggiti alle associazioni dei consumatori. Chiediamo che la cupola Istat vada a casa". Oggi si riuniranno i direttivi dell'Intesa per decidere le iniziative da prendere, sia sul piano giudiziario che su quello risarcitorio. Va giù duro anche il presidente Eurispes Gian Maria Fara, che definisce quella dell'Istat "commedia degli equivoci". Il segretario generale dell'Ugl si unisce al coro. "È un'altra tappa di un calvario fatto di errori e di supponenza - dichiara - che ha visto l'Istat allontanarsi sempre di più dal Paese reale".
Scende in campo in difesa del vertice dell'istituto l'ex presidente Istat Alberto Zuliani. L'Istat "è ancora credibile perché di fronte alla denuncia dei consumatori ha ammesso il suo errore - dichiara - e ha dimostrato di sapersi comportare in modo assolutamente limpido".
Palestina, la guerra oscurata
Undici uccisi a Gaza dai tank israeliani
Redazione de l'Unità
Undici palestinesi uccisi, almeno venti feriti. L'ultima incursione israeliana a Gaza, compiuta nella notte tra martedì e mercoledì, si è conclusa con un massacro. Tra i morti anche un giovane che si è lanciato imbottito di esplosivo contro un'autoblindo delle forze di occupazione israeliane. L'attacco, violentissimo, compiuto da truppe appoggiate da una cinquantina di veicoli blindati e corazzati e da due elicotteri da combattimento, aveva come obiettivo la distruzione di abitazioni e officine meccaniche, definite dall'Esercito di Tel Aviv, "covi terroristici".
Benché la crisi irachena abbia sostanzialmente oscurato le notizie dalla Palestina, nei Territori e in Israele si continua a combattere e a morire. Dopo l'incursione israeliana a Gaza di sabato 15, durante la quale sono morti quattro soldati israeliani a bordo di un cingolato esploso su di una mina, l'esercito israeliano ha intensificato le operazioni nei territori: tra domenica e lunedì sono rimasti uccisi nove palestinesi, fra cui un leader militare di Hamas. Un altro militante del movimento integralista è stato ucciso martedì mattina in Cisgiordania.
L'incursione della notte ha preso di mira Gaza città e in particolare il quartiere orientale di Shajaiyeh, roccaforte della Jihad islamica, dove militanti con passamontagna neri e tute da combattimento hanno affrontato i soldati israeliani ingaggiando sparatorie e lanciando razzi artigianali.
Secondo un bilancio stabilito dall'agenzia di stampa France Presse, con questi ultimi morti sale a 2.972 il numero dei morti dall'inizio della Nuova Intifada (fine settembre 2000), di cui 2.278 palestinesi e 694 israeliani.
19 febbraio 2003