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a cura di G.C. - 18 febbraio 2003
Iraq, la Ue trova l'accordo "La guerra ultima risorsa"
Redazione de la Repubblica
BRUXELLES - E' stato raggiunto l'accordo tra i Quindici sulla crisi irachena. Le varie posizioni europee hanno dunque trovato un punto fondamentale di sintesi e cioé che "la forza dovrebbe essere usata solo quale ultima risorsa". Lo sforzo per trovare una posizione unitaria è stato premiato e alla fine di una lunga riunione l'Unione europea trova l'accordo sul documento politico. Un documento in più punti che chiama l'Iraq a un atto di responsabilità quando dice che "è il regime iracheno a dover concludere questa crisi rispondendo positivamente alle richieste del Consiglio di sicurezza dell'Onu", ma che nello stesso tempo ribadisce il ruolo centrale dell'Onu e "il pieno supporto al lavoro degli ispettori". C'è forte l'avvertimento chiaro a Bagdad ma c'è anche la volontà di cooperare con la comunità internazionale, a cominciare dagli Stati Uniti. Un lavoro di cesello per unire tutte le posizioni europee. "Il meglio che si potesse ottenere" ha dichiarato Romano Prodi, presidente della Commissione europea, aggiungendo che "non ci sono né vincitori né vinti".
Solo un punto è stato modificato rispetto alla bozza preparata dai direttori politici dei Quindici e passata al vaglio dai ministri degli Esteri. Ed è il punto che verte sulla questione del tempo che deve essere dato agli ispettori dell'Onu per le loro verifiche. Un "tempo che si va rapidamente esaurendo", era scritto nella prima bozza. Frase che è stata eliminata, ha detto il cancelliere tedesco Gerhard Schroeder, cancellata perché giudicata "inaccettabile". Decidere quanto tempo serve per le ispezioni è "compito esclusivo delle Nazioni Unite" è scritto ora nel documento.
Forte il richiamo al regime di Bagdad. "Solo il regime iracheno sarà responsabile delle conseguenze se continua a giocare con la volontà della comunità internazionale e a non cogliere questa ultima occasione", avverte la Ue. Ma detto questo l'obiettivo dell'Unione europea resta "il pieno ed effettivo disarmo in accordo con le risoluzioni Onu, in particolare con la 1441. Vogliamo raggiungere questo pacificamente. E' chiaro che questo è quanto il popolo europeo vuole". E' con questa affermazione che nel documento i Quindici prenderebbero atto del peso dell'opinione pubblica internazionale che con le manifestazioni di sabato scorso si è espressa contro la guerra.
E non manca nel documento finale del vertice europeo un chiaro ed esplicito riferimento al conflitto in Medio oriente nell'ambito della crisi irachena: "In questo contesto regionale - si legge - l'Unione europea reitera l'invito a riprendere con vigore il processo di pace in Medio oriente e a risolvere il conflitto israelo-palestinese".
Un accordo che soddisfa tutti, a iniziare dalla Casa Bianca che secondo fonti vicine all'amministrazione di George W. Bush, considera "un successo" l'accordo perché cita l'uso eventuale della forza tra le opzioni sul tavolo e sottolinea l'importanza del legame transatlantico per garantire un mondo pacifico e democratico.
E soddisfatti per la ritrovata unione sono un po' tutti i leader europei, che in alcuni casi, non hanno però risparmiato critiche verso i paesi candidati ad entrare nell'Unione che troppo velocemente si sono schierati al fianco degli Usa. Accusati di "eccessiva leggerezza", per esempio, dal presidente francese Jacques Chirac che ha rivolto critiche a Slovenia, Slovacchia, Romania e Bulgaria, facendo intendere di voler rivedere la loro posizione. Critico anche il cancelliere tedesco Gerhard Schroeder, che ha definito archiviata la "lettera degli otto". "Ci siamo accordati in anticipo - ha spiegato il cancelliere - per considerarla un pezzo di storia, dal mio punto di vista non dei più fulgenti".
Il calendario dei dissensi
Franco Venturini sul Corriere della Sera
Invitati dalla presidenza greca a riscoprire anche sull'Iraq la loro antica cultura del compromesso, i governanti europei riuniti ieri a Bruxelles hanno sorriso molto e hanno concesso poco. Le conclusioni del vertice passano una mano di vernice sugli aspri dissensi delle ultime settimane, e consentono se non altro all'Europa di agitare una bandiera comune che sembrava ammainata. Ma dietro questa condivisa volontà politica ognuno dei Quindici resta aggrappato alle proprie tesi, e le divisioni che si sperava di sanare appaiono pronte a riesplodere alla prima occasione. Gli europei accentuano la pressione su Saddam attribuendogli l'onere di provare il suo disarmo, ratificano la funzione di stimolo dell'assedio militare all'Iraq e avvertono che le ispezioni dell'Onu non potranno prolungarsi all'infinito. Londra, e Washington, possono essere sin qui soddisfatte. Ma la guerra, oltre a non essere inevitabile, resta una "opzione estrema" alla quale non è il caso di arrendersi prima che ogni altro tentativo risulti esaurito. E qui sono Parigi e Berlino (con quest'ultima che accetta l'attacco come risorsa estrema) a ottenere l'essenziale delle loro richieste.
Elemento decisivo è ancora una volta il tempo: se è giusto esigere il disarmo iracheno ed è anche giusto concedere un margine più ampio agli ispettori prima di far parlare le armi, come va quantificato il margine di manovra che Hans Blix ha ancora a disposizione? Blair sta lavorando a una seconda risoluzione del Consiglio di sicurezza e vede il rapporto del 28 febbraio come una data limite; Chirac ha ripetuto che si opporrà a una seconda risoluzione in tempi brevi e propone di arrivare almeno al 14 marzo per una nuova verifica.
La differenza tra le due e le quattro settimane da concedere agli ispettori è assai più rilevante di quanto possa sembrare, perché l'avvicinarsi del gran caldo iracheno incalza gli Usa e Washington pare comunque decisa a passare all'azione nella prima metà di marzo. In questo diabolico gioco dell'oca si torna così alla prima casella: l'America si muoverà senza la legittimazione dell'Onu, oppure i dissenzienti guidati dalla Francia accetteranno il fatto compiuto alla venticinquesima ora?
Il vertice di Bruxelles, su questo che è il vero dilemma iracheno, ha lasciato le cose al punto di partenza. E sarebbe stato temerario attendersi di più, dopo che tanto i franco-tedeschi con la loro dichiarazione dell'Eliseo, quanto gli "Otto" (tra cui l'Italia) con il loro documento di appoggio agli Usa, avevano scavato il solco della divisione dimenticando spirito e procedure comunitarie.
Lo stratagemma che ha consentito il compromesso in sede Nato non poteva ripetersi al tavolo dei Grandi. Né potevano mancare di pesare, sulla linea guidata da Chirac, i milioni di dimostranti appena scesi in piazza per dire no al conflitto. A Bruxelles è stato raggiunto l'obbiettivo minimo, che era anche l'unico realisticamente possibile.
E l'onda lunga dei cortei raggiunse Bruxelles
Claudio Lindner sul Corriere della Sera
BRUXELLES - L'Europa può tirare il fiato. Almeno per dodici giorni, fino a quando cioè gli ispettori guidati da Hans Blix si ripresenteranno al Palazzo di Vetro dell'Onu per aggiornare sugli adempimenti di Saddam Hussein.
A trovare un accordo, questa volta, i leader europei si sono impegnati seriamente, in parte influenzati dalle imponenti manifestazioni di sabato scorso a favore della pace, tutti certamente preoccupati di affondare l'Unione in un naufragio senza precedenti.
I leader dei due fronti, quello più interventista capeggiato dagli inglesi e quello più prudente formato dall'asse Francia-Germania-Belgio, hanno capito la posta in gioco e, pur senza tradire le proprie posizioni di partenza, hanno accettato di abbassare i toni, di riporre i lunghi coltelli. Il compromesso magari è fragile, certamente è salutare. Risponde agli appelli degli ultimi giorni, con Carlo Azeglio Ciampi in prima fila, per salvare le istituzioni, l'Onu, la Ue, la Nato. "L'Onu è centro dell'ordine internazionale" recita la nota congiunta dei Quindici. Che poi si rivolge a Washington e in tono distensivo afferma l'impegno a "lavorare con tutti i partner, specialmente con gli Stati Uniti, per il disarmo dell'Iraq". Le ultime quarantotto ore non sono passate invano per l'Europa. Nella notte di domenica l'Alleanza Atlantica ha trovato un'intesa sugli aiuti alla Turchia, ma il Belgio ha ottenuto la garanzia che l'operazione non pregiudicherà i tentativi in corso alle Nazioni Unite. Americani e inglesi l'hanno accettata. La Francia non ha protestato. Ieri sera la cena dei capi di Stato e di governo ha prodotto il risultato sperato. Sostegno all'azione dell'Onu, un messaggio distensivo agli Stati Uniti, un avvertimento chiaro a Saddam, "le ispezioni non sono a tempo indefinito". Non ci sono però scadenze, come chiedeva per esempio l'Olanda o avrebbe gradito la Gran Bretagna, mentre la pacifista Germania ha digerito la guerra come ultima ratio (non a caso gli americani considerano questo punto un successo). Tony Blair si era detto convinto, poco prima della riunione, che la guerra rappresenta l'unico sistema per raggiungere il disarmo di Saddam. Ma il ministro degli Esteri, Jack Straw, ha assunto ieri i panni del moderato-riflessivo, da lui raramente indossati. Forse colpito dagli allarmi aerei simulati che gli arrivavano alle orecchie da uno sparuto gruppo di pacifisti che manifestava vicino al palazzo del Consiglio, certamente spinto dal fiume anti-guerra che ha riempito sabato scorso le strade della sua Londra, Straw si è lasciato andare a una significativa ammissione: affrontare una guerra in queste circostanze, senza il sostegno popolare, risulta molto complicato. L'anima laburista, alla fine, è venuta fuori quanto meno pareggiando il radicalismo filoamericano. Diverso il commento di Silvio Berlusconi: "I cortei non hanno giovato alla causa". Anzi, "la volontà compatta di chiedere a Saddam di disarmare è stata resa meno evidente dalle manifestazioni, che vanno nella direzione opposta". Romano Prodi, a sua volta, si è detto convinto che la protesta pacifista "ha dato una mano" alla riuscita dell'accordo, "pur non essendo stata la ragione del successo". La Gran Bretagna ha fatto un piccolo passo indietro, è sembrata più sensibile all'idea di presentare l'Europa con una voce unica. Il Belgio, piccolo ma combattivo, avanguardia radicale della linea franco-tedesca, si sarebbe mostrato più "cooperativo" rispetto alle posizioni iniziali. Il dinamismo dei padroni di casa si è rinvigorito in vista delle elezioni nazionali di maggio. Il caso Schröder ha insegnato che una campagna elettorale impostata anche sull'afflato pacifista può garantire un notevole ritorno in termini di consensi. Ecco forse spiegato l'impegno prima intransigente e poi disponibile alla trattativa attuato dal governo belga sia alla Nato sia al vertice europeo. D'altronde non solo Straw è rimasto toccato dai milioni di persone che hanno sfilato in tutto il mondo contro la guerra, dall'alba al tramonto, innalzando la bandiera arcobaleno. I ministri degli Esteri, hanno raccontato fonti greche, si sono mostrati molto sensibili, "impossibile non tenerne conto" è stato il commento più diffuso, le piazze e i sondaggi di opinione in Europa vanno nella stessa direzione: provare a disarmare Saddam pacificamente, poi si vedrà. E il comunicato finale dei Quindici lo riconosce esplicitamente, perché "è questo che vuole il popolo europeo".
Il Cavaliere perduto nel regno dei sondaggi
Ilvo Diamanti su la Repubblica
Per la prima volta è costretto a navigare contro corrente Silvio Berlusconi. Contro il sentimento comune, contro il clima d'opinione, contro le indicazioni offerte dai sondaggi, contro l'odore dell'aria, che egli - più di altri, più degli altri - sa annusare per tempo. E' da qualche settimana che questa novità ha cominciato a profilarsi. Da quando il Presidente del Consiglio ha posizionato l'Italia accanto agli Usa, insieme alla Gran Bretagna, alla Spagna e ad altri paesi, in merito all'intervento in Iraq. Da quando Bush, ha evocato l'Italia come esempio della "nuova Europa", ha eletto Berlusconi a suo diretto consigliere e "mediatore" europeo. Perché, è indubbio, Berlusconi ha capacità relazionali rare. In politica estera ha riprodotto quello stile creativo, confidenziale, sperimentato con successo in Italia.
Lo stesso tipo di rapporto che egli intrattiene con i cittadini. Saltando le mediazioni dei partiti, del Parlamento. Rivolgendosi agli italiani. Direttamente. Berlusconi, abituato a interrogare i sondaggi per scegliere i temi politici da affrontare, da "dire" (a volte è sufficiente...). A "usare" i sondaggi per spostare a favore proprio e del governo la pubblica opinione. Berlusconi, sull'intervento in Iraq, deve misurarsi con un sentimento popolare che gli è lontano e ostile. Sempre più. Sette-otto italiani su dieci non condividono le strategie degli Usa, né la determinazione con cui ci si sta avviando al conflitto in Iraq. Si sentono, piuttosto, in sintonia con la posizione assunta dall'asse franco-tedesco, con cui il governo italiano è in netto dissenso. L'avversione per la guerra è trasversale, coinvolge anche la maggioranza degli elettori di centrodestra; raggiunge il massimo livello fra le donne, in particolare fra le casalinghe. Mentre la Chiesa e il mondo cattolico esprimono un'opposizione totale e militante. In altri termini: non solo Berlusconi e il governo, su questo tema (oggi "l'unico" rilevante per il dibattito pubblico) risultano minoranza ristretta nella società. Ma appaiono distanti soprattutto dai soggetti sociali e istituzionali a cui egli ha riservato, fino ad oggi, maggiore attenzione.
Non era mai stato così, per, Berlusconi, in passato; neppure nei momenti di polemica più accesa. Il conflitto di interessi, le polemiche sulla Rai, la legge Cirami, la contrapposizione con i magistrati: avevano diviso il Paese. Ma non avevano emozionato la "gente comune". Non avevano spostato consensi e voti, a favore dell'opposizione. Oggi la scena è cambiata. La manifestazione del 15 febbraio. A differenza di altre che l'hanno preceduta, non si è trattato di una manifestazione "indignata" promossa dalla sinistra, dal sindacato; o di un girotondo di massa: "contro" il governo; "contro" Berlusconi. Ma di una mobilitazione ampia, la cui base va molto al di là dei settori militanti e dei professionisti dell'impegno. Le cui motivazioni superano l'opposizione alla guerra. Riflettono, certo, il dissenso pacifista. Ma anche la paura e l'inquietudine. Rivelano, soprattutto, una domanda di partecipazione, che è cresciuta, in questi mesi, in questi anni. E oggi si rende visibile, sorprendendo tutti gli osservatori, che la pensavano estinta; insieme alla politica. Una domanda che si è diffusa, insieme alla sensibilità attorno ai temi grandi, che la guerra evoca, drammatizza. Come la pace e la guerra, la solidarietà e l'egoismo, la sicurezza e la paura. Temi grandi, che la politica, in questi anni, per troppi anni, ha rimosso. E che oggi tornano al centro dell'attenzione collettiva.
Rispetto a queste tendenze, a questo clima, per la prima volta, il Presidente del Consiglio sembra fuori luogo. Contrastato, fra la sua strategia "globale", fondata sull'amicizia "personale" con Bush, e la sua strategia "locale", fondata sull'amicizia "personale" con i cittadini. Costretto, a malincuore, a incamminarsi per un sentiero che non conosce. Sfidare i sondaggi con la politica. Dopo avere, da sempre, modellato la sua politica sui sondaggi.
Guerra, il governo teme di essere in minoranza
E c'è incertezza nel centro-sinistra
Piero Sansonetti su l'Unità
L'onda d'urto del sabato pacifista sta scuotendo il Parlamento. I partiti sbandano un po', si riempiono di dubbi. Sia a destra che a sinistra. Tutti hanno paura di sbagliare e hanno l'impressione (giusta) che le cose della politica sono cambiate e che oggi è difficile muoversi - e vincere o perdere - usando strumenti e schemi che fino a venerdì scorso potevano andare bene. Ci sono alcune questioni di tattica parlamentare, molto importanti, ma che forse, se ingigantite, rischiano di portare in rotta di collisione con l'opinione pubblica, col senso comune.
Il New York Times, nel suo editoriale di ieri (firmato da Patrik E. Tyler), offre una analisi della situazione mondiale piuttosto nuova. Dice che il mondo non è più unipolare perché sulla scena giocano di nuovo due superpotenze: una è sempre la stessa, gli Stati Uniti; l'altra è l'opinione pubblica. Negli ultimi trent'anni, e cioè dai tempi della guerra del Vietnam (ma allora c'era anche la Russia) il New York Times non aveva mai scritto una cosa del genere. Il movimento no-global è riuscito in un vero e proprio miracolo, e naturalmente ora non può essere considerato da nessun un protagonista secondario. Non lo fa neppure il ministro britannico Straw, che ammette di essere macerato dai dubbi.
E allora si pone la questione anche in Italia: quale equilibrio tra tattica e princìpi? Fino a che punto vale mettere al primo posto l'obiettivo di un successo parlamentare rischiando di creare una incomprensione con l'opinione pubblica? Fin dove ci si può spingere nella teoria che partiti e movimenti hanno compiti, zone di influenza, responsabilità e diritti del tutto separati e che non possono ingerirsi l'uno nel campo degli altri? È una domanda complicata.
Il movimento no-global, sabato, ha sbarrato ai partiti l'accesso al palco. Ora i partiti possono sbarrare (metaforicamente) ai movimenti l'accesso a Montecitorio, e dunque al diritto di dire la loro sui comportamenti parlamentari? E così, alla vigilia del dibattito sulla guerra in Iraq, niente appare scontato. Ai travagli e alle divisioni del centrosinistra si aggiunge un problema gigantesco che si è aperto all'interno della destra. La coalizione di Berlusconi rischia di perdere la maggioranza. Il numero dei parlamentari conservatori che non intendono dare disco verde alla partecipazione italiana alla guerra è sempre più grande. E naturalmente questo fatto si riverbera nel dibattito aperto nel fronte opposto.
Una parte del centro-sinistra dice: non possiamo perdere l'occasione per mettere in minoranza Berlusconi, e quindi conviene moderare le nostre posizioni. Se presentiamo una mozione abbastanza moderata, ma che comunque vincola Berlusconi alle decisioni dell'Onu e lo impegna a una linea comune con l'Europa, possiamo ottenere la maggioranza. Però bisogna rinunciare alle questioni di principio e anche ad alcune discriminanti politico-militari. Cioè al famoso no alla guerra senza se e senza ma, che è la parola d'ordine che ha raccolto nel mondo 110 milioni di manifestanti, e poi ad un pronunciamento esplicito contro la concessione agli Usa delle basi, del cielo e delle infrastrutture italiane.
Su questa posizione - diciamo tattica - stanno soprattutto due piccoli partiti come lo Sdi e l'Udeur di Mastella, ma si sa che è hanno l'appoggio dalla maggioranza della Margherita e di una parte dei Ds. La maggioranza dei Ds però accetterebbe una mozione di questo genere solo se c'è il via libera di tutto il partito (cioè della minoranza di sinistra) del Pdci e dei verdi. E questo via libera non c'è.
La sinistra dell'Ulivo (compresa una parte della margherita) non intende perdere i contatti col movimento pacifista e preferisce agire dentro la seconda potenza mondiale che è nata sabato piuttosto che operare per un successo parlamentare italiano. E su questa linea, naturalmente, è d'accordo con Rifondazione.
Come si risolverà il problema?
È quasi certo che se la mozione ufficiale non sarà abbastanza netta, la sinistra dell'Ulivo presenterà un suo documento e poi voterà sia il documento ufficiale sia il proprio ( e forse quello di Rifondazione). La questione è se sul documento ufficiale potranno confluire anche prezzi di centro-destra. Oppure se un'ulteriore frazione dell'Ulivo, quella più moderata (Sdi e Mastella), presenterà un'altra mozione ancora sulla quale far confluire voti dei pacifisti del Polo, un po' di voti di Margherita e Ds, e magari l'astensione della destra e di una parte della sinistra.
In questo modo potrebbe succedere che la mozione arrivi ad essere approvata, e se sarà una mozione impegnativa per il governo potrebbe costringere Berlusconi a modificare la posizione ufficiale dell'Italia.
Niente diretta del corteo: i giapponesi sotto assedio
Natalia Lombardo su l'Unità
Il vertice Rai è praticamente stretto in un assedio, dopo il flop d'informazione sulle manifestazioni pacifiste e il vuoto sul resoconto di Blix all'Onu. Il segretario della Cgil, Guglielmo Epifani, si prepara ad aprire una "vertenza" politica con una nuova raccolta di firme in difesa del diritto dei cittadini ad essere informati, dai temi della pace a quelli del lavoro: "Un servizio pubblico che non fa servizio pubblico è una contraddizione che non si può sopportare". Il presidente della Commissione di Vigilanza, Claudio Petruccioli, chiede che si voti una mozione di sfiducia, e sicuramente l'opposizione nella riunione a San Macuto di martedì presenterà almeno un documento di condanna verso l'inadempienza dei vertici Rai (non essendoci ancora le condizioni per una maggioranza dei due terzi, necessaria per revocare il Cda).
I Ds invitano movimenti e partiti a manifestare sotto il Cavallo di Viale Mazzini "per non far sentire soli" i due consiglieri durante le riunioni: appuntamento per mercoledì alle 10 (il Cda è stato rinviato di un giorno). Il settimanale cattolico "Famiglia Cristiana" chiede senza mezzi termini il "ricambio radicale" di uomini e metodi: "Mancata diretta, via i vertici Rai", titola un editoriale del direttore, Antonio Sciortino, dirigenti che "fingono di detenere la necessaria autorità, quando il presidente ed il direttore si accapigliano con risse da bar". Ancora critico l'Osservatore Romano, mentre il segretario dell'Udc, Marco Follini, rilancia la sua metafora, per stanare il presidente Rai: "Nel 1972 il sergente giapponese Yokoi Soichi fu scoperto nella giunga di Guam che continuava a combattere; erano passati ventisette anni dall'appello dell'imperatore Hiroito. Spero per Baldassarre ne passino meno".
All'ombra del Cavallo galleggiano esche. L'ultimo nome per la poltrona di direttore generale è quello di Fernando Napolitano: consigliere Enel, manager di area Confindustria considerato un enfant prodige (uno "bravo", insomma), vicino al sottosegretario alle comunicazioni Renzo Innocenti (FI) e già inserito dal ministero nella commissione per la televisione digitale terrestre (altro nome che circola è quello di Mengozzi, attuale Ad Alitalia). Certo Baldassarre sembra essere abbandonato anche dalla Divina Provvidenza alla quale si era affidato con il giro delle sette chiese. L'attacco di Famiglia Cristina è duro: via il vertice senza se e senza ma. Nessuno sconto sulla mancata diretta, che sia stata "miopia giornalistica, rigidezza burocratica, calcolo politico o puro e semplice servilismo politico". Il cerchio si stringe attorno ai giapponesi. Anche la Lega ha mostrato cautela e sembra avvicinarsi alla linea di Casini (come del resto ha fatto Bossi nel commentare il corteo pacifista). Per la prima volta Alessandro Cè, il capogruppo del Carroccio alla Camera, pone dei dubbi sul vertice Rai: "È valido e non c'è un motivo di sostituirlo", tuttavia è "legittimo porre il problema". La maggioranza ha due problemi: trovare il posto giusto a Baldassarre perché si dimetta (si riparla di una presidenza all'Alitalia), e trovare cinque nomi per il nuovo consiglio. Se Berlusconi non smette di sperare in Carlo Rossella, per la presidenza a Viale Mazzini si starebbe accreditando Marcello Sorgi, direttore de "La Stampa" (in crisi).
L´Onu: Berlusconi ritarda la riforma della giustizia
Redazione de La Stampa
ROMA. Lo stato della Giustizia italiana "certamente" ha bisogno di urgenti e profonde riforme, ma queste sono "ritardate" anche a causa del coinvolgimento del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi - e "dei suoi associati, in particolare il signor Previti" - in una serie di processi come "falso in bilancio e corruzione". È quanto si legge in un dettagliato rapporto del Rappresentante speciale dell'Onu sull'indipendenza dei giudici e degli avvocati, Dato Param Cumaraswamy, che - dopo aver effettuato una missione in Italia alla fine dello scorso anno - ha pubblicato l'ultima versione della relazione che sarà sottoposta alla sessione della Commissione per i diritti umani nel marzo 2003. Inoltre, il Rappresentante speciale dell'Onu è "convinto" che che il caso di Berlusconi "stia sostanzialmente contribuendo" a far crescere la "tensione" tra magistratura e governo. D'altra parte, il rapporto evidenzia anche che i magistrati non solo devono essere indipendenti "ma devono anche sembrarlo". Infatti la pratica "corrente" dei magistrati di entrare in politica e cercare di essere eletti in Parlamento, "senza rinunciare alla propria carica, è motivo di preoccupazione" per le Nazioni Unite.
La Carta polacca aiuta il compromesso
Francesca Sforza su La Stampa
Sarà fatto il nome di Dio nella futura Costituzione europea? La questione divide non solo le opinioni pubbliche degli Stati membri, ma anche gli stessi rappresentanti della Convenzione, chiamati a dare una formulazione definitiva dei valori dell´Europa, possibilmente senza scontentare nessuno. Una delle ultime proposte prende spunto dalla costituzione polacca ed è stata sottoscritta da venticinque membri della Convenzione, tra cui Elmar Brock, Antonio Tajani ed Erwin Teufel, presidente cristiano democratico del Land Baden-Wuerttenberg. "E´ interessante osservare ? ci ha detto il rappresentante tedesco Erwin Teufel in un incontro a Berlino - che proprio la costituzione di un paese molto religioso come la Polonia contenga una traccia in grado di soddisfare allo stesso tempo credenti e non credenti". I valori dell´Unione Europea, recita il brano della costituzione polacca che i venticinque vorrebbero vedere nel preambolo della versione europea - "abbracciano le rappresentazioni di coloro che credono in Dio come fonte della verità, della giustizia, del bene e della bellezza, e di coloro che non condividono questo credo ma attingono tali valori universali da altre fonti". Verità e giustizia, bene e bellezza, sarebbero in sostanza valori trasversali che accomunano, nelle intenzioni della proposta dei venticinque, cristiani e non cristiani, credenti e non credenti. "Credo che la traccia offerta dalla costituzione polacca sintetizzi bene le esigenze fondamentali dei valori europei", che secondo Teufel sono "lo spirito greco, il diritto romano, il monoteismo di matrice giudaica, i valori positivi della Rivoluzione Francese e di quella americana". Riuscirà la formulazione proposta da Teufel e dagli altri a convincere chi vorrebbe invece una costituzione ispirata ai principi del laicismo e della secolarizzazione?
La proposta dei venticinque membri della Convenzione ha buone possibilità, secondo il rappresentante tedesco, di essere accettata anche dagli altri: "Il suo punto di forza consiste nel fatto che non si parla espressamente di cristianità e che non si vuole ridurre la portata dei valori promossi a un fatto confessionale, ma il dibattito è ancora in corso,e non posso nascondere che sia molto, molto animato". La Francia, ha ammesso Teufel, "sarà il problema più grande, su questo argomento ha delle posizioni rigidissime".
Anche l´opinione pubblica tedesca, però, non sembra condividere del tutto la linea proposta dal gruppo popolare europeo; socialdemocratici e verdi avanzano piuttosto l´idea di tenere fermamente separato l´ambito religioso dalle questioni inerenti gli stati e di evitare qualsiasi riferimento a Dio, anche minimo: "Il cristianesimo ha segnato la civiltà occidentale in modo non sempre condivisibile, dicono i rappresentanti dei verdi, Una costituzione che si adatti alla complessità dell´identità europea dovrebbe promuovere piuttosto i valori del laicismo e della separazione fra Stato e chiese".
18 febbraio 2003