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sulla stampa
a cura di Fr.I. - 8 febbraio 2003


Rumsfeld parla di una guerra di settimane e non di mesi
sommari de
l'Unità

Chi ha assistito alla conferenza stampa di Rumsfeld e di Martino non può che trarne una conclusione: ormai manca solo l'ordine di attacco e l'Italia applaude. Il capo del Pentagono, che è rimasto nel nostro paese meno di mezza giornata - quanto basta per un «eccellente incontro con Berlusconi» - ha ripetuto, ossessivamente, che «ormai la pazienza è finita». Che è esattamente la stessa frase usata da Bush nel suo improvviso discorso televisivo di giovedì sera e, cosa ancora più preoccupante, è più o meno, la stedda identica frase usata dal premier italiano. Una fedeltà che, assicura il superfalco americano, quando tutto sarà finito «sarà premiata».


"Troppo filo-americani" il Vaticano boccia l'Italia
La Chiesa non è convinta che l'Iraq sia una minaccia immediata
"La politica di Bush mette in crisi la funzione dell'Onu"
su
la Repubblica

CITTÀ DEL VATICANO - Giovedì sera, quando sugli apparecchi televisivi in Segreteria di Stato è apparso George W. Bush scandendo il suo ultimatum, è calata una nube di sconforto nel palazzo apostolico.

"Il Papa è preoccupatissimo per le conseguenze che la guerra può avere sui civili e sull'assetto politico dell'intera regione", ha commentato ieri il ministro degli Esteri tedesco Joschka Fischer, uscendo dal colloquio con il pontefice.

"Robetta", definiscono gli esperti consultati dal Vaticano le prove contenute nel discorso di Powell all'Onu. Monsignor Renato Martino, presidente del dicastero Justitia et Pax, cui Giovanni Paolo II ha affidato il compito di battitore libero nell'esporre la linea vaticana, sostiene che "non c'è la dimostrazione chiara e lampante che l'Iraq sia tra i responsabili del terrorismo internazionale". Né esisterebbero prove certe che il regime di Bagdad sia dotato d'armi di distruzione di massa tali da costituire un pericolo imminente per l'umanità.

"Se ci sono prove serie, sarebbe bene che venissero prodotte", ripete monsignor Martino agli ambasciatori che lo vanno a trovare. La questione delle prove, anche alla luce delle ultime dichiarazioni del ministro della Difesa americano Rumsfeld, non appare in Vaticano nemmeno più tanto importante. "La cosa più pericolosa - confida una personalità che nel sacro palazzo sta seguendo giorno per giorno la crisi - è che la politica di Bush sta mettendo a rischio la funzione dell'Onu".

Dalla bocca di un diplomatico pontificio di lungo corso è uscita in queste ore una profezia allarmante: "Se Washington andrà alla guerra nonostante un veto in Consiglio di sicurezza, questo porterà alla distruzione dell'Onu". Sparirà l'unico elemento regolatore della vita internazionale, che ha assicurato come camera di compensazione la stabilità del mondo negli ultimi cinquant'anni. "L'Onu andrà in soffitta come accadde con la Società delle Nazioni". La comunità internazionale non avrà più un tavolo neutro su cui comporre i contenziosi.

Questo - oltre all'allarme per le reazioni di un miliardo di islamici - è il grande timore che agita Giovanni Paolo II e i suoi più stretti collaboratori. E proprio l'ampiezza della posta in gioco sta facendo esplodere l'amarezza che si respira in Segreteria di Stato per il cammino imboccato dal presidente del Consiglio Berlusconi. Nella più grande crisi geo-politica dell'ultima decade la Santa Sede si trova improvvisamente senza la sponda di sempre: l'Italia. La svolta di Berlusconi in direzione di un filo-americanismo assoluto lascia scoperto il Vaticano su un fianco sensibile. "Si sta consumando la rottura della continuità, che per decenni ha segnato la politica estera italiana", spiegano Oltretevere.

È un divorzio, "la fine della stagione postdemocristiana in politica estera, è la dimostrazione che il governo punta tutto e unicamente sulla scommessa dell'America e che i richiami di Berlusconi a De Gasperi sono destituiti di fondamento", conclude un monsignore. E a tale riguardo viene indicata la posizione assunta dal cardinale Ruini, che da presidente della Cei si sta sforzando di far capire che l'opposizione alla guerra non è antiamericanismo e che distanziarsi dalle opzioni dell'amministrazione Bush non significa rompere la solidarietà occidentale.

Ruini ha tentato recentemente di lanciare un segnale al governo, suggerendo che proprio in nome dei "principi e valori umanistici" occidentali vanno letti gli interventi del Papa per una soluzione pacifica della crisi irachena. "La Chiesa non si estranea dall'Occidente, ma lo aiuta a esprimere il meglio di sé", ha sostenuto e sostiene il porporato.

Ma il governo Berlusconi con la "Lettera degli 8" e le sue scelte operative dimostra di non volersi smarcare sia pur minimamente dalla linea dettata da Washington. "La Chiesa non è pacifista - confida con una certa ruvidità una personalità dell'entourage del Papa - e noi non c'entriamo con il pacifismo come ideologia. Ma non siamo convinti che l'Iraq rappresenti una minaccia attuale. Pensiamo che la guerra produrrà gravissimi danni alla popolazione. E riteniamo che la politica di Bush non favorisce la prevenzione del terrorismo. Perciò il Papa dice no alla guerra". Improvvisamente il Tevere s'è fatto largo.


La via stretta dell'Ulivo e l'esilio ultima carta
Stefano Folli sul
Corriere della Sera

Sergio Cofferati trova che l'informazione italiana sia conformista in quanto «dà per certa la guerra» e ne accetta la logica. Invece, a suo avviso, si dovrebbe dare più spazio al movimento pacifista in Italia e nel mondo. Non c'è dubbio che Cofferati pensa alla manifestazione del 15. La immagina oceanica e con ogni probabilità ha ragione. Fondata sul principio che la guerra si può ancora evitare e che l'opinione pubblica può riuscirci premendo sulle istituzioni. Dal suo osservatorio privilegiato al di fuori del Parlamento, l'ex segretario della Cgil assiste ai sussulti del centrosinistra. L'Ulivo è stretto tra il realismo di una parte della Margherita o di Boselli e il pacifismo anti-americano di verdi, cossuttiani, sinistra diessina: un pacifismo a cui dà man forte Bertinotti («E' la guerra dell'impero... »). In mezzo c'è il vertice della Quercia, preoccupato di salvare il salvabile: in primo luogo l'unità del partito, la convivenza con la minoranza interna che guarda a Cofferati e ha alzato la bandiera della pace «senza se e senza ma». Cioè la parola d'ordine che riunisce tutta la galassia pacifista e mette nel massimo imbarazzo il vertice della Quercia con il suo risentimento anti-Usa e l'indifferenza al ruolo delle Nazioni Unite.
I n queste ore lo sforzo di Fassino e degli altri capi del partito è ispirato a un obiettivo tattico: votare la prossima settimana (quindi prima della manifestazione del 15) una mozione che tenga insieme i vari segmenti della sinistra e sia nei suoi contenuti abbastanza generica da non apparire un cedimento totale alle tesi iper-pacifiste. La quadratura del cerchio nella linea di Chirac: più tempo agli ispettori dell'Onu per tamponare il rischio bellico. «Prolungare il mandato di Blix» dice Fassino all' Unità .
Il tentativo di guadagnare tempo può favorire, nell'immediato, una ricucitura a sinistra. Ma le contraddizioni rimangono: tra ragione e sentimento, tra realismo e pacifismo. L'Ulivo che non dimentica la sua «cultura di governo» non può ignorare il rapporto con gli Stati Uniti. Certo, fintanto che Francia e Germania mantengono la loro ostilità a Bush, il centrosinistra si garantisce una sponda. Ma lo scenario è destinato a trasformarsi se Parigi e Berlino modificheranno la loro posizione nelle prossime settimane. E soprattutto se l'Onu voterà la fatidica «seconda risoluzione», l'anticamera dell'attacco contro Bagdad.



Forni crematori al fronte per i soldati Usa uccisi dai gas
Il Pentagono ha deciso di far bruciare sul campo i resti delle eventuali vittime delle armi batteriologiche
Vittorio Zucconi su
la Repubblica del 7 febbraio 2003

WASHINGTON - Vedremo bruciare qualche fuoco in più, nel deserto della guerra che sta per cominciare, le fiamme di forni crematori. Nella prima Guerra del Golfo, conservarono i caduti in celle frigorifere affittate dai grossisti arabi di carne, perché gli alleati Sauditi non volevano che i loro resti impuri violassero il sacro suolo della vera fede. Nella seconda Guerra del Golfo, quella che tutti sanno presto partirà mentre tutti ci dicono di adoperarsi per la pace, i morti americani e dei loro alleati combattenti (non gli italiani, perché i nostri soldati sarebbero soltanto «d´impaccio» come ha detto a Washington il presidente Berlusconi) saranno cremati, per evitare rischi di contaminazione chimica o biologica. E poi le ceneri spedite a casa, se riusciranno a identificarle, altrimenti, chi potrà distinguere nel riceverle. Dal frigorifero al forno crematorio. Così canta la nuova chanson del soldato Johnny e della sua gloriosa fine in battaglia.

Ma l´idea del crematorio al fronte per i caduti è venuta, giustamente, ai pianificatori della ennesima spedizione di armate europee e americane in Arabia e in Mesopotamia. Li ha spaventati la possibilità che il dittatore iracheno lanci addosso alle armate del generale Franks in marcia verso Bagdad o nell´assedio della capitale, come prevede il piano di guerra, tutto quello che gli resta, armi chimiche, batteriologiche, virali e atomiche, per fare della sua fine inevitabile non un crepuscolo, ma un olocausto.
Se davvero possiede queste orride "armi di distruzione di massa", come ci ripete all´infinito il tamburo della preparazione bellica, se davvero Saddam soffre del complesso di Sansone, perché non dovrebbe adoperarle, quando capirà che anche i propri pretoriani, la famosa Guardia Repubblicana corazzata già celebre per essersi ignominiosamente squagliata nel 1991, non possono nulla contro la devastante superiorità americana? Per che cosa le avrebbe comperate a caro prezzo (dall´Occidente), riprodotte, occultate, conservate con ogni diabolico sotterfugio a rischio della sua stessa fine, se non intende usarle per un´ultima vendetta contro il nemico e l´umanità?

Nel 1990, quando Bush il Vecchio, Cheney ministro della difesa, Powell, allora capo di stato maggiore, e Schwarzkopf, comandante sul campo della spedizione, furono informati (con loro segreta indignazione) dai Sauditi che nessun caduto non musulmano sarebbe stato sepolto in Arabia, l´intendenza militare affittò celle frigorifere e depositi di macelleria in tutto il Paese, per accogliere i caduti prima della spedizione a casa.
Ma allora, l´ipotesi dell´impiego di armi chimiche o biologiche era remota, perché a Saddam Hussein era stato fatto sapere, discretamente ma chiaramente, che l´obbiettivo della guerra non era lui, ma il Kuwait e se avesse osato usarle, Bagdad sarebbe stata polverizzata da una rappresaglia nucleare. Oggi, quando «tra poche settimane» come ieri ha ripetuto Powell, la guerra comincerà, sarà guerra totale e diretta contro di lui. Dunque non ci sarà l´effetto deterrente della rappresaglia atomica per un uomo che è già morto senza volerlo ammettere.
Quei forni crematori in partenza per il Golfo sono molto più del solito «dettaglio» macabro che ogni guerra ripropone, quando si scrosta la retorica fanfarona e bellicista delle gloriose unità in partenza per il fronte tra i lanci di fiori e le note della banda sul molo. Sono il semplice richiamo alla realtà di tutte le guerre, che nessuno, neppure i pianificatori dei forni, possono mai sapere come andranno a finire. Altro che con la sicura marcia dei becchini.


Madrid, processo Telecinco: chiesta condanna a 14 anni
La posizione del Cavaliere e di Dell'Utri «congelata» per l'immunità
brevissime del
Corriere

MADRID - Il procuratore anti-corruzione spagnolo, Carlos Castresana, ha chiesto ieri 14 anni di carcere e multe per un totale di 103 milioni di euro per Miguel Duran, l'ex direttore di Telecinco, principale emittente privata spagnola, di cui Mediaset possiede una quota. Duran è accusato di vari reati contro il Tesoro pubblico e una serie di irregolarità amministrative. Per gli altri sette accusati nel caso, nato dall'inchiesta aperta dal giudice Baltasar Garzon dopo una rogatoria a Milano, la procura ha chiesto pene che oscillano fra uno e dieci anni di carcere, con l'accusa di avere partecipato all'aggiramento della legge che prevedeva un tetto di partecipazione nel capitale di Telecinco del 25%. Gli imputati, secondo l'atto di accusa, «hanno fornito in modo continuo e sistematico informazioni false» alle autorità di controllo fra il 1990 e il 1996.
Nei vari filoni dell'inchiesta su Telecinco sono indagati anche Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri: il procedimento nei loro confronti è stato sospeso e «congelato» in base alla legge spagnola sull'immunità per i parlamentari.


Giustizia, Scalfaro: «Siamo fuori dalla Costituzione»
sommari de
l'Unità

L'ex capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro si schiera a fianco dei magistrati e critica aspramente il comportamento «vendicativo» della maggioranza. «Il mondo politico reagisce con una rappresaglia alla decisione della Cassazione» di mantenere i processi contro Previti e Berlusconi a Milano. Nel mirino dell'ex presidente della Repubblica non solo la polemica contro i giudici ma anche i progetti di separazione della carriere «branditi come una clava». Per Scalfaro, come anche per l'ex presidente della Corte Costituzionale Elia, portare il pm fuori dall'ordine togato vorrebbe dire fare una modifica fuori dalla Carta fondamentale.


I predatori della Sanità
Dopo i casi di Como e delle Molinette denunciati due medici che curavano con il bicarbonato
Michele Serra su
la Repubblica del 7 febbraio 2003

VEDERE un medico arrestato in ospedale suscita uno sgomento estremo: la malattia è uno stato di debolezza e soggezione, quasi un ritorno alla dipendenza infantile, e la cura infonde a chi la amministra un´autorità enorme, che non è solo tecnica. Se colui che sbaglia e cade è proprio colui dal quale si attende protezione e guarigione, è come se cadesse il padre. Di questo sgomento si trova ampia traccia nelle parole del dottor Michele Di Summa, arrestato in camice, a Torino, con l´accusa di avere speculato sull´acquisto di valvole cardiache.

All´onta personale, Di Summa aggiunge l´angoscia profonda per avere abbandonato i suoi pazienti, ai quali vorrebbe per primi (insieme ai suoi figli) dare spiegazioni e domandare scusa. Ma proprio in forza di questa angoscia, si rimane agghiacciati dal moltiplicarsi di casi analoghi: a Como, dove un chirurgo è imputato di avere inutilmente operato malati terminali al solo scopo di accaparrarsi rimborsi regionali per il suo reparto, e a Roma, dove due medici sono accusati di truffa e omicidio colposo per avere venduto a caro prezzo finte terapie anticancro (bicarbonato).
Di Summa, che pure ammette le sue responsabilità, indica in una corruzione ambientale diffusa la concausa sociale del suo "incidente". È una giustificazione ampiamente tirata in ballo in tutti o quasi i casi di malaffare, ma quando sia riferita alla salute, all´inermità di chi soffre, allo stato di ansiosa dipendenza dei pazienti e delle loro famiglie, assume una gravità senza pari. Perché lucrare sul corpo ammalato, fare del dolore un´industria, profittare della confidenza obbligata che il paziente ha nel suo guaritore, è cosa che suscita nell´opinione pubblica non solo sdegno etico, ma anche autentica e legittima paura.

Sempre strutturalmente parlando, noi sappiamo e capiamo, da tempo, che in questi ultimi anni la sete di denaro, che è sempre stata un potente attore di ogni società, è diventata, quasi in ogni atto individuale e sociale, un motore delle scelte quasi incontrastato. E così condiviso, così "normale" da tracimare tranquillamente anche negli ospedali pubblici, dove ai casi di "cresta" negli atti amministrativi possiamo ormai sommare, alla luce dei casi in questione, anche vere e proprie spremiture dei corpi dei pazienti. Non più solo tangenti sulle commesse, non più solo olio nelle giunture della burocrazia, ma speculazione diretta sulla sofferenza umana.
Almeno in un caso, quello del dottor Di Summa, il fattaccio convive con una pratica medica stimata, e con una responsabilità professionale alta e riconosciuta. Questo, se possibile, spaventa anche di più, perché indica che i paletti della soddisfazione individuale vengono spostati sempre più in là, e in territori sempre più oscuri e sdrucciolevoli. Non c´è stipendio, non c´è autorevolezza, non c´è status sociale che tuteli dalla forsennata caccia a un incremento del reddito che ha ben poco da spartire, a questo punto, con il sollievo e men che meno con il bisogno. È una vera e propria malattia sociale, una smania che si alimenta da sé, una specie di corsa del topo che fa deragliare non solo i lestofanti, non solo i deboli, ma anche persone equilibrate e di successo - come ci appare il dottor Di Summa - che solo alla fine del loro errore riescono a domandarsi come mai lo hanno fatto, e dove stava il limite che hanno perduto di vista, dove il veto morale che avrebbe potuto salvarli.
Negli ospedali ci si affida a un potere smisurato, che spesso viene esercitato a cavallo tra la vita e la morte. A una speciale soggezione corrisponde, nei cittadini che giudicano i casi di malaffare in camice, una speciale ribellione. Non si riesce proprio ad accettare che qualcuno possa "fregarti" mentre sei in un letto ad aspettare un´operazione, e a fare i tuoi conti con gli anni o i mesi o i giorni che ancora ti mancano. Se questo accade, se cioè le persone dalle quali ti attendi salvezza vedono in te anche (o solo) un´occasione di guadagno illegittimo, significa che un virus incurabile sta intaccando anche le ultime difese immunitarie contro l´ossessione dei soldi.


Polizze auto, sarà più difficile avere i rimborsi
Decreto del governo, insorgono i consumatori
brevissime del
Corriere

ROMA - Si allungano i tempi per il contenzioso sui rimborsi Rc auto. Le sentenze del giudice di pace saranno appellabili in Tribunale, e poi fino alla Cassazione. E' questo l'effetto del decreto varato ieri dal Consiglio dei ministri che non consente più decisioni inappellabili per le controversie sui «contratti di massa», come quelli assicurativi. Furiose le associazioni dei consumatori: «Il decreto impone tempi più lunghi e una giustizia più costosa per i consumatori» dice Landi dell'Adiconsum (Coalizione). «Se il decreto sarà trasformato in legge faremo i nomi di deputati e senatori che l'hanno votato» minaccia l'Intesa. Il ministro delle Attività produttive Marzano annuncia: vareremo un comitato di controllo «per stroncare aumenti ingiustificati».


Quote latte: condono e sfida a Bruxelles
Si pagherà solo il 25% delle multe. Il premier: faremo una grande battaglia sui tetti di produzione
brevissime del
Corriere

ROMA - Quote latte, con due disegni di legge il governo vara il condono e la riforma. Il Consiglio dei ministri ha approvato ieri il condono per le multe sulle quote latte non versate dai produttori italiani (che per mettersi in regola dovranno pagare il 25% del dovuto). Dalla sanatoria, che dovrà ottenere il via libera di Bruxelles, sono esclusi coloro (il 7% del totale) che hanno prodotto più del 150% delle quote fissate. Il Consiglio dei ministri ha anche varato un secondo disegno di legge che prevede la modifica del meccanismo delle quote latte. Il provvedimento che sollecita l'incremento della produzione riservata all'Italia dovrà superare l'esame della Ue. Sarà «una grande guerra fatta di molte battaglie in Europa», ha commentato il premier Silvio Berlusconi. Il centrosinistra: è una manovra elettorale in vista delle amministrative.


Amartya Sen e l´identità difficile
Incontro con il premIo Nobel
Paolo Rumiz su
la Repubblica Cultura del 30 gennaio 2003

VENEZIA. Il mondo è minacciato dalle semplificazioni identitarie - Occidente contro Islam, Hutu contro Tutsi, arabi contro americani - e l´intellettuale ha il dovere di rompere questa spirale negativa. Parola di Amartya Sen, il Nobel per l´Economia che oggi a Venezia, alla fondazione Cini, parlerà proprio di questo tema al ventesimo corso della Scuola per librai Umberto ed Elisabetta Mauri. Settant´anni, indiano del Bengala, una delle regioni più povere della terra, lo scienziato, oggi rettore del Trinity College a Cambridge, sostiene da sempre che all´economia le libertà di intrapresa non bastano. Servono valori oggi fuori moda: scuola pubblica, sanità, giustizia, stato sociale flessibile. Il benessere, insomma, non si misura solo dal Pil ma dalla democrazia. Cioè dalla capacità degli individui di scegliere liberamente il loro destino.

Professore, le identità si ammalano nel mondo. Cosa succede?
«Succede che ci vengono imposte semplificazioni alla definizione di noi stessi, laddove l´individuo è complesso. Nell´individuo si assomma la partecipazione a un´infinità di gruppi. Lei, per esempio, può sentirsi uomo, italiano, giornalista, di destra o di sinistra, vegetariano o carnivoro, e così via. Siamo solo noi che possiamo decidere quali di queste identità sono più importanti. Dobbiamo impedire che lo facciano altri, spingendoci allo scontro».
Per esempio?
«Guardi la storia del terrorismo. Si cerca di descrivere l´arabo come musulmano e basta. Si ignora la complessità della storia. Si dimentica che nel dodicesimo secolo Gherardo da Cremona traduceva la matematica degli arabi. E si fa il gioco dei fondamentalisti islamici, che cercano di reclutarti imponendoti la stessa identità semplificata».
Sono già nate guerre in questo modo?
«In Rwanda un giorno hanno detto ad alcuni: voi siete Hutu e odiate i Tutsi. E così è esplosa un´identità regressiva e sanguinaria. Nei Balcani qualcun altro ha deciso che tu non eri più jugoslavo ma serbo o croato e dovevi odiare. In India dopo un incidente ferroviario che uccise molti hindu al ritorno da un raduno politico, altri ancora hanno sfruttato la tragedia per inventare un´identità hindu belligerante contro i musulmani. E oggi anche in vista di una guerra in Iraq c´è chi semplifica tutto come scontro di civiltà».

Pensa che la questione irachena si spieghi col fattore petrolio?
«E´ un fattore importante ma non basta. C´è il panico americano dopo l´11 settembre, fattore identitario anch´esso. C´è il fatto che l´America è rimasta la sola superpotenza del globo e tende a trascurare il parere degli altri. Ci sono il fattore immigrazione, il terrorismo, la situazione in Israele. Ripeto, non credo in spiegazioni a una dimensione».
Che ne pensa di Lula, il nuovo presidente brasiliano? Si sente affine alle sue idee?
«Conoscevo il presidente di prima, Cardoso, un grande scienziato che ho ammirato molto. Ma devo dire che Lula mi ha molto impressionato. Mi ha colpito la sua storia, la sua posizione forte verso l´uguaglianza, la sua assenza di frivolezza, le sue idee costruttive, la sua capacità di tranquillizzare il mondo economico, e soprattutto la transizione politica epocale che ha saputo costruire senza panico. Le sue idee non sono utili solo all´America Latina ma a tanti Paesi, incluso il mio, l´India».

Ma i padroni del vapore sono sempre gli stessi...
«Io dico che oggi si sente molto di più l´esigenza di cambiare l´architettura economica e finanziaria del Pianeta. Gli accordi di Bretton Woods sono superati. Si cerca un´equità globale. Si chiede un´istituzione sovranazionale in grado di garantirla. Il periodico scientifico britannico Lancet ha avanzato l´idea di una Global Development Organization. E poi nel Wto, l´Organizzazione del Commercio Mondiale, si è trovato un assetto molto più democratico. Non comanda chi è più ricco. Nel Wto ogni nazione esprime un voto. E da un anno si vedono i cambiamenti».
Lei è un ottimista.
«Ho fiducia nella società aperta. E´ una cosa che ho respirato fin da bambino. L´influenza del poeta Tagore, Nobel pure lui, è stata importantissima. Sono nato nella stessa città, anzi nella stessa scuola dove lui insegnava. Mio nonno insegnava il sanscrito lì. Da Tagore ho imparato che l´opposizione alla politica britannica non doveva implicare il rifiuto della cultura britannica, Newton, Shakespeare, Milton. Poi ho avuto una formazione che guardava a tutte civiltà, non si fossilizzava nella contrapposizione con l´Occidente. Infine ho imparato che i valori indiani dovevano comunque essere vagliati criticamente. Tagore diceva: «il ruscello della ragione non deve mai essiccarsi nella sabbia del deserto...».
Ma non pensa che la società aperta possa impaurire la gente, se le diversità culturali vengono divorate dal tritacarne della globalizzazione?
«Può succede che i deboli si spaventino, temano uno schiacciamento culturale, una macdonaldizzazione. E può succedere che i ricchi si spaventino pure, vedendo arrivare tanti immigrati. Ma chiudersi non è una soluzione. Io sono sempre e comunque per la finestre aperte. Il mondo si è sempre arricchito sugli scambi. Guardi l´India! La sua cucina è piena di chili. Ma il chili lo portarono i portoghesi nei secoli scorsi. E oggi la cucina indiana è entrata nel menu degli inglesi».


   8 febbraio 2003