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a cura di G.C. - 31 gennaio 2003
Berlusconi: "Voto anticipato se si ripete il '94"
Redazione de la Repubblica
WASHINGTON - Partito per Washgington con in mente la polemica contro i magistrati, Silvio Berlusconi, dopo il colloquio con George W. Bush, torna sull'argomento giustizia. Lo fa solo con un accenno, ma è un accenno importante. Ieri il leader della Lega Umberto Bossi ha dichiarato che se Berlusconi dovesse essere condannato si tornerebbe a votare. Il premier dagli Usa dice di essere d'accordo con l'alleato. "Io non credo che ci sia un'eventualità del genere. Sono convinto che non ci sia, ma è chiaro che se dovesse accadere qualcosa di simile a quanto accadde nel '94 non ci sarebbe esitazione alcuna a ritornare dal detentore della sovranità, che è il popolo".
"Mi sono disinteressato completamente - ha detto Berlusconi - di questa vicenda processuale di Milano, non ne ho neppure parlato con i miei legali, perché era addirittura paradossale. Ho detto semplicemente che, in quella situazione altri forse dovrebbero essere sul banco degli imputati.
Certamente non il sottoscritto, che meriterebbe, almeno, come piccolo segno di riconoscenza del Paese, una medaglia d'oro. Ritornerò su questo argomento nei prossimi giorni e darò piena dimostrazione di come stiano le cose. E poi altri si devono preoccupare, non certo io".
Berlusconi si riferisce a quando nel suo primo mandato alla guida del Paese nel 1994, mentre presiedeva il vertice sulla criminalità organizzata, gli arrivò un avviso di garanzia della procura di Milano. Quando cadde il governo per il venire meno dell'appoggio della Lega, si passò al governo tecnico di Lamberto Dini che portò a termine la legislatura grazie anche ai voti del Carroccio.
Ora, sia Bossi che Berlusconi sottolineano che una situazione del genere non si ripeterà e che se il presidente del Consiglio dovesse essere costretto a dimettersi per le sue vicende giudiziarie, si andrebbe immediatamente alle elezioni anticipate. E' il secondo richiamo in due giorni che il premier rivolge al popolo dopo che ieri ha accusato la magistratura di portare avanti una "persecuzione politica" nei suoi confronti. Poi aveva aggiunto che il governo è "del popolo e di chi lo rappresenta, non di chi avendo vinto un concorso ha indossato una toga, ha soltanto il compito di applicare la legge".
ANM: "Berlusconi crea sfiducia nella giustizia"
Marco Galluzzo sul Corriere della Sera
ROMA - Hanno riflettuto un giorno, letto e riletto le dichiarazioni di Silvio Berlusconi, deciso alla fine per una replica altrettanto dura. Per il presidente del Consiglio rappresentano una categoria che lo perseguita, che mette in crisi la distinzione dei poteri, che si ritiene irresponsabile. Loro ribaltano l'accusa: sono le parole di Berlusconi a mettere "in crisi alla radice la fiducia dei cittadini nella giustizia indipendente. Non vi è, a questo punto, un problema per i magistrati, ma un problema per le istituzioni".
FEDELI ALLA LEGGE - Il comunicato dell'Anm, l'Associazione nazionale dei magistrati, è di poche righe, ma pesantissime. La nota è firmata dal presidente Edmondo Bruti Liberati, dal segretario Carlo Fucci, dal vicepresidente Piero Martello. Se il capo del governo li definisce un problema per la democrazia, loro ritengono lui un problema per le istituzioni. Loro che rivendicano la propria indipendenza, assicurando che, "fedeli al giuramento dato", continueranno a "rendere giustizia soggetti alla legge e soltanto alla legge, come vuole la Costituzione".
"Il presidente del Consiglio Berlusconi - recita il resto del comunicato - intervenendo nella qualità, a seguito della decisione delle Sezioni unite della Cassazione che ha respinto la richiesta di rimessione dei noti processi pendenti a Milano, ha dichiarato, su tutte le reti televisive, che oggi in Italia è in gioco una giustizia amministrata "in nome e per conto di una parte politica". Questa affermazione è pronunciata nella qualità di primo ministro, coinvolge la magistratura italiana nel suo complesso, dall'uditore di prima nomina alle Sezioni Unite della Cassazione, e mette in crisi alla radice la fiducia dei cittadini nella giustizia indipendente".
SCHIERATI - Alle parole dell'Anm ha risposto il presidente dei senatori di Forza Italia, Renato Schifani: "Viene a galla una precisa volontà politica di avversione nei confronti del presidente del Consiglio. Sono questi i magistrati che attaccano le istituzioni, tentando di colpire il capo del governo voluto democraticamente dagli italiani a Palazzo Chigi. La fiducia dei cittadini nella macchina giudiziaria l'hanno messa in crisi i giudici politicizzati, schierati sulle posizioni di Cofferati, che hanno usato la giustizia a senso unico, come arma politica, non accettando la divisione dei poteri dello Stato. D'altra parte oltre l'80% degli italiani non aveva fiducia nella giustizia italiana molto prima del discorso del presidente Berlusconi".
IL CSM - Nel pomeriggio si diffonde la voce che anche il vicepresidente del Csm, il Consiglio superiore della magistratura, è pronto a prendere posizione. Virginio Rognoni rappresenta l'organo di autogoverno della magistratura, un ufficio che per prassi non parla se non in sintonia con il presidente della Repubblica, che a sua volta del Csm è presidente. Rognoni lavora tutta il pomeriggio a un testo condiviso da tutto il Consiglio, anche dai laici del Polo, e che rappresenti la voce di tutti i consiglieri. Ma alla fine preferisce tacere (forse anche perché "bruciato" sul tempo dall'Anm), rimandando ad oggi l'intervento.
Un messaggio obliquo inviato anche al Quirinale
Stefano Folli sul Corriere della Sera
La guerra esterna (l'Iraq) tiene occupato Silvio Berlusconi nel ruolo che gli piace di più: quello dello statista capace di dialogare con Bush, Blair e Putin e di ritagliare un posto per l'Italia al tavolo dei cosiddetti "grandi", in nome di un'amicizia verso gli Stati Uniti ribadita a chiare lettere. L'Italia berlusconiana è filo-americana senza ambiguità e lo testimonia la firma in calce al documento degli otto capi di governo (lo spagnolo, il portoghese, l'ungherese, il danese, il polacco, il ceco, il britannico e, appunto, l'italiano), indizio del costituirsi di un fronte europeo alternativo all'asse franco-tedesco e senza dubbio gradito a Washington. Come dire che si profila una svolta non di poco conto, ammesso che la guerra irachena la cementi. E c'è da domandarsi cosa ne penseranno i sostenitori italiani della tradizionale politica europea, quella che vede in Francia e Germania due collaudati punti di riferimento: in primo luogo i centristi di Casini.
Per adesso, in ogni caso, ha ragione Gianni De Michelis: l'essere invitato alla Casa Bianca insieme a Blair costituisce "un importante successo diplomatico" per Berlusconi. Un successo da mettere in relazione con il conflitto imminente, ma soprattutto con il dopoguerra: quando ci sarà da partecipare in varie forme all'opera di ricostruzione di una vasta area del Medio Oriente.
Detto questo, è anche vero che al ritorno in patria il presidente del Consiglio si trova immerso in un'altra guerra, molto più difficile da gestire e da vincere. Ma ugualmente all'ultimo sangue.
Era prevedibile la replica polemica dell'Associazione nazionale magistrati al discorso di Arcore, in quella sorta di micidiale ping pong mediatico a cui è ridotto il duello tra politica e magistratura. Altrettanto prevedibile che dall'interno della maggioranza si sfruttasse l'attacco dell'Anm al premier per accreditare, una volta di più, la tesi di un'anomalia giudiziaria, se non proprio di un complotto.
Peraltro chi evoca i complotti e non esita a gettare altra benzina sul fuoco è proprio Berlusconi. Si poteva presumere che il messaggio nella cassetta registrata, mercoledì, fosse il punto estremo dello scontro. Errore. Ieri il presidente del Consiglio, da Washington, è andato, se possibile, persino oltre.
Ha di nuovo tagliato sul nascere qualsiasi ipotesi di esecutivi istituzionali e d'emergenza o comunque di soluzioni che presuppongono un suo "passo indietro" rispetto alle responsabilità di governo. Evocare il 1994 (la crisi del primo governo Berlusconi, il "ribaltone", l'avvento del governo Dini) ha un preciso significato.
Non è, sembra di capire, il timore di un secondo "ribaltone", cioè di un cambio di maggioranza che non è proprio all'orizzonte. E' l'annuncio, freddo e determinato, che la "persecuzione giudiziaria", magari la condanna penale, non produrrà stavolta il ritiro del presidente del Consiglio. Produrrà, semmai, una deriva verso le elezioni anticipate.
Ovviamente queste frasi sono destinate ad alimentare le tensioni. E si capisce perché. Adombrare "un nuovo '94" significa mandare un messaggio obliquo al Quirinale. Con tutte le conseguenze del caso. Già i riferimenti alle elezioni anticipate, una decisione che compete al presidente della Repubblica, creano fastidio sul Colle. Ma adesso si sfiora un contrasto più grave. Nelle parole di Berlusconi c'è il monito, neanche troppo vago, a non ripetere le manovre e le cospirazioni del '94. E sappiamo a chi pensa il premier quando parla degli avvenimenti di quell'anno fatidico: a Oscar Luigi Scalfaro, allora capo dello Stato.
Iraq, lo strappo con l'Europa
Marcella Ciarnelli su l'Unità
"Un errore grandissimo che può avere solo l'effetto di spaccare l'Europa su una questione fondamentale come l'Iraq". Il presidente dei Ds, Massimo D'Alema non usa mezzi termini per condannare "lo strappo" nella politica estera italiana, basata finora "sulla pace e sul dialogo" dal Medio Oriente all'Iraq, rappresentato dal documento di solidarietà agli Stati Uniti firmato da un presidente e sette premier europei, ovviamente Silvio Berlusconi tra i più solerti a sollecitarlo e a sottoscriverlo.
D'Alema parla nel corso di un dibattito cui partecipa il ministro degli Esteri, Franco Frattini. Ed a lui si rivolge per esprimere "la grande preoccupazione" del Paese. L'aver imboccato la strada di un'aspra contrapposizione "rischia di indebolire l'Europa" proprio nel momento in cui il Vecchio continente, se riuscisse a parlare con una sola voce, potrebbe "svolgere un ruolo cruciale". Tanto più che da parte degli Stati Uniti la iniziale "politica giusta è stata via via abbandonata privilegiando un'idea militare della lotta al terrorismo". Senza tenere il alcun conto, ha ricordato il presidente dei Ds, che "neppure l'Onu prevede che se si trovano armi si debba fare la guerra al Paese che le possiede, ma prevede che bisogna eliminarle".
Tra "gaffes e forzature -ha aggiunto D'Alema- noi stiamo assistendo ad un cambiamento radicale rispetto a quella che è stata fino ad oggi la politica estera italiana, che ha sempre goduto di un ampio sostegno nazionale, basata sulla pace e sul dialogo" rimarcando, per quanto riguarda questione del Medio Oriente che il governo italiano si sta "schierando a favore della destra israeliana abbandonando la posizione di equidistanza e di sostegno amico" verso le esigenze degli israeliani ma anche di quelle dei palestinesi.
Gli italiani, ha ricordato ancora D'Alema, si sono già espressi contro la guerra ed hanno detto con chiarezza in ogni occasione di non volere un nuovo conflitto "che potrebbe avere effetti tremendi per il nostro paese e per l'Europa". Non è certo "facendo un club degli otto" che Berlusconi può ignorare la volontà di milioni di cittadini, la maggioranza del Paese "che è molto di più di un girotondo. E di questo -ha detto rivolto a Frattini- dovete tenerne conto".
Il dibattito sull'Iraq, intanto, si avvia ad approdare nella sua sede naturale: il Parlamento. Giovedì 6 febbraio, nel pomeriggio, si svolgerà a Montecitorio il confronto chiesto con insistenza dall'opposizione ma anche dal presidente Pier Ferdinando Casini. In aula ci sarà il premier che, al termine del lungo giro di consultazioni con Bush, Blair e Putin, sarà in grado (c'è da augurarselo) di fornire informazioni il più possibile precise sulla situazione. Tanto più che il giorno precedente è fissata la riunione del Consiglio di sicurezza dell'Onu per valutare le prove che gli Stati Uniti sostengono di avere già raccolto contro Saddam. La conferenza dei capigruppo ha stabilito che dopo l'intervento di Berlusconi ci sarà il dibattito ma, al momento, non è previsto il voto. Decisione questa che non ha mancato di far esplodere lo scontento di Rifondazione Comunista, e nell'Ulivo, di Verdi e Comunisti italiani.
L'ordine dei lavori fissato ieri però non preclude che il dibattito possa concludersi con un voto. Lo hanno detto chiaramente il capogruppo dei Ds, Luciano Violante e quello della Margherita, Pierluigi Castagnetti. "Le mozioni presentate fino ad ora in Parlamento tra una settimana saranno datate. Quindi noi ci riserviamo di presentare altri documenti alla luce delle notizie fornite dal presidente del Consiglio" ha precisato Violante.
Alfonso Pecoraro Scanio, presidente dei Verdi definisce "l'appello dei sette nani, evidentemente sollecitati dall'amministrazione Bush, grave e controproducente". "Atto di subalternità e servilismo" quello compiuto dagli otto per Franco Giordano, capogruppo di Rifondazione alla Camera. Fa sentire la sua voce anche l'ex Capo dello Stato, Francesco Cossiga che ammonisce: "Per motivi di diritto internazionale ci potremmo impegnare in operazioni militari solo su mandato del Consiglio di sicurezza dell'Onu".
L'Europa dei governi è a pezzi
Gian Enrico Rusconi su La Stampa
L'Europa è a pezzi. Nessuno prevedeva una tensione così esplicita. Non è chiaro se il linguaggio diplomatico (anche quello cordiale tra Bush e Berlusconi) contiene ancora una possibilità di intesa o vuol salvare soltanto le apparenze di una divisione irreversibile. In questo caso l'Italia interpretata da Berlusconi sembra già essersi schierata.
L'Europa dei governi è divisa. Ma lo è anche quella dei popoli, delle opinioni pubbliche? Sino a che punto cioè la spaccatura dell'Europa di queste ore risponde a disegni strategici dei singoli governi, a riallineamenti di potere e di potenza, ad una tacita resa dei conti negli equilibri dell'Unione, piuttosto che al rispecchiamento di autentiche differenze nell'opinione pubblica dei singoli paesi europei? Davvero gli italiani la pensano diversamente dai francesi o dai tedeschi?
Cominciamo dai governi. La prima mossa decisiva del gioco è stata la convergenza tra Germania e Francia nella ferma critica alle intenzioni americane di fare la guerra a Saddam comunque, a prescindere dai risultati delle ispezioni (considerati anticipatamente inattendibili) e quindi dalle iniziative dell'Onu. La posizione franco-tedesca era stata salutata inizialmente come la conferma dell'atteggiamento comune europeo - inglesi a parte -, come un autorevole e unanime monito dell'Europa all'America.
In realtà tedeschi e francesi, che nello stesso tempo avanzavano in modo un po' autoritario il loro schema di riforma istituzionale dell'Unione, non hanno fatto nulla per verificare la loro sintonia con gli altri partner europei. I governi di Berlino e Parigi erano troppo occupati di loro stessi e del reciproco sostegno per prestare attenzione alle opinioni e agli umori di Roma, di Madrid o di Copenaghen, per tacere di Varsavia. All'inizio di questa crisi europea c'è dunque un atto di orgoglio franco-tedesco.
Si dirà che per la sintonia tra i governi è deputata l'Unione europea, che non a caso ha continuato a sfornare dichiarazioni tanto unanimi quanto generiche. In realtà proprio l'impotenza dell'Unione nella crisi attuale conferma che l'assenza di una comune politica estera e di sicurezza, l'assenza di convergenze sulle grandi decisioni della guerra e della pace, non era e non è un dettaglio secondario rispetto alla moneta o all'allargamento. E' un grave deficit, sempre camuffato, che oggi esplode in maniera forse irreparabile.
Berlusconi con Bush "Temiamo una terribile strage"
Redazione de la Repubblica
WASHINGTON - "Crediamo che dopo gli attentati terroristici dell'11 settembre ci possa essere l'intenzione da parte dei terroristi, di una terribile strage". Con questa convinzione, espressa da Silvio Berlusconi è cominciato l'incontro fra il presidente del Consiglio italiano e George Bush. Un attentato, quello previsto da Berlusconi, che "richiederà l'uso di quelle armi di distruzione di massa che l'Iraq possedeva e che non ha dimostrato di avere distrutto".
Pronta dunque la motivazione per schierare l'Italia a fianco degli Stati Uniti. E Berlusconi, che Bush ha definito "un mio amico personale", ripaga l'amico americano specificando il senso della sua missione: "Convincere gli alleati" sulla giustezza delle posizioni Usa. "Sono qui per dare una mano al presidente Bush, per convincere tutti che questo è interesse di tutti" per cercare di mantenere la pace. "Soltanto se tutti saremo uniti - Ue, Usa, Russia - nell'Onu, Saddam Hussein capirà che non ha altra scelta" che rinunciare alle armi di distruzione di massa, ha aggiunto Berlusconi. E il presidente Usa, quasi ringraziando: "l'Italia è un paese amico degli Stati Uniti. Gli Stati Uniti sono un paese amico dell'Italia".
Questo però non significa che gli Usa abbiano chiesto al nostro Paese un coinvolgimento diretto in un'eventuale guerra: la questione, spiega Berlusconi, "è prematura". "Gli Stati Uniti - spiega - non ci hanno rivolto nessuna domanda in questo senso".
Una cosa comunque i due presidenti concedono a quella parte di Europa e di opinione pubblica nettamente contrari ad una guerra: "La guerra sarà l'ultima scelta non la prima". E Berlusconi aggiunge: "'Il mondo ha il diritto di sapere dove sono finite le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein".
Quanto al destino del rais iracheno Bush ha confermato che se "sceglierà di lasciare il paese con coloro, del suo entourage, che si sono resi responsabili delle torture inflitte a migliaia di iracheni, accoglieremo positivamente questa decisione, è naturale".
Caporal minore
Sommario de il Manifesto
"Temiamo una terribile strage, Saddam deve dimostrare di aver disarmato, gli Usa sono la nostra garanzia di democrazia e di libertà". Davanti al caminetto di Bush, Berlusconi schiera l'Italia con gli Stati uniti e con la guerra Alle camere lo dirà a cose fatte, giovedì prossimo e senza votare. Intanto l'Europa si spacca: l'europarlamento vota no alla guerra, otto premier firmano un appello pro-Usa sul Wall Street Journal
"E´ più economico evitare il conflitto"
Max Kohnstamm su La Stampa
E´ giunto il tempo che l´Europa faccia sentire la sua voce. Dobbiamo mettere in guardia gli Stati Uniti, il nostro più stretto e più importante alleato, da un enorme errore storico Allo stesso tempo è nostro dovere avvertire lo Stato d´Israele che la sua esistenza, nel lungo termine, è minacciata, e con essa la ricca storia spirituale dell´ebraismo. Perché questo è in gioco, se gli Stati Uniti decidessero di fare una guerra contro l´Iraq di Saddam Hussein. Tacere significherebbe per me, come amico degli Stati Uniti e come figlio di un padre di origine ebraiche (i nazisti avrebbero detto: "un bastardo di primo grado"), nient´altro che un tradimento nei confronti dell´America e di Israele insieme.
L´America sembra disconoscere ciò che l´attacco dell´11 settembre ci ha insegnato, e cioè che non esiste più un monopolio degli Stati per l´uso o l´abuso della violenza. Questa privatizzazione del potere, questa destatalizzazione della facoltà di annientare migliaia di uomini è equiparabile ad una rivoluzione inconcepibile prima. Segna la fine dell´epoca in cui un certo ordine si poteva stabilire a colpi di cannone o attraverso una guerra. La presenza di veleni rintracciata ultimamente a Londra mostra quanto il terrorismo sia diventato un affare tremendamente diverso. Viviamo in un mondo in cui chiunque possieda una grande energia criminale o la volontà di farsi martire può realizzare uno sterminio di massa attraverso un accesso Internet o altri semplici mezzi. E d´altra parte non c´è più nessuno Stato in grado di dare una protezione sufficiente, anche se Washington crede di poter arrestare tali esiti in quanto ultima potenza egemonica. La marcia americana sull´Iraq appare come l´ultimo disperato tentativo di mantenere il vecchio ordine mondiale. E invece sarebbe una guerra sbagliata, nel momento sbagliato. L´America si pone delle false priorità. Certamente, Saddam Hussein è un dittatore brutale, che non indietreggia di fronte all´omicidio, che presumibilmente possiede armi di distruzione di massa o che è comunque disposto a procurarsene. Ma è infinitamente più economico e più intelligente tenere Saddam sotto una lunga osservazione e lasciare gli ispettori in Iraq per 25 anni, invece di spedirvi un esercito per 25 giorni. Se Saddam cacciasse gli ispettori dal suo paese, allora la comunità internazionale potrebbe risolversi altrimenti. Ma fino ad allora vale il principio che se l´America va in guerra, la pericolosa frattura tra occidente e islam si approfondirà fino a diventare una guerra fra religioni. E le guerre di religione sono le peggiori, perché sono le più fanatiche tra tutte le guerre. Una guerra contro l´Iraq otterrebbe il contrario di ciò che si prefigge. Al posto di una stabilizzazione del Medio Oriente si assisterebbe a una radicalizzazione del fondamentalismo islamico. E ogni terrorista che uccide in nome di Allah otterrebbe un consenso di massa. Negli slums della striscia di Gaza o in Cisgiordania ci sono già molti uomini disposti alla violenza per non diventare "schiavi dell´Occidente". Una reazione del genere renderebbe impossibile, nel lungo termine, la sopravvivenza dello Stato d´Israele. Senza una pace duratura con i palestinesi, Israele non può sopravvivere.
Gli europei, in particolare, potrebbero sfruttare l´esperienza fatta dopo il 1945. Non dimentichiamolo: il fondamento di tutta l´Unione Europea, che cominciò con la Comunità del Carbone e dell´Acciaio, si è avuto quando francesi e tedeschi si sono riconosciuti come aventi uguali diritti. E´ giusto che il presidente francese e il cancelliere tedesco abbiano lanciato un monito rispetto alla guerra in Iraq. L´ira di un Donald Rumsfeld sull´attuale corso della "vecchia Europa" mostra soltanto quanto essi vengano ascoltati. Il conflitto con Washington unisce tedeschi e francesi, e solo per questo Rumsfeld si presterebbe a essere il mio candidato per il prossimo premio internazionale di Aquisgrana. Ma l´Unione Europea deve rischiare di più: la crisi attuale del Medio Oriente richiede una risposta europea forte. Essenziale è una sorta di piano Marshall per il Medio Oriente. Tedeschi e francesi hanno sperimentato per cinquant´anni come questo generoso concetto americano abbia portato a una riunificazione del continente e condotto alla collaborazione gli antichi nemici. Senza una simile pressione dall´esterno l´Europa non sarebbe arrivata all´unità. Così come l´Europa è stata aiutata allora, oggi deve essere lei a offrire aiuto: israeliani e palestinesi non hanno altra scelta che imparare a vivere vicini l´uno con l´altro. Se l´Europa desse un contributo finanziario e politico più alto di quanto non abbia fatto fino ad oggi, il prezzo della guerra, già oggi insostenibile, sarebbe ancora più difficile da pagare. Un´iniziativa europea di questo genere sarebbe anche il giusto segnale contro il terrorismo.
31 gennaio 2003