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sulla stampa
a cura di G.C. - 29 gennaio 2003


Prima…
La striscia rossa de
l'Unità

Aveva detto. "Ho assoluta fiducia nella Cassazione, una fiducia che non è mai mancata. Altra cosa sono certi pm che svolgono un ruolo particolare e imbastiscono processi che finiscono nel nulla".
Silvio Berlusconi, La Repubblica 28 gennaio


No della Cassazione: i processi restano a Milano
Guido Ruotolo su
La Stampa

ROMA. I processi Imi-Sir e Sme e Lodo Mondadori restano a Milano. E' questo il verdetto dei nove giudici delle Sezioni unite della Cassazione, dopo quasi cinque ore di camera di consiglio. Il legittimo sospetto non è giustificato, nel caso di Milano. I comportamenti dei pm, dei giudici, dell'intero ufficio giudiziario di quella città non hanno pregiudicato la serenità e l'imparzialità di quel Tribunale, non sono in alcun modo prove di una "grave e oggettiva situazione locale". Con questa decisione, i giudici hanno anche contraddetto la requisitoria del procuratore generale, Antonio Siniscalchi, che l'altro giorno aveva sostenuto che in passato si era determinata una situazione di legittimo sospetto. E che oggi non era più attuale.

Una decisione chiara, dunque, senza ambiguità. Anzi, nel rigettare le istanze di rimessione dei processi a Brescia dei legali di Silvio Berlusconi, Cesare Previti e degli altri imputati, i nove giudici hanno indicato anche i paletti interpretativi da dare al legittimo sospetto. E non hanno ritenuto di dover dar conto della richiesta presentata in extremis dal difensore di Silvio Berlusconi, Gaetano Pecorella, di non pronunciarsi sul legittimo sospetto ma di decidere il trasferimento dei processi a Perugia, per competenza territoriale. Ci si interroga sul voto espresso dai nove giudici in camera di consiglio, cioé se sia stata una decisione presa all'unanimità, a larga maggioranza o, addirittura, a maggioranza risicata. La "breve" camera di consiglio fa ipotizzare ai difensori degli imputati che la decisione non sia stata particolarmente contestata e che, addirittura, il Primo presidente Nicola Marvulli abbia votato con la maggioranza.

Dunque, la decisione. Sono state cinque le questioni esaminate dai giudici: l'applicabilità della legge Cirami ai procedimenti di rimessione già pendenti; la manifesta infondatezza delle questioni di legittimità costituzionale della nuova legge; in quali casi sono configurabili i motivi di legittimo sospetto; se gli atti e i comportamenti censurabili dei pm sono presupposto per la rimessione del processo e, infine, se le decisioni e l'atteggiamento dei giudici possono assumere rilevanza ai fine del trasferimento in altra sede del processo stesso.


Cadono a una a una tutte le accuse rivolte ai pm, ai giudici, al Tribunale milanese: le foto scandalo di Previti e Pacifico nei corridoi della cancelleria, le ipotizzate riunioni in cui il presidente Carfì organizzava le "interpretazioni" delle sentenze della Corte costituzionale. Anche le dichiarazioni dei procuratori Borrelli e D'Ambrosio, le valutazioni politiche che i magistrati si scambiavano via email, anche la "provocazione" di Ilda "la rossa", Ilda Boccassini, che inizia la sua requisitoria indicando le pene da comminare ai vari imputati. E, naturalmente, anche il "resistere, resistere, resistere" di Francesco Saverio Borrelli e i Palavobis non rappresentano nessun comportamento da giustificare il trasferimento dei processi.

Spiegano i nove giudici della Cassazione: "Gli atti e i comportamenti del pubblico ministero sono idonei a costituire presupposto per la rimessione del processo a condizione che abbiano pregiudicato in concreto la libera determinazione delle persone che partecipano al processo". Precisano i giudici: "Ovvero, che abbiano dato origine a motivi di legittimo sospetto". Naturalmente, per la Cassazione questo non è accaduto per la parte che riguarda la Procura.

Ma i nove giudici si pronunciano anche sulle contestazioni rivolte ai giudici e precisano in quali casi i provvedimenti e i comportamenti del giudice possano assumere rilevanza: "A condizione che essi siano l'effetto di una grave situazione locale e che, per le loro caratteristiche oggettive, siano sicuramente sintomatici della non imparzialità del giudice". Nel caso di Milano, i giudici "non hanno ravvisato questa condizione".


Riacciuffati (…e dopo)
Sommario de
il Manifesto

Non si spostano i processi a Berlusconi e Previti. L'ha deciso la Cassazione. Respinta la richiesta di trasferire il giudizio per corruzione giudiziaria a Brescia o a Perugia. Inutile la legge Cirami: non c'è legittimo sospetto. Domani riprendono le udienze. A Milano Adesso è imminente la sentenza per Previti. Gelati gli imputati e gli avvocati eccellenti. Da destra reazioni scomposte: "Sentenza politica". "Impossibile avere fiducia nella magistratura". Berlusconi tace. Il governo prepara nuove leggi su misura?


La legge dei sospetti e il sospetto che non c'e'
Giovanni Bianconi sul
Corriere della Sera

ROMA - Per una volta, prima ancora che si conoscano le motivazioni, il significato di un verdetto atteso e importante come quello pronunciato ieri dalle Sezioni unite della Corte di Cassazione è stato spiegato in sintesi dal presidente del collegio. Per non alimentare dubbi e polemiche su un atto giudiziario tanto rilevante Nicola Marvulli, il giudice più alto in grado d'Italia, ha firmato due paginette per illustrare la sentenza che ha lasciato a Milano i processi contro Silvio Berlusconi e Cesare Previti. La sintesi del ragionamento della Corte è chiara. I giudici hanno applicato la legge Cirami che ha reintrodotto il "legittimo sospetto". Secondo quella legge, per trasferire un dibattimento da una sede all'altra ci dev'essere una "situazione locale grave e oggettiva" che possa provocare "un concreto pericolo di non imparzialità del giudice".
La Corte ha esaminato la situazione milanese, compresi atti e comportamenti di pubblici ministeri e tribunali, arrivando alla conclusione che non c'è sospetto, né tantomeno certezza, che gli esiti dei processi possano essere condizionati o dettati da sentimenti di parzialità. Dunque i pm e i giudici di Milano - accusati in questi anni di nefandezze giuridico-politiche continue - sono stati "assolti" dal massimo organo giurisdizionale del Paese. E' possibile che nelle motivazioni troveremo delle censure a qualche atto, o a comportamenti già stigmatizzati dalla Procura generale come l'ormai noto invito alla "resistenza" di Borrelli, i girotondi, certe esternazioni di magistrati. Ma la sostanza della decisione è che Milano resta una sede di giudizio neutrale. A dirlo non sono le tradizionali "toghe rosse" tirate in ballo quando arrivano sentenze che incidono sulla politica, ma esperti e attempati cultori del diritto e della giurisdizione come i magistrati della Cassazione. Fu proprio Berlusconi, quando un anno e mezzo fa lo assolse dall'accusa di corruzione che gli era valso il famoso avviso di garanzia napoletano del 1994, a elogiare la Corte suprema; la stessa di cui disse, dopo un'altra assoluzione: "Ci sarà un giudice a Berlino, ogni tanto, e questa volta c'è a Roma".
Ieri i suoi avvocati - alcuni dei quali deputati del suo partito - non l'hanno pensata come il capo del governo quella volta. Uno dei legali del premier s'è lasciato andare a un "ci hanno ammazzato" che non lascia dubbi sul fatto che è stata persa una partita sulla quale le difese di Berlusconi e di Previti avevano puntato forte per tentare di uscire indenni dai dibattimenti milanesi. Dopo che l'avvocato e onorevole Pecorella, nel maggio scorso, aveva chiesto di mandare alla Corte costituzionale la vecchia norma sullo spostamento dei processi, la maggioranza ha corso ventre a terra per approvare la legge "Cirami" e reintrodurre il "legittimo sospetto" nel codice italiano. Una legge che doveva aprire la strada allo spostamento dei processi milanesi.

Da domani giudici, pm avvocati e imputati si ritroveranno nelle aule per discutere e stabilire se un pugno di avvocati ha corrotto un pugno di magistrati per conto di altre persone (tra cui, in un caso, l'attuale presidente del Consiglio), allo scopo di "aggiustare" alcune sentenze. Una vicenda giudiziaria che si trascina ormai da quasi otto anni, e siamo ancora ai giudizi di primo grado. Superato l'ostacolo della sospetta parzialità dei magistrati si torna al confronto sul merito delle accuse e delle difese. L'appendice romana per ora s'è conclusa, ma la "battaglia di Milano" non è ancora finita.


Shoah, polemica sul ricordo
"Dal governo messaggi vaghi"
Giovanna Casadio su
la Repubblica

ROMA - Bandiere a mezz'asta hanno sventolato da tutti gli edifici pubblici nella "Giornata della memoria", la terza da quando il Parlamento ha votato la legge con cui si istituisce anche in Italia il ricordo della Shoah. Ma è polemica sulla nota della Presidenza del Consiglio-ufficio del cerimoniale, diramata dai ministeri competenti, con la quale si avverte che si tratta di un "segno di omaggio alle vittime innocenti di tutti gli stermini e i genocidi della storia".

Una genericità che "annacqua" il ricordo della vergogna. Lo dice Amos Luzzatto, presidente dell'Unione delle comunità ebraiche, che non ama attizzare battibecchi e che degli incontri e delle manifestazioni soprattutto nelle scuole, tra i giovani, dà un giudizio entusiasta. "La genericità non è esattamente quello che la "Giornata della memoria" ha previsto; non va diluita, annacquata" scandisce. Il primo firmatario della legge per l'istituzione della "Giornata delle memoria" fu Furio Colombo, ora direttore dell'Unità, con Elio Palmizio (Fi) e Simone Gnaga (An). Il provvedimento raccolse l'unanimità del Parlamento, però con la "raccomandazione" del centrodestra di ricordare le vittime di tutti i totalitarismi. E ora le polemiche s'infiammano, già accese dal discorso di Silvio Berlusconi trasmesso su tutte le reti Rai, lunedì 27 gennaio (e consultabile sul sito Internet del governo), nel quale il presidente del Consiglio - che non ha pronunciato le parole "shoa" e "olocausto", né ha citato Auschwitz - si è mostrato davvero "smemorato".

"Quando si trasforma la memoria in qualcosa d'indistinto e si ricorda tutto e il contrario di tutto, dai gulag alla Shoah, si fa solo confusione. Vogliamo parlare delle vittime delle foibe? Giusto, ma non il 27 gennaio quando si ricordano le vittime del nazismo in nome della razza", denuncia lo storico Gianni Oliva. Più che altro il premier è apparso impegnato a equilibrare la memoria degli orrori ("...il Novecento sarà purtroppo ricordato per gli orrori e le sofferenze inferte agli uomini dai due totalitarismi: quello nazista e quello comunista"); a collegare il giorno della memoria con la lotta della "comunità internazionale per combattere e rendere inoffensivi quei regimi che minacciano la pace nel mondo", cioè l'Iraq; a inneggiare alla libertà piuttosto che soffermarsi sull'orrore della "soluzione finale".

Se del resto l'Italia si è unita nel ricordo della Shoah con celebrazioni che continueranno nei prossimi giorni, il Polo punta a glissare sulle responsabilità del fascismo e soprattutto sulle leggi razziali del 1938.




Israele sceglie Sharon
Redazione de
la Repubblica

GERUSALEMME - Israele ha scelto di non cambiare: il futuro è affidato ad Ariel Sharon. Il Likud, partito del premier, ha stravinto le elezioni politiche. La politica estera, l'appoggio all'azione militare Usa contro l'Iraq, il futuro dei rapporti di pace con i palestinesi: tutto resta saldamente nelle sue mani. Gli israeliani non hanno creduto al partito laburista e lo hanno punito. E ora il Labour sente sul collo il fiato di un'altra formazione: i centristi laici e anti ortodossi dello Shinui. Potrebbe essere proprio il partito guidato da Tommy Lapid a diventare il nuovo alleato di governo del Likud.

Per il Likud è una vittoria netta: sono 37 i seggi che si aggiudica alla Knesset, il Parlamento israeliano, conto i 19 che aveva nella scorsa legislatura. Altrettanto netta la disfatta per i laburisti, che partivano da 25 seggi e si ritrovano con 19.
Il leader laburista Amram Mitzna ha telefonato a Sharon per fargli i complimenti. Il vero dato che sconvolge l'assetto politico di Israele è che parte dei voti dei laburisti sono sicuramente finiti nel partito che ha davvero vinto queste elezioni: lo Shinui, partito di centro, laico e avversario dei partiti ortodossi, che guadagna 15 seggi, contro i 6 precedenti. Un partito forte, dunque che si era già detto pronto a un'alleanza con Likud e laburisti. E che ora sembra ancora più forte anche in virtù dell'arretramento della Shas, il più forte partito religioso ultraortodosso che dai 17 seggi della scorsa legislatura si ferma a 11.

In calo anche il partito pacifista Meretz. Ai primi exit poll, il leader Yossi Sarid aveva annunciato le dimissioni; e il dato è confermato: 6 seggi, contro i 10 che ha nella Knesset uscente.

Il premier Ariel Sharon, nel suo "discorso della vittoria" ha chiesto a tutti i partiti di entrare a far parte di un governo di unità nazionale sotto la sua guida. "E' tempo di unirsi. Annuncio che, dopo che il presidente mi avrà assegnato l'incarico di formare il governo, chiederò a tutti i partiti sionisti di entrare a far parte di un governo di unità che sarà il più ampio possibile", ha detto Sharon.

Il partito laburista ha comunque già fatto sapere che non aderirà a un governo Sharon ma intende lavorare per sostituirlo. Mitzna ha detto: "Ricorderemo ogni giorno che c'è un'alternativa a Sharon, che c'è un'altra strada. Opereremo incessantemente fino a quando gli elettori non ci rinnoveranno la fiducia e io vi prometto che ciò avverrà entro breve tempo".

In attesa delle nuove strategie politiche, due elementi sono da sottolineare. Il primo è la bassissima affluenza alle urne:Ha votato solo il 68,5% degli israeliani, il dato più basso dal '48, anno di fondazione dello Stato ebraico. Cifre preoccupanti, perché la tradizione in Israele è quella di una grande partecipazione al voto, tra il 78 e l'80%. Il secondo sono le prime e prevedibili reazioni palestinesi. Il negoziatore per l'Anp Saeb Erakat ha detto che la vittoria di Sharon rischia di provocare un inasprimento della violenza.


Trionfo amaro
Antonio Ferrari sul
Corriere della Sera

GERUSALEMME - Si può esultare ma anche soffrire per una vittoria, perché qualche volta le vittorie rischiano di trasformarsi in sconfitte. Nella notte, a Tel Aviv, un commosso Ariel Sharon ringrazia i sostenitori che lo acclamano "re d'Israele". Il vecchio generale è felice per la netta affermazione sua e del suo partito, ma nello sguardo si coglie un'ombra di tristezza mentre dice: "Non è tempo di festeggiare". La mente già si tormenta con i dubbi sul futuro. Il voto di ieri rispecchia infatti le angosce di una campagna elettorale rassegnata. I numeri dicono che il Likud ha stravinto, quasi raddoppiando i consensi del principale avversario, che il Paese ha sempre fiducia in Sharon, ma che l'unica coalizione immediatamente possibile, con il conforto di una robusta maggioranza parlamentare, è quella con l'estrema destra e i partiti religiosi.
Per il premier uscente e sicuramente rientrante è come consegnarsi alle temute pressioni interne e a una stagione di altri imbarazzi internazionali.
Il vecchio falco si ritroverebbe paradossalmente alla sinistra della destra nel suo governo, stretto fra le pretese degli oltranzisti, che non si accontentano del pugno di ferro ma pretendono la definitiva sconfitta dei palestinesi, e l'alleato e benefattore americano che pretende il contrario, cioè la ripresa del dialogo, in cambio di un urgente sostegno finanziario.
Non stupisce quindi che il primo appello del vincitore dimezzato (che ha continuato a citare un suo grande avversario, Yitzhak Rabin, ucciso da nemici della pace), sia rivolto agli sconfitti, i laburisti, con l'invito a ricreare quel governo di unità nazionale che il vertice socialista rifiuta, ma che è necessario per garantire la presentabilità dell'esecutivo. Non stupirebbe neppure (se fosse vero) quanto trapelato alla vigilia del voto: che Sharon, segretamente, abbia cercato di favorire almeno una modesta ripresa degli avversari di sempre. Ma gli exit poll, le proiezioni e le valutazioni degli analisti sono concordi nel prospettare una coalizione di destra-estrema destra-religiosi. Con qualche subordinata: un clamoroso ripensamento laburista, con il leader Amram Mitzna che si rimangia il veto a un'alleanza con Sharon e accetta l'offerta: assieme al Likud e ai laici-populisti del Shinui di Lapid, vera sorpresa delle elezioni, l'esecutivo avrebbe seggi sufficienti per guidare il Paese, anche se l'esclusione del religiosi (odiati dal Shinui) creerebbe seri problemi interni. Infine c'è la possibilità di prendere tempo, di aspettare la guerra all'Iraq, e di non cambiar nulla lasciando maturare gli eventi.

Al contrario lo sconfitto Mitzna, che dice quel che diceva Rabin, e cioè che si può combattere il terrorismo come se il negoziato non ci fosse, e negoziare come se il terrorismo non esistesse, si è fatto fotografare, con tanto di mascella volitiva, accanto a un carro armato.
Adesso molti giudicano queste elezioni come le più noiose nella storia del Paese. Di sicuro non si sono annoiati gli arabi. Sette canali televisivi (di Arabia Saudita, Emirati, Qatar, Giordania e Palestina) hanno sconvolto i palinsesti per trasmettere la diretta dei risultati, con interviste, commenti e documentari su Israele. E' la prima volta in assoluto che avviene una copertura così imponente. Sarà forse curiosità morbosa, ma voler conoscere l'altro è comunque un passo in avanti.


Le prove contro Saddam
Il discorso sullo stato dell'Unione presagio dell'attacco
Maurizio Molinari su
La Stampa

George Bush non dichiara ancora guerra all'Iraq ma prepara il terreno all'annuncio definendo "urgente" la necessità di "agire per confrontarsi con la minaccia maggiore per il mondo", quella delle armi di distruzione di massa in suo possesso. "Il dittatore iracheno non disarma, ci inganna ed ha un assoluto disprezzo per le Nazioni Unite" ha detto Bush, mettendo al corrente il pubblico americano dell'"esistenza di numerose prove a carico di Saddam Hussein".

Il discorso sullo Stato dell'Unione pronunciato dal presidente americano a Washington di fronte al Congresso riunito in seduta congiunta - quando in Italia erano le tre del mattino di oggi - è stato dedicato all'Iraq ed alla crisi dell'economia: le due emergenze dell'amministrazione che inquietano l'opinione pubblica e hanno fatto calare fino al 53 per cento la popolarità dell'inquilino della Casa Bianca, il livello più basso dall'11 settembre 2001.

Sull'Iraq Bush che non si spinge fino alla dichiarazione di guerra vera e propria ma ne getta le basi, chiama il popolo americano ad "unirsi" contro la minaccia irachena così come fece l'anno scorso nei confronti dei taleban afghani e di Al Qaeda dopo gli attacchi dell'11 settembre 2001. Bush prepara il pubblico americano a ciò che potrebbe avvenire nelle prossime settimane dopo le consultazioni con i più stretti alleati europei - il britannico Tony Blair, l'italiano Silvio Berlusconi e lo spagnolo Josè Maria Aznar - ed i negoziati in atto all'Onu con Francia, Russia e Cina perché "la pazienza è giunta al limite", "il tempo sta scadendo", in quanto "l'America non può aspettare che la minaccia irachena maturi fino al punto in cui sarà troppo tardi per riuscire a contenere Saddam Hussein".


Per sottolineare il legame fra il caso-Iraq e la guerra al terrorismo la Casa Bianca farà sedere nella tribuna degli ospiti un riservista veterano della guerra afghana lasciando al suo fianco una sedia vuota per ricordare le vittime degli attentati contro Washington e New York. Per Bush "vi sono prove" sui legami fra Saddam ed il terrorismo internazionale e sulla sua corsa alle armi proibite, ed una o due potrebbero - secondo le indiscrezioni fatte trapelare dai portavoce - venire annunciate in diretta tv di fronte ad almeno cinquanta milioni di americani.

L'opposizione democratica considera proprio l'assenza di prove il tallone d'Achille della Casa Bianca sull'Iraq e incalza: "Bush dovrebbe mostrare ciò che ha - dice Tom Daschle, presidente dei senatori - alla comunità internazionale come fece il presidente John F. Kennedy quandò inviò Adlai Stevenson alle Nazioni Unite con in mano le foto dei missili che i sovietici avevano a Cuba". La minaccia irachena è una delle "due grandi cause" sulle quali Bush chiede all'America di "unirsi" per rispondere a "due sfide": "mantenere la pace del mondo" e "rafforzare la prosperità interna".

La seconda è l'economia, la cui crisi continua a frenare la ripresa della produttività. Bush scommette sul nuovo taglio fiscale da 674 miliardi di dollari chiedendo al Congresso controllato dai repubblicani di accorciare i tempi del varo dei nuovi provvedimenti, affinché gli effetti possano essere rapidi. "L'economia cresce quando gli americani hanno più danaro da spendere e investire" dice il presidente. La preoccupazione resta anche quella di abbassare il costo dell'energia e quindi la dipendenza dall'estero: da qui l'iniziativa di destinare maggiori fondi alla ricerca necessaria per realizzare le automobili ad idrogeno, ovvero che non avranno bisogno di greggio.


"Le cure mediche costano troppo, dobbiamo aiutare chi ne ha bisogno come gli anziani ed ognuno deve potersi scegliere dove curare, la soluzione non è nazionalizzare la Sanità" dice Bush. Un'altra proposta riguarda i fondi ai programmi di sostegno per l'educazione dei figli delle famiglie meno abbienti e dei carcerati. I democratici sono pronti alla sfida anche sul fronte della politica economica e sociale: "Ci troviamo di fronte ad un presidente - dichiara il senatore del Delaware Joe Biden - che sta inviando in guerra 250 mila soldati, affrontando i relativi ingenti costi, mentre al tempo stesso ci propone un nuova taglio alle tasse di 674 miliardi di dollari, nessuno mai prima di lui ha osato così tanto".


Rinunciare? non può
Sergio Romano sul
Corriere della Sera

Nella monarchia elettiva degli Stati Uniti il discorso sullo stato dell'Unione corrisponde a quello della Corona con cui i sovrani costituzionali inaugurano la sessione annuale dei loro Parlamenti. Ma vi è una sostanziale differenza. Mentre la regina Elisabetta legge un testo scritto dal suo primo ministro e annuncia linee politiche di cui non sarà responsabile, il presidente degli Stati Uniti mette in gioco se stesso e si espone al giudizio che gli elettori daranno di lui alla fine del suo mandato. Quello che George W. Bush ha pronunciato ieri sera verrà ricordato, probabilmente, come il più difficile della sua carriera. Un anno fa, quando denunciò l'"asse del male" e iniziò la fase irachena della politica americana, il presidente parlava a un Paese in cui erano ancora vive le orribili immagini dell'11 settembre e che gli assicurava un consenso pressoché plebiscitario. Oggi la situazione presenta, rispetto ad allora, alcune differenze. Il clima economico degli Stati Uniti è cambiato. Gli scandali finanziari hanno creato risentimento e sfiducia. I timori degli americani per le condizioni economiche del Paese hanno scavalcato la paura del terrorismo. Il piano lanciato da Bush per il rilancio dell'economia suscita l'opposizione dei democratici e le riserve di molti economisti.
Alcune proposte (l'abolizione della tassa sui dividendi di Borsa, ad esempio) sono state giudicate un "regalo ai ricchi". Anziché dedicare la maggior parte del suo discorso alla questione irachena, il presidente ha dovuto prestare attenzione a questi malumori e rispolverare i panni del "conservatore compassionevole" con cui si era presentato ai suoi connazionali durante la campagna elettorale. Sul fronte iracheno la situazione non è migliore. Mentre le forze armate americane si preparavano al conflitto e la diplomazia degli Stati Uniti lavorava a creare una grande coalizione internazionale contro Saddam, Bush ha trovato sulla sua strada alcuni ostacoli: la diffidenza delle Nazioni Unite, le preoccupazioni del mondo arabo, le esitazioni del governo turco, la riluttanza della Russia e della Cina, l'opposizione o le riserve di alcuni alleati europei e, infine, i dubbi di una parte crescente della opinione americana che si chiede se Saddam, ormai ridotto alle condizioni di un "sorvegliato speciale", rappresenti davvero una minaccia per l'America. La somma delle paure suscitate dall'economia e dalla guerra hanno avuto l'effetto di ridurre drasticamente la percentuale dei consensi per il presidente e la sua politica: dall'80% dei momenti migliori al 50% degli ultimi sondaggi. Di tutto questo Bush, nel suo discorso, non poteva non tenere conto. Ma non poteva nemmeno rinunciare alla sua politica irachena. Il rapporto degli ispettori non conferma le intenzioni nucleari dell'Iraq, ma gli ha permesso di denunciare ancora una volta, con forza, la malafede del dittatore iracheno. L'obiettivo dell'America, quindi, resta quello di sempre: disarmare Saddam, con le buone se possibile, con la forza se necessario. Bush, d'altro canto, non avrebbe potuto esprimersi diversamente. Se intendesse rinunciare alla guerra dovrebbe smontare la macchina costruita negl i ultimi mesi e ammettere implicitamente che 150 mila soldati americani hanno fatto un viaggio inutile.



  29 gennaio 2003