
sulla stampa
a cura di G.C. - 27 gennaio 2003
Blix: "Iraq collabora ma non disarma"
Ma chiede più tempo per le ispezioni
Redazione de la Repubblica
NEW YORK - L'Iraq collabora, ma non disarma. Il dossier presentato a suo tempo da Bagdad sulle armi di distruzione di massa è "incompleto". E' questo il senso della relazione che il capo degli ispettori dell'Onu Hans Blix ha fatto oggi al consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Blix ha detto che "l'Iraq coopera piuttosto bene con gli ispettori sul disarmo nel dare accesso ai siti sospetti", ma ha aggiunto che il regime di Saddam non collabora nella sostanza perché il rapporto presentato nello scorso dicembre, nel quale dovevano essere elencate tutte le armi proibite, è palesemente incompleto. Così dal capo degli esperti dell'Onu è arrivata una lunga lista di interrogativi ai quali Saddam non ha finora risposto. Accompagnata da un nuovo, pressante invito a "dichiarare e distruggere le armi di distruzione di massa".
ARMI CHIMICHE. Blix ha detto che l'Iraq non ha fornito elementi per appurare che fine abbiano fatto 6.500 bombe chimiche. Nel dettaglio il capo degli ispettori ha spiegato che Bagdad ha prodotto una quantità di antrace maggiore di quanto dichiarato alle Nazioni Unite e che le prove della sua distruzione non sono convincenti. Se a ciò si sommano le risposte insufficienti fornite dal governo iracheno sulle scorte di gas nervino Vx, e il ritrovamento in un sito di una quantità da laboratorio di thiodiglycol, un precursore del gas mostarda (iprite), ecco che il quadro si fa preoccupante: "Le 12 testate chimiche ritrovate giorni fa - dice Blix - potrebbero essere la punta di un iceberg".
MISSILI. Il lavoro degli ispettori ha dimostrato che missili scud sono stati importati illegalmente, aggirando l'embargo, e che la gittata di molti di questi è "oltre i limiti". Importati illegalmente anche 300 motori che potrebbero essere usati per i missili Al Samoud-2.
DOCUMENTI. Le migliaia di pagine di documenti trovate in casa di uno scienziato, in parte dedicati alle ricerche sull'uranio arricchito, potrebbero non essere le sole. La preoccupazione è che Baghdad abbia nascosto celati molti altri incartamenti. Secondo Blix l'Iraq potrebbero avere occultato documenti anche in case private.
NUCLEARE. Su questo punto è il capo dell'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica Mohamed el Baradei a dire che "non ci sono prove" di attività nucleari in Iraq. E' lo stesso capo dell'Aiea a segnalare la "violazione" della risoluzione 687 con l'acquisto da parte dell'Iraq di tubi di alluminio per un possibile doppio uso. Anche in questo caso, però, non si tratta di materiale che può essere usato nel processo di fabbricazione di armi atomiche.
Blix non ha chiesto esplicitamente al consiglio una "proroga" per le ispezioni. Ma prima ancora delle audizioni al consiglio di sicurezza ne aveva parlato il segretario generale dell'Onu Kofi Annan e poi, di fatto, è stato el Baradei a chiedere il "sostegno inequivoco e unito" al processo dei controlli in Iraq per raggiungere "una soluzione pacifica". Visto che - è sempre l'alto funzionario a parlare - "le ispezioni prendono tempo ma sono un prezioso investimento per la pace".
Bush chiama la Vecchia Europa
Vittorio Zucconi su la Repubblica
Nel giorno che ricorda l´anniversario di una guerra americana finita esattamente 30 anni fa con la firma Kissinger e il vietnamita Le DucTho a Parigi e che vede un´altra guerra avvicinarsi di un altro lungo passo, l´America di Bush riscopre la necessità politica di non combattere da sola e il bisogno morale di quella "Europa Vecchia" tanto disprezzata. Ora che il rapporto degli ispettori al Consiglio di Sicurezza offre il pretesto formale che Bush voleva, la mancanza di "collaborazione attiva" degli iracheni nel loro disarmo richiesta dalla risoluzione Onu, il Presidente telefona alle cancellerie europee, parla con Aznar, invita Berlusconi a Washington subito prima dell´arrivo di Blair, non soltanto per arruolare "quelli che ci stanno" ma per cercare l´apparenza o il pretesto di una ricomposizione e di una mediazione almeno simbolica tra Europa e America, prima che decolli il primo bombardiere. O, se la mediazione non riuscirà, almeno di riuscire a creare una piccola Europa "americana", dentro la grande Europa "europea". Dimentichiamo i pugni sul tavolo, le parole grosse, le minacce di "fare la guerra anche soltanto con i polacchi" lanciate dalla Rice e il dissenso del nuovo asse franco-tedesco da Washington. Il rapporto di Hans Blix all´Onu, con il suo linguaggio pirandelliano e sibillino del così è se vi pare, ha comunque detto quello che gli Usa volevano sentirsi dire, che il mancato ritrovamento di "pistole fumanti" non è una giustificazione per tirare in lungo le cose, per continuare "a prendere a calci la lattina lungo la strada" come ha detto Powell. Gli ispettori, mentre continuano con voce sempre più flebile sotto le pressioni americane, a chiedere più tempo e più mezzi per fare il loro lavoro, ammettono che finora il regime di Bagdad ha offerto soltanto una "collaborazione passiva" alle ispezioni.
Non ha dato quella "cooperazione attiva" che altre nazioni come il Sudafrica, l´Ucraina, il Khazakhstan mostrarono quando vollero convincere l´Onu che non avevano arsenali proibiti da nascondere. La logica di Powell è lineare: "Se Saddam non avesse niente da nascondere e volesse evitare la guerra, sarebbe lui stesso a portare gli ispettori in giro e a parcheggiare i suoi laboratori mobili davanti alla sede dell´Onu. Invece si limita a giocare a nascondino, a non opporsi alle loro ricerche, perché lo farebbe, se non avesse qualcosa da nascondere?".
In questo processo alla rovescia, dove la sentenza capitale contro Saddam Hussein è già stata scritta da tempo dal giudice Bush e ora si cercano le prove a posteriori per eseguirla, il peso della dimostrazione di innocenza rimane dunque a carico dell´imputato e i magistrati inquirenti, gli ispettori, non possono garantire che lui non abbia commesso il fatto, ma soltanto che loro, fino a questo momento, non hanno trovato le armi del delitto. Le pressioni degli Usa li costringono ad andare oltre la prudenza mostrata due settimane orsono, che fece infuriare gli americani, e piegare in senso pessimistico quello che non hanno trovato, o dire che, il poco scovato "potrebbe essere soltanto la punta dell´iceberg". Forse, varrebbe la pena di "investire qualche mese in più nella pace", tenta timidamente, nobilmente di dire El Baradei, il direttore dell´agenzia atomica internazionale, un egiziano, un arabo che conosce il suo mondo, ma la sentenza è già stata scritta.
George Bush ha ormai investito troppo, in prestigio politico, mobilitazione, capitale ideologico, per potersi permettere di aspettare o di non fare niente. E questa sera, in quel discorso sullo stato dell´Unione che è diventato un discorso sullo stato della Pace nel mondo, dovrà tentare l´operazione politica più difficile della sua vita. Convincere, senza dare prove inconfutabili, come fece John F. Kennedy mostrando le foto dei missili sovietici a Cuba, anche a costo di rivelare i voli dei suoi aerei spia U2 sull´isola.
Powell ieri sera,
ha riconosciuto il diritto al nuovo presidente dei 15, la Germania di chiedere un altro, inutile rapporto il 14 febbraio, ha lasciata aperta la possibilità di domandare un´altra risoluzione "di guerra" allo stesso Consiglio, ha annunciato l´arrivo di Berlusconi e di Blair a Washington, per dare il senso di quanto l´America ancora cerchi la finzione, se non la sostanza, del multilateralismo. E ha dato l´impressione nettissima che, dietro l´arroganza e la retorica, anche questa amministrazione americana abbia capito quando sarebbe pericoloso sancire per sempre la rottura fra le facce dello stesso mondo e della stessa civiltà politica, l´Europa e l´America, con la rischiosa avventura della "guerra preventiva". Proprio come "preventiva" fu, e solitaria, la guerra per impedire l´avanzata del comunismo in Asia.
Il discorso sullo stato della Pace, che questa sera Bush pronuncerà, dovrà aiutare gli amici veri ad aiutare l´America, e persuadere gli avversari che una guerra in Iraq non è soltanto "un conto famigliare dei Bush da saldare" come disse la senatrice Hillary Clinton. Dicono che Bush si stia freneticamente preparando a un appuntamento che segnerà la sua presidenza e la storia del mondo. Chissà se qualche consigliere gli farà leggere il tragico discorso di Richard Nixon subito dopo la firma a Parigi tra Kissinger e Le Duc Tho, quando annunciò, dopo due milioni di morti e 15 anni di guerra, una "pace con onore" che fu né pace, per il Vietnam, né onore, per l´America.
Borse a picco ed euro alle stelle per l´effetto-Iraq
Vanni Cornero su La Stampa
Sono le Borse le prime vittime di una guerra che deve ancora scoppiare. Ieri, nel giono in cui gli ispettori dell´Onu hanno presentato il loro rapporto sulla situazione del disarmo iracheno, i listini hanno accusato forti perdite: a Wall Street il Dow Jones è sceso sotto la soglia degli 8000 punti, mentre le piazze europee hanno bruciato 140 miliardi di euro. Sul fronte valutario la moneta unica ha toccato un nuovo massimo contro il dollaro, segnando 1,0907, per poi scivolare sino a 1,0784 e quindi risalire ancora. In calo, invece, i prezzi del petrolio. Borse, cambi e greggio hanno dunque accusato con nervosismo le dichiarazioni del capo degli ispettori delle Nazioni unite, Hans Blix, che, da una parte, sottolineavano come Baghdad non si impegni più di tanto nel disarmo, ma, dall´altra, indicavano che il tempo concesso a Saddam per dimostrare un atteggiamento di maggior collaborazione non è ancora scaduto.
Così Milano ha chiuso con il Mibtel a -1,58% mentre per Londra, Parigi e Zurigo le perdite superavano abbondantemente il 3%. Malissimo anche Francoforte, a -2,72%. A Wall Street le parole di Blix hanno avuto il classico effetto del sasso lanciato in una piccionaia: gli investitori hanno lasciato il campo, portando il Dow Jones ad oscillare sopra e sotto quota 8000 e chiudere a -1,74%, mentre il Numtel perdeva l´1,26. "I mercati resteranno depressi finchè non ci sarà una definizione della vicenda irachena", ha commentato George Soros dal vertice di Davos e il finanziere ha anche affermato che "Ci sono seri problemi nella gestione della moneta comune, poichè la politica della Federal Reserve è più efficace di quella della Bce". Ma, ha ancora aggiunto Soros, "Non è vero che il dollaro debole rilancerà l'economia Usa. Anzi rischia di avere effetti negativi per la ripresa economica in tutto il mondo".
Bologna ricorda l'Olocausto
"Fu anche un delitto italiano"
Andrea Carugati su l'Unità
BOLOGNA. La cenere grigia, sparsa dal vento, che copre la neve caduta su Auschwitz. È solo una delle immagini, dei colori, delle persone che ieri mattina Liliana Segre, deportata a 13 anni, ha raccontato agli oltre 7 mila studenti che hanno stipato all'inverosimile il palazzo dello sport di Bologna. Studenti di 54 scuole, provenienti da tutta l'Emilia Romagna, ma anche da altre regioni (da Benevento, Pistoia, Varese...), hanno ascoltato in silenzio per oltre tre ore e hanno animato con i loro volti attenti una mattinata speciale, in cui è emerso il senso più profondo del giorno della memoria. Il senso di un passaggio di testimone da chi c'era, chi ha visto e subìto l'Olocausto, ai ragazzi di oggi. Un passaggio necessario perché la Shoah, come ha detto Furio Colombo (primo firmatario della legge con cui la Giornata è stata istituita nel 2000) rivolto agli studenti, "quello di cui stiamo parlando è la vostra vita in questo momento, non una lapide o un monumento". "Perché ricordare proprio questo tra i tanti fatti atroci di cui è piena la storia?" si è domandato Colombo. "Perché si tratta di un delitto italiano, che si è realizzato anche a causa dei tanti che, per conformismo, hanno accettato qualcosa di incredibile facendolo apparire normale". Colombo ha raccontato di una mattina, nella sua scuola elementare di Torino, "quando nell'aula magna è entrato l'ispettore della razza e ha letto la lista dei bambini che avrebbero dovuto uscire e non sarebbero mai più tornati: nessuno dei maestri si è mosso, nemmeno il direttore". Poi Colombo ha mostrato la prima pagina del Messaggero del 3 settembre 1938, il titolo dell'articolo: "Insegnanti e scolari di razza ebraica esclusi dalle scuole di ogni ordine e grado". E il titolo dell'editoriale: "Un passo avanti". "È così che si compiono i delitti" ha detto Colombo. E ha aggiunto: "Il silenzio è complice della malvagità: cosa sarebbe successo se il mondo della cultura italiana avesse risposto in modo diverso, senza voltarsi dall'altra parte? Quanti si sono poi vergognati di quel silenzio?". "Non siate mai complici - ha concluso rivolto ai ragazzi-. La storia è qui, è adesso e comprende l'orrore di cui stiamo parlando". Il palasport ha applaudito a lungo, molti ragazzi si sono alzati in piedi.
Myriam Cohen, dell'associazione "Figli della Shoah" che ha organizzato l'incontro, dice: "È da novembre che lavoriamo per questa mattinata: ho contattato personalmente le scuole, ho parlato con studenti, insegnanti e genitori. Alessandro Cuccaro della Consulta provinciale degli studenti mi ha aiutato moltissimo. E la partecipazione dei ragazzi è stata sorprendente per l'intensità".
Pg Cassazione: rigettare ricorsi di trasferimento
Redazione del Corriere della Sera
ROMA - I processi Imi-Sir e Sme potrebbero restare a Milano. Anche se la decisione della Suprema Corte si avrà solo domani. Il sostituto procuratore generale della Cassazione, Antonio Siniscalchi, ha chiesto infatti alla Suprema Corte di rigettare i ricorsi che chiedono la rimessione dei processi sostenendo che "non c'è più alcuna situazione di attualità che motivi il trasferimento dei processi dal giudice naturale ad altra sede".
Lo rende noto l'avvocato Luca D'Auria, legale della parte civile Cir. Il difensore ha sintetizzato la requisitoria del Pg dicendo che il procuratore "ha ammesso che gli episodi del Palavobis e del discorso tenuto a Milano per l'inaugurazione dell'anno giudiziario 2002 avrebbero potuto manifestare una situazione di disagio, ma oggi la situazione è cambiata e le lacerazioni che ci sarebbero state si sono rimarginate. Pertanto è venuta meno l'attualità della grave situazione locale denunciata dagli avvocati di Silvio Berlusconi e Cesare Previti".
"NESSUN PROVVEDIMENTO ABNORME" - Siniscalchi, ha detto che "i giudici di Milano, sinora, non hanno adottato provvedimenti abnormi e ha escluso che ci sia stato un condizionamento nelle decisioni di diritto adottate". Il procuratore inoltre, sempre secondo l'avvocato, ha sostenuto che "le e-mail non hanno nulla a che vedere con la situazione locale, sono prese di posizione della magistratura politica", riferendosi alla corrispondenza telematica tra diversi magistrati di varie sedi giudiziarie, indicata nelle memorie di Silvio Berlusconi e Cesare Previti come un elemento che motiva il legittimo sospetto verso i magistrati del tribunale di Milano. In sostanza, secondo il Pg, le e-mail sarebbero un semplice scambio epistolare che nulla ha a che vedere con i processi in corso.
Soddisfatti i difensori di Previti e Berlusconi
Una requisitoria suicida
Giovanni Bianconi sul Corriere della Sera
ROMA - Fuori dall'aula, i difensori degli "imputati eccellenti" dicono che in realtà s'aspettavano anche di più. "Pensavo che la Procura generale avrebbe chiesto l'accoglimento della nostra istanza", assicura l'avvocato Alessandro Sammarco, uno dei legali più combattivi schierati da Cesare Previti. Ma un po' bluffa. In realtà, mentre parlava l'avvocato generale Antonio Siniscalchi, Sammarco e i suoi colleghi si sono sorpresi a pensare che stavano aumentando le speranze di vincere la "madre di tutte le battaglie": portar via da Milano i processi contro Berlusconi, Previti e gli altri accusati di corruzione, con una sentenza che bolli come "non imparziali" i magistrati che dal 1996 tengono in mano il loro destino giudiziario. Nessuno è sicuro del successo, la misura e la scaramanzia sono regole extra-legali da rispettare anche in questo caso, e all'uscita dall'aula magna del "palazzaccio" si salutano ricordandosi a vicenda di incrociare le dita. Però sorridono. Se a ragione o a torto lo dirà il verdetto, ma dopo che domenica sera l'onorevole Previti aveva raccomandato a tutti di dare il massimo perché della vittoria non c'era certezza, ieri gli avvocati difensori hanno trovato un argomento per essere un po' più ottimisti.
Il motivo è semplice: è vero che l'avvocato generale ha chiesto di respingere la richiesta di spostare i processi a Brescia, ma è anche vero che nella sua requisitoria s'è soffermato a lungo sui condizionamenti che in passato ci sarebbero stati nel Palazzo di giustizia milanese. A cominciare dal famoso discorso dell'ex procuratore generale Borrelli all'inizio del 2002, col triplice e applaudito invito a "resistere", e dalla manifestazione svoltasi al Palavobis a sostegno dei magistrati. Siniscalchi ha poi detto che quei motivi di "turbamento" non sono più attuali, perché Borrelli è in pensione e i girotondi sembrano cessati. Ma quella frase pronunciata a metà intervento - "se nell'udienza di maggio ci fosse stato il legittimo sospetto, e se fossero risultate vere certe circostanze, allora avrei chiesto l'accoglimento" - suona come musica alle orecchie dei difensori.
"E' una requisitoria suicida", commenta Sammarco, riferendosi al fatto che le argomentazioni vanno in direzione opposta alle conclusioni. E prima fuori e poi dentro dentro l'aula spiega che le "turbative" hanno avuto un effetto "irreversibile" nei processi di cui si discute, ormai il danno è fatto, non si può dire che non siano più attuali poiché il loro effetto è "permanente". Dunque via i dibattimenti da Milano. Poco importa, a lui e agli altri avvocati, che quegli effetti sui quali battono e ribattono - come i presunti torti subiti nei dibattimenti - per l'avvocato generale non ci sono stati, e sarebbero comunque riparabili nei diversi gradi di giudizio. L'importante è che il "legittimo sospetto" sulla parzialità dei giudici che prima non esisteva nel codice e che la maggioranza di governo ha reintrodotto in tutta fretta con la legge Cirami, sia uscito dalle loro memorie per riapparire nelle parole dell'accusa.
Quella legge si dimostra una volta di più l'anello che mancava per portare a termine il progetto. Ora c'è e si può sfruttare, nonostante la parte civile, con l'avvocato Pisapia, sostenga la sua inapplicabilità. Anche Pisapia rimane sorpreso dall'intervento dell'avvocato generale, e si chiede come mai la Procura abbia scelto una linea simile. Di certo - dicono in Cassazione - Siniscalchi ne ha parlato col procuratore generale Favara; gli altri magistrati non sapevano nulla di ciò che il rappresentante dell'accusa avrebbe detto in aula: argomentazioni indirizzate in un senso e conclusioni nell'altro. Comunque vada potrà dire di aver vinto o di non aver perso, commenta qualcuno; qualcun altro cita Ponzio Pilato. Ma ai difensori di Previti e Berlusconi non interessano i retroscena. Per una volta ciò che è accaduto sulla scena li fa sorridere, in attesa dell'atto finale.
Fisco, buste paga "più pesanti"
Ma alleggerite dalle tasse regionali
Luisa Grion e Marco Ruffolo su la Repubblica
ROMA - Per tutti quelli che, in questi giorni, stanno aspettando la busta paga c'è una novità in arrivo. Per alcuni però le novità saranno due. Buona la prima, meno buona - in certi casi proprio cattiva - la seconda. A gennaio debutta lo stipendio versione Tremonti: per la prima volta si applicano quelle deduzioni Irpef che il ministero dell'Economia pubblicizza in questi giorni con lo slogan: "Fisco più leggero, busta paga più pesante". E di fatti - al di là dell'entità degli sgravi - negli stipendi di questo mese, chi più chi meno, tutti troveranno qualche euro in più. Il problema però sta proprio in quel "chi meno". Quello che la pubblicità non dice - infatti - è che la "festa" della busta paga non sarà uguale per tutti. Senza entrare nel merito dei vantaggi concessi, bisogna tenere conto che per il 41 per cento degli italiani gli sgravi peseranno meno rispetto a quanto garantito all'altro 59 per cento.
Non che le cifre siano esorbitanti: per le categorie di reddito più rappresentative, quelle che vanno dai 12.500 ai 15 mila euro tutto si risolverà con una maggiore entrata dai 28 ai 17 euro mensili. Per quelli con 10 mila euro - destinatari del vantaggio massimo - il guadagno, salvo conguaglio, sarà di 46. Questo nei casi "fortunati". Poi ci sono i casi "sfortunati", ovvero i contribuenti che si sono trovati a vivere e pagare le tasse in regioni che - a differenza delle altre - nel 2003 applicheranno addizionali Irpef destinate a limare i vantaggi concessi dalle deduzioni: ciò che entra dalla porta, uscirà dalla finestra.
Ma la Finanziaria 2003 non aveva bloccato l'aumento delle addizionali? Giusto, ma qui si parla di addizionali varate da alcune regioni nel 2002 per essere riscosse nel 2003. La manovra nulla potrà fare e quindi il contribuente delle sei regioni pagherà. Si tratta di Veneto, Lombardia, Piemonte, Puglia, Marche e Umbria: messe assieme, appunto, coprono il 41 per cento della popolazione. Le differenze - che sono state calcolate con l'aiuto di Caf sindacali e studi di commercialisti privati - non sono da poco: le nuove trattenute compensano e in alcuni casi annullano i vantaggi portati dalla prima tranche della riforma fiscale di Tremonti.
Per esempio: un dipendente con reddito annuo di 15.000 euro residente in Veneto alla fine dell'anno risparmierà 48 euro in meno rispetto a un qualsiasi collega non residente nelle sei regioni con addizionale. Se vive in Piemonte o Puglia la differenza sarà addirittura di 75 euro. Le divergenze aumenteranno con l'aumentare del reddito, tanto che al di sopra dei 30 mila euro di reddito annuo si finirà - sempre in quelle sei regioni - per perderci proprio: saranno più i soldi che usciranno dalla finestra rispetto a quelli entrati dalla porta.
Per chi ha un reddito da 35 mila euro e vive in Veneto le tasse, alla fine, aumenteranno di 149 euro. Se vive nelle Marche il gap lieviterà fino a 278 euro. Non è finita qui: chi pensa che alla fine il male sia poco perché a restare penalizzati saranno i contribuenti più ricchi s'illude. Chi si sente al sicuro perché non abita nelle famose sei regioni pure. Al di là delle addizionali Irpef varate nel 2002, ma in pagamento quest'anno, nulla toglie che le amministrazioni locali in difficoltà possano decidere di far quadrare i conti tagliando i servizi, aumentando il prezzo dell'autobus, il contributo per l'assistenza domicilio, la quota per l'asilo nido o la mensa scolastica. E visto che la Finanziaria 2003 ha tagliato i trasferimenti il rischio è reale. Ciò vorrebbe dire che - anche per i contribuenti meno ricchi - quel vantaggio iniziale di 17 euro al mese potrebbero essere assorbito dai maggiori esborsi per servizi sociali.
"Alla fine dei conti i benefici della riforma Tremonti si rivelano di entità limitata - commenta Beniamino Lapadula, responsabile economico Cgil - e non solo per quel 41 per cento della popolazione che si troverà a pagare una addizionale non considerata. Se si considera che questa riforma fiscale va letta assieme alla mancata restituzione del fiscal drag, alla eliminazione del reddito minimo d'inserimento e alla ricaduta dei tagli ai servizi il vantaggio scompare".
Marzano contro il "Financial Times": denigra l'Italia
Redazione del Corriere della Sera
ROMA - Il governo replica alle critiche del quotidiano inglese Financial Times ed è pronto a muoversi "anche a livello diplomatico" nei confronti del giornale inglese. Lo ha detto il ministro delle Attività Produttive Antonio Marzano, alla presentazione delle sfilate dell'alta moda romana che testimoniano un forte dinamismo imprenditoriale. Un trend positivo, ha spiegato il ministro, "nonostante giornali come il Financial Times ci attacchino in modo denigratorio, offendendo la verità in questo modo si denigra il Paese". In particolare, Marzano ha precisato che da tempo il governo italiano ha lanciato un'offensiva d'immagine per "diffondere e promuovere" il sistema Italia nel mondo. Un'offensiva a 360 gradi che "coinvolgerà anche la nostra diplomazia". Dunque, nessuna "sfida al Financial Times : non si tratta di muovere la diplomazia italiana nei confronti di chicchessia bensì - ha aggiunto ancora il ministro - di tutelare nelle varie sedi compresa quella diplomatica" l'immagine dell'Italia nel mondo. La polemica risale alla settimana scorsa quando sul quotidiano inglese è apparsa una pagina nella quale si definiva la televisione italiana "un inferno, popolato da ballerine discinte e chat-show". L'autore dell'articolo, Tobias Jones, ieri ha risposto alle numerosissime critiche ricevute in questi giorni contrattaccando. Jones cita le 500 e-mail di gratitudine ricevute da altrettanti telespettatori italiani. "Gratitudine a parte - scrive Jones sul sito www.internazionale.it - la reazione degli schiavi della macchina propagandistica del primo ministro è stata stizzita e chiassosa: Maurizio Gasparri crede che io sia un trotzkista e che il Financial Times somigli al Manifesto". La Margherita ha definito "sconcertanti" le critiche al Financial Times da parte di Marzano. Secondo Gianni Vernetti, capogruppo in commissione Attività produttive "non si spiega come mai Marzano, che si professa liberale, debba ricorrere ad argomenti così inconsistenti a critiche e analisi indipendenti".
Sharon ha già scritto il discorso della vittoria
Aldo Baquis su La Stampa
Tra imponenti misure di sicurezza volte a impedire attentati palestinesi, cinque milioni di israeliani - ebrei e arabi - si recano oggi alle urne per rinnovare la composizione della Knesset, il parlamento monocamerale di Gerusalemme dove il Likud prevede adesso di rafforzare sensibilmente la propria presenza. Il premier Sharon è talmente certo del risultato che starebbe già scrivendo il discorso della vittoria. Ventisette sono i partiti in lizza e almeno la metà contano di essere rappresentati alla Knesset, la cui estrema frammentazione rappresenta fin d'ora un incubo per colui che sarà chiamato a costituire un governo. Gli ultimi sondaggi assegnano al partito di Ariel Sharon almeno 32 dei 120 seggi. Molti, rispetto alla legislatura passata in cui il Likud (allora guidato da Benyamin Netanyahu) ottenne appena 19 seggi. Pochi, rispetto alle necessità di governo. Per raggiungere la maggioranza minima - 61 deputati - Sharon dovrà avvalersi del sostegno di numerose liste, dei cui umori rischia in definitiva di restare prigioniero. Per i laburisti si sono rivelati penalizzanti i due anni trascorsi in un governo di unità nazionale guidato con mano ferma da Sharon. Adesso il partito di Amram Mitzna lotta per riacquistare la propria fisionomia politica sbiaditasi con il tempo e per raggiungere almeno il traguardo dei 20 seggi (ne ottenne 25 nel 1999, con Ehud Barak). Mitzna assicura che in nessun caso il suo partito tornerà a partecipare a un governo guidato dal Likud. Il protagonista inaspettato di questa campagna elettorale si è rivelato così il partito centrista Shinui del giornalista Yossef Lapid, che nei sondaggi occupa il terzo posto (16 seggi) e precede nettamente i suoi più acerrimi rivali: gli ortodossi sefarditi di Shas. I primi punti dell´agenda politica di Lapid riguardano la necessità di rafforzare il carattere laico di Israele, riducendo il peso politico ed economico della dinamica comunità ortodossa. La scintilla che a ottobre aveva indotto i laburisti a innescare una crisi di governo - sfociata nell´anticipazione delle elezioni previste per il novembre 2003 - era legata a dissensi sulla politica economica e al severo taglio delle spese sociali. Ma nella campagna elettorale gli uomini di Mitzna hanno perso di vista la questione e hanno preferito concentrarsi su fenomeni di corruzione politica attribuiti al Likud e allo stesso entourage di Sharon. Il tasso di disoccupazione che tocca ormai il dieci per cento, la povertà divenuta endemica in ampi strati sociali, il divario sociale in un Paese che era stato concepito sulla base di ideali socialisti non sono stati ritenuti dal Likud nè dai laburisti argomenti degni di un serio approfondimento. Impegnati ad assestarsi dolorosi colpi sotto la cintura mediante salaci fughe di notizie propinate alla stampa, i dirigenti israeliani hanno ignorato quasi totalmente nella propaganda politica questioni di sicurezza nazionale come l´incombente crisi irachena o la minaccia di attentati di Al Qaeda.
28 gennaio 2003