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sulla stampa
a cura di G.C. - 27 gennaio 2003


Il "Giorno della memoria" l'Italia ricorda l'Olocausto
Carlo Brambilla su
la Repubblica

MILANO - Calendario fitto di appuntamenti, manifestazioni, celebrazioni, per il "Giorno della memoria", che ricorda il 27 gennaio del 1945, quando le truppe sovietiche abbatterono i cancelli del campo di sterminio di Auschwitz, mettendo definitivamente fine alla Shoah. Oggi pomeriggio il corteo nazionale, organizzato dalla Comunità Ebraica, dall'associazione Figli della Shoah e dal Comitato permanente antifascista, sfilerà, a Milano, da Porta Venezia a piazza del Duomo, aperto dai cartelli coi nomi dei campi di sterminio scritti in bianco su fondo nero, portati dai sopravvissuti: Auschwitz, Mauthausen, Treblinka, Dachau, Buchenwald.

Domani mattina il Presidente della Camera, Pier Ferdinando Casini, sarà a Carpi, vicino a Modena, dove parteciperà all'inaugurazione della mostra antologica su Giorgio Perlasca, "Il silenzio del giusto", allestita presso il Museo Monumento al Deportato, a Palazzo Pio. Il segretario dei Ds, Piero Fassino, sarà invece alla Sinagoga di Roma, con il rabbino capo della Comunità, Riccardo Di Segni.

Per domani mattina il Comune di Roma e la Rai hanno promosso l'iniziativa "Roma ricorda": 2700 ragazze e ragazzi delle scuole medie e superiori della capitale assisteranno, all'Auditorium, alla proiezione del film "Perlasca, un eroe italiano", prodotto dalla Rai (in onda, la prima parte, domani alle 20.55 su RaiUno) e ascolteranno le testimonianze dei sopravvissuti. Sono previsti, tra gli altri, interventi del sindaco di Roma, Walter Veltroni, del Presidente della Rai Antonio Baldassarre e del presidente dell'Unione delle comunità ebraiche Amos Luzzatto.

Non mancano le polemiche politiche. Il ministro delle Comunicazioni, Maurizio Gasparri, si augura che la Rai, che dedicherà grande attenzione al tema dell'Olocausto, "possa ricordare anche altre pagine di storia, parlando delle foibe e dedicando spazio ad altre tragedie dimenticate". Franco Grillini, dell'Arcigay, ha ricordato che "ad essere colpiti dallo sterminio nazista, nei campi di concentramento, oltre agli ebrei c'erano anche gli omosessuali". Mentre Yasha Reibman, portavoce della comunità ebraica milanese, non perde l'occasione per tornare a polemizzare con Asor Rosa e con il suo ultimo saggio sulla guerra, accusato di antisemitismo.


Cirami, una legge fatta su misura ecco le "confessioni" involontarie
Marco Travaglio su
la Repubblica

ROMA - E se la Cirami non si applicasse proprio ai due processi per cui è stata scritta? E se domani la Cassazione decidesse di applicare ai processi Imi-Sir/Mondadori e Sme-Ariosto il vecchio articolo 45 del Codice di procedura penale, quello che non prevedeva il "legittimo sospetto"? Il timore aleggia sui collegi difensivi che chiedono la rimessione da Milano a Brescia. Anche perché una corrente di costituzionalisti e processualisti - da Glauco Giostra a Vittorio Grevi a Gilberto Lozzi - continua a ritenere che quelle istanze siano inapplicabili alla nuova disciplina. Tutto ruota intorno all´articolo 25 della Costituzione, che tutela il principio del "giudice naturale precostituito per legge". In soldoni: non si cambia l´arbitro a partita iniziata. La competenza di un giudice non può essere modificata dopo che il reato è stato commesso, figurarsi dopo l´inizio del processo. Basterebbe dimostrare che la Cirami è stata fatta proprio per spodestare il Tribunale di Milano, e potrebbe svanire la speranza di Previti, Berlusconi & C. che il legittimo sospetto si applichi ai loro processi. Impresa tutt´altro che improba.
Anzitutto c´è la consecutio temporum. Il 5 luglio 2002 la Cassazione motiva il rinvio alla Consulta l´eccezione di costituzionalità sulla mancanza del legittimo sospetto nel codice del 1989. Il 9 luglio Melchiorre Cirami (Udc) presenta al Senato un ddl che reintroduce il legittimo sospetto e che viene messo all´ordine del giorno alla velocità della luce, il 18 luglio. Previa "riunione in casa Berlusconi, dove s´è discusso della necessità di approvare la legge al più presto. Presenti, oltre al premier, il responsabile Giustizia di Forza Italia Gargani, il capogruppo in Senato Schifani. E poi gli avvocati-deputati Pecorella e Ghedini. E l´onorevole Previti" (Corriere della sera, 22 luglio). Il 1° agosto, il Senato approva. Pecorella, difensore di Berlusconi e presidente della commissione Giustizia, propone di riaprire la Camera a ferragosto per varare la legge in tutta fretta.
Berlusconi, uno degli imputati interessati, definisce la Cirami "una priorità per il governo" (30 agosto). Pecorella minaccia, se la legge non passerà, "lo scioglimento delle Camere e le elezioni anticipate" (15 settembre). Ma il più imprudente è Cirami: "Che fretta c´è? C´è il sospetto che la sentenza, o elementi di essa, fossero maturi nella mente dei giudici di Milano", confessa candidamente al Corriere della sera il 27 luglio: "Chi, come Giovanni Conso, suggerisce di aspettare non si rende conto del dato politico: quello che sta succedendo a Milano... mi dicono che succedono cose strane...". Carlo Taormina è ancor più brutale: "Ovvio, lo sanno tutti che la legge serve per trasferire i processi di Milano". Il 5 novembre la Cirami passa definitivamente alla Camera. Il 18 la Consulta dà torto alla Cassazione, ma Previti è tranquillo: "Nessun problema, c´è la Cirami". Il 25 novembre Lino Jannuzzi, momentaneamente latitante a Parigi, si collega con La 7: "Berlusconi mi ha detto che, fatta la legge per sé, ora ne farà una per me". L´indomani Pecorella va a Ballarò: "Sarò molto franco, senza il caso Previti non penso che la Cirami sarebbe stata una priorità per Forza Italia... È una legge fatta perché un organo superiore decida se il tribunale di Milano è imparziale oppure no". Il 30 novembre, a Genova, Cirami si lascia sfuggire che "è innegabile: il problema del legittimo sospetto è nato dalla sentenza della Cassazione: senza quell´occasione, non mi sarei mosso. Prima o poi il caso sarebbe esploso, ma posso dire che questa legge è stata fatta per il processo di Milano, nel senso che di fronte a una procura e a un distretto giudiziario che hanno finito con l´ingenerare il sospetto di una prevenzione nei confronti di una serie di imputati...". Per dirla con Il Foglio (2 agosto), l´imperativo è uno solo: "Bloccare quel processo, in fretta".


Legittimo sospetto, si decide sul caso Previti-Berlusconi
Luca Fazzo su
la Repubblica

ROMA - È il giorno più lungo di Mani Pulite, il giorno in cui si saprà se gli ultimi e più importanti processi del pool milanese - quelli contro Cesare Previti, Silvio Berlusconi, il giudice Renato Squillante e gli altri protagonisti della vita giudiziaria romana imputati di corruzione - verranno strappati a Milano e consegnati ad un incerto destino a Brescia o chissà dove altro. Alle dieci di questa mattina Nicola Marvulli, primo presidente della Cassazione, dichiarerà aperta l'udienza in camera di consiglio delle Sezioni Unite chiamate a decidere sull'istanza di rimessione presentata da tutti gli imputati (con l'eccezione dell'ex giudice Vittorio Metta).

Udienza in camera di consiglio, quindi a porte chiuse: solo i nove giudici, la Procura generale, i legali di parte civile, l'avvocatura dello Stato. E soprattutto lo squadrone dei difensori, i sedici avvocati - tra cui tre o quattro deputati di Forza Italia - che nei giorni scorsi hanno fatto recapitare in Cassazione le nuove, corpose memorie che aggiungono nuovi particolari sul clima giustizialista e girotondino che regnerebbe nelle aule del palazzo di giustizia milanese.

Tecnicamente, l'udienza di oggi è la prosecuzione di quella iniziata il 29 maggio dello scorso anno, che si concluse con la trasmissione degli atti alla Corte Costituzionale perché valutasse se la mancanza del legittimo sospetto tra le cause di rimessione violasse o meno la Costituzione (questione, come è noto, resa superflua dall'approvazione nel novembre scorso della legge "Cirami"). Alcuni passaggi procedurali, come la relazione del giudice relatore Battista, o l'intervento dei difensori, sono già stati compiuti.

Ma il terreno delle questioni ancora aperte è assai vasto, ed è reso complesso proprio dall'approvazione della Cirami. Il primo nodo che andrà sciolto è se la legge si applica alle richieste di rimessione già in corso: no, dicono i difensori di parte civile e numerosi giuristi; sì, dicono gli imputati. Poi toccherà ad un nodo altrettanto delicato: nel caso che la Cirami sia ritenuta applicabile a questo processo, le nuove norme approvate dal Parlamento giustificano o meno lo spostamento dei processi da Milano? Cioè, detto in soldoni: a Milano esiste davvero una situazione di condizionamento tale da rendere legittimo il sospetto di un processo ingiusto?

Otto mesi fa, le Sezioni Unite non si sbilanciarono. E proprio su questo punto si annuncia animata la discussione all'interno del collegio, quando, una volta esauriti gli interventi degli avvocati, le Sezioni Unite si ritireranno per decidere. È possibile, vista la vastità dei temi, che una decisione non riesca ad arrivare neppure nella giornata di oggi, e che si slitti a domani. Di certo, c'è che la decisione verrà presa da nove magistrati di profilo indiscusso, nessuno dei quali sarà accusabile, qualunque sia la decisione finale, di essersi piegato a logiche politiche o partitiche.
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Magistratura Democratica: "Dobbiamo tutelare anche i deboli"
g. ru. su
La Stampa

ROMA Mentre a Fiuggi, Magistratura indipendente eleggeva Antonio Patrono, ex presidente dell´Anm, a segretario della corrente moderata, il congresso di Magistratura democratica riconfermava Claudio Castelli segretario e Livio Pepino presidente, dopo aver approvato un breve ordine del giorno. "E´ stato un congresso molto positivo - commenta Livio Pepino - che ha saputo, in un momento di così grave tensione e difficoltà, riflettere, ragionare, dialogare con l´esterno. Dal congresso è venuta la conferma che Magistratura democratica esprime grande forza, equilibrio e compostezza. Noi non auspichiamo mediazioni o compromessi con nessuno".
Presidente Pepino, visti gli applausi riservati a Cofferati, Pardi e don Ciotti, il segretario dell´Udc, Marco Follini, parla di "collateralismo tra Md e movimenti", mentre l´Udeur di Mastella vi chiede di prendere le distanze da Pardi...
"Md non persegue l´obiettivo di costruire un fronte unico, non intende schierarsi con nessuno, rivendica la sua assoluta autonomia e cerca il confronto con una pluralità di aree. Il tema del congresso lo ha scelto Md: è stato un tema univoco nel titolo, che evoca la forza dei diritti. Su questo tema non abbiamo invitato soltanto Cofferati, Pardi e Ciotti ma un´area ampia, comprensiva anche di settori della maggioranza. Ha dialogato con noi, in questi giorni, il vicepresidente del Senato, Domenico Fisichella. Avevamo invitato anche Marco Follini, segretario dell´Udc, che non è venuto, e hanno preso la parola anche intellettuali critici con noi, come il professore Guarnieri".
Gli interventi, e anche il documento finale approvato dal congresso, hanno descritto l´attuale fase come drammatica: è in discussione l´autonomia della magistratura e l´indipendenza della giurisdizione. Cosa propone Md?
"Intanto, vorrei sottolineare che questi attacchi all´autonomia e all´indipendenza delegittimano l´operato della magistratura: l´indipendenza della giurisdizione esige che la collettività abbia fiducia nei suoi giudici".
E così non è?
"Non lo è per diverse cause. Intanto, per la campagna di delegittimazione in atto. Ma l´esito di questa battaglia, in parte è affidata agli stessi magistrati. Se sono professionisti seri, se sono capaci di rappresentare i diritti di tutti, di tutelare anche la parte debole del Paese, se sono in grado di organizzare un servizio che funzioni, solo a queste condizioni i magistrati possono ambire ad avere questa credibilità che alcuni tentano di minare".



La Bossi-Fini. Il giudizio della Cassazione convince tutti
Meno il governo
Maristella Iervasi su
l'Unità

Non cessa il malumore della maggioranza sulla sentenza della Cassazione. I giudizi della terza sezione penale hanno criticato duramente la Bossi-Fini - perché "troppo repressiva" - rispetto alla legge sull'immigrazione del centrosinistra - la Turco-Napolitano - che garantiva nell'insieme sicurezza, giustizia e solidarietà. Così dopo il ministro Bossi anche Carlo Giovanardi, ministro dei rapporti con il Parlamento, c'è andato giù duro: "C'è stato un signore che ha steso una sentenza, la sua opinione vale come quella di un cittadino che piglia il caffè al bar. Come se l'opinione di un cittadino potesse contare più di quella del Parlamento".
Immediata la replica di Massimo Brutti, vice presidente del gruppo ds al Senato, che inteviene anche in veste di giurista: "L'usurpazione di potere ai danni del Parlamento esiste solo negli incubi diurni dell'onorevole Giovanardi". Perchè, sottolinea "siamo all'interno dell'attività interpretativa che compete al giudici. Di cui si può discutere la congruità ma soltanto in sede teorica e leggendo attentamente le motivazioni". E una tirata d'orecchie al governo arriva anche dalla Chiesa, dall'arcivescoso di Catanzaro Antonio Cantisani: "Il giudizio della Cassazione è il mio - dice -. L'immigrazione non si può affrontare solo in termini repressivi. Mi auguro che coloro che hanno in mano le sorti dell'umanità cambino il loro modo di ragionare".

Per monsignor Antonio Cantisani, arcivescovo metropolita di Catanzaro ed ex presidente della commissione Cei per i migranti, quando si legifera su una questione così delicata ed importante come l'immigrazione "non ci si può preoccupare soltanto delle sicurezza, tralasciando l'altro aspetto altrettanto importante della solidarietà. Non si può guardare all'immigrato come una pura risorsa economica per la nostra comunità, senza considerare la sua dignità di uomo ed il suo valore come persona, che rimangono principi ineguagliabili ed assoluti. Non si può pensare che tutti gli immigrati che giungono nel nostro Paese siano dei delinquenti. Possibile che la storia dell'immigrazione italiana non abbia insegnato nulla?".
L'arcivescovo non si ferma qui. E critica il governo sull'andamento della sanatoria. "Bisogna considerare - ha sottolineato mons. Cantisani - il rischio che la posizione di molti immigrati, a causa dei costi che comporta la denuncia dei rapporti di lavoro, non venga regolarizzata. Anche i meccanismi della legge, dunque, forse andavano studiati con maggiore attenzione. In ogni caso questo è un problema che esige una più seria politica di cooperazione internazionale per lo sviluppo, senza la quale la questione rischia di restare irrisolvibile. Finchè il profitto rimane lo scopo supremo dell'economia, questi problemi non si potranno mai risolvere. Mi auguro che coloro che hanno in mano le sorti dell'umanità cambino il loro modo di ragionare".


L´abbraccio di Torino all´Avvocato
Redazione de
La Stampa

TORINO. Dal Lingotto al Duomo, dal caldo abbraccio della gente al cerimoniale rigido e freddo, o sobrio: brusco ritorno allo stile piemontese, riservatezza ed emozioni trattenute. Fuori, dalle 7, ci sono migliaia di persone ad aspettare l´Avvocato e il protocollo è rispettato al millimetro. L´Ulysse con la bara si arresta di fronte alla scalinata. Sono le 10,25. I primi ad arrivare sono Casini, Pera, Tremonti e il presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi. Alle 10,27 scende dalla nera ammiraglia dell´Audi il premier Silvio Berlusconi. Nella piazza ancora l´eco degli applausi a Ciampi, ma adesso si sentono anche fischi. Un breve accenno di contestazione, a cui fanno da contraltare altri applausi. Alle 10,30 inizia la messa, celebrata dal cardinale arcivescovo Severino Poletto che legge il telegramma del Papa e del segretario di Stato, Sodano. Fuori sonoalmeno in diecimila . Nel testo della "Omelia" il card. Poletto lancia un accorato appello: "...La sua azienda che sta attraversando un momento di seria difficoltà deve non solo essere rilanciata, ma deve rimanere ancorata alla sua e alla nostra amata Torino.
Questa per lui era una convinzione sicura e non faceva mistero di credere che, come sempre, anche questa volta la crisi si sarebbe superata. Ci auguriamo che il suo auspicio si realizzi".


Lula ai potenti di Davos: "Vogliamo un nuovo patto"
Contro la guerra, contro la povertà
Marina Mastroluca su
l'Unità

"Dieci anni dopo la caduta del muro di Berlino, sussistono altri muri. Il muro tra chi mangia e chi ha fame, il muro che separa chi ha un lavoro dai disoccupati, il muro tra chi sa leggere e scrivere e gli analfabeti. Tra quelli che vivono con dignità e quelli che vivono nelle strade o nelle favelas. Abbiamo bisogno di nuove etiche". Parla di armi e parla di guerra, Luis Ignacio da Silva. Prende la parola davanti alla platea del Forum economico mondiale di Davos poco dopo il segretario di Stato americano Colin Powell, che usa le stesse parole, ma per dire altro. Lula, il presidente no global arrivato dritto da Porto Alegre, ha in mente una guerra diversa da quella all'Iraq. La guerra alla fame, la guerra per garantire il diritto alla dignità e alla pace.
"Dare a tutti la possibilità di fare tre pasti al giorno. Ecco una sfida per il Forum di Davos", dice il capo di Stato brasiliano. E il suo intervento, contestato al social forum da chi temeva che Lula finisse nella bocca del lupo, polverizzato nel meccanismo delle regole dei grandi, diventa di colpo il discorso più forte sentito in queste stanche giornate di Davos. Il presidente brasiliano propone un fondo internazionale, costituito dai paesi del G7, per combattere la fame nei paesi del Terzo mondo. Chiede un "Patto mondiale per la pace e contro la fame", una santa alleanza di altra natura rispetto a quelle in voga di questi tempi. Ricorda che troppo spesso "la povertà, la fame e la miseria sono un terreno fertile per la crescita dell'intolleranza e il fanatismo". Quando finisce, dopo venti minuti in cui parla di debiti che lievitano fino a strangolare ogni possibilità di sviluppo, di miliardi di esclusi, di un mondo che stritola i diritti di troppi, sulle sue parole piovono gli applausi di un migliaio tra capi di Stato, politici e imprenditori del pianeta che conta. Lacrime di coccodrillo, forse. Ma Lula incassa con la soddisfazione di essere riuscito a portare nel Forum economico mondiale un vocabolario inedito. "Ecco - dice - non mi sono lasciato mangiare e non ho mangiato nessuno".
Certo non saranno solo le parole a cambiare il corso della storia, qualcuno però doveva pur dirle, mettere in contatto Davos e Porto Alegre, due consessi che - dice il presidente brasiliano - se "si riunissero intorno ad uno stesso tavolo scoprirebbero di avere più cose in comune di quanto non credano". Lula parla dell'urgenza di coniugare l'espressione "nuovo ordine economico" con una dose maggiore di giustizia, per non lasciare disattese le domande di miliardi di persone che vivono ai margini. Punta il dito sulla necessità di "un nuovo programma di sviluppo mondiale condiviso": che sia sviluppo per tutti, non solo per una parte del pianeta.
"Qui a Davos non c'è oggi che un dio, ed è il mercato libero - dice Luis Ignacio da Silva -. Ma il mercato libero deve avere per corollario la libertà e la sicurezza della popolazione. Vogliamo il commercio libero ma nella reciprocità. La comunità internazionale deve inoltre porre ostacoli alla fuga dei capitali nei paradisi fiscali". Libero scambio ad armi pari, quindi, senza imbrogli, perché per colmare il fossato del debito in cui finisce ogni speranza di sviluppo bisogna avere accesso ai mercati, poter vendere ciò che si è prodotto senza incappare in barriere protezionistiche o in un meccanismo truccato in partenza dalle sovvenzioni statali agli agricoltori dei paesi ricchi, Stati Uniti in testa: un sistema che, ricorda Lula, soffoca sul nascere le speranze del suo paese di uscire dal circolo vizioso dei debiti contratti per pagare altri debiti. "Vogliamo rispettare i diritti di tutti, ma vogliamo che gli altri rispettino i diritti del Brasile. Non vogliamo essere trattati come cittadini di serie B".

"Da questa montagna magica io vi invito a guardare il mondo con occhi diversi - dice Lula citando Thomas Mann -. È assolutamente necessario costruire un ordine economico mondiale che risponda alla domanda di miliardi di persone che vivono ai margini".


Powell: tra pochi giorni le prove su Saddam
Intervista al
Corriere della Sera

DAVOS - "Noi abbiamo già dimostrato che Saddam Hussein è in malafede, che il suo regime non sta cooperando con gli ispettori, che l'Iraq non ha alcuna intenzione di smantellare il suo arsenale di armi di distruzione di massa - afferma il segretario di Stato americano Colin Powell in un'intervista al Corriere della Sera -. Ma capisco che questo può non bastare all'opinione pubblica. Capisco che i "media" vogliono l'immagine di un edificio con dentro le armi chimiche. Nel 1962, ai tempi della crisi di Cuba, le ventisei foto presentate al Consiglio di sicurezza dell'Onu con le navi piene di missili provenienti dalla Russia e dirette all'Avana, furono determinanti nel fissare l'atteggiamento dell'opinione pubblica". "Gli Stati Uniti dispongono di diversi "prodotti informativi" derivanti dal lavoro della nostra intelligence che dimostrano che l'Iraq mantiene armamenti vietati. Verificato che ciò possa essere fatto in condizioni di sicurezza, ritengo che entro la prossima settimana o poco dopo renderemo pubblico buona parte di questo materiale".
Il Segretario di Stato americano Colin Powell ha appena concluso il suo intervento davanti al Forum di Davos ed ora, in una saletta dell'hotel Belvedere dove incontra l'inviato del Corriere e di qualche altra testata europea, spiega che da Washington viene sì un messaggio di fermezza, ma anche la volontà di fare tutto il possibile per creare un ampio consenso attorno alle decisioni che verranno prese nelle prossime settimane, o forse nei prossimi giorni.
Davanti agli opinion leader - imprenditori, giornalisti, politici, esponenti del mondo della cultura, dell'accademia, della società civile - stipati nella sala congressi della cittadina svizzera, Powell si era detto dispiaciuto per le divergenze che stanno emergendo tra gli Usa ed alcuni Paesi europei, ma le aveva considerate in qualche modo fisiologiche in un rapporto che da decenni è punteggiato da controversie ma comunque si basa su una compenetrazione profonda e pressoché inscindibile di culture e interessi. "Continueremo a cooperare strettamente con i nostri amici e partner europei" aveva spiegato Powell. Ma aveva anche avvertito a chiare lettere: "Non scenderemo però a patti se questo compromette i nostri principi. Se sentiremo fortemente di essere giunti ad una conclusione, noi prenderemo l'iniziativa. E agiremo anche se altri non sono preparati ad unirsi a noi".
Ora, davanti ad un'insalata e ad un grosso sandwich pieno di carne arrostita, spiega che non considera affatto compromesso il rapporto con gli europei.
In caso di guerra si aspetta un ruolo attivo dell'Europa e dell'Italia in particolare, nonostante la posizione contraria al conflitto assunta da Germania e Francia?
"In primo luogo, la guerra non è per domani. Domani (oggi per chi legge, ndr ) gli ispettori presenteranno il loro rapporto. Noi lo esamineremo con grande attenzione. Martedì 28 il presidente Bush farà il suo discorso sullo stato dell'Unione che non sarà di certo una dichiarazione di guerra, sarà un discorso rivolto soprattutto all'opinione pubblica interna. Venerdì 31 incontrerà il premier britannico Tony Blair e nei giorni successivi i leader di altri Paesi nostri alleati. Poi verrà presa una decisione. Non so ancora dirvi quale sarà il prossimo passo. Ma so che la risoluzione 1441 dell'Onu non può restare senza conseguenze, pena una irrimediabile perdita di credibilità. E le "serie conseguenze" previste in caso di violazione non possono che essere l'azione mirante a disarmare l'Iraq con la forza, su questo non ci può essere confusione. Domani e martedì vedrò il presidente di turno della Ue e Javier Solana, in passato ho avuto lunghe e approfondite conversazioni con i miei colleghi di Berlino e Parigi. La Germania ha preso una sua decisione autonoma prima ancora della risoluzione 1441, la scorsa estate, durante la campagna elettorale. La Francia ci chiede più tempo".
Darete più tempo?
"C'è una forte pressione della stampa internazionale per un rinvio, per dare più tempo all'Iraq e agli ispettori. Ma, nonostante il capo degli ispettori Hans Blix sia andato a Bagdad ad avvertire che la cooperazione dell'Iraq è inadeguata, da Saddam non è venuta alcuna risposta positiva. Continuiamo a verificare che informazioni militari importanti vengono nascoste agli ispettori, che non è stata presa alcuna decisione strategica di rispondere positivamente alla richiesta di disarmo che viene dalla comunità internazionale, smettendo di mentire. Dov'è la prova che l'Iraq ha distrutto decine di migliaia di litri di antrace e botulino che noi sappiamo che erano stipati nei suoi arsenali? E che cosa è successo ai circa 30 mila proiettili d'artiglieria capaci di essere armati con testate chimiche? gli ispettori in questi due mesi ne hanno potuto rintracciare solo 16. E i materiali che possono essere usati per produrre armi biologiche? E perché l'Iraq continua a cercare di procurarsi uranio e l'occorrente per trasformarlo in armi nucleari? E dove sono i furgoni che usano come laboratori biologici mobili?
"Senza la piena ed attiva cooperazione degli iracheni, gli ispettori, che sono poco più di un centinaio, dovrebbero guardare sotto ogni mattone e cercare nel cassone di ogni camion in un Paese vastissimo per trovare le armi e i programmi sui quali il regime non ha dato risposta.
"Ripeto, la guerra non è per domani, ma più aspettiamo, più possibilità ci sono che questo dittatore con chiari collegamenti con gruppi terroristi compreso Al Qaeda, trasferisca ad altri armi o tecnologia. O che la usi egli stesso.

Lei faceva prima riferimento ai rapporti di Saddam con gruppi di terroristi. Ma in un recente saggio pubblicato da "Foreign Affairs" Richard Betts, direttore dell'Istituto per la guerra e la pace della Columbia University ed ex consigliere della "National Commission on Terrorism" sostiene che il vero pericolo di una cessione di armi biologiche o nucleari ai terroristi potrebbe aversi proprio al momento dell'attacco. Sentendosi spacciato, Saddam potrebbe suicidarsi scatenando l'Apocalisse. Le pare uno scenario assurdo?
"Noi consideriamo tutte le possibilità. Vuole sapere se ci chiediamo se userà armi di sterminio? Ma lo ha già fatto. Contro l'Iran e contro la sua stessa popolazione. Aveva le armi, le ha usate, rifiuta di disarmare. Il nodo è questo".

Torniamo ai rapporti Usa-Europa. Non temete di dividere il Vecchio Continente sul tema della guerra? La determinazione ad usare la forza, ad agire, se necessario, anche da soli, non rischia di suscitare nei vostri partner il timore di un unilateralismo dell'America?
"Poco fa, davanti al pubblico del Forum, ho detto che l'alleanza tra America ed Europa non mi pare possa essere nemmeno scalfita. Più di cinquanta anni fa l'America ha dato il suo contributo decisivo per salvare l'Europa dalla tirannia del fascismo che condusse alla Seconda guerra mondiale. Poi rimanemmo in Europa per aiutarla a recuperare la sua vitalità. Anche oggi continuiamo a sostenere un'Europa forte e unita. Americani ed europei insieme hanno costruito la più grande alleanza politico-militare della storia, la Nato che ha garantito la pace nel vostro Continente per più di quaranta anni. Certo, ci sono stati alti e bassi nelle relazioni. Ma alla fine, come dicevo prima, la solidarietà di fondo non è mai venuta meno. Non è facile trovare un accordo con voi. Non solo perché, giustamente, ognuno ha le sue procedure democratiche da rispettare, ma anche perché i soggetti sono Stati. Quanti sono gli Stati in Europa, lei lo sa? Decine e decine. In Nord America è più facile decidere, dobbiamo metterci d'accordo solo in tre".
A decidere in genere è uno...
"Ecco, mi lasci dire una cosa sullo spessore del nostro ruolo. Ci criticano perché dicono che l'America vuole essere più forte di chiunque altro. Bene, questa non è necessariamente una cosa negativa. L'America ha sempre usato la forza in modo più saggio di altri. Per decenni, quelli della "guerra fredda", abbiamo speso una montagna di denaro per proteggere l'Europa dalla potenza militare sovietica. Abbiamo applicato per decenni con successo la politica del contenimento. Oggi, purtroppo, ci troviamo di fronte ad un problema diverso che va affrontato con strumenti diversi.
"Perché tu puoi contenere uno Stato, ma come fai a contenere un'organizzazione terroristica come Al Qaeda o chi può operare con loro? E' anche per questo che oggi dobbiamo continuare a riservarci il diritto sovrano di intraprendere un'azione militare contro l'Iraq da soli o in coalizione con chi sarà della partita. Come ha detto il presidente Bush, "non possiamo proteggere l'America e i nostri amici semplicemente sperando che le cose vadano per il meglio. La storia giudicherà chi ha visto il pericolo arrivare ma non ha voluto agire". L'America non ha fretta di andare alla guerra. Speriamo ancora in un disarmo pacifico dell'Iraq.
"Ma non faremo nessuna marcia indietro. E ricordi che se Bush non fosse stato così determinato, Saddam non avrebbe nemmeno accettato gli ispettori dell'Onu".


Israele prepara il voto chiudendo i Territori
Guido Olimpio sul
Corriere della Sera

GERUSALEMME - Una rappresaglia per colpire Hamas e convincere gli elettori indecisi. A 48 ore dal voto Ariel Sharon ha lanciato i tank israeliani in una pesante ritorsione nel cuore di Gaza: 13 i palestinesi uccisi, tutti uomini armati a eccezione di un bambino di 7 anni. Oltre 50 i feriti.
Mai dall'inizio dell'Intifada, nel settembre 2000, gli israeliani si erano spinti così in profondità. L'assalto è scattato durante la notte quando una colonna composta da una cinquantina di corazzati, protetti dagli elicotteri Apaches, è penetrata in un quartiere ritenuto una roccaforte del movimento islamico Hamas. Dai minareti i muezzin hanno chiamato i militanti alla difesa e gli scontri si sono protratti per diverse ore. All'alba gli israeliani si sono ritirati dopo aver ridotto in macerie decine di piccole fabbriche e officine che sarebbero stato usate per fabbricare armi. Secondo un portavoce il blitz ha avuto carattere "difensivo" e ha rappresentato una risposta ai tiri dei rudimentali missili Kassam lanciati da Hamas sulle cittadine israeliane che circondano la striscia. Già sabato le unità di Gerusalemme avevano compiuto un raid nell'area di Bet Hanoun facendo saltare quattro ponti, mossa che ha di fatto isolato la zona dal resto di Gaza. E il ministro della Difesa Shaul Mofaz, anche lui con un occhio ai votanti, ha minacciato l'occupazione di Gaza: "Un'operazione che scuoterà l'intera regione".

Le fonti palestinesi hanno definito l'attacco una mossa elettorale di Sharon per confermare la sua fama di bastonatore degli arabi. Una fama intatta malgrado i penosi risultati - dall'economia alla lotta al terrorismo - della sua gestione. Gli ultimi sondaggi gli accreditano 30 seggi, contro i 19 dei laboristi e i 13 di Shinui (altri vedono invece un testa a testa per il secondo posto). Un successo che però può non tradursi in stabilità. Sharon sogna di ricostruire la coalizione con i laburisti, ma il leader della sinistra, Amram Mitzna, si oppone. Un'alternativa è un governo con gli ultrà dell'estrema destra, poco presentabili e ostinati avversari del progetto diplomatico ispirato dagli Usa - insieme a Onu, Russia, Unione Europea - che dovrebbe portare a uno Stato palestinese entro il 2005. Sharon afferma di condividire la "mappa diplomatica" ma insiste per apportare delle modifiche interpretate dai critici come dei trucchi per evitare le concessioni.
Un sospetto forse condiviso, nel riserbo, dagli americani. Il segretario di Stato americano Colin Powell non poteva essere più chiaro: "Uno Stato palestinese, una volta creato, dovrà essere uno Stato vero, non spezzettato in migliaia di parti". Riferimento evidente alle colonie ebraiche, luce per gli occhi della destra, che tagliano in tanti ghetti l'area palestinese. Una dichiarazione subito commentata favorevolmente dal segretario della Lega Araba, Amr Moussa: "E' un avvertimento serio a Israele". E la questione non è solo diplomatica. Sharon non si può permettere di irritare Washington quando ha chiesto agli americani un aiuto finanziario speciale di 12 miliardi di dollari. Ossigeno indispensabile per un'economia a picco.


  27 gennaio 2003