
Il principe incostante
Eugenio Scalfari su la Repubblica
Se n'è andato un uomo che ha molto vissuto, questo è certo. Testimone privilegiato d'un secolo breve, che per lui cominciò tra le due guerre e passò attraverso tutti gli eventi che da allora ad oggi si sono succeduti non solo in Italia ma nel mondo. Conobbe tutti i personaggi di rilievo che hanno mosso le ruote della storia e della cronaca di ottant'anni, i politici, i governanti, gli uomini d'affari, gli attori e le comparse del "jet set", le dame, i cavalier, l'armi e gli amori dell'epoca sua. Ereditò una grande fortuna e ne fece un impero. Dettò col suo carisma i comportamenti e le mode. Alla fine era diventato un'istituzione e questa fu la cosa che più di tutte gli piacque: esser considerato come una testa coronata in un mondo di repubbliche ormai affollato di "parvenu".
Fu una vita piena? Questa è una domanda alla quale è molto difficile rispondere anche per chi l'ha conosciuto bene, perché Gianni Agnelli è rimasto nel fondo un enigma anche per i suoi più intimi e probabilmente anche per se stesso.
La sua vita è stata piena perché lui ha voluto riempirla e l'ha voluto ogni giorno ed ogni attimo perché altrimenti sarebbe rimasta vuota, colma soltanto d'una noia esistenziale. Non credo che abbia mai voluto scoprire le cause di quella noia, non credo che abbia mai voluto indagare dentro di sé, viaggiare alla scoperta di quel sé con il quale ciascuno di noi deve convivere dalla nascita alla morte. E forse proprio questo rifiuto è stato la causa di quella noia che lo perseguitava e dalla quale bisognava fuggire per sopravvivere in attesa d'un domani senza sorprese.
Il suo destino non prevedeva sorprese, perciò doveva procurarsele da solo. Sorprese piccole e grandi, alle quali la sua sete di vivere lo teneva aggrappato per poco poiché presto se ne stancava e ripartiva in cerca di altre.
Visse frettolosamente la sua vita di principe incostante, ma per una contraddizione molto frequente in quel genere di temperamenti, sentì il bisogno anzi la necessità di punti fissi, di atti ripetitivi, di porti e banchine dove gettare l'ancora e attraccare per poi ripartirne senza indugio sapendo che comunque li avrebbe ritrovati.
Torino, l'azienda, la famiglia sono stati questi attracchi che l'hanno puntellato nella sua costanza frettolosa e fuggitiva. Forse non aveva calcolato che anche i punti fissi si muovono e si trasformano: Torino cambiò, anche l'azienda cambiò, cambiarono gli operai, i dirigenti, i collaboratori. Non i loro volti e i loro nomi soltanto, ma la loro natura, la sostanza dei ruoli, la fedeltà ad uno stile che era quello ereditato dal nonno fondatore ma che non poteva reggere ai colpi del tempo e alle trasformazioni della società.
Il destino si vendicò di lui spietatamente e ripetutamente. Colpì dapprima il padre quando più ne avrebbe avuto bisogno; per opposte ragioni né la madre né il nonno seppero colmare quel vuoto. Colpì lui più volte nel suo stesso fisico. Lo ferì ben più a fondo con l'instabilità mentale del figlio, poi con la morte improvvisa del figlio di Umberto che gli era carissimo e che aveva designato a succedergli; infine col suicidio di Edoardo, che chiuse un ciclo di perdite e di abbandoni. Una storia cupa che a giusta ragione potrebbe definirsi shakespeariana se non fosse che non si è svolta per il potere e per le cupidigie che ne derivano, ma per casuale destino e quasi per una legge di severa compensazione: tanta era stata la fortuna di nascere con quel nome e altrettanta fu la sfortuna che su quel nome si è abbattuta.
Di fronte a quei colpi disseminati in tutto il corso della sua lunga vita Gianni Agnelli ha reagito d'istinto, nel solo modo che la sua natura gli consentiva: sdrammatizzando, negando dentro di sé e attorno a sé l'elemento tragico di quelle vicende, coprendole e rimuovendole rapidamente con la legge cerimoniale della vita che deve comunque continuare nonostante i prezzi che le debbono esser pagati. Cinismo? Aridità di sentimenti? Ecco un'altra domanda cui è difficile rispondere.
Cinici non si nasce, lo si diventa. E lo si può diventare per varie ragioni: per opportunismo, per avidità, per torti patiti, per traumi subiti, per snobismo. La causa non modifica e non riscatta il dato, ma lo spiega e lo colora. Opportunismo, avidità, torti subiti sono causali escluse per quanto ha riguardato Agnelli; traumi subiti e snobismo potrebbero invece spiegarlo. Resta il fatto che una dose di cinismo gli è stata compagna insieme alla noia e alla costanza incostante.
Non fu politicamente indifferente. Come tutti i grandi capitalisti intelligenti vide lucidamente le miserie del capitalismo nostrano verso il quale più volte manifestò disprezzo e distacco. Ugo La Malfa fu il suo punto di riferimento politico finché visse; a Ciampi è stato molto legato, vorrei dire da istituzione a istituzione; Berlusconi lo ha spesso divertito ma, fosse stato per lui, non gli avrebbe affidato neppure il Municipio di Villar Perosa che del resto gli era carissimo.
Finisce un'epoca, che epoca era?
Furio Colombo su l'Unità
Muore Gianni Agnelli e finisce un'epoca. Che epoca è? I lettori sanno che ho lavorato con lui per molti anni. Proverò a parlarne oggi, triste giorno di lutto, con il lettori de l'Unità.
Avevo preparato una cartellina nella quale mi ero ripromesso di inserire ritagli, appunti, frammenti di memoria, note prese quando ti torna in mente una cosa, e ci avevo scritto sopra "G.A.", per Giovanni Agnelli. Ho trovato la cartellina vuota. È evidente che ho preferito pensare al presente e lasciare in pace il destino.
Invece il destino si è fermato a Torino e non puoi dire che fosse una fermata inattesa. Ma non esiste una morte annunciata. È sempre un trasalimento, una sorpresa, un affannato chiedere "come mai, quando, perché?".
Fa parte della nostra (nostra di tutti) lunga abitudine a negare. Era stato lui a ricordarmi, un mese fa, durante una visita a Torino, la frase che gli aveva detto tanto tempo fa il senatore Andreotti: "Non c'è nessuno che non pensi, per quanto anziano e malandato, di non avere ancora un po' di vita".
La battuta gli dava modo di sorridere accennando alla malattia. "C'è poco tempo", ha detto, con il gesto della mano che spiega, (un suo gesto tipico). Non in modo triste o patetico, ma come un fatto che passa rapido fra le domande. Le domande sono sempre state il suo modo di fare conversazione.
Anche il coraggio, un po' nello stile cavalleresco d'altri tempi, è sempre stato un suo tratto. Come quando - negli anni di piombo - guidava l'auto da solo, a Torino, riuscendo a seminare la scorta. Come quando, nel mezzo di una tempesta da film, ho attraversato con lui un pezzo d'America su un aereo privato, fra vuoti d'aria, scuotimenti violenti e fulmini, e non c'era modo di far cenno a quella tempesta, se non altro per dire "speriamo". La conversazione continuava intatta e tu capivi che non era il caso di dedicare tempo all'ansia, alla paura. Non avrebbe cambiato nulla e tanto valeva occuparsi di cose sensate, o almeno non annoiarsi. E scoprivi che detestava esibirsi, mostrarsi. Di quel viaggio, in cui il pericolo era stato evidente (ne avevano parlato televisioni e radio) lui, intervistato, non ha detto una sola parola. Ed è strano, per una persona che ha lasciato costantemente una nettissima traccia nei media del mondo e ha dato l'impressione di dominarli.
Ha persuaso un bel po' di gente che conta, nel mondo - fra coloro che pesano sull'opinione degli altri - a guardare l'Italia con altri occhi. Ecco la buona cosa che ha fatto: ha sprovincializzato l'Italia, ha fatto in modo che il mondo conoscesse il lavoro italiano e ciò che vale. Ha fatto in modo che l'Italia vedesse il mondo e ne avesse voglia.
Dove mettere le lotte del lavoro, in questo giorno di ricordo di una persona che ha occupato una grande spazio sopratutto da imprenditore?
Le lotte sono state tante e dure e ne trovate la cronaca e ricostruzione nelle pagine che seguono. Ma quegli stessi anni sono segnati da alcuni gesti che sono diventati un simbolo in Italia. Uno è la tenacia nel riprendere il rapporto con il sindacato anche dopo momenti duri e conflittuali. Quando è stato presidente della Confindustria ha guidato uno dei periodi più rispettosi e più utili nelle relazioni tra industria e lavoro in Italia.
Quando sono calati sul Paese gli anni di piombo, Giovanni Agnelli non si è mosso dalla sua città. È restato a Torino, girava anche a piedi, compariva ovunque, andava a teatro - lui che di solito si faceva proiettare i film in casa - per dire alla città, che con Casalegno e Ghiglieno cominciava a contare i suoi morti: ecco, sono qui, la vita continua.
Con Fellini e con Ferrari
Enzo Biagi sul Corriere della Sera
Un appuntamento che non ci sarà. Un paio di mesi fa mi aveva detto: "Dobbiamo vederci, debbo dirle delle cose molto importanti". Non le saprò mai. Con la morte di Gianni Agnelli finisce un'epoca. Anche la Fiat, "questa breve parola che nella Genesi fece la luce", secondo la lirica e lautamente compensata definizione di Gabriele D'Annunzio, dovrebbe adeguarsi: quel Fabbrica Italiana Automobili Torino suona, nelle difficoltà di oggi, un po' fuori tempo.
Era uno dei tre compatrioti della mia generazione da esportazione: con Fellini e Ferrari. Per la gente era semplicemente "l'Avvocato"; la formula delle segretarie e dei dirigenti della Fiat è stata trasmessa alla nazione, che l'ha accolta con lo stesso rispetto.
Fecero un'inchiesta: novantanove cittadini su cento sapevano chi era il Papa, tutti conoscevano "Gianni". In un anno il suo viso, disegnato dalle rughe e perennemente abbronzato, comparve undici volte sulle copertine dei settimanali. Piaceva. Anche all'estero. Ricordo che a Paris Match suggeriva "la effigie del condottiero". Life aveva intravisto in lui addirittura "la fisionomia di Giulio Cesare", mentre l'inviato di un grande quotidiano, pur restando nell'antico e nei classici, si limitava a riconoscergli "un profilo da centurione romano".
Quando uno è miliardario, scriveva invece ironico Fortebraccio sull' Unità , "gli manca sempre pochissimo per essere un genio".
Non esprimeva il pensiero della sinistra, e neppure lo stato d'animo dei comunisti. Giorgio Benvenuto, allora segretario dei metalmeccanici della Uil, diceva: "C'è il rischio che col fascino della persona che va diretta al problema e odia i fronzoli e sa adoperare il potere, plagi i sindacalisti".
E Davide Lajolo, l'Ulisse dell'Unità: "Riconosciamo l'intelligenza, l'inventiva e la grinta di Gianni Agnelli. Ricordiamoci che aveva letto, capito e studiato Gramsci tra i primi, meglio di tanti altri che lo citano spesso a sproposito. È anche preparato e in gamba". Ho in mente quello che dicevano di lui Fellini e Ferrari. Federico: "Piace come piace un attore, perché la fortuna lo ha scelto. È un vittorioso. Mettigli un elmo in testa, mettilo a cavallo. Ha la faccia del re". Forse più umana, più vera la definizione di Ferrari: "Ha una memoria visiva spaventosa. Non lo trovi impreparato su nessun argomento. Ha tante curiosità. È prigioniero della sua notorietà, è triste. Non può presentarsi per quello che è". Io lo penso come un uomo infinitamente solo, con una storia segnata da tanti drammi. Il padre ucciso da un'elica, un figlio che non sa accettare il ruolo che gli ha assegnato la vita, la madre travolta da un camion, il nipote, la speranza, colpito dal tumore. Aveva un concetto del dovere da militare: è stato fino all'ultimo al posto assegnatogli.
Prodi: parlare con lui? Un esame continuo
Fabio Martini su La Stampa
Sono le 8,47, in una saletta dell'hotel Leonardo da Vinci di Sassari, Romano Prodi ha appena iniziato a sorseggiare del caffè, quando il suo portavoce Marco Vignudelli gli si avvicina e annuncia a voce bassa: "E' morto l'avvocato Agnelli". E le prime parole di Romano Prodi dopo aver appreso la notizia, sono attraversate dall'emozione: "Provo un grande dolore. Conoscevo bene l'Avvocato, ci siamo visti e sentiti tante volte. Era un uomo di straordinaria curiosità intellettuale. Con lui parlavi per un'ora, affrontando quaranta temi diversi e al tempo stesso rispondendo a quaranta domande, una diversa dall'altra". E poi il pensiero di Prodi corre subito al giudizio sul personaggio: "L'Avvocato Agnelli è stato protagonista unico nell'Italia del dopoguerra. La sua persona - e non soltanto il suo ruolo - sono insostituibili. Ha rappresentato per davvero un grande momento per l'Italia".
Presidente Prodi, lei parlava spesso con l'Avvocato, quando è stata l'ultima volta?
"Prima di Natale. L'avevo chiamato per fargli gli auguri, è stata una lunga telefonata. E con la curiosità di sempre, iniziò a chiedermi notizie sull'allargamento dell'Unione, sulla Convenzione, sui singoli Paesi, sui problemi aperti. Domande specifiche, mai generiche. La sua era una curiosità operativa".
In quella ultima chiacchierata, le sembrava preoccupato o, invece, fiducioso sul futuro della Fiat?
"Ne abbiamo parlato poco. Mi disse: "La seguo, ma non sono più al volante"".
Ha avvertito nelle sue parole un senso di distacco?
"No, distacco no. Distacco ha una connotazione negativa che non corrisponde al suo sentire. Per lui è come se l'arco si fosse chiuso".
In queste ore si moltiplicano i giudizi sul personaggio, nel tentativo di individuarne la cifra, il peso sulla storia del Paese. Quale è il suo giudizio?
"L'avvocato Agnelli non è stato soltanto l'imprenditore italiano più conosciuto, non è stato soltanto il simbolo dell'Italia industriale, ma è stato anche il personaggio che ha accompagnato tutto il cambiamento del nostro Paese nel dopoguerra: economico, sociale e politico. Lo ha fatto con la sua presenza. Con le parole di stimolo e di critica. E sempre con l'idea di legare l'Italia alle parti più progredite del mondo, l'Europa e gli Stati Uniti. Sempre attento a non lasciare l'Italia sola".
Quando vi eravate conosciuti, lei e l'Avvocato?
"Tanti anni fa e poi ci siamo rivisti molte volte. Dal punto di vista quantitativo, i rapporti erano più intensi quando io insegnavo all'Università. Sin da allora, con lui avevamo un dialogo sui problemi, sulle interpretazioni della congiuntura economica. Ed è difficile dimenticare quei colloqui...".
Perché?
"Perché erano un divertimento e al tempo stesso una corsa ad ostacoli! Si parlava di tanti argomenti diversi, rispondevi a tante domande e alla fine, magari dopo due ore di colloquio, se uno ti chiedeva: "Ma di cosa avete parlato?", era difficile rispondere in modo univoco".
Oltre a giudizi sugli scenari e sulle congiunture, vi sarà capitato di incrociare opinioni sulle persone?
"Ci sono persone che ti chiedono giudizi su altre persone e su altre cose. Con Agnelli il discorso era a tutto campo. Il suo giudizio era sempre libero e pungente, ma in lui non emergeva mai una piccolezza. L'ironia era ironia e mai cattiveria. E poi giudizi di sintesi su cose e persone: quando stringeva, stringeva".
E se dovesse indicare la principale virtù dell'uomo?
"Le qualità erano tante. La curiosità intellettuale. Il desiderio di sapere e di interpretare sempre i passaggi del futuro. Una fantasia e un'intelligenza che hanno pochi confronti. Ma se proprio dovessi indicare la maggiore virtù, direi la libertà di giudizio".
L´italia da Togliatti a Berlusconi
Aiuti pubblici e liti private
Massimo Giannini su la Repubblica
ROMA - Se per un personaggio come lui si può immaginare un "testamento politico", lo lasciò sei anni fa sulla terrazza del Lingotto affacciata sulle creste innevate delle Alpi: "Scendere in campo come Berlusconi? Per me sarebbe impensabile. Non ho nessuna passione per la politica né per i politici. Riconosco che è un´attività necessaria, ma non mi piace la parzialità dei partiti e l´egoismo di chi li guida...". Agnelli e la politica si sono frequentati, spesso senza capirsi, quasi sempre senza amarsi. Ma hanno imparato a sfruttarsi. L´Avvocato ha pompato aiuti pubblici per la Fiat. La politica glieli ha concessi, per tenere buoni i Poteri Forti e accreditarsi presso la business community internazionale.
Il grande patriarca del capitalismo italiano non poteva "prendere partito". Per due ragioni. La prima: non gli conveniva. In mezzo secolo il suo motto non è mai cambiato: "La Fiat ha un tale peso nella società italiana, che non si può combinare con uno schieramento politico". Destra, sinistra: con tutti e con nessuno. Per quel misto di responsabilità istituzionale e di opportunismo aziendale, che gli faceva dire: "Noi siamo governativi, con qualunque governo...". Il secondo motivo: un "partito", in fondo, ce l´aveva già. Era quello della sua "monarchia" privata. La politica, con i suoi primi ministri e i suoi parlamenti, governava sulla Repubblica. Lui, con la forza e il blasone della casata, "regnava" sulla famiglia, su Torino, sull´automobile, sul capitalismo, sull´establishment.
"Quello che va bene alla Fiat va bene all´Italia": il suo slogan ha resistito 50 anni. La sua visione torino-centrica del mondo era al servizio dell´azienda, ma è servita anche al Paese. Con questo spirito, l´Avvocato è sceso a patti con la Dc. Fino agli Anni 80 ha munto a dovere i monocolori, tra leggi di ristrutturazione industriale, casse integrazioni e prepensionamenti. Ma a costo di tanti litigi. Nel '74 Fanfani tuonava: "Basta con quelli di Torino!". Un giorno il Rieccolo lo aggredì personalmente, per i corridoi di Palazzo Giustiniani: "Era infuriato con me per gli articoli di Gorresio sulla Stampa. Non gli diedi retta...". Un altro giorno le cantò a Bisaglia, ministro delle PpSs nel ´78: "Sono sorpreso che vicende delicate siano trattate con accorgimenti da boss di provincia o di corrente dorotea...". A Ciriaco De Mita, poi, appiccicò addosso uno di quei "marchi" che restano per la vita: "L´intellettuale della Magna Grecia". Poi fecero pace. Ma in privato, parlando degli anni di piombo, l´Avvocato raccontava un aneddoto: "A Roma non avevo mai paura. Solo una volta mi spaventai. Ero a piedi, dalle parti di Montecitorio, e mi vennero incontro due figuri che da lontano mi insospettirono, con gli impermeabili e i cappelli calati sulla testa. Poi si avvicinarono, e li riconobbi: erano Gava e De Mita...".
Della Balena Bianca Agnelli non apprezzava l´inclinazione al baratto. Ma più di una volta è stato al gioco. Era utile alla Fiat. E nella Dc vedeva un argine istituzionale, negli anni in cui il "pericolo rosso" si faceva concreto. Da Togliatti a D´Alema, da Krusciov a Gorbachev, i leader li ha conosciuti tutti. Ma da buon re è stato sempre un convinto anticomunista. "Per essere credibile, un comunista deve essere di Torino, o tutt´al più sardo...". Nel '76, in piena alta marea elettorale per il Pci, Agnelli tirò su una diga: "Se vinceranno le sinistre bisognerà lottare perché rimangano spazi di libertà per tutti....". E sempre da buon re, all´inizio degli Anni 80 si infatuò di Craxi, attratto dall´autoritarismo con il quale Ghino di Tacco brandiva il "bastone del comando". Allora ripeteva spesso, quasi impaziente: "Quanti anni ci vogliono ancora, prima che il Pci scompaia?".
Togliatti lo incrociò allo stadio: "Era juventino, mi raccontava dei pranzi al Cremlino insieme a Stalin". Frequentò Longo e Natta. Stimò Luciano Lama. Ma il suo vero cruccio è stato Enrico Berlinguer. Lo conobbe alla Federazione giovanile. "Si capisce subito che è un leader: come in un film, lo vedi scorrere insieme a tanta gente, la sua faccia spicca, ti rimane impressa, e ti dici: questo non passerà via così". Infatti non è passato via così. In un tetro settembre dell´80 si fermò alla Porta 5 di Mirafiori, a portare la solidarietà agli operai durante la terribile vertenza dei 14 mila licenziamenti alla Fiat. Per l´Avvocato fu una ferita mai rimarginata: "Quello che è successo rafforza il parere di chi ha poca fiducia nella possibilità del Pci di convivere in una società democratica". Dopo la sua tragica scomparsa, il giudizio si è sfumato: "Con Berlinguer eravamo troppo lontani in tutto. Era un uomo molto arcaico, molto puritano, molto isolano. Amava il partito come si ama un´Entità...".
Negli Anni '90 un doppio trauma lo ha reso ancora più disincantato. Mani Pulite prima di tutto, che svelò la corruzione anche a Corso Marconi. Per lui è stato un dolore vero: "Mi sono sempre vantato che la Fiat fosse rimasta fuori dallo scandalo della P2. Quanto avrei voluto poter fare lo stesso per Tangentopoli...". E poi il declino dei partiti storici. Si è aggrappato allora all´unica istituzione che, al di fuori del suo regno, gli pareva ancora solida: la presidenza della Repubblica. Come era stato sempre in contatto con Pertini e Cossiga, diventò amico di Oscar Luigi Scalfaro che nel ´93, caduto Amato, gli telefonò a Torino: "Avvocato, tocca a lei...". Anche quella volta resistette. "Non posso, presidente: se fallissi io, dopo ci vorrebbe solo un carabiniere, o un cardinale...". In un´Italia allo sbando, ha tentato di riaprire un dialogo a sinistra, con D´Alema: "Mi pare il intelligente di tutti. Peccato che ha quel carattere...". L´ha incontrato tante volte, prima del governo del ´99. Ci sperava, anche se non era del tutto persuaso. "L´ho visto qualche mattina fa insieme a Kissinger - raccontò ad ottobre del ´98 - si è discusso per due ore di temi molto interessanti. Poi, quando è uscito, ho chiesto a Kissinger 'cosa le è sembrato?´. Mi ha risposto: 'È un uomo serio, di qualità. Ma si vede che è uno di quelli...´". Dopo la conquista di Palazzo Chigi, con D´Alema è andata anche peggio. Non tanto per dissenso ideologico, quanto piuttosto per questioni di bottega. Colaninno tentò la scalata a Telecom, il premier lo appoggiò accusando i "capitalisti straccioni" di Torino. L´Avvocato reagì con stile: "Hanno voluto dare una batosta a noi, quelli del 'piccolo mondo antico´: peccato...". Ma le porte del Lingotto si chiusero per sempre alla sinistra. Visti dalla linea del Po, i cinque anni di legislatura dell´Ulivo sono stati deludenti. Al novizio Prodi il monarca concesse una benedizione prima del voto del giugno 1996: "È uno dei pochi italiani con esperienza internazionale". Ma vinte le elezioni, liberi tutti: il Professore andò Palazzo Chigi dicendo: "Non lucideremo le maniglie di casa Agnelli". L´Avvocato prese atto. Non prima però di aver spuntato un altro "aiutino": il decreto sulla rottamazione. Ma ormai da quella parte non gli restavano che Amato e Ciampi: gli piaceva l´onesta tenacia della loro visione europeista.
Se ha chiuso le porte a sinistra, non le ha aperte a destra. Per il monarca di Torino Silvio Berlusconi è stato un oggetto misterioso, seducente ma non convincente. Nel ´94, quando il Cavaliere fece la prima discesa in campo, Agnelli lo invitò a colazione a Villa Frescot. Il vulcanico Silvio gli spiegò il suo progetto: "Ho tutto pronto, il partito, i ministri, gli hangar pieni di gagliardetti. Mi manca solo il suo appoggio, e quello dei suoi giornali...". L´Avvocato glielo negò, anche se non glielo disse. "Questo ragazzo è in gamba - sentenziò dopo averlo riaccompagnato all´elicottero - ma non ha mai visto una fabbrica né mai trattato con un sindacato. Se ce la farà, avrà vinto uno degli imprenditori italiani. Se fallirà, avrà perso solo Berlusconi...". Oggi il Cavaliere nega il fatto. Ma il fatto è vero. Come è vero che poi il Cavaliere vinse. E allora, all´amico Scalfaro, Agnelli chiese l´impossibile: "Presidente, non gli dia l´incarico...". L´incarico arrivò, ma durò poco. E non fu un idillio. In una visita allo stabilimento Fiat di Melfi, il camaleontico Silvio si lasciò sfuggire una frase improvvida: "Tengo la foto dell´Avvocato sul mio comodino...". Un "abbraccio" imbarazzante e fuori tono, per il monarca di Torino. Dopo pochi mesi, nella famosa cena a Roma proprio a casa sua insieme ai 13 grandi industriali del Paese, diede il benservito all´uomo di Arcore.
Con il trionfo del 13 maggio di due anni fa Berlusconi si è preso la rivincita. Il patriarca si è adeguato al cambiamento di fase. Al Cavaliere ha fornito un ministro, Ruggiero, e uno scudo politico oltre confine: "L´Italia non è la Repubblica delle banane", disse. Ma anche in quel caso, lui negava la favoletta del "governo Berlusconi-Agnelli". "Come nel ´76 con La Malfa, mi sono esposto solo per il bene del Paese, per tutelare la sua credibilità". La conferma è arrivata pochi mesi dopo: "Vedo un Paese di fichi d´India", sibilò di fronte alle smargiassate del premier. Poco dopo venne un´altra pace. Ma di nuovo, senza convinzione. Lo lasciò intendere a fine ottobre, nella sua ultima uscita pubblica al Senato: "La politica non ci ha mai amato, non è ora di tirare i remi in barca".
Con la malattia, quell´ora è poi arrivata. E il dolore di questi ultimi mesi ha risparmiato all´Avvocato almeno l´ultima, intollerabile umiliazione: la Fiat in ginocchio, i suoi manager "convocati" ad Arcore con il cappello in mano, e quasi "processati" a Villa San Martino da un ceto politico arrogante e privo di qualunque senso delle istituzioni. Se fosse stato ancora sul suo trono, non l´avrebbe mai permesso. Un ultimo ricordo torna a un 31 maggio del 1991. Quando Cossiga lo chiamò al telefono per informarlo che l´avrebbe nominato senatore a vita Agnelli era a Torino, in macchina. Il Capo dello Stato gli disse: "Domattina la nomino, spero che lei non sia superstizioso: i senatori a vita o muoiono subito, o non muoiono più". Dopo undici anni, l´Avvocato è morto. Forse non aveva molte cose in cui credere, al di fuori della sua "monarchia" privata. Ma la Repubblica finirà comunque per rimpiangerlo.
Iraq: Berlusconi e Aznar contro l'Europa
Gianni Marsilli su l'Unità
Un assordante silenzio ha accolto nelle capitali europee le ondivaghe considerazioni di Silvio Berlusconi sull'opportunità o meno di un vertice straordinario dei capi di Stato e di governo dell'Unione europea, da tenersi a Bruxelles all'inizio della settimana prossima.
Il presidente del governo italiano aveva detto di aver dato, giovedì sera, la sua "piena disponibilità" al premier greco Simitis, mentre venerdì mattina aveva giudicato l'eventuale riunione "perfettamente inutile" considerati gli scarsi spazi di mediazione dopo le nette prese di posizione comuni di Francia e Germania. Malgrado la valutazione liquidatoria del premier italiano, una riunione ci sarà comunque lunedì prossimo. In prima mattinata si vedranno i ministri degli Esteri dei quattro paesi europei membri del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (Francia, Gran Bretagna, Spagna, Germania) assieme alla trojka composta dalla presidenza greca, da quella italiana (con il ministro Frattini) e dall'Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza Javier Solana. E poi si terrà il Consiglio dei ministri degli Esteri dei Quindici, come da calendario previsto da tempo. Di vertici straordinari ai massimi livelli né a Parigi né a Berlino né a Bruxelles nessuno ha sentito parlare.
L'obiettivo -è vero, piuttosto ambizioso in questa fase- è quello di trovare un terreno comune europeo sulla questione irachena: nello stesso giorno infatti gli ispettori dell'Onu forniranno al Consiglio di sicurezza un primo rapporto sul loro lavoro di questi due mesi, rapporto dal quale in molti faranno derivare il loro atteggiamento verso un intervento armato.
Il fronte europeo è tutt'altro che unito. Da una parte vi sono Francia e Germania, fortissimamente ostili alla guerra. La sola differenza tra Chirac e Schröder è che il secondo ha già escluso di poter approvare in sede di Consiglio di sicurezza un intervento militare e di inviare un solo soldato in Iraq. Il presidente francese preferisce invece calcare i toni sul fatto che la guerra debba essere, oltre che evitabile, anche l'ultima scelta: sul voto in sede Onu ha preferito lasciarsi le mani libere una volta esaminato il rapporto degli ispettori, ma il suo ministro degli Esteri Dominique de Villepin ha già detto che, qualora lo giudichi necessario, la Francia "nel difendere i suoi principi andrà fino in fondo". Vale a dire che potrà esercitare il diritto di veto che le compete. Con Francia e Germania sono Belgio e Lussemburgo, che già avevano fatto il diavolo a quattro alla riunione della Nato martedì scorso, e anche l'Austria di tradizione neutralista e la Grecia.
Il fronte opposto è capitanato da Tony Blair, ed ha dalla sua l'Italia (per quanto, fin dall'inizio della crisi, Berlusconi parli con lingua biforcuta), la Spagna, l'Olanda. In questo gruppo ci sarebbe anche la Danimarca, anche se proprio ieri il governo di Copenaghen ha fatto sapere che seguirà quanto deciderà il Consiglio di sicurezza, ma che fin d'ora ritiene che se gli ispettori chiederanno più tempo a loro disposizione il Consiglio "dovrà ascoltarli". Più defilati e indecisi appaiono Irlanda, Portogallo e gli scandinavi.
Quale potrà dunque essere il minimo comun denominatore europeo che si troverà lunedì a Bruxelles? Negli ambienti diplomatici si ipotizza la seguente piattaforma: pieno appoggio al lavoro dell'Onu e dei suoi ispettori, soluzione della crisi nel quadro del Consiglio di sicurezza, prolungamento del mandato degli ispettori. Su quest'ultimo punto si gioca parecchio della partita in corso: i britannici parlano di qualche settimana, i tedeschi e i francesi di mesi.
A dar manforte alla "vecchia Europa" è venuto ieri Vladimir Putin. Una lunga telefonata con Gerhard Schröder ha permesso di verificare la "stretta vicinanza" delle posizioni russe e tedesche, basata sulla comune convinzione che la crisi vada risolta "sul piano politico e nel quadro dell'Onu".
Md: per i giudici diritto di opinione
Guido Ruotolo su La Stampa
Nei corridoi del Centro congressi Frentani, la protesta di esponenti della maggioranza perché nella cancelleria del tribunale di Milano erano esposte le foto di Previti e Pacifico sotto la requisitoria di Platone contro i despoti, non viene raccolta: "Cercano l´incidente, il pretesto per inquinare la decisione della Cassazione". In sala, invece, gli interventi che si alternano si concentrano nella analisi critica della politica giudiziaria della maggioranza, del governo, e sulle prospettive di un fronte allargato in grado di contrapporre alla "controriforma" del centrodestra un progetto "credibile" per "rendere efficiente il servizio giustizia". E´ solo una coincidenza che l´assise nazionale di Magistratura democratica si svolga alla vigilia della decisione (tra lunedì e martedì) delle sezioni unite della Cassazione sulla richiesta di spostare a Brescia i processi milanesi che riguardano la corruzione in atti giudiziari e che vedono tra gli imputati magistrati, avvocati, Silvio Berlusconi e Cesare Previti. Di questo, naturalmente, non si parla al congresso delle "toghe rosse". Non da oggi, del resto, l´associazionismo dei giudici ha respinto l´obiezione di "un uso politico della magistratura". Ieri, soprattutto negli interventi di Edmondo Bruti Liberati, presidente dell´Anm, e di Giancarlo Caselli, procuratore generale di Torino, il congresso di Md ha rivendicato il diritto costituzionale che garantisce ai magistrati la libera espressione di opinioni e la difesa dell´indipendenza. "Non solo è impossibile trovare un giudice che non abbia opinioni sulle questioni di giustizia - ha insistito il presidente dell´Anm -, non è neppure auspicabile perché sarebbe una testa vuota. E non è il giudice che vogliamo. La vera imparzialità non esige che il giudice non abbia opinioni, ma che sia libero di utilizzare diversi punti di vista con spirito aperto, senza pregiudizi". Come era accaduto già l´altro giorno, il bersaglio principale delle critiche degli interventi è stato il ministro di Giustizia, Roberto Castelli. Chiosa Armando Spataro, procuratore aggiunto di Milano e leader della corrente Movimento per la giustizia: "La politica del governo è impresentabile e si manifesta in forme di arroganza". L´invocazione di Borrelli a "resistere, resistere, resistere" per Spataro si traduce oggi in un invito ai giovani magistrati a "credere, credere, credere alle ragioni e ai valori per cui hanno scelto di fare questo lavoro".
Il bluff del governo sull'occupazione
Editoriale su il Riformista
Non è vero - come cerca di far intendere il governo - che l'occupazione nel nostro paese stia crescendo. Al contrario, la dinamica della forza lavoro sta pericolosamente frenando. La conferma è venuta nei giorni scorsi dalla tradizionale indagine congiunturale della Confindustria che parla di "chiari segnali di rallentamento". In media d'anno gli occupati sono risultati circa 21.829.000 (+315.000 e il + 1,5% rispetto al 2001). "Si tratta - hanno spiegato gli economisti di Viale dell'Astronomia - di un incremento ancora rilevante, anche se in decelerazione rispetto al 2001 (+ 435.000 occupati), che va in larga parte attribuito al trascinamento dall'anno precedente". Ed è proprio questo il punto. Nonostante il calo del ciclo economico, il mercato del lavoro italiano, grazie soprattutto alle forme di flessibilità introdotte negli ultimi anni e alla moderazione salariale, ha continuato a crescere tra l'ottobre del 2001 e il mese di aprile del 2002. Poi, però, è iniziata la frenata con il tasso di disoccupazione che ha ripreso significativamente a salire, raggiungendo il 4% nelle regioni settentrionali, cioè nell'area che per prima è destinata ad avvertire il mutamento di fase.
Tutti i centri di ricerca sono ormai concordi nel ritenere che prima della seconda metà dell'anno non si avvertiranno segnali importanti di ripresa economica. La fase di debolezza, dunque, proseguirà. A tutto ciò vanno aggiunti, da una parte la persistente difficoltà del sistema industriale, e, dall'altra, i dubbi - non ultimi quelli della Banca centrale europea anche se non direttamente riferiti all'Italia - sulla persistenza nei prossimi mesi della moderazione salariale. Anche in questo caso, peraltro, si pagano diversi ritardi accumulati a causa di una carenza di strategia riformista. La maggiore flessibilità avrebbe richiesto, come dimostra il nuovo scontro sull'articolo 18, un vero sistema di indennità di disoccupazione.
Questa mancata riforma sta generando la percezione di una non adeguata tutela verso chi lavora. Atteggiamento che si sta traducendo in richieste, per i rinnovi dei contratti, superiori all'inflazione programmata. Insomma il tasso di disoccupazione all'8,9%, sbandierato dal governo come un grande successo, ha tutta l'aria di essere un risultato di cortissimo respiro.
"Questa è una dittatura"
Gli scienziati contro la Moratti
Claudia Di Giorgio su la Repubblica
ROMA - Secondo Letizia Moratti è una "rivisitazione del sistema". Ma secondo gli scienziati che si sono autoconvocati ieri mattina a Roma nella sede del Cnr, il progetto di riforma degli enti pubblici di ricerca, di cui nelle stesse ore iniziava l'esame in Consiglio dei ministri, è un'occupazione in piena regola, un'espropriazione dell'autonomia scientifica da parte del governo, il cui è obiettivo è acquisire il totale controllo della ricerca pubblica, riducendola ad un mero strumento di servizio per le imprese. "Ho la stessa sensazione che si prova quando torni a casa e scopri che ci sono stati i ladri, hanno aperto i cassetti e buttato per terra le fotografie degli antenati", ha detto sconsolato il fisico Carlo Bernardini, mentre Giorgio Salvini, presidente onorario dell'Accademia dei Lincei, ha parlato di "segnali che si sta andando verso una dittatura", affermando che "la questione va al di là del problema della ricerca".
La scelta del governo di escludere la comunità scientifica dal dibattito sulla riforma è stata sottolineata dall'assemblea degli scienziati con un minuto di silenzio. "Un minuto di silenzio con il quale ci opponiamo al silenzio che ci hanno imposto come comunità scientifica," hanno spiegato gli organizzatori dell'affollatissimo incontro.
Numerose le forme di lotta allo studio. Se ne occuperà, in collegamento con le varie componenti della comunità scientifica, il gruppo di coordinamento votato dai rappresentanti dei comitati di istituto del Cnr presenti all'assemblea di ieri, che hanno deciso anche di sospendere ogni attività istituzionale e seguire passo dopo passo l'iter del processo di riforma.
Un iter che potrebbe quindi rivelarsi più complesso del previsto. Piero Fassino, intervenuto all'assemblea con Rutelli e Carra, ha garantito che i DS si batteranno fino in fondo contro i decreti. Che esprimono "una concezione della ricerca strategicamente sbagliata," ha detto, poiché "la ricerca non è una protesi del sistema produttivo". Ma qualche segno di disagio arriva anche dalle file della maggioranza. Il responsabile ricerca di AN, Antonio Mussa, giovedì scorso si era detto preoccupato per il metodo con cui è stata progettata la riforma. "Nemmeno io," ha dichiarato, "ho avuto la possibilità di mettere mano e di venire a conoscenza della riforma del Cnr."
La rivolta dei taxi paralizza Milano
Stefano Rossi su la Repubblica
MILANO - La protesta dei tassisti paralizza Milano e rischia di "isolarla dal resto del Paese". È questa la minaccia formulata ieri dai sindacati di categoria, che annunciano una settimana, la prossima, densa di manifestazioni e uno sciopero nazionale "perché l´attacco che viene portato contro di noi a Milano è solo il primo passo per una manovra analoga in tutta Italia". Quanto sia fondata quest´ultima affermazione è da verificare, dato che l´organizzazione del servizio cambia da città a città ma è certo che la prova di forza di ieri è stata impressionante e potrebbe davvero rendere molto difficile raggiungere o lasciare Milano.
I tassisti hanno cominciato alle 10 di mattina, assediando con 5-600 auto il palazzo della Regione, dove si discuteva la concessione di nuove licenze, e sconvolgendo il traffico in una zona che comprende anche la vicina stazione Centrale. Contemporaneamente, venivano presidiati gli aeroporti di Malpensa e Linate (e la stessa Centrale), con il rifiuto di caricare i clienti. Alle 17, dopo un infruttuoso incontro con il presidente della giunta Roberto Formigoni di una delegazione di tre sindacalisti per le 16 sigle del settore, le nuove licenze sono state approvate: saranno 303 per le cosiddette province "aeroportuali" di Milano (che ha Linate), Varese (Malpensa) e Bergamo (Orio al Serio). Al capoluogo lombardo dovrebbero toccarne 275. Ma a Milano, con la crisi economica, la clientela negli ultimi due anni è diminuita. Per i tassisti, dunque, non c´è spazio per nuove auto pubbliche.
Di qui la reazione, immediata. I 500 tassisti hanno acceso i motori, dirigendosi verso l´aeroporto di Linate. Il lungo viale Forlanini che collega lo scalo allo città è stato ostruito completamente. Impossibile passare per l´autobus che fa servizio da e per l´aeroporto e parcheggio interno occupato dai taxi, impraticabile per le auto private. Scene simili a Malpensa, dove però, almeno, c´è l´alternativa del treno. Verso le 19, il serpentone di taxi si è trasferito sull´anello delle tangenziali Est e Ovest, causando nel giro di un´ora una coda di 10 chilometri.
Scene che da lunedì si potrebbero ripetere anche tutti i giorni, per l´intera settimana. È la risposta alla linea dura scelta dal sindaco Gabriele Albertini, che da mesi chiede addirittura 500 licenze in più, sostenendo che il servizio è carente. I 4.700 tassisti milanesi premono invece perché si renda il traffico più scorrevole, si facciano più corsie preferenziali, si riorganizzino i turni. E si fanno forti di un´indagine - "commissionata alla Nielsen dalla Regione, non da noi" - secondo la quale vi sarebbe addirittura un´eccedenza di 1.200 auto.
I tassisti hanno chiesto un periodo sperimentale per monitorare il servizio e discutere sulla base dei dati se servono più taxi, Albertini ha risposto lanciando un sondaggio elettronico ai milanesi. La Regione ha cercato di mediare con l´effetto di far dire ad Alfonso Faccioli, il più bellicoso dei sindacalisti: "La vera guerra inizia adesso. Albertini e Formigoni non hanno idea di cosa li aspetta".
25 gennaio 2003