
E' morto Giovanni Agnelli
su La Stampa
E' morto l'Avvocato Giovanni Agnelli, aveva 81 anni. "Giovanni Agnelli è spirato nella sua casa torinese, dopo mesi di malattia". È quanto si afferma in un comunicato della famiglia. "L'hanno assistito - prosegue la nota - la moglie Marella e la figlia Margherita con i suoi figli. La camera ardente sarà allestita al Lingotto ed i funerali si svolgeranno a Villar Perosa in forma strettamente privata". Presidente onorario della Fiat, era una delle figure industriali più eminenti del nostro Paese.
Bush: Italia con noi in guerra
Vanna Vannuccini su la Repubblica
NEW YORK - Per procedere senza ostacoli verso la guerra, il primo obbiettivo di Washington è di isolare Francia e Germania, che hanno preso apertamente posizione contro. La Casa Bianca chiama perciò a rassegna gli alleati che si sono già schierati dalla sua parte. Tra questi c´è anche l´Italia, afferma il portavoce Ari Fleischer che ha elencato i paesi che faranno parte della coalizione dei volenterosi: "Oltre alla Gran Bretagna e all´Australia, ci sono Italia, Spagna, e paesi dell´est europeo come Polonia e Ungheria". "L´Italia ha recentemente detto che preferirebbe passare per le Nazioni Unite, ma che sarebbe a fianco degli Stati Uniti anche senza l´Onu". Molti si erano stupiti che, durante la conferenza stampa tenuta a Washington con Colin Powell, il ministro Frattini avesse deciso di parlare in italiano. Forse sperava che così la posizione italiana restasse nell´incertezza. "Francia e Germania possono scegliere se vogliono rimanere in panchina, ma parlare di unilateralismo è assurdo. Fuori dai ranghi resta solo un paese o due" ha sottolineato Fleischer. Washington affila le armi per tacitare la levata di scudi che ha accolto le dichiarazioni di Rumsfeld sulla "vecchia Europa".
Washington vuole che lunedì 27, quando il capo ispettore Blix porterà il suo rapporto al Consiglio di Sicurezza, Parigi e Berlino siano marchiati come i due paesi che impediscono il rovesciamento di Saddam. E vuole imporre a Francia e Germania una smentita pubblica: dovranno riconoscere che l´Iraq è in flagrante violazione della risoluzione 1441.
La strategia è rovesciare l´onere della prova: siccome è chiaro che gli ispettori non potranno presentare nessuna "pistola fumante", l´Amministrazione Bush rivolta la questione: l´Iraq - scrive Condoleeza Rice sul New York Times - "ha mancato in modo spettacolare all´obbligo di fornire delle risposte sulle armi di distruzione di massa". Basterà che Hans Blix lunedì offra qualche dettaglio di come l´Iraq non abbia sempre accondisceso alle richieste degli ispettori per umiliare la Francia che spesso in passato ha riconosciuto l´esistenza delle armi vietate, affermando per esempio che andavano "congelate". Blix ha confermato che rimangono questioni irrisolte: "Ci sono cose che sono andate benissimo e aree non soddisfacenti. E´ una mixed bag", ha detto ieri. La Germania - in quanto presidente di turno del Consiglio di Sicurezza a febbraio - potrebbe chiedere agli ispettori di presentare un altro rapporto a metà mese, allungando così i tempi. Ma sembra che Washington pensi a parare tutti i colpi chiedendo un secondo voto del Consiglio di sicurezza, se riesce ad assicurarsi che Parigi non porrà il veto. L´ultimo veto francese risale al 1976.
Prodi: "No alla guerra, Europa saggia"
Alberto D'Argenzio su il Manifesto
L'accordo si farà, assicura Lord Robertson. I no di Francia, Germania, Belgio e Lussemburgo alle richieste di sostegno lanciate da Washington per la guerra all'Iraq avrebbero i giorni contati: "Un disaccordo sui tempi, ma non sulla sostanza", insiste il segretario della Nato. Così Robertson getta acqua sul fuoco del primo storico no degli alleati ai disegni bellici degli Stati uniti, dicendosi convinto che alla fine la Nato (che decide per consenso tra i 19 membri) troverà l'accordo sull'aiuto da prestare indirettamente a Bush e più direttamente alla Turchia, il socio che la geografia spedisce in prima linea. Per minimizzare la rottura nella Nato, Robertson contraddiceva pure i diplomatici presenti alla riunione di mercoledí che parlavano di "discussione accesa" e del volare di "parole grosse". "Non è una lite - la versione Robertson - solo un piccolo numero di paesi non è d'accordo sui tempi, ma non ho assolutamente alcun dubbio che l'Alleanza sarà, come promesso, a fianco della Turchia". Alla Nato assicurano così che la settimana prossima, dopo la presentazione del rapporto degli ispettori, l'Alleanza ritroverà la compattezza abituale. E' più che plausibile vista la tradizionale accondiscendenza europea, meno se si presta fede alle parole spese tra Parigi e Berlino, Bruxelles ed Oslo (la Norvegia, membro Nato, si sommava ieri al no tedesco alla guerra anche in caso di sí dell'Onu). Comunque, gli alleati europei sono decisamente spaccati sul da farsi. Tanto che la presidenza greca dell'Unione cerca di metterci una pezza, chiamando a raccolta per lunedí prossimo i 4 paesi Ue che ora siedono nel Consiglio di sicurezza Onu - Regno unito, Francia, Spagna e Germania (che dal 1° febbraio ne coprirà anche la Presidenza) - assieme a Javier Solana e all'Italia, presidente Ue nel prossimo semestre.
Su questa Europa divisa Washington si diverte a seminare zizzania. E così per rispondere per le rime a Donald Rumsfeld - che ha ridicolizzato la posizione antibellica di Francia e Germania riducendola ad un problema di senilità e ad un'arcaica concezione della Nato - pure Romano Prodi è sceso decisamente in pista a fianco di Parigi e Berlino. L'Europa non è contro la guerra per "vecchiaia", lo è per "saggezza", il commento tagliente di Prodi. "Francia e Germania si sono riconciliate e da un passato tragico hanno costruito un futuro in comune. Se questo è essere vecchio io credo che sia un giudizio sbagliato". Prodi sale sul carro tirato finora unicamente da Parigi e Berlino, non più solo asse-motore della costruzione europea ma anche laboratorio di una politica estera autonoma. Ma per la Commissione il gioco non è facile. Così ieri il portavoce del Commissario agli esteri, l'inglese Chris Patten, da un lato assicurava che "la guerra non è inevitabile" e dall'altro che si stanno già studiando piani di "aiuto per la ricostruzione dell'Iraq". Proprio quello che chiede Bush per limitare i costi impressionanti del conflitto.
Francia e Germania:"Gli Usa non ci piegheranno"
Andrea Tarquini su la Repubblica
Berlino - "No, noi non siamo la "vecchia Europa", siamo l´Europa che guarda al futuro. Ed esigiamo rispetto", dice, severo e aristocratico, il ministro degli Esteri francese Dominique de Villepin. "Noi non possiamo approvare la legittimazione della guerra", incalza serio in volto il cancelliere tedesco Schroeder. "Non ci lasceremo piegare né dividere, e vogliamo imporre il disarmo di Bagdad con mezzi pacifici", ammonisce Jacques Chirac. La risposta di Francia e Germania La replica a Rumsfeld - che in Germania ha evocato i toni dell´Urss di Breznev con l´Europa orientale occupata e prigioniera del Muro - è stata unanime. Berlino, con alle spalle la Francia neogollista, prepara la controffensiva diplomatica: a febbraio, quando sarà presidente di turno del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, vuole chiedere un nuovo rapporto sugli arsenali iracheni agli ispettori Onu del disarmo guidati da Hans Blix. In un disperato tentativo di allontanare la guerra.
Berlino ieri era, come Parigi la vigilia, lo scenario solenne della seconda giornata delle celebrazioni dei 40 anni del Trattato dell´Eliseo. Ma non c´è stato tempo per abbandonarsi alla festa. L´inaugurazione della bella, ultramoderna ambasciata francese ricostruita dopo oltre mezzo secolo a Pariser Platz (piazza Parigi, davanti alla Porta di Brandeburgo cuore della capitale tedesca), è stata l´occasione per rispondere alla sfida dell´insulto americano.
"Non mi pare proprio che la nostra posizione sia un problema", afferma il vicecancelliere Joschka Fischer. Continua: "Certo, i popoli della nostra Europa hanno una storia più lunga e antica rispetto agli americani. Noi rivendichiamo il diritto ad avere con Washington anche una partnership nel disaccordo". E aggiunge: "Se gli ispettori dell´Onu hanno bisogno di più tempo, bisogna concederglielo, e dargli anche tempo per stilare rapporti". Aggiunge Francis Mer, il ministro dell´Economia francese: "Le frasi di Rumsfeld ci hanno offeso nel modo più profondo". Indignato, nel grande salone dell´ambasciata francese, il commento di una stretta collaboratrice di Chirac: "Gli Usa strillano perché sanno che Berlino e Parigi sono solo la punta di un grande iceberg europeo". Ma il timore comune del Quai d´Orsay e dello Auswaertiges Amt è che gli americani riescano a dividere la coppia francotedesca dal resto del Vecchio continente. Magari tentando di far leva non solo su Londra e Madrid ma anche sulla Polonia e le altre giovani democrazie dell´Est. E la paura tedesca, scrive stamane la Sueddeutsche Zeitung, è che Bush riesca a trascinare la Francia in guerra isolando il ribelle Schroeder. Quando comunque il rapporto tedesco-americano è già in frantumi.
Al momento comunque Chirac e Schroeder sfoggiano unità assoluta. "La risoluzione 1441 del Consiglio di sicurezza (quella che esige il disarmo iracheno) va imposta con mezzi pacifici", dice il cancelliere. "Siamo d´accordo: bisogna fare di tutto per evitare il ricorso alla guerra", conviene il presidente francese. La levata di scudi contro lo schiaffo americano attraversa gli schieramenti politici in entrambe le capitali, a profilare un consenso bipartisan in nome della pace. "Questo è neocolonialismo", denuncia Bernd Posselt, portavoce di politica europea della Csu bavarese, il partito di Stoiber. E per il leader dell´opposizione democristiana, Angela Merkel, "è ingiusto da parte degli Usa ricorrere a toni del genere, e liquidarci come "vecchia Europa"". A Parigi le opposizioni di sinistra sparano a zero contro "l´arroganza americana, la pretesa di governare da soli il mondo". Per l´ex ministro di Mitterrand Jack Lang, l´insulto di Rumsfeld tradisce "una cultura politica totalitaria". La Zdf, il secondo canale tv tedesco, ritenuto vicino ai cristianoconservatori, mette in chiaro: "Francia e Germania appaiono decise a respingere un´idea di nuovo ordine internazionale, in cui ci sia solo una potenza che decide e impone le sue vedute".
Gabinetto di guerra
Furio Colombo su l'Unità
Gli americani sono gente seria. Gli dici che sei pronto a partecipare a una guerra. Si rendono conto che l'impegno è azzardato per un paese come l'Italia. Hanno detto chiaro: "Noi non forziamo la mano a nessuno. Ma se qualcuno dice vengo sarà il benvenuto nella coalizione".
La dichiarazione del portavoce della Casa Bianca Ari Fleischer va intesa così: gli italiani mi hanno detto di voler partecipare alla guerra. Noi gliene diamo atto pubblicamente e li ringraziamo.
Tutto ciò si era capito dalle parole pronunciate a Washington nella conferenza stampa del ministro degli Esteri Frattini. Con lui è finito il giochino mondano di Berlusconi che dice una cosa in un posto e un'altra in un altro. Tanto nessuno di coloro che lo circondano lo smentirà. Frattini ha detto due frasi chiave: "L'Italia farà la sua parte". e "Noi non ci tireremo indietro". Parole da vigilia di guerra.
Ma tutti hanno preferito credere a due o tre altre frasi in cui le ha incartate, e in cui si facevano vaghi riferimenti alle Nazioni Unite.
Gli americani devono essersi resi conto che era il momento giusto di "vedere" il gioco italiano. E hanno fatto la dichiarazione che ha sorpreso e gelato l'Italia.
Ha sorpreso e gelato anche Silvio Berlusconi. Lo avete visto ieri sera sul Tg 1?
Per quanto sostenuto da pause di commento fuori campo e da un montaggio che deve averci risparmiato i momenti peggiori, l'imbarazzo era evidente e coinvolgeva persino gli spettatori.
Non avevi voglia di profittarne ma di suggerirgli un modo di uscirne. Una battuta avrebbe potuto essere: "Sono sorpreso anch'io. Chiederemo subito chiarimenti".
Un' altra: "La nostra amicizia con gli Stati Uniti ci induce a restargli vicini. Ma - da noi come da loro - ogni decisione passa per il Parlamento".
O anche: "Vi assicuro che non abbiamo fatto alcuna promessa o preso alcun impegno senza parlarvene".
Poiché non è pensabile un colpo di mano del portavoce della Casa Bianca (troppi controlli incrociati pesano sulla proverbiale trasparenza della vita pubblica americana) bisogna prendere atto della contraddizione e cercare una spiegazione da questa parte dell'oceano.
La contraddizione è tra ciò che Berlusconi ha detto finora in Italia e la dichiarazione, certo non infondata, della Casa Bianca.
Mentre scriviamo è in corso un Consiglio di ministri d'urgenza e ristretto: il ministro degli Esteri, della Difesa, dell'Interno. Devono aiutare il loro capo a uscire dallo spettacolo e a entrare nella dura e difficile scena di questo momento.
È un gabinetto di guerra? Ora le finzioni sono finite, lo sapremo tra poco e poi persino Berlusconi non potrà evitare di raccontare una sola storia al pubblico non proprio delirante delle Camere e del resto degli italiani.
Improbabile che, dopo, lo portino in giro come un santo.
Se ha ragione la Casa Bianca, persino per l'uomo di Arcore, questa volta, è finita la festa.
Poche cause, in Italia e in Europa, sono più impopolari ...
sul Corriere della Sera
Poche cause, in Italia e in Europa, sono più impopolari della guerra in Iraq. E si capisce che un politico attento ai sondaggi, qual è notoriamente Silvio Berlusconi, gradisca procedere su questo terreno con i piedi di piombo. Ma il presidente del Consiglio si è ritagliato, in un anno e mezzo di governo, un'immagine di leader attivo sulla scena internazionale, buon amico dei maggiori statisti, e in particolare in eccellenti rapporti con il presidente degli Stati Uniti. E' un'immagine alla quale Berlusconi tiene molto, ma adesso i nodi vengono al pettine. Da una parte i sondaggi e i timori dell'opinione pubblica; dall'altra Bush che si attende dall'Italia un appoggio convinto e senza riserve nell'imminente attacco a Bagdad. Al punto che il portavoce della Casa Bianca non esita a stilare un elenco di Paesi che sono dalla parte di Washington, pronti a dar vita a una "coalizione di volontari" contro Saddam. E in tale elenco l'Italia è ai primi posti.
L'uscita del portavoce serviva, nelle intenzioni, a sminuire il contrasto senza precedenti con Francia e Germania (e con la stessa Commissione guidata da Prodi), ma i riflessi italiani sono piuttosto clamorosi. Berlusconi si trova a gestire un'accelerazione brutale della crisi. Finora gli è riuscito di essere al tempo stesso un ottimo alleato degli americani, un cordiale interlocutore dei leader europei e un prudente temporeggiatore in chiave interna. Attento a non dispiacere al suo elettorato, alla Chiesa, a quell'area non trascurabile all'interno della Casa delle Libertà che non vuole la guerra (come testimonia il "manifesto" promosso da Biondi).
Il richiamo alle Nazioni Unite valeva come ombrello per coprire ogni esigenza, da quelle politiche a quelle mediatiche. Adesso il doppio passo non è più possibile. Il "no" a Bush da parte di Chirac-Schröder e l'immediata, un po' sprezzante risposta americana pone anche a Berlusconi una serie di delicati problemi.
Il primo riguarda la relazione con il resto d'Europa, ossia con quell'asse franco-tedesco che è stato negli anni una tradizione della politica italiana e al quale l'opposizione vorrebbe di nuovo ancorare il governo di centrodestra, ben sapendo che Berlusconi si è mosso in altre direzioni: verso Washington, Londra, magari Mosca. Ma il presidente del Consiglio se la cava limitandosi ad auspicare "la coesione dell'Unione". Coesione che palesemente non esiste più. Anche se non si può escludere che i cocci possano essere incollati, come pensa il segretario della Nato, Robertson. In sostanza, non sembra proprio che Berlusconi voglia riallinearsi in ritardo all'intesa Parigi-Berlino.
Il secondo problema investe il rapporto con gli Stati Uniti. Berlusconi ha parlato di "prove certe" circa le armi di distruzione irachene. Prove "riservate" che impongono segretezza. Stando così le cose, si deve intendere che prevale la fedeltà all'alleanza. E dunque il portavoce della Casa Bianca non si è sbagliato, anche se andrà capito che cosa Washington si attende in concreto dall'Italia: solo appoggio politico o dell'altro?
C erto, il richiamo berlusconiano alle mozioni dell'Onu sembra in sintonia con la tesi americana (l'attacco è già autorizzato dalla risoluzione 1441), mentre concede poco alla tesi europea tendente a guadagnare tempo (necessaria un'altra risoluzione). Ma è uno dei nodi che devono ancora essere chiariti.
Infine c'è la questione cruciale del Parlamento. Berlusconi si è affrettato a promettere un passaggio alle Camere e un voto. Tuttavia non tutto è semplice per la maggioranza. Questa volta non sembra proprio il clima giusto per un voto "bipartisan": i primi commenti di Rutelli e Fassino lasciano pochi dubbi al riguardo.
Ma, come ha rilevato Cossiga, la spaccatura del Parlamento pone drammatici interrogativi. E del resto anche il governo dovrà mettere a fuoco vari aspetti ancora nebbiosi nella posizione italiana. A cominciare dal nesso tra le iniziative dell'Onu e i tempi dell'attacco. Come dire che la voglia di giocare un ruolo in una partita planetaria sarà messa alla prova del realismo, della diplomazia, della capacità politica.
Le randellate del Senatùr
Claudio Rizza su Il Messaggero
La lista è lunga. La Lega che minaccia di andare da sola alle amministrative. Bossi che pretende la devolution. Il Carroccio che non vuole saperne di indulti, perché il detenuto è sinonimo di immigrato, e guai a liberarne uno. Castelli che propone il ritorno dell'immunità parlamentare e poi mette sotto azione disciplinare il giudice di Varese che ha già condannato Bossi due volte. Poi, di nuovo, la Lega che vuole sottoporre a referendum le decisioni di un'Europa troppo invadente. Il tutto condito da amenità del tipo: treni con vagoni speciali per gli extracomunitari.
Come si vede, l'offensiva leghista spazia su ogni fronte. Ma da cosa è provocata? Dalle amministrative di maggio. "E' la campagna elettorale che si avvicina, bellezza". L'azione di governo non splende e quel furbacchione di Bossi ha deciso di posizionarsi. Lontani sono i tempi in cui la Lega stava all'opposizione da sola, senza patti con il Cavaliere, e raggiungeva nel Nord Est percentuali a due cifre. Il patto per il governo stretto nel 2001 l'ha vista retrocessa sotto al 4 per cento, e per il Senatùr c'è poco da stare allegri. L'istinto di sopravvivenza consiglia di tenere Berlusconi sulla corda, farlo contento (vedi le ultime sortite di Castelli contro i giudici) ma anche pretendere il rispetto degli impegni e guadagnare posizioni.
Il potere di ricatto" è sempre stato una delle armi più usate nella politica italiana. Fin dalla Prima Repubblica. Basta ricordare come i craxiani tenevano inchiodata la Dc. Bossi sta brandendo la stessa arma in grande stile, perché sa di correre molti rischi. La devolution in nome della quale è disposto a sacrificare quasi tutto pone infiniti problemi ai centristi, ad An e ad una bella fetta di Forza Italia, perché è complicatissimo coniugarla con un federalismo sano e solidale che non terremoti gli equilibri instabili tra Stato ed enti locali. Per giunta, non ci sono soldi e le riforme costano. E' la principale arma di ricatto del Senatùr. "Dico sì solo se mi date presto la devolution", è il suo ritornello.
La morale è che Fini e Berlusconi sono avvisati, Bossi è già in campagna elettorale. Alla Regione Friuli vuole imporre alla Casa delle libertà la leghista Guerra, altrimenti "la Lega andrà da sola". Il Polo diviso difficilmente potrà battere l'ex sindaco Illy. Chissà se il "ricatto" andrà a dama. Bossi è un furbone, gli sgambetti non sono finiti.
La vendetta di Castelli sui giudici
Marco Tedeschi su l'Unità
È stata la Padania a sparare ieri lo scoop a titoli cubitali: "Azione disciplinare contro Abate, il procuratore anti-Bossi e anti-Lega". Con toni da orgoglio e vendetta Gigi Moncalvo, direttore del quotidiano del Carroccio, ha insomma annunciato che nei confronti del pm di Varese Agostino Abate e del suo collega, Domenico Novara, è stato avviato un procedimento disciplinare, un'autentica intimidazione, in seguito a un'indagine amministrativa nella Procura varesina, avvenuta fra il 18 giugno e il 24 luglio scorsi. L'esito di quell'inchiesta avrebbe convinto il Guardasigilli Roberto Castelli ad avviare il procedimento disciplinare presso il Csm. Immediata è scattata la solidarietà nei confronti dei due magistrati. Nel pomeriggio di ieri l'Ulivo di Varese ha organizzato un presidio davanti al Palazzo di Giustizia. Ha aderito anche il movimento dei girotondi, il cui rappresentante locale, Massimo Tafi, ha attaccato duramente il ministro: "Castelli sta utilizzando il ruolo istituzionale che sciaguratamente ricopre per una vendetta nei confronti dei magistrati che indagarono Bossi e la Lega".
Intanto su questa pesante guerra scatenatagli contro, Abate si è limitato a poche parole, mostrando la massima serenità: "In questo momento sono molto impegnato nel mio lavoro che svolgo con tranquillità, come faccio da sempre. Certe cose non meritano commenti e neppure di essere prese in considerazione. Il ministro faccia quello che ritiene opportuno. Un mio commento è inutile. La mia coscienza è tranquilla. Ho sempre fatto solo il mio dovere". Solidarietà immediata dalla sezione varesina dell'Associazione nazionale magistrati che ha adottato una delibera in cui, fra l'altro, si legge: "...È inaccettabile il metodo utilizzato, ossia la diffusione mediatica del contenuto di atti ispettivi disposti dal ministro di giustizia Castelli, atti coperti dal segreto. Inoltre gli operatori di Varese non ignorano il profondo impegno professionale profuso in particolare dal dottor Abate, che ha curato ed è il titolare delle inchieste e dei processi più complessi, sicchè l'additarlo quale esempio di vero male della magistratura appare assolutamente ed oggettivamente non corrispondente in alcuna misura al vero". Ma concretamente che cosa avrebbe appurato l'ispezione estiva di cui si parla? La Padania indica 8 anomalie riscontrate ma è su una che si concentra la campagna denigratoria, quella definita: "L'appunto sulla Lega". Si tratterebbe di un foglio in cui il magistrato darebbe disposizioni affinchè tutti i procedimenti che riguardavano il Carroccio finissero nel suo ufficio. Su questo particolare si è espresso, l'altro magistrato. Dice il sostituto procuratore Domenico Novara: "È stato sollevato un polverone per nulla. Si tratta di un fascicolo che sta nell'armadio, e se stava nell'archivio era la stessa cosa. Sono tranquillo".
Ed ecco il risultato, secondo la Padania: violazione con "colpa grave e negligenza inescusabile i doveri di correttezza"; violazione "dell'obbligo di imparzialità"; violati "i doveri di diligenza"; violati "i doveri di laboriosità"; aver "cagionato grave nocumento al suo prestigio personale"; "nocumento al prestigio dell'ordine giudiziario".
Scrive ancora Moncalvo, nel suo editoriale "come apparire tanto, come lavorare poco-il vero male della magistratura": "Soffermiamoci sulla figura di Abate...Sarebbe emerso chiaramente che la violazione da parte sua dell'obbligo di imparzialità, sancito dalla legge e dal codice etico dei magistrati, si sarebbe indirizzato non solo contro un notevole numero di cittadini (impressionanti i gravi errori), ma manifestamente, esplicitamente, platealmente, indubitabilmente, documentalmente, contro un preciso bersaglio politico: la Lega Nord e l'onorevole Umberto Bossi in particolare".
Valori laici e offensiva religiosa
Gian Enrico Rusconi su La Stampa
E' tempo che i laici escano dall'imbarazzo davanti all'offensiva vaticana e neo-democristiana per la menzione di Dio e delle "radici cristiane" nella Costituzione europea. Non è il caso di drammatizzare. Ma una posizione ferma e serena eviterà che l'intera questione dei valori della civiltà europea venga fatta dipendere da quella menzione o meno.
L'Europa ha evidentemente "radici cristiane" ma oggi essa vive politicamente di "ragioni laiche" - dalla politica della famiglia al confronto multiculturale. I criteri della cultura laica derivano in parte dalle matrici cristiane secolarizzate, ma troppo spesso hanno dovuto affermarsi contrapponendosi al magistero ufficiale della Chiesa su temi e in momenti storicamente cruciali. Pensiamo soltanto alla fase illuministica e liberale, decisive nel formare l'Europa moderna.
La "cultura dei diritti umani" di cui oggi la stessa Chiesa si fa interprete, è frutto laico. La formula "radici cristiane, ragioni laiche" lascia trasparire la dialettica di continuità e conflitto che è tipica della storia europea. Invece un generico e univoco riferimento all'Europa cristiana come fattore identitario comune e solidale è una finzione contraria alla verità storica, che è carica di terribili conflitti interreligiosi.
Ma la semplice menzione di Dio nella Costituzione si presta ad altre riflessioni. La proposta avanzata alla Convenzione da venti firmatari, con in testa Helmut Kohl, parla di "valori di coloro che credono in Dio quale fonte di verità, di giustizia, di bene e di bellezza, come pure di coloro che non condividono una fede, ma rispettano quei valori universali sulla base di altre ispirazioni e convinzioni".
Gli estensori del testo non si sono resi conto del lapsus in cui sono incorsi, creando una gerarchia tra credenti e non. Ci sono infatti i credenti che, richiamandosi a Dio, sono i veri titolari dei valori, poi ci sono "pure" coloro che "non condividono una fede, ma rispettano" i valori. Se non fosse una cosa seria, verrebbe da ridere di fronte a questo modo di parlare che assegna al laico una moralità di seconda scelta. La forza della laicità europea invece sta proprio nel collocare su un piano di assoluta parità le diverse visioni etiche (di fronte a Dio - aggiunge in cuor suo il credente laico). A livello di etica pubblica ciò che conta è la forza degli argomenti e la lealtà delle procedure democratiche.
Ma dietro all'offensiva per "l'eredità cristiana" c'è altro. Si mira a mobilitare le risorse della religione-di-chiesa come supporto di difesa contro una presunta minaccia (islamica) all'identità europea. Questo spiega lo zelo con cui in Italia le forze di centro-destra, che sono largamente agnostiche, sostengono le richieste della Chiesa. Ma questo atteggiamento dà al dibattito sulle "radici cristiane" dell'Europa il sapore di un'operazione politica sottilmente etnocentrica, ben al di là degli argomenti storici messi in campo.
Il Paese senza ricerca che uccide il suo futuro
Umberto Veronesi su la Repubblica
E´ un momento cruciale nella storia dello sviluppo culturale e scientifico di questo Paese. Quelle che sono le tre grandi vie del Nuovo, la ricerca sulle telecomunicazioni, sull´informatica, sulle biotecnologie, procedono ad alta velocità, spinte dalla forza delle idee. Nel passato, materie prime e manodopera a basso costo potevano fare la differenza nello sviluppo economico di una nazione. Oggi sono le idee, la passione delle nuove generazioni a spingersi sempre oltre, alla esplorazione di nuove frontiere, a distinguere un Paese dall´altro. E´ la ricerca, la capacità che un Paese ha di credere e spendere e investire sulle attività della mente, a creare diverse condizioni sociali e culturali di un popolo.
Ma la ricerca, in Italia, marcia faticosamente. I nostri migliori cervelli scelgono di andare a lavorare all´estero. Le strutture - indispensabili per un ricercatore - sono deficitarie. I soldi che si investono sono pochi. E questo crea un quadro sociale, oltre che politico-economico e, ovviamente, scientifico, che ci deve preoccupare.
Le nuove generazioni di scienziati, quelli più motivati e passionali, vengono mortificate; i risultati dei prodotti della mente, le idee, si fanno progressivamente più scarni. Da condizioni simili - è questo il grande rischio che voglio segnalare - non può che nascere un´Italia culturalmente arretrata, segnata dalla obsolescenza scientifica e tecnologica.
Un Paese zoppo, che nei prossimi anni si ritroverà accanto paesi che invece sono in grado di correre con gambe sempre più potenti ed efficienti.
Sono preoccupato, come scienziato e come italiano, di quanto ci potrebbe accadere se parlamento e governo non decidessero di affrontare questa situazione. Occorrerebbe in realtà una "Grande Alleanza per la Ricerca", ideare e costruire un progetto ad alto valore scientifico che cominci ad insegnare ai ragazzi delle scuole medie il primato del cervello e delle idee, la cultura della razionalità e della metodologia scientifica, il rifiuto della superstizione e della approssimazione.
Per poi creare una serie di istituti scientifici di ricerca dove i nostri migliori talenti possano dedicarsi al loro lavoro.
Bisognerebbe che ciascun ospedale italiano, così come avviene negli Stati Uniti, avesse un centro per la ricerca, in modo che ogni scoperta possa essere trasmessa al clinico di quell´ospedale, anche al clinico più tradizionalista che non si sposta dalla routine dell´intervento. All´Istituto europeo di oncologia di Milano, ad esempio, è condizione di qualsiasi assunzione il fatto che la ricerca deve essere parte integrante del lavoro di ciascun professionista. Ogni settimana, alle sette e trenta del mattino, si tiene una conferenza - in lingua inglese - in cui si mette al corrente l´intero staff medico dell´Istituto dei progressi fatti da questa o quella ricerca.
C´è un modello che mi piace segnalare. In Gran Bretagna il governo finanzia la costruzione delle strutture e la messa a disposizione di macchinari, ma spetta al singolo ricercatore - con la qualità dei suoi studi e del suo lavoro - procurarsi i fondi necessari per portare avanti la sua ricerca. Il sistema dei grant, delle elargizioni private, di solito funziona benissimo. Si tratta in sostanza di una piattaforma a doppio binario: lo Stato finanzia le strutture, i privati portano avanti le idee e le ricerche.
Ma anche per avviare il meccanismo di questa strada mediana, occorre un "Grande Progetto". E soprattutto occorre che la politica si convinca della bontà dell´investimento. E´ facile ottenere consenso quando si inaugura un´autostrada o un ospedale, un consenso che paga elettoralmente e in tempi brevi. E´ difficile ottenere consenso quando si investono energie e denaro sulla ricerca, i cui risultati concreti arrivano a distanza di dieci-quindici anni (io ho pubblicato un paio di mesi fa una mia ricerca iniziata nel 1968...).
E´ difficile, certo, ma è ormai diventata una priorità per ogni nazione industrialmente avanzata se vuole evitare la marginalizzazione scientifica e, di conseguenza, anche economica.
24 gennaio 2003