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Lo schiaffo di Versailles
Franco Venturini sul
Corriere della Sera

vauro sul manifesto
  
Quarant'anni di amicizia dopo secoli di guerre meritano senza dubbio la grande festa che francesi e tedeschi hanno celebrato ieri a Versailles, ma in questo caso il trionfo della capacità aggregatrice dell'Europa deve essere parso all'americano George Bush poco meno di uno schiaffo. Chirac e Schröder, protagonisti già da mesi di uno stretto coordinamento in sede comunitaria, hanno scelto di ricordare il Trattato dell'Eliseo ampliando la loro "armonizzazione" alla tanto annunciata guerra contro l'Iraq: i due governi ritengono che soltanto il Consiglio di sicurezza dell'Onu possieda la legittimità necessaria per autorizzare un attacco, appoggiano gli ispettori, non vedono per ora ragioni che inducano a premere il grilletto e si impegnano a lavorare contro la guerra.

La posizione anti-guerra di Versailles si traduce ora in un rafforzamento reciproco dei due approcci, e va ad urtare frontalmente contro la crescente impazienza di Bush.
Sarebbe temerario parlare di isolamento dell'America nei suoi propositi di disarmare militarmente Saddam. L'inglese Blair, messo anch'egli in difficoltà dall'intesa franco-tedesca, resterà a fianco degli Usa. Accenti diversificati percorrono le altre capitali europee. Russia e Cina sono contro la guerra ma non vorranno rompere con Washington. La Superpotenza, in definitiva, conserva una autonomia decisionale che nessuno è in grado di toglierle. Con o senza Onu.
Ma se vorrà passare all'azione entro i tempi consigliati dal calendario Bush rischia di dover pagare il prezzo di una scelta quasi unilaterale, ricca di conseguenze sugli scenari futuri e mal vista dalla sua stessa opinione pubblica. Non a caso il campanello d'allarme è suonato ieri persino alla Nato, dove francesi e tedeschi non sono stati i soli a rinviare l'accoglimento delle richieste operative statunitensi onde evitare che la guerra appaia già decisa.
Per risultare costruttiva, la battaglia diplomatica che Versailles ha rilanciato deve ora porsi un obiettivo: impedire a Saddam Hussein di trarne profitto. E dovrebbero, tutti i governi che oggi vivono le complessità di una libera alleanza, riuscire a guardare oltre Bagdad, farsi carico della necessità di rifondare un sistema di regole capace di bilanciare lo strapotere delle armi e della tecnologia al servizio della pace e della sicurezza collettiva. Il dopo-guerra fredda, lo si scopre ogni giorno, è ancora tutto da scrivere. E non è consolante sapere, anche dopo Versailles, che il primo capitolo potrebbe nascere proprio dalle ricadute di una guerra.


Parigi e Berlino contro la guerra
Gianni Marsilli su
l'Unità

Quasi una confederazione, senz'altro un nucleo di forte integrazione che si pone alla testa dei Quindici e al centro della prossima Unione europea a venticinque. Mentre Tony Blair guarda a Washington e Berlusconi a Mosca, Parigi e Berlino hanno pensato che si aprisse largo spazio nel cuore del continente e dei processi politici che lo animano. E così ieri hanno festeggiato in pompa magna, tra i fasti di Versailles, la ritrovata fratellanza franco-tedesca, che negli ultimi anni sembrava ridotta a rapporti di reciproca sopportazione o, nel migliore dei casi, di buon vicinato.
Ad aiutare il riavvicinamento sono stati diversi fattori: l'accordo raggiunto in ottobre sul finanziamento della politica agricola (miliardi di euro in ballo), il comune giudizio - espresso senza contorcimenti né esitazioni né contraddizioni - sulla guerra che Bush vorrebbe scatenare contro l'Iraq, l'interesse comune per una maggiore flessibilità dei criteri di stabilità finanziaria del Trattato di Maastricht. Ha contato anche una simpatia personale tra Jacques Chirac e Gerhard Schröder, il quale - malgrado l'affinità politica - aveva sempre avuto un rapporto ispido con Lionel Jospin (fraterno amico, invece, del più acerrimo nemico del cancelliere: Oskar Lafontaine). Del resto i "fidanzamenti" più riusciti tra i due paesi sono sempre stati tra leader di sponde politiche diverse: il socialista Mitterrand e il democristiano Kohl, il liberale Giscard d'Estaing e il socialdemocratico Schmidt.
Evocare uno spirito confederale nell'intesa siglata ieri a Parigi non è fuori luogo se si pensa ai punti dell'accordo: creazione di uno stato maggiore congiunto nel quadro della forza europea di "reazione rapida"; formazione di uno squadrone comune di trasporto aereo militare nel quale avrà "importanza fondamentale" il futuro Airbus europeo, quell'A400M alla cui costruzione l'attuale governo italiano aveva rifiutato di partecipare dopo la cacciata del ministro Ruggiero; una riunione semestrale congiunta dei due consigli dei ministri; l'attribuzione della doppia nazionalità a chi ne faccia richiesta; ambasciate comuni. E soprattutto i due paesi si dicono decisi ad "adottare posizioni comuni nelle istanze internazionali, compreso il Consiglio di sicurezza dell'Onu".

Sull'Iraq l'assunto di base comune è il seguente: ogni decisione appartiene esclusivamente al Consiglio di sicurezza, che dovrà esprimersi dopo aver valutato il rapporto degli ispettori, per i quali peraltro si chiede molto più tempo. "È a partire da questa posizione comune - ha detto Chirac - che i nostri rappresentanti al Consiglio di sicurezza e in particolare le presidenze francese in gennaio e tedesca in febbraio, sotto l'autorità dei due ministri degli Esteri, sono perfettamente coordinate e in relazione quotidiana". Washington non apprezza, come ha fatto sapere ieri Donald Rumsfeld. Tanto più che Joschka Fischer parte oggi per un giro in oriente: Turchia, Egitto, Giordania. All'ordine del giorno, le possibilità di "un'applicazione pacifica della risoluzione 1441".


Gli errori di Bertinotti che convengono al Polo
Eugenio Scalfari su
la Repubblica

Mi aspettavo, ovviamente, che sul mio articolo "Bertinotti e Berlusconi uniti nella lotta" (19 gennaio) piovessero le critiche di Rifondazione comunista. Debbo osservare che quelle critiche sono state quasi tutte accompagnate da espressioni di stima per i miei atteggiamenti passati e di rammaricato stupore per le tesi che ho sostenuto a proposito del referendum sull´estensione dell´articolo 18.
Le espressioni di stima pregresse mi hanno fatto piacere, lo stupore mi ha sorpreso: credevo di aver chiaramente spiegato perché ritengo improvvido quel referendum, era perciò quello il tema e non un mio preteso atteggiamento stalinista, critica in verità alquanto incongrua provenendo da persone che spesso hanno fondato le loro tesi politiche su processi alle intenzioni e condanne temerarie su questo o quel "compagno" non allineato sul loro modo di intendere e di volere.
Ma non perdiamoci in recriminazioni e andiamo subito alla sostanza. A proposito della quale mi sembra doveroso distinguere le critiche provenienti da persone che fanno parte del gruppo dirigente del partito (Grassi, Gagliardi) dalle lettere di militanti di base e di firmatari del referendum che non si riconoscono nell´analisi da me fatta e sintetizzata nel titolo dell´articolo in questione.
Fanno bene a non riconoscersi. Io infatti non ho preteso di analizzare le motivazioni che muovono i militanti e simpatizzanti di Rifondazione, del cui impegno civile e politico in favore d´una loro propria visione della sinistra non ho ragione di dubitare anche se posso dissentire sull´utilità di alcune delle conclusioni che essi ne traggono.
Diverso è il discorso sulle strategie e la linea del gruppo dirigente che, proprio per il ruolo che gli è proprio e per le responsabilità che ne derivano deve rispondere degli effetti che le sue decisioni producono non solo su Rifondazione ma su tutte le forze della sinistra dovunque collocate e comunque configurate. È qui che si pone il tema del referendum e di molte altre decisioni assunte in un passato non remoto che ancora incombe sul presente e sul futuro della sinistra italiana.

* * *
La prima osservazione da fare in proposito è questa: nel momento in cui il gruppo dirigente di Rifondazione e quello della Fiom decisero di raccogliere le firme per indire il referendum sull´estensione dell´articolo 18 si consultarono con le altre organizzazioni politiche e sindacali che avevano sostenuto la necessità di difendere l´articolo 18 nella sua attuale formulazione? Si consultarono con i partiti della sinistra e con i sindacati, la Cgil in particolare, che aveva sostenuto tutto il peso di quella battaglia? Non risulta che questa consultazione ci sia stata né - e questo è ancora più grave - che si sia tenuto conto della riluttanza e addirittura del parere negativo che su quel referendum fu manifestato dalla maggior parte di quei soggetti politici e sindacali, a cominciare dalla stessa Cgil di Cofferati e di Epifani, nel momento stesso in cui cominciarono a raccogliersi le firme necessarie. Rifondazione e Fiom andarono avanti in una non-splendida solitudine, atteggiamento comprensibile per posizioni affidate al dibattito parlamentare o ai programmi elettorali di un partito, ma non per consultazioni referendarie che debbono ubbidire ad una logica trasversale se non vogliono votarsi fin dall´inizio ad una cocente sconfitta.
La seconda osservazione parte proprio da questo punto: quante sono le probabilità, anzi le possibilità che al referendum il "sì" risulti vincente? Nessuna. Un qualsiasi "bookmaker" lo darebbe a uno su un milione. Si trattasse di scommesse sui cavalli un giocatore spericolato potrebbe anche essere indotto a tentare, sedotto dall´altezza del premio; ma uomini politici responsabili non possono coinvolgere il proprio esercito in una guerra d´avventura la cui conclusione è scritta in partenza e compromette le sorti non soltanto di un partito e d´una organizzazione sindacale ma di tutto un vasto schieramento d´opinione cui è affidata l´opposizione politica, parlamentare, sociale, per contrastare la forza e i disegni della maggioranza governante.

I promotori del referendum hanno lanciato una (improvvida) iniziativa che conviene al Polo? Personalmente ne sono convinto; oggettivamente è un fatto certo e basta a confermarlo l´esultanza con la quale la falange berlusconiana ha accolto la sentenza di ammissibilità della Consulta. Ho già sviluppato questo aspetto della questione nel mio articolo di domenica scorsa, sicché non mi ripeto.
Ne erano essi consapevoli? Forse sì, forse no. Ma il punto non è tanto questo quanto che il gruppo dirigente di Rifondazione ha sempre avuto come propria linea di condotta il motto - del resto tipico delle forze ideologicamente rivoluzionarie - del "tanto peggio tanto meglio", una linea di condotta sciagurata per la democrazia e per la sinistra.
Il "tanto peggio tanto meglio" è un regalo fatto alla destra più retriva, al "law and order" concepito e attuato nei modi più reazionari e autoritari. All´ombra di quella linea di condotta talvolta le "sette" riescono a preservare la propria esistenza per un futuro senza scadenze, ma non può esser questo l´orizzonte entro il quale si muovono i grandi partiti e i grandi movimenti democratici.
Post Scriptum. Ho letto, ma senza stupirmene, l´articolo di Angelo Panebianco sul Corriere della Sera di lunedì. È pieno di riconoscimenti alla coerenza e alla onestà intellettuale dei promotori del referendum e di asprissime critiche contro Cofferati e i movimenti che lo seguono. Non avevo bisogno di questa conferma perché l´avevo largamente prevista, ma è comunque puntualmente arrivata. Dovrebbero rifletterci su con attenzione i militanti e simpatizzanti di Rifondazione: se riscuotono gli apprezzamenti di Panebianco e al tempo stesso le mie critiche qualche ragione ci sarà.


Lo psicodramma del Polo spaccato
Stefano Folli sul
Corriere della Sera

Si avvicinano le elezioni amministrative e uno dopo l'altro saltano i bulloni della coalizione di governo. Certo, come dice Gianfranco Fini, "le ragioni dello stare insieme prevarranno". Nessuno dispone di una carta di ricambio e si presume che la situazione non cambi fino al termine della legislatura. Ma le ragioni della convivenza sembrano finire qui. Non riescono a produrre molto altro che litigi, fratture, ostruzionismo in Parlamento, ricerca di visibilità da parte di questo o quel gruppo. E una certa tendenza alla demagogia. Tanto che viene da domandarsi se Berlusconi sia consapevole dell'immagine che la Casa delle libertà (Forza Italia compresa) sta trasmettendo di sé. Il caso indulto-indultino-amnistia, nella sua oscurità, rispecchia bene il clima d'incertezza. Promesso al Papa in occasione dello storico discorso in Parlamento, lasciato intravedere ai carcerati, i quali ovviamente ci hanno creduto e adesso sono in fermento, il famoso atto di clemenza è all'origine di uno psicodramma tanto confuso quanto sterile. L'unico risultato visibile, per ora, è la rottura della maggioranza, con la Lega e Alleanza Nazionale che dicono "no" in nome della sicurezza pubblica.
Tuttavia la Lega, custode del rigore, è lo stesso partito che ha rilanciato un'ipotesi di amnistia larga e davvero "tombale". Presentata così sulla Padania di ieri: "L'indultino serve solo ai detenuti. Se proprio occorre fare un atto di clemenza, allora deve riguardare più ampiamente il Paese". Ma se l'idea è un'amnistia che chiuda in via definitiva la lunga stagione che va dalla crisi della Prima Repubblica alla transizione, il momento scelto per proporla non sembra il più indicato.

C'è la sensazione che ognuno vada per conto proprio nella Casa delle libertà. I lavori parlamentari sono di fatto paralizzati dal nervosismo leghista che non riguarda solo l'indultino, ma tocca altre questioni, in apparenza minori. Come la riorganizzazione del corpo delle guardie forestali. Bossi persegue con tenacia il suo progetto di devoluzione e lascia la briglia sciolta al suo partito pensando al voto di primavera. Per An il nervo dolente è sempre la giustizia ed è chiaro che fatica ad accettare la linea dura contro i magistrati. Ne deriva lo strano caso di una maggioranza mai così ampia e mai così immobile.


"Un Ulivo aperto anche ai girotondi"
Goffredo De Marchis su
la Repubblica

ROMA - Professor Parisi, sono possibili liste comuni partiti-movimenti alle prossime amministrative?
"Non ci sarebbe alcuno scandalo se in certe situazioni qualcuno pensasse a nuove aggregazioni elettorali".
Vale solo per i Ds o se ne deve fare carico anche la Margherita?
"Ho sempre pensato che i movimenti interpellassero tutte le componenti del centrosinistra, Margherita compresa. La loro stessa definizione ulivista impedisce di considerarli come un problema solo per uno o per l´altro. Ma sono indispensabili due premesse. Una riguarda le forze dell´Ulivo: se ad avere il diritto di parola nella coalizione sono solo i partiti, nessuno si meravigli che i movimenti si sentano tentati a farsi partito. Allo stesso tempo sarebbe paradossale che iniziative politiche nate sotto il segno dell´Ulivo finiscano per contrapporsi ad esso".
Flores d´Arcais dice che si faranno sentire lì dove il centrosinistra ha candidati impresentabili.
"I movimenti non sono il servizio d´ordine della coalizione. Non è questo il ruolo. Devono coltivare ambizioni più grandi ovvero stimolare, sollecitare, partecipare e assumersi le giuste responsabilità".
A Cofferati è stato chiesto molte volte di avere delle responsabilità nella coalizione ma lui ha sempre risposto di no.
"L´importante è che gli inviti vengano rivolti come un segnale di apertura e non come un tentativo di neutralizzazione. Tuttavia dobbiamo ricordare che per costruire un luogo in cui sia possibile cooperare bisogna che tutti manifestino la disponibilità reale. Del resto già oggi l´Ulivo è un patto di Schengen in cui è possibile attraversare al suo interno i confini senza esibire il passaporto".

Dunque, Fassino non sbaglia quando insinua il sospetto che qualcuno voglia una sinistra indebolita dentro l´Ulivo.
"Chi immagina che la precondizione per la costruzione dell´Ulivo sia l´indebolimento di una parte sbaglia. Ma commette un errore altrettanto grosso chi immagina che la costruzione della propria parte riguarda l´oggi e invece la costruzione dell´Ulivo si può sempre rimandare a domani. I partiti attuali dovrebbe pensarsi come le sezioni di un partito più grande, l´Ulivo. Del resto questo è il percorso che fanno già gli elettori. Prima scelgono la coalizione, poi esprimono la loro preferenza partitica.
I girotondi hanno "licenziato" gli attuali dirigenti dell´ulivo. Lei condivide?
"Capisco la loro rabbia e la loro impazienza per la nostra inadeguatezza. Ma delegittimare è troppo facile. Condivido il richiamo a una partecipazione maggiore, a forme di consultazione più larga nella scelta della leadership. I movimenti non si arrendono all´idea delle inevitabili decisioni dei vertici, il loro è un no netto a questo sbocco. Le soluzioni ci sono e mi trattengo dal pronunciare la parola primarie solo perché è meglio farle anziché riproporle a vuoto ogni volta".
In verità loro hanno già scelto: vogliono il ticket Prodi-Cofferati.
"Indipendentemente dal fatto che io possa condividere questa idea non mi esprimo proprio perché sono il primo a richiamarmi a un metodo".
Prodi ha detto tre volte basta alle polemiche sul passato nel centrosinistra. Sta già parlando da leader della coalizione?
"Ha parlato da italiano. E da cittadino dell´Ulivo".



Che rissa sul sondaggio-boomerang
Mario Ajello su
Il Messaggero

ROMA — "Berlusconi fiuta i sondaggi come fossero cocaina", diceva il filosofo Lucio Colletti, che al Cavaliere voleva bene. In queste ore sono gli avversari di Cofferati e Moretti a fiutare un sondaggio eccitandosi per i numeri che contiene. Maramaldeggia addirittura la dalemiana Velina Rossa: "Si dice che Nanni Moretti sia rimasto molto sorpreso leggendo il sondaggio apparso l'altro giorno sull'Unità". Nel quale si scopre, fra l'altro, che il 56 per cento degli italiani ritiene i girotondi dannosi per il centro-sinistra e il 90 per cento amerebbe il dialogo bipartisan. Ecco, il sondaggio anti-girotondino pubblicato sul quotidiano più girotondino che ci sia si sta rivelando un clamoroso boomerang politico per chi lo ha commissionato? Oppure è la dimostrazione della correttezza del direttore Colombo e del condirettore Padellaro che mettono in pagina un documento così clamorosamente in controtendenza rispetto alle proprie posizioni? O addirittura va letto come la linea giusta che l'"Unità" dovrebbe adottare, visto che "la linea del vostro giornale - così ha scritto appena qualche giorno fa in una lettera il superdalemiano Gianni Cuperlo - è diversa da quella dei Ds"? Moretti ha letto il sondaggio e si dice "nient'affatto turbato" dai suoi contenuti anche perchè "i sondaggi sono quello che sono".

Se il dubbio viene girato a Nando Pagnoncelli, di Abacus, lui spiega tecnicamente che "occorre stare bene attenti, nel formulare domande sui girotondi, a distinguere due aspetti. Una cosa è considerare i girotondi come un nuovo partito che si aggiunge agli altri: e in questo caso l'apprezzamento è minimo. Un'altra cosa è intendere i girotondi come risorsa, arrichimento e stimolo per i partiti già esistenti: e in questa accezione, mi risulta che il gradimento degli italiani è alto".



L´Olanda torna ai due partiti storici
Enrico Singer su
La Stampa

Il ciclone Pim se n'è andato. Si è dissolto. Proprio come una tempesta di vento che scoperchia le case, ma poi svanisce. E lascia la gente al lavoro per rimettere le cose a posto. In Olanda i grandi partiti, quelli che fino al maggio dell'anno scorso si erano ordinatamente divisi il potere, le cose le hanno rimesse a posto ieri notte. La Lista Pim Fortuyn è finita in un angolo della scena politica. Da 26 a 8 seggi. Il primato è rimasto ai democristiani del premier uscente, Jan Peter Balkenende. Sia pure per una manciata di voti e 44 seggi, due soli in più dei 42 andati ai laburisti che hanno inseguito fino all'ultimo il ribaltone, ma non l'hanno raggiunto. Almeno secondo il risultato, non ancora definitivo, del 98 per cento delle schede scrutinate. Adesso si apre una fase complessa di trattative per una nuova coalazione di destra con i liberali (28 seggi), terza forza del Paese. O per una "grande coalizione". Tutti insieme per far dimenticare Pim. Come è successo anche durante la campagna elettorale che ha avuto un solo motivo dominante: recuperare quegli elettori - ben un milione e seicentomila - che il 15 maggio del 2002 avevano creduto nella Lista inventata dal nulla da Pim Fortuyn, il professore gay, paladino di tutte le differenze e di tutte le proteste, raffinato dandy e abile polemista. Ucciso a nove giorni dal voto nel parcheggio di una radio dove aveva appena partecipato a un dibattito e diventato subito un eroe, un mito. Ma i suoi eredi non sono stati capaci di conservare il patrimonio che Fortuyn, con la sua fine tragica, gli aveva consegnato proiettandoli al governo in coalizione con i democristiani e i liberali. Anche lo slogan scelto per questa campagna elettorale, paradossalmente, sembrava un epitaffio. "Heb lef, stem Lpf" che vuol dire: abbiate coraggio, votate Lista Pim Fortuyn. Ma il coraggio è proprio quello che è mancato ai dirigenti del movimento nato attorno a Pim. L'inesperienza delle persone che Fortuyn aveva messo nella sua lista e le feroci liti interne hanno cancellato in fretta il ricordo di un leader che ha vinto senza poter governare.


Il sogno di Porto Alegre: povertà zero
Piero Sansonetti su
l'Unità

Il popolo no-global si guarda, si conta: scopre di essere ancora più grande di due anni fa, ancora più grande dell'anno scorso. A Porto Alegre stanno arrivando centomila persone per partecipare al terzo Forum sociale mondiale. L'Università cattolica da un paio di giorni è un formicaio, gente che si dà da fare, che prepara le strutture, organizza i dibattiti, le assemblee plenarie, le tavole rotonde. Il Forum ufficialmente inizierà domani pomeriggio con un corteo, e poi ci saranno quattro giorni di dibattito e la manifestazione finale.
Nei quattro giorni di dibattito sono previste tra le millecinquecento e le duemila riunioni. Alcune piccole, cioè con poche centinaia di partecipanti. Alcune molto grandi, con tre o quattromila persone.
Probabilmente lunedì prossimo, quando parlerà Chomsky, bisognerà smontare le pareti delle gigantesche aule dell'Università cattolica per fare spazio a diecimila persone, su per giù. Anche l'anno scorso successe così. Chomsky è il personaggio più carismatico del mondo no-global. Gli si riconosce non solo una straordinaria profondità di pensiero, ma anche il merito di avere avuto il coraggio di restar solo, per molti anni, a predicare nel deserto le sue idee. La sua idea fondamentale è quella sulla quale è nato questo movimento, un'idea semplice: e cioè che il liberismo, in fondo in fondo, è un po' una schifezza. Diciamo meglio: "è uno dei peggiori tra i sistemi possibili". Idea, al momento, abbastanza minoritaria nell'intellettualità occidentale.
Chomsky parlerà sul tema più impegnativo di tutti: "Come affrontare l'impero".

I no-global dicono che il militarismo non è un aspetto particolare della nuova globalizzazione americana. E' la natura di questa globalizzazione. Dicono che militarizzazione e concentrazione dei poteri e delle risorse economiche sono una l'effetto dell'altra. E anche pacifismo e anti-liberismo. È questa l'idea che unifica tutti: cristiani, socialisti, marxisti, anarchici e le varie correnti dell'ambientalismo.
Cosa si può sperare da Porto Alegre? Si discuterà su cinque grandi questioni ( loro dicono cinque aree tematiche) che possono essere riassunte in cinque parole chiave: sviluppo, diritti, informazione, potere e guerra. Proprio in questa successione. Si parte dalla definizione di uno sviluppo sostenibile (che trovi il proprio valore nella sua diffusione e nella sua distribuzione, non nell'obbligo a crescere e a finanziarizzarsi) si passa per l'affermazione dei diritti fondamentali, e poi si pongono le tre grandi questioni dell'organizzazione politica: informazione, democrazia e uso della forza.
L'obiettivo che riassume tutto, è semplicissimo ed è stato già dichiarato: rendere illegale la povertà.
In fondo è anche il programma di Lula, e Lula - non solo simbolicamente - è la grande speranza di questo popolo: "pobreza zero", cioè povertà zero. Vi ricordate quando sette o otto anni fa il mitico sindaco di New York, Rudolph Giuliani (abbastanza amato anche dai progressisti di mezzo mondo) dichiarava il suo obiettivo "tolleranza zero"? Cioè lotta senza quartiere al crimine, alle illegalità, alle irregolarità, agli sbandati? Voleva spazzar via da New York barboni, venditori ambulanti, prostitute e scippatori. Si capisce qual è la differenza tra chi ha come obiettivo la tolleranza zero e chi dice povertà zero? Tra chi vuole incarcerare e chi vuole sfamare? Se si capisce, è presto detta la differenza tra no-global e liberismo. E anche - grosso modo - quella tra sinistra e destra.


La piccola tele-vedetta lombarda
Norma Rangeri su
il Manifesto

Ai confini del palinsesto, per la seconda volta (la prima fu uno Sciuscià pirata sulla manifestazione dei girotondi in piazza S.Giovanni), centinaia di migliaia di telespettatori, martedì sera hanno potuto usare il telecomando per evadere dal monopolio berlusconiano e sintonizzarsi con un altro paese. Grazie all'iniziativa di un imprenditore pronto alla costituzione del mai nato terzo polo televisivo, Sandro Parenzo, proprietario di TeleLombardia, le telecamere hanno portato nelle case di molti italiani (con la connessione in contemporanea di 16 tv locali), un talk-show sulle libertà e sui diritti che resuscitava una piazza santoriana prima maniera, con un pubblico di cinquemila persone radunate nel palasport di Sesto S.Giovanni, e, come ospiti, attori, giornalisti e politici che si alternavano al microfono seguendo l'ordine indicato da Piero Scaramucci ex direttore di Radio Popolare e conduttore della serata. Era un incontro sui diritti (la cronaca del manifesto di ieri ne dà ampia documentazione) e quello a una libera televisione ha tenuto la scena come leit-motiv della serata, con il piccolo schermo giudicato il volano di ogni battaglia politica e sociale della sinistra, a meno di non rassegnarsi a un destinino minoritario e autoreferenziale.

Quella di Sesto era una piazza santoriana nel senso che lì si rappresentava un pezzo d'Italia che di colpo è stato espunto dall'informazione del servizio pubblico. Non perché hanno tagliato la testa a Biagi e a Santoro, ma perché hanno cancellato alcuni milioni di persone che oggi non hanno né voce né volto, che non riescono a guardare quel che offre la Rai di Baldassarre e Saccà (vedi il flop dei programmi che hanno sostituito quelli censurati), ma che ugualmente devono pagare il canone. "Hanno cancellato Biagi perché parlava a tutti" ha detto il regista de Il Fatto, Loris Mazzetti, autore di uno sfogo amaro, ma anche di un coraggioso invito ai politici a non partecipare a certe trasmissioni ("non legittimatele, aiutateci in questo modo"), definendo l'oscuramento di Biagi, opera di killer (gli faranno un processo?). È proprio impossibile evitare di subire passivamente la prepotenza di chi amministra una grande azienda culturale, con un consiglio di amministrazione telecomandato da Palazzo Arcore? Beppe Giulietti ha lasciato aperta la porta a un filo di speranza rilanciando l'iniziativa dell'associazione Articolo21, che sta lavorando alla possibilità di un congelamento del canone "che non è l'evasione dei leghisti, ma l'obiezione del cittadino, contro la vera pornografia di questa tv, la censura". Potrebbe essere troppo tardi (i tempi sono strettissimi, la campagna per il rinnovo dell'abbonamento è martellante), ma è già un notevole progresso che da un piccolo punto dell'arcipelago della sinistra italiana si metta all'ordine del giorno un gesto di opposizione sociale.


Ricostruito in Cina il dinosauro volante
Claudia Di Giorgio su
la Repubblica

dinosauro volante
  
Quattro grandi ali piumate ed una lunga coda pennuta: era questo l'aspetto del Microraptor gui, un piccolo dinosauro che planava tra un albero e l'altro, un po' come fanno oggi gli scoiattoli volanti, circa 128 milioni di anni fa. Un gruppo di ricercatori dell'Istituto di Paleontologia dei Vertebrati di Pechino, guidato da Xing Xu è riuscito a ricostruirne le fattezze a partire da sei diversi esemplari fossili, ritrovati in una provincia della Cina del nord. Una ricostruzione spettacolare, poiché nelle rocce che conservavano i fossili è rimasta l'impronta indiscutibile delle piume che ne ricoprivano gli arti e la coda.
Presentata sul numero di "Nature" in edicola da domani, la scoperta rappresenta un'ulteriore conferma della stretta parentela tra uccelli e dinosauri. Ma aggiunge un tassello importante alla storia evolutiva dei volativi odierni, avvalorando l'ipotesi che i loro diretti ascendenti siano state creature che vivevano sugli alberi e che l'evoluzione del volo battente sia stata preceduta da una fase di volo planato. Questa teoria fino ad ora si trovava in concorrenza con un'altra visione dell'origine del volo, che immaginava lo sviluppo dei volativi a partire da dinosauri terricoli, dotati di arti inferiori particolarmente potenti e adatti alla corsa. In realtà, il primo a parlare di un dinosauro "quadrialato" è il naturalista americano William Beebe, che nel 1915 ipotizzò che nell'evoluzione del volo vi fosse una fase in cui esistevano dinosauri dotati di piume su tutti e quattro gli arti e capaci di planare. Proprio come il Mircoraptor gui, così battezzato in onore del paleontologo Gu Zhiwei, che ha scavato per molti anni nella zona dove è avvenuto il ritrovamento.
Le prove della funzione aerodinamica delle piume del Mircoraptor gui sono "eccellenti", scrive Nature in un articolo di commento alla scoperta, e molte delle loro caratteristiche "corrispondono in modo straordinario" a quelle della disposizione delle piume sulle ali degli uccelli moderni. I quali sarebbero imparentati con i teropodi, un gruppo di dinosauri carnivori e bipedi, ed in particolare con i dromeosauri, alla cui famiglia appartengono, tra gli altri, il velociraptor reso famoso dai film di Spielberg e la nuova specie scoperta dai paleontologi cinesi.


   23 gennaio 2003