
Schroeder e Chirac, il patto di Versailles
Cesare Martinetti su La Stampa
Charles De Gaulle e Konrad Adenauer scelsero di abbracciarsi come due vecchi compagni d'armi; François Mitterrand e Helmut Kohl di tenersi per mano come due scolaretti. Oggi Jacques Chirac e Gerhard Schroeder dovranno inventarsi un gesto fisico da regalare ai fotografi per sigillare in un'immagine il nuovo accordo tra Francia e Germania. Non sarà facile. De Gaulle e Adenaeur, firmando quarant'anni fa il Trattato dell'Eliseo, mettevano fine a secoli di guerre tra una sponda e l'altra del Reno. Mitterrand e Kohl annunciavano la riunificazione d'Europa. Oggi anche Chirac e Schroeder vorrebbero annunciare che il rinnovato asse Parigi-Berlino batte i tempi del nuovo secolo. Ma non è così. Il soffio della Storia questa volta non c'è. Eppure tutto è preparato per il grande evento, a cominciare dal teatro, l'"Aile du Midi du Château de Versailles", gigantesco emiciclo con le poltrone rossoscure, dal 1875. Qui sono stati eletti i presidenti francesi della III e IV Repubblica. Qui si riuniranno oggi in seduta congiunta i Parlamenti francese e tedesco. La seduta comune si ripeterà domani a Berlino.
L'asse tra due uomini che non hanno mai dimostrato di amarsi molto si è riformato nell'ottobre scorso, al Consiglio europeo di Bruxelles, quando Berlino ha sostenuto la Francia nel difendere gli aiuti ai suoi agricoltori e Parigi ha messo al sicuro la Germania (maggior contribuente Ue) da ulteriori costi per l'allargamento a Est. I due Paesi si sono poi trovati sulla stessa barricata quando il Commissario alla moneta, Solbes, ha inviato a entrambi la lettera di ammonizione per deficit eccessivo. La Germania sfora nel 2002 il tetto tabù del 3 per cento; la Francia ci va molto vicino. Insomma, il vero terreno di intesa tra i due Paesi è stato finora quello di aiutarsi a superare i problemi, anche a spese degli altri, com'è avvenuto sul rinvio della riforma della Politica agricola comune. Per quanto riguarda la politica economica, invece, a problemi comuni i due governi rispondono con politiche opposte: "La Germania non può, la Francia non vuole", scriveva ieri Le Monde. Nonostante il deficit, Parigi non riduce le spese. Come si vedrà oggi nel grande teatro di Versailles.
Francia e Germania unite motore europeo per la pace
Gerhard Schroeder su la Repubblica
Tedeschi e francesi hanno in questi giorni buoni motivi per festeggiare. Oggi per la prima volta nella storia i parlamenti liberamente eletti dei due paesi s'incontreranno a Versailles per celebrare insieme il quarantesimo anniversario del trattato dell'Eliseo. E sono trascorse solo poche settimane da quando, fondamentalmente grazie alla forte intesa tedesco-francese, il vertice europeo dell'allargamento ha coronato le trattative per l'ingresso nella Ue dei nostri vicini dell'Europa centrale ed orientale. Abbiamo compiuto così un passo verso il futuro che può aspirare ad assumere significato storico. Entrambe le date, il trattato dell'Eliseo e il vertice di Copenaghen, sono pietre miliari nella storia dei successi tedesco-francesi degli ultimi 40 anni. Nel '63 la dichiarazione di collaborazione reciproca voluta da politici coraggiosi e appoggiata da cittadini impegnati, intellettuali e personalità della vita pubblica rappresentava un'audace speranza e una solenne promessa.
Le nostre due nazioni, la cui storia e il cui destino si sono per secoli tanto strettamente ma anche tanto tragicamente intrecciati, non intendevano mai più entrare in conflitto. Invece, sulla base dei valori che accomunano le nostre culture, volevano costruire insieme il futuro. Ecco dove risiede l'eccezionale portata storica del trattato dell'Eliseo: due paesi fratelli nel centro d'Europa, uniti da stretti legami, ma così spesso nemici in passato, si sono associati.
Nei quarant'anni successivi si è continuato a parlare di "motore" tedesco -francese per l'unificazione europea. In effetti questo motore ha dato dimostrazione della sua potenza in occasione di molte decisioni. Insieme abbiamo ottenuto grandi cose: la sicurezza e la libertà in Europa, un benessere mai conosciuto prima per i nostri popoli, i benefici del mercato interno e confini più aperti. Infine la moneta unica.
Per il futuro occorre rafforzare il rapporto d'amicizia tedesco-francese incrementando gli scambi a livello politico, economico e sociale e cercando soluzioni comuni. Questo vale certamente nell'ambito dell'economia e della politica sociale per la giustizia e per i problemi della sicurezza in un mondo minacciato da nuovi pericoli. Germania e Francia si trovano al centro degli sforzi urgenti e urgentemente necessari, per una politica estera e di sicurezza europea realmente comune.
Il gruppo di intervento europeo è a questo proposito solo un esempio attuale. Nelle crisi riguardanti il terrorismo, l'Iraq e la Corea del Nord i nostri popoli possono contare sul fatto che i governi di Germania e Francia uniranno le proprie forze e iniziative per mantenere la pace, evitare la guerra e garantire la sicurezza delle persone. Il secondo elemento del compito di costruire un futuro comune che ci siamo dati con il trattato dell'Eliseo è approfondire ulteriormente l'unità europea. Insieme dobbiamo far sì che un'Unione europea allargata mantenga governabilità e capacità di azione.
A questo fine con la nostra iniziativa comune diretta alla Convenzione Europea abbiamo avanzato una valida proposta di riforma delle istituzioni europee: il motore tedesco francese funziona. Sappiamo però anche di doverci rivolgere ancor più di quanto è avvenuto finora alle cittadine e ai cittadini dei nostri paesi: essi vogliono nella stragrande maggioranza l'Europa comune e i valori di libertà, pace, distribuzione del benessere e giustizia globale che l'Europa incarna. Oggi secondo loro quest'Europa non è talvolta sufficientemente trasparente e controllabile. Tramite una riforma istituzionale che non da ultimo rafforza l'europarlamento contrastiamo questo aspetto. Ma il "cuore" comune rappresentato dall'amicizia tedesco-francese resta anche per il futuro irrinunciabile e nostra grande forza.
L'autore è cancelliere tedesco Copyright Berliner Zeitung Traduzione di Emilia Benghi
Bush manda altre truppe
Bruno Marolo su l'Unità
WASHINGTON L'Onu si è spaccata. Sfidato dalla Francia con una minaccia di veto, George Bush ha mandato altre truppe contro l'Iraq. Il suo amico Tony Blair ha fatto lo stesso, e ha ribadito che i soldati britannici andranno in battaglia con gli americani anche a costo di rompere con gli altri europei. L'Italia, tra incudine e martello, è alla ricerca di un compromesso. Il ministro degli esteri Franco Frattini ha incontrato a Washington il segretario di stato Colin Powell e la consigliera per la sicurezza nazionale Condi Rice. Lunedì a New York era stato ricevuto dal segretario generale dell'Onu Kofi Annan.
"Chi non è con noi è contro di noi", aveva ammonito George Bush subito dopo l'attacco dell'11 settembre. Le sue parole non sono mai state vere come oggi. Il tentativo di organizzare nell'ambito dell'Onu l'azione contro l'Iraq voluta dagli americani si è incagliato quando Francia, Germania, Russia, Cina e altri paesi membri del consiglio di sicurezza hanno messo in chiaro di voler dare agli ispettori tutto il tempo necessario, e non soltanto qualche settimana. Gli americani avrebbero voluto cominciare la guerra in febbraio. Si erano detti disposti ad aspettare fino a marzo per venire incontro agli alleati. Ma gli alleati non vogliono la guerra. Vogliono una soluzione diplomatica che a Bush non piace.
"Per me è chiaro - ha ammonito il presidente americano - che Saddam non intende disarmare. Ha avuto tutto il tempo per farlo e ora il tempo sa per scadere. Vi farò sapere quando sarà venuto il momento dell'azione". L'America alza il tono, dopo che il ministro degli esteri francese Dominique De Villepin ha messo le carte in tavola. Il segretario di stato Colin Powell aveva esortato lunedì il consiglio di sicurezza a "non aver paura di assumersi le proprie responsabilità, quando gli ispettori presenteranno il rapporto la prossima settimana". La Francia, presidente di turno del consiglio, ha chiarito che gli Stati Uniti non otterranno il mandato per usare la forza, né tra una settimana, né tra un mese. "Niente - ha dichiarato - giustifica una guerra in questo momento. Siamo sicuri che i programmi dell'Iraq per la produzione di armi di sterminio sono bloccati". Quando gli è stato domandato se la Francia porrebbe il veto il ministro ha risposto con una frase che suona quasi beffarda nei confronti di Colin Powell. "La Francia - ha detto - si assumerà le proprie responsabilità, fedele ai principi in cui crede".
Questa posizione è stata sostenuta da altri due paesi con diritto di veto, Russia e Cina. La Germania, che assumerà il mese prossimo la presidenza del consiglio di sicurezza, è assolutamente contraria all'uso della forza. Un numero sempre maggiore di paesi sembra preoccupato di fermare la macchina da guerra americana più che di togliere le armi proibite al regime iracheno, che non potrebbe usarle senza esporsi a una devastante risposta militare.
Da Londra, Tony Blair ha confermato di essere pronto all'azione "anche se qualcuno ponesse un veto irragionevole". La Gran Bretagna ha mandato ieri al fronte 26 mila soldati, molti più del previsto. Non ha esitato a schierarsi con Bush contro Francia e Germania, a prezzo dell'unità europea. "Per Saddam - ha ammonito Tony Blair - non c'è via di uscita all'infuori del disarmo".
Il 28 gennaio Bush annuncerà alle camere in seduta congiunta i suoi programmi, nel discorso "sullo stato dell'Unione". La parte che riguarda l'Iraq sarà messa a punto alla luce del rapporto presentato il giorno prima dagli ispettori dell'Onu. Alcune frasi tuttavia sono già scritte. Saddam, dirà Bush, nasconde armi di sterminio, ha rapporti con i terroristi ed è una "minaccia imminente" per gli Stati Uniti. La Casa Bianca sottolinea che il presidente non dichiarerà la guerra in questa occasione. Se non riuscirà a convincere l'Onu, rivolgerà un altro discorso alla nazione americana e spiegherà che non c'è posto per Saddam Hussein nella sua visione del mondo.
Cofferati vara l'alleanza anti-Berlusconi
Paolo Foschini sul Corriere della Sera
SESTO SAN GIOVANNI - Un "problema istituzionale". Una "minaccia per la giustizia". Un "pericolo per la democrazia". Insomma il "problema Berlusconi", sintetizzato a 360 gradi dentro un Palasport, quello di Sesto San Giovanni, davanti a 5.000 che vent'anni fa da queste parti sarebbero stati operai e che ieri sera erano invece anche insegnanti, impiegati, liberi professionisti, avvocati, commercianti, tutti ad ascoltare in silenzio, senza alcun tifo girotondista, con un'attenzione preoccupata più simile a quella di una platea universitaria che non di una manifestazione politica. Sul palco, a parlare, ci sono Cofferati e Santoro, c'è Claudio Castelli di Magistratura democratica e c'è Lella Costa, il medico pacifista Gino Strada in collegamento da Kabul e poi Di Pietro, e il giornalista Marco Travaglio pluriquerelato dal premier. E poi altri, chi più a sinistra e chi meno, ma con in comune la "grande, grandissima preoccupazione per quel che Berlusconi sta facendo a questo Paese: in materia di giustizia, lavoro, informazione, libertà". Ed è sotto l'insegna dello slogan "Tiriamo diritti" - questo il titolo della manifestazione organizzata dal movimento Articolo 21 in difesa della Costituzione - che l'ex leader della Cgil ha ribadito le linee guida del "piano possibile e necessario" anti-Berlusconi. Ha fatto parlare tutte le "anime" della squadra presente al palasport ed è intervenuto per ultimo chiedendo ancora una volta "un programma" per provare a ripetere la vittoria del '96: "Nessun obiettivo ci sarà precluso". Cofferati ha definito il 2002 "anno dei diritti negati e difesi", accusando la maggioranza di "politiche sempre più aggressive" e di "arroganza", la Lega di "atteggiamenti rozzi", il centrodestra nel suo insieme di aver "sistematicamente cercato di ridimensionare, fino a cancellarli, i diritti delle altre persone". Come nel caso degli attacchi ai magistrati: i quali, attenzione, difendendo se stessi "si battono in realtà anche per noi - insiste l'ex sindacalista - perché è un diritto di cittadinanza avere una magistratura autonoma e indipendente". Senza tuttaviatrascurare quelli che considera errori della sua parte, tornando a definire "atto generoso ma errore politico" il referendum sull'estensione dell'articolo 18.
Poi, di nuovo, la questione giustizia: su cui il segretario di Md, Claudio Castelli, chiarisce subito che "le ragioni di preoccupazione non nascono certamente con questo governo di centrodestra": "Io non me la dimentico - ha scandito - la Bicamerale della precedente legislatura, e anche una legge truffa come quella sulle rogatorie è stata possibile perché il governo di centrosinistra non ha ratificato per anni la convenzione italo-svizzera". Ma quel che sta accadendo oggi - ha proseguito - è ben diverso: "Il peggio deve ancora venire, non c'è stata solo la Cirami. Penso alle altre proposte di legge in arrivo, solo apparentemente molto tecniche, che porteranno la magistratura sempre più sotto il controllo dell'esecutivo".
Un girotondo intorno a Sergio
Cinquemila al Palasesto
Anna Cirillo su la Repubblica
"Io non sono andata mai a manifestare in tutta la mia vita, sempre stata contraria - dice Carmencita Bonati, 59 anni - anche perché lavoravo come segretaria di redazione in una grande azienda milanese, ai miei tempi c´era il ´68. Poi è successo, quando è andato su questo governo e ho capito l´andazzo. Ho sentito in me una grande ribellione. Ho cominciato al PalaVobis. Da allora non ho mai perso un appuntamento".
Non si sono fatti scoraggiare dalla pioggia implacabile e fredda. E hanno cominciato a riempire il PalaSesto un´ora e mezza prima dell´incontro. "Mica voglio restare fuori come l´altra volta" dice Pietro, 57 anni, chimico in una industria di Milano, accompagnato dalla moglie Mariangela, anni 53 impiegata di banca. Alla fine saranno cinquemila, in una sala che ne terrebbe poco più di tremila. Giovani, coppie, single, anziani che aspettano Cofferati, Santoro, Lella Costa e il collegamento da Kabul con Gino Strada chiacchierando animatamente. Tanti sorrisi, la ricerca di un posto a sedere, il panino portato da casa e le frittelle di carnevale comperate in pasticceria, musica folk che induce a qualche passo di danza.
Per Giuseppe, di Catanzaro, studente a Milano in biotecnologia alla Bicocca è la prima volta. "Perché? Sono brutti momenti per i diritti umani e per quelli dei lavoratori. Ho letto di questo appuntamento da un giornale ed eccomi. Cofferati mi piace, è bravo anche se non lo vedo come leader. Ma con lui si può fare qualche cosa". Giuseppe è qui con tanti altri per la tavola rotonda su "libertà di espressione, lavoro e giustizia", un appuntamento organizzato dal movimento Articolo 21 con Girandole, girotondi e Arci. Modera Piero Scaramucci ex direttore di Radio Popolare e c´è anche Giorgio Oldrini, sindaco di Sesto. Ma l´attesa, e il cuore, sono tutti per il Cinese. La platea, attenta, interromperà spesso per applaudire.
Amore per Cofferati lo esprimono Rosa, 61 anni, e Mariangela, 58, di Baggio. Per Chiara, 32 anni, assistente sociale in una Asl di Milano, "sono i diritti fondamentali a essere calpestati. Spesso le persone non si accorgono che fine stanno facendo i nostri diritti. Io lavoro nel pubblico, nella sanità, e tira una brutta aria. È come se le cose potessero precipitare da un momento all´altro, che si possa scivolare verso l´autoritarismo senza neanche rendersene conto. È una sensazione angosciante, che provoca rabbia e preoccupazione, perché si limitano gli spazi di libertà".
Se per la cinquantenne Wanna Lora, insegnante del Parini (che ha cominciato il 26 gennaio scorso con la manifestazione attorno al tribunale di Milano), i girotondi "sono stati la più grande novità politica del 2002 e di Cofferati apprezzo la capacità di ascolto e di dare voce ai movimenti cosa che i partiti del centrosinistra non hanno fatto", i tre studenti del liceo classico di Monza questo appuntamento se lo sono andati a cercare su Internet. Spiega Michele, 18 anni: "Ho sentito Radio Pop e sul computer col motore di ricerca ho cercato "Cofferati"". Per lui e per gli amici Giancarlo e Simone il mito non è il Cinese, ma Gino. Strada, naturalmente: "Un eroe, apprezziamo il suo coraggio, la sua umanità. È antidivo per eccellenza e poi è anche interista. Da Cofferati ci aspettiamo un intervento di rilievo, di polso. Non alla Nanni Moretti che è sul piedistallo e distruttivo. Cofferati lo vedo più vicino e più costruttivo" racconta Michele. Laura e Valentina sono madre e figlia, la prima 50 anni, conservatrice nei musei civici milanesi, la seconda, 16, studentessa del liceo linguistico. Sono qui insieme. "Dal PalaVobis in giù li abbiamo fatti tutti". "Io sono più vicina ai no global, ma bisogna sentire tutti - dice Valentina - Devo capire anche che cosa fare nelle prossime elezioni". Se potesse avere la bacchetta magica che cosa vorrebbe Laura? "Che il dissenso trovi una formula organizzativa nel partito, che le varie parti della sinistra si riuniscano insieme". Un sogno che stasera le sembra più a portata di mano.
Ricompare l'amnistia, si blocca il voto sull'indulto
Dino Martirano sul Corriere della Sera
ROMA - Quando l'indulto era quasi arrivato al primo voto favorevole della Camera, Forza Italia ha ritirato fuori gli emendamenti sull'amnistia e tutto si è bloccato in commissione Giustizia. Complici quella che viene considerata dalla Cdl un'apertura dei Ds e un parziale ammorbidimento della Lega, ora possibilista su un provvedimento che cancelli oltre che la pena (indulto) anche il reato (amnistia), l'atto di clemenza generale all'esame di Montecitorio ha dunque subito un brusco arresto. Invece in aula va avanti, con la gara all'ostruzionismo tra An e Lega, la proposta di legge Pisapia-Buemi (indultino) sulla sospensione condizionata dell'esecuzione della pena. Ieri sera sono iniziate le votazioni sugli emendamenti ed è stato respinto il testo alternativo della Lega, ma ormai è quasi scontato che il voto finale della Camera slitterà: "Arrivare a un voto ha poco senso o c'è la possibilità di portare avanti il provvedimento oppure..." si rinvia, ha infatti avvertito il presidente Pier Ferdinando Casini.
E' stata una giornata parlamentare convulsa, animata da uno scontro trasversale sui temi della sicurezza e della certezza della pena. E così anche all'interno del centrodestra sono volate parole grosse. In aula, il deputato del Carroccio Federico Bricolo ha prima attaccato il presidente della Camera ("Ricordate quando diceva che bisognava sparare sugli scafisti?") e poi ha quasi minacciato gli alleati: "FI ha fatto manifestazioni solo sulla tolleranza zero e ora vota l'indultino che farà scarcerare migliaia di delinquenti. Ci vuole lealtà nei confronti degli elettori". Replica di Luigi Vitali (FI): "La Lega sta facendo ostruzionismo sull'indultino per vedere se si riesce ad arrivare a un accordo sull'amnistia".
Ma la maggioranza richiesta per indulto e amnistia è di due terzi e anche nel centrosinistra non mancano le lacerazioni. Pierluigi Castagnetti dice che "ora come ora la Margherita è contraria all'amnistia anche se su questo argomento dobbiamo ancora consultarci". Diversa la posizione dei Ds che ieri in commissione, con Anna Finocchiaro, hanno sì chiesto e ottenuto dal relatore Enrico Buemi (Sdi) di ritirare gli emendamenti sull'amnistia ma di fatto hanno dato il via libera al colpo di mano di Forza Italia. Tanto che Gaetano Pecorella (FI) non esclude un voto in tempi rapidi sull'amnistia: "Tutto dipenderà dall'atteggiamento della Margherita".
Per Anna Finocchiaro, comunque, il dato politico della giornata è uno: "La maggioranza ne esce frantumata". Ma i Ds hanno anche i loro guai: ieri hanno accolto le dimissioni del capogruppo in commissione Giustizia, Francesco Bonito, che aveva ammesso l'errore di aver esteso l'indulto ai "picciotti" della mafia. E ora è la Finocchiaro a sostituirlo.
Chi va in via Arenula perde la poltrona
Filippo Ceccarelli su La Stampa
Avrà fatto più di un sospiro di sollievo, in questi giorni, il presidente del Senato Marcello Pera nell'osservare quel che si sta rovesciando addosso al ministro della Giustizia Castelli. Il conforto di Pera si deduce dal fatto che negli accordi pre-elettorali del centrodestra la poltrona di via Arenula sarebbe toccata a lui. Era tutto pronto. Pera aveva addirittura annunciato che uno dei suoi primi atti sarebbe stato quello di levarsi di torno una certa scrivania che la leggenda ministeriale attribuiva al Guardasigilli Togliatti e che il penultimo ministro, il comunista Oliviero Diliberto, aveva ripristinato e messo nella sua stanza, per poterla avere sempre sotto gli occhi. Ma poi, per un classico gioco di incastri, il dicastero era toccato alla Lega. E allora qui varrà la pena di assimilare il plausibile sollievo del presidente del Senato a quello di Bobo Maroni, che anche lui sfiorò quella poltrona. La sua fortuna fu di essere caldamente sconsigliato - lassù sul Colle - dal porsi alla guida di un'amministrazione che ha a che fare con la giustizia, avendo lui stesso a che fare con la giustizia. Un paio di processi, niente di grave. E invece anche lui l'aveva scampata bella. E quindi, di terza scelta, a via Arenula arrivò Castelli. Ingegnere, docente di Acustica, ramo insonorizzazione dei motori. "Specialista nell'abbattimento del rumore" lo qualificò subito il giudice Borrelli. Era una sintesi che si poteva leggere come raffinata perfidia a doppio taglio: Castelli non solo non capisce nulla dei problemi della giustizia, ma da Arcore l'hanno piazzato lì per normalizzare la situazione. Non che la diagnosi borrelliana - con il senno di poi - fosse così campata in aria. Il novizio comunque al momento fece finta di niente. Disse cose tipo: "Magari un ingegnere riesce a valutare le questioni con maggiore razionalità". E promise, come si deve: "Dialogherò con i magistrati". Bisogna capirlo. Sul serio. Tutti i ministri di Grazia e Giustizia dell'ultimo decennio, prima che doveroso rispetto, meritano umana pietà. Non c'è posto peggiore di quello. E loro - non si sa se per spirito di servizio o smania di incarichi - fanno sempre finta di non saperlo. Ma se ne accorgono con il tempo, eccome. Si prenda il povero Biondi. Ecco. Il governo Berlusconi si insediò l'11 maggio del 1994. In data 5 giugno, meno di un mese dopo, lo sventurato ministro dichiara: "Sono pronto a togliere il disturbo". Dopo l'improvvido varo di un decreto passato alla storia come "salvaladri", Biondi dirà anche che lui quella poltrona non la voleva, toccava a Previti, ma il Quirinale s'era messo in mezzo e aveva fatto uno scambio. Ma proprio per questo dovette suonare ancora più sferzante la battuta di Borrelli su una certa attitudine dell'allora ministro nei confronti del vino. Insomma, un massacro: "Entravo nel ristorante e la gente si voltava dall'altra parte". Fu costretto a cambiare numero di telefono per gli insulti, le minacce. Fu lasciato solo. Cercava di consolarsi: "Tengo famiglia, non tengo bisogno". Il crollo del governo fu la sua inconfessabile liberazione. E venne Mancuso. Con lui il dramma di via Arenula salì di tono e d'intensità: mitologia, Antico Testamento ("Muoia Sansone" eccetera), Promessi sposi (Dini come il Conte Zio) e Pacciani ("Compagni di merende"). Nel giro di qualche mese Mancuso si ritrovò contro il suo stesso governo il quale a sua volta si ritrovò Mancuso contro. E ritenne di espellerlo, con apposita mozione di sfiducia. Al che don Filippo allestì una scena da teatro elisabettiano. Sipario indimenticabile, a Palazzo Madama, con tanto di accessori di scena, brani di copione scritti, ma non letti, e non scritti, ma annunciati. E anche nel suo caso gli insulti, le minacce (pure al nipotino), i bypass, i pacemaker, Dini Conte Zio arrivò a dire che Mancuso era "un vecchietto bizzoso" che parlava "con messaggi mafiosi" e continuava "a ringhiare come un cane". Questo dunque può accadere in Italia a un ministro arrivato in un posticino tranquillo come la Giustizia.
Linate, paura sull´Airbus in decollo
Marco Mensurati su la Repubblica
MILANO - Una frenata disperata, e il fantasma del disastro aereo prende nuovamente forma sulla pista dell´aeroporto di Linate: un airbus carico di 168 passeggeri deve interrompere improvvisamente la corsa verso il decollo perché alle sue spalle sta arrivando - ed è ormai vicino - un piccolo Cessna privato in fase d´atterraggio.
L´incubo dura pochi istanti, il tempo di venire proiettati in avanti sui sedili, di sentire la cintura di sicurezza tendersi e di ripensare alle immagini di quell´incrocio sciagurato che la mattina dell´8 ottobre di un anno fa provocò la morte di 118 persone. Sono le otto e sedici minuti quando la torre dei controllo dà il primo ok per il decollo del volo Alitalia per Roma. Il pilota si allinea. Alle otto e diciotto il secondo ok. Stavolta la torre ordina un "decollo immediato". Dalla cabina di pilotaggio dell´Airbus non arrivano notizie. Passano dieci secondi e il pilota chiede alla torre altri 30 secondi di tempo ("si tratta di un periodo abbastanza significativo", spiegano i tecnici). Ha qualche problema. La torre acconsente, ma dall´aereo - come si dice in gergo - viene "chiamato il rolling", ovvero il decollo immediato. Evidentemente il problema è stato risolto. A quel punto, "il controllore - scrive l´Enav in una relazione riservata - ritenendo di poter operare entro le minime previste, conferma l´autorizzazione al decollo". Ma l´aereo non si muove. Aspetta ancora prima di partire e quando si decide è in ritardo. Proprio mentre l´airbus comincia la sua manovra, il radar in torre avverte il controllore che l´altro aereo, quello in fase di atterraggio, si è avvicinato: è a tre miglia, e a 900 piedi di altezza, neanche cinquanta secondi di volo. Troppo poco, troppo rischioso.
Il controllore non ha dubbi e decide di "riattaccare": ordina all´aereo in atterraggio di rimanere in quota e all´aereo in decollo di abortire la manovra e liberare la pista. L´ordine di "inchiodare" arriva mentre l´Airbus è a 80 nodi, 145 chilometri all´ora, a 350 metri dall´inizio della pista. Ancora pochi secondi e sarebbe entrato nella zona di "non rientro", quella in cui non è più possibile interrompere la corsa. Il pilota inverte la spinta, si ferma 250 metri dopo e libera la pista.
L´aereo per Roma ripartirà cinquanta minuti dopo, quando i freni si saranno raffreddati. All´arrivo in città, il racconto dei passeggeri tra cui l´onorevole Nando Dalla Chiesa, darà il via all´ennesima polemica sul sistema aereo italiano. "Non c´è stato nessun rischio collisione - spiega l´Ente nazionale di assistenza al volo - La manovra di questa mattina rientra nelle normali procedure". E l´Agenzia di sicurezza del volo conferma: tutto regolare non è necessario aprire un´inchiesta, spiega il comandante Pellegrino. "C´è stato solo un difetto di comunicazione da parte del pilota", dicono i controllori di volo.
Ma pretende spiegazioni anche il presidente della Regione Roberto Formigoni. "Chiediamo, e non da oggi, che sia garantita la massima sicurezza, ma su Linate non facciamo allarmismo. Stando a quanto ci hanno riferito, la situazione è sempre stata sotto controllo".
Sulla vicenda, la procura di Milano ha chiesto una relazione ai carabinieri in servizio presso lo scalo per valutare se aprire un inchiesta o allegare l´episodio alle indagini già in corso sugli uomini radar del Crav.
Rai, la commissione "qualità"
Natalia Lombardo su l'Unità
"Questa non ve la perdono, mi avete fatto votare per il Minculpop". A sbottare così non è un parlamentare dell'opposizione, ma è Lino Iannuzzi, senatore di FI, ieri nel corridoio di Palazzo San Macuto di fronte ai suoi alleati di An, Ignazio La Russa e Domenico Nania. Presenze che non si vedono spesso in Commissione di Vigilanza, ma ieri la maggioranza di centrodestra era in forze, compresi i centristi dell'Udc. Obiettivo, raggiunto: approvare il parere sul contratto di servizio fra Rai e il ministero delle Comunicazioni, nel quale resta presente quella commissione sulla qualità che valuterà buon gusto o volgarità dei programmi tv. L'opposizione ha abbandonato i lavori e ha annunciato un ricorso al Tar contro un testo che giudica "fortemente viziato da illegittimità e incostituzionalità", secondo Antonello Falomi, Ds. Michele Lauria, della Margherita, parla di "commissione di censura senza precedenti".
Rifiutata anche la mediazione proposta da Davide Caparini, capogruppo della Lega, "imposta da Gasparri". Eccola: istituire la commissione (che resta un organo governativo), ma con soli cinque membri, due della Rai, due del Consiglio Nazionale Utenti; l'esponente del governo sarebbe solo un "osservatore", senza diritto di voto. Il parere della Vigilanza è stato votato dalla sola maggioranza, dato che erano riusciti a garantire comunque il numero legale (soprattutto dopo l'uscita dell'opposizione e la richiesta di verifica del numero da parte di Falomi).
In realtà tutto il contratto di servizio è impresso dallo stampo leghista (in questi giorni di trattative fra liste elettorali e Devolution sono molti i pegni pagati dalla maggioranza alla Lega). Ma sulla commissione "qualità" è stato proprio il Carroccio a fare il "ribaltone". In partenza tutti d'accordo per toglierla, Lega in testa, come aveva proposto il presidente della Vigilanza, Claudio Petruccioli.
Petruccioli resta della sua idea: "Avrei abolito la commissione di qualità" ma, per quanto invierà il parere sul contratto ai presidenti delle Camere e al ministro delle Comunicazioni, lo giudica con "basi giuridiche confuse e precarie", da correggere nella legge di sistema, "chiarendo che sulla qualità della programmazione il governo non ha nessuna competenza". L'opposizione protesta in massa: "La verifica della qualità spetta al Cda, ma si vede che il ministro Gasparri non si fida del Cda Rai...", commenta Giuseppe Giulietti, Ds; Giovanna Melandri, Ds, condanna la "longa manus" del governo sulla cultura, che rivela "l'insopprimibile voglia di censura ed autoritarismo". "Siamo ritornati alle vecchie e odiose forme di censura", protesta Franco Giordano, di Rifondazione, "così si impedisce ogni critica o forma di dissenso delle politiche governative". La maggioranza accusa il centrosinistra di "essere in perenne Aventino" (Butti, An) per l'abbandono della commissione, "strumentalizzazioni politiche", secondo il forzista Barelli.
Anche l'Usigrai, sindacato dei giornalisti Rai, boccia il "guinzaglio" posto al servizio pubblico: "L'osservatore ministeriale è incompatibile con l'autonomia editoriale". A Viale Mazzini ieri si è riunito il Cda due ormai sempre più depotenziato: istituita una "giornata della famiglia" e iniziato l'esame delle linee strategiche del piano di comunicazione" affidato a Guido Paglia (forse destinato al Cda per An). Ancora vaghi i tempi di un rinnovo; sembra che dalle Fs Cimoli abbia dato il via libera alla presidenza Baldassarre, restando lui amministratore delegato. Questo potrebbe aprire la strada al passaggio di Piero Gnudi dall'Enel alla Rai (in quel caso il direttore generale potrebbe essere Masi, uomo vicino a Letta, gradito a FI ma anche ad An). Oppure uno "scongelamento" del centrista Marco Staderini e la nomina di due dell'opposizione (Iseppi- Del Bosco?). Intanto il consigliere leghista, Ettore Albertoni, si è scusato per la gaffe sullo scoppio della fabbrica di bottoni di Bolgare, in Lombardia: aveva criticato l'apertura del Tg regionale sul fatto. "Chiedo scusa alle vittime a ai familiari", perché "non ero stato correttamente informato". Nella bufera Paolo Francia, direttore di RaiSport, che non vuole acquistare i diritti per le gare di sci, contraddetto però dal boom di ascolti: il 18,47% per il Supergigante femminile, sabato scorso a Cortina d'Ampezzo.
Ecoterrorismo sulle piste da sci
Sandro Ianni su Il Messaggero
ROMA - La Procura di Pistoia segue la pista dell'ecoterrorismo per dare un nome agli autori dell'incendio che martedì notte ha completamente distrutto l'ovovia dell'Abetone, inaugurata solo due anni fa. La scritta Fuoco ai distruttori, Marco libero" trovata su un muro della stazione dell'impianto sciistico è stata considerata la firma" dell'attentato da parte degli investigatori. Marco", secondo gli inquirenti, potrebbe essere Marco Camenisch, 51 anni, anarco-insurrezionalista svizzero, attualmente detenuto nel carcere di Thorberg, vicino a Berna, dopo essere stato estradato in Svizzera dall'Italia nell'aprile scorso, condannato in primo grado proprio in Toscana per attentati ai tralicci dell'Enel. Camenisch, arrestato in Toscana 12 anni fa, era stato condannato dal tribunale di Massa in primo grado a 12 anni di reclusione per gli attentati ai tralicci (una decina, tra il 1989 e il 1991) e per il tentato omicidio di un carabiniere. Sarebbe la prima volta comunque, nel caso che l'azione fosse da ricondurre all'ecoterrorismo, che come obiettivo viene scelto un impianto sciistico. "E' una cosa seria, molto seria": questo l'unico commento del procuratore Tindari Baglione, che ha affidato i rilievi tecnici al Ris dei carabinieri.
I danni all'impianto sono ingenti, già valutati in qualche milione di euro. La struttura, fondamentale per l'economia turistica dell'Abetone, era costata 15 miliardi delle vecchie lire. Aveva sostituito da appena due anni il vecchio e più piccolo impianto di risalita, nato nel 1973 per volontà di Zeno Colò, che aveva creato la Società Abetone funivie" con azionariato popolare. Celina Seghi, la campionessa di sci degli anni '40, oggi ottantaduenne, ha affermato: "Sono stata a vedere le macerie, ho pianto davanti al rogo. E' un disastro che ci avvilisce tutti. Spero che questa cattiveria non comprometta la stagione, ma certamente è un disastro enorme". La risposta del mondo dello sci è stata immediata: la Coppa Foemina", valida per la Coppa Europa femminile, continuerà e gli organizzatori promuoveranno una raccolta di fondi per la ricostruzione della stazione dell'ovovia distrutta.
22 gennaio 2003