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L'Internazionale socialista contro la guerra di Bush
Gianni Marsilli su
l'Unità

Qualche anno fa ad un'altra riunione dell'Internazionale accadde che i delegati applaudissero in piedi e per lunghissimi minuti la stretta di mano e l'abbraccio che due signori si scambiavano calorosamente sul palco: Shimon Peres e Yasser Arafat. Il primo laburista israeliano, il secondo capo di Al Fatah: ambedue membri della stessa famiglia mondiale, quella socialista. Il processo di pace era in corso, sembrava mettesse radici. Ora no, la scena non si è ripetuta nel complesso monumentale di Borgo Santo Spirito che ospita i lavori del Consiglio dell'IS. Per i laburisti israeliani c'era ancora una volta l'ottantenne Shimon Peres. Per i palestinesi c'era il neoministro degli interni dell'Autorità nazionale Hani Al Hassan, che ha spiegato come Arafat sia "sotto assedio da un anno". Peres e Al Hassan non si sono certo abbracciati. Però erano seduti vicini, impegnati nella stessa tavola rotonda. Ha commentato il padrone di casa, Piero Fassino: "Questa resta comunque l'unica sede nella quale palestinesi e israeliani si parlano".
Verissimo, anche se il dialogo è apparso "a distanza". Shimon Peres (che ancora ieri a Tel Aviv qualcuno del suo partito invocava come candidato dell'ultim'ora alle prossime elezioni: no grazie, ha risposto lui, il leader resta Mitzna) ha chiesto che da parte palestinese ci sia finalmente un interlocutore credibile, vale a dire un primo ministro, un ministro della Difesa, un ministro delle Finanze.

Dalla stessa tribuna gli ha replicato Hani Al Hassad: "Non possiamo riformare nulla sotto il tiro degli elicotteri Apache e dei carri armati israeliani". Ha ricordato il carteggio tra Arafat e Rabin: pace in cambio di territori. Ha detto: "Rabin firmò un trattato di pace, l'orizzonte di Sharon è solo la sicurezza". Ha chiesto quello che Peres gli aveva offerto: il ritiro dai territori occupati. Ha denunciato il terrorismo di Stato, e ha rivendicato il fatto che la diminuzione degli atti terroristici contro i civili israeliani sia frutto dell'azione preventiva e repressiva dell'Autorità palestinese. Ha proposto un cessate il fuoco di un anno da parte di ambedue. L'impressione è stata che un terreno di dialogo sia possibile, ma che gli ostacoli siano due: uno si chiama Sharon, l'altro terrorismo. Dialogo possibile, ma improbabile: per i laburisti, ha detto Peres, "le prospettive elettorali non sono molto promettenti", e i kamikaze non ascoltano molto Arafat.
La discussione sul Medio oriente si è intrecciata con l'altro tema dettato dall'urgenza: la guerra contro l'Iraq. Oggi l'Internazionale approverà un documento che si regge su cinque punti ricordati da Fassino: no a qualsiasi intervento unilaterale e piena legittimazione dell'Onu nella gestione delle crisi internazionali; la guerra non è inevitabile, quindi sì agli sforzi politici per scongiurarla; sostenere le ispezioni dell'Onu e dar loro il tempo necessario; sostenere gli sforzi dell'Onu per giungere ad una soluzione pacifica; rilanciare un'iniziativa di pace in Medio Oriente. Questa risoluzione avrebbe dovuto essere sottoposta al Consiglio e unanimemente approvata già nella serata di lunedì, ma alcune divergenze, in particolare tra le delegazioni britannica e francese, ne hanno ritardato la formulazione finale. Divergenze che si erano manifestate già in sede di Partito socialista europeo, quando era stato approvato un documento che criticava seccamente le gesticolazioni militari americane. Gli inglesi, in quell'occasione, si erano astenuti.



Prodi: "No a ogni scorciatoia bellica"
Antonella Rampino su
La Stampa

Dopo il monito di Chirac agli Stati Uniti, affinché non pensino a un intervento in Iraq senza mandato Onu, arriva il secco no del presidente della Commissione europea a "ogni scorciatoia bellica", come pure "a ogni tentativo di mettere in crisi le pur esili strutture e gli strumenti giuridici di organizzazione del nuovo mondo". Decrittata dal linguaggio della più alta carica istituzionale di Bruxelles, è una risposta franca, com´è nello stile del professore di Bologna, a Washington e a Tel Aviv. Agli Stati Uniti, che non hanno mai visto di buon occhio il Tribunale penale europeo, e dove in queste ore serpeggia la tentazione di un intervento senza l´avallo della comunità internazionale. E a Israele, perché a un certo punto del discorso col quale ieri ha inaugurato l´anno accademico fiorentino nel Salone dei Cinquecento, Prodi s´è lasciato sfuggire un: "E invece a noi europei ci ridono dietro". Una frase che ha fatto in pochi minuti il giro del mondo: inconsueta per un leader all´opera comunque sulla scena mondiale sia pure "da una struttura esile", motiva perfettamente il commendatorato goliardico che poco prima gli era stato conferito dalla più autorevole associazione del ramo. Prodi poi ha chiarito, se ce ne fosse stato bisogno, che si riferiva ad Ariel Sharon. Il quale a sua volta, in un´intervista a "Neesweek" di due giorni prima aveva detto: "Della pace certo non si occuperà il quartetto della conferenza di Madrid. Tra Stati Uniti, Europa, Russia e Onu gli unici seri sono gli Stati Uniti, gli altri sono ragazzi". E nella conferenza stampa successivamente convocata per smentire i toni della dichiarazione, essa era stata sostanzialmente confermata: "Il vero piano della pace è quello che noi stiamo preparando con gli Stati Uniti". Ma per Prodi "anche le derisioni di Sharon fanno parte di quella sfida che abbiamo davanti, l´Europa potrebbe essere, ma già dire potrebbe è azzardato poiché non siamo uniti, l´unica vera novità politica e istituzionale di questo mondo". Prodi dunque ha colto la pubblica occasione per lanciare la propria risposta. Innanzitutto, per prendere posizione sulla guerra a Baghdad. "Diffidiamo profondamente della guerra, dal profondo del nostro animo", ha detto. Non solo perché "noi europei abbiamo già sperimentato sulla nostra pelle la follia della guerra, del razzismo, del rifiuto dell´altro". Non solo perché "dove arriva l´Europa arriva la pace, e la porteremo anche a Cipro". Soprattutto, "il motivo per cui è nata l´Unione europea è la pace e la stabilità del continente, e il compito attuale è conservarle ed estenderle". Soprattutto, l´Europa "si è dotata di strumenti, come la Corte penale internazionale, per poter risolvere i conflitti e le tragedie in modo diverso dal passato, e lo abbiamo fatto scegliendo la via del multilateralismo e della cooperazione internazionale, e non la via dell´unilateralismo, perché solo l´approccio alla cooperazione è lo strumento fondamentale per vincere il terrorismo". E riconoscendo che la via intrapresa oggi è ben diversa dalla Realpolitik, che pure nacque proprio in Europa, Prodi ha pure ammesso che certo c´è ancora un lungo cammino da fare. Si sa che il Presidente ha un proprio progetto istituzionale, il "Penelope", di rafforzamento del ruolo della Commissione. Si sa che non ha apprezzato "l´Europa bicefala" che hanno in mente Chirac e Schroeder. Ma ieri si è concentrato piuttosto sull´allargamento, ora che è stato varato "bisogna definire l´anello delle relazioni strette, col Mediterraneo anzitutto e poi dalla Russia al Marocco, dall´Ucraina a Israele". Soprattutto, ha detto stringendo in mano un appello firmato da cinquemila accademici di tutto il mondo, occorre che l´Europa riconquisti una leadership intellettuale, "ci vorrebbero almeno cinque grandi istituti di eccellenza nella ricerca per tornare a vincere".


Per ora il fattore Iraq non lacera l'Ulivo
Stefano Folli sul
Corriere della Sera

L'Internazionale socialista riunita a Roma offre alla sinistra italiana una sponda preziosa, utile a definire una linea sull'Iraq che non sia solo ricalcata sui pacifismi assoluti, etici, alla Gino Strada. Lo fa con un richiamo alle Nazioni Unite come al più valido strumento regolatore dei conflitti nel mondo. Chiaro il senso: l'Onu non può essere la mera copertura della politica americana, bensì deve rappresentare un'alternativa alle scelte unilaterali di Washington. Quanto meno riguardo ai tempi delle ispezioni in Iraq e al giudizio finale da trarre dopo il 27 gennaio, quando gli inviati avranno presentato il loro lavoro. In un'altra sede (Firenze), ma con linguaggio simile, Romano Prodi dà voce alla diffidenza europea verso Bush e ripete il rifiuto della guerra preventiva. Dice il presidente della Commissione: "Noi europei abbiamo già sperimentato sulla nostra pelle la follia della guerra, del razzismo, del rifiuto dell'altro. Siamo contro ogni scorciatoia bellica".
Parole su cui Prodi mette d'accordo un mondo vasto e composito: dall'asse Chirac-Schröder ai manifestanti per la pace che in questi giorni riempiono le piazze. E forse non è un caso che ieri il fondatore dell'Ulivo abbia voluto sottolineare il piacere di trovarsi a Firenze "dopo milioni di cittadini" che si erano mossi al seguito di Sergio Cofferati. La verità è che il tema della guerra s'intreccia con il gioco politico, tocca direttamente gli equilibri da ricostruire a sinistra, investe i rapporti tra maggioranza e opposizione.

Ecco allora che l'Internazionale socialista offre ai Fassino e ai D'Alema l'opportunità di dire "no" a Bush (e a Berlusconi) avendo le spalle coperte da un vasto schieramento europeo. Un "no" politico, quindi non privo di un margine di ambiguità (nell'Internazionale ci sono anche i laburisti inglesi di Blair). Ma un "no" che per adesso equivale a un rifiuto in attesa che la situazione evolva, che al Palazzo di Vetro leggano il rapporto degli ispettori, che si decida sulla nuova risoluzione.
Nessuno può escludere che di qui a qualche settimana il quadro si modifichi e che le Nazioni Unite autorizzino l'intervento. Ma al momento prevale l'impressione che Bush sia abbastanza isolato e questo permette alla sinistra italiana di aprire l'ombrello dell'Onu nella ragionevole speranza che sia il modo più efficace per marcare la propria opposizione alla guerra. Ci sarà tempo, dopo, per aggiustare la posizione. Nel frattempo l'Ulivo evita il rischio più grave: essere lacerato dal "fattore Iraq", frantumato tra falchi e colombe dell'antiamericanismo. L'Internazionale non ha fatto sconti a Bush, ma almeno ha dato al centrosinistra una piattaforma politica. Non meraviglia che Fassino si sia affrettato ad adottarla, mentre colpisce che D'Alema abbia voluto accentuare i toni dell'ostilità verso la Casa Bianca.
Romano Prodi ha fatto di più. Ha usato gli argomenti della Chiesa, le inquietudini espresse dal Papa e ieri dal cardinal Ruini, per unire in un ideale abbraccio gli oppositori cattolici e laici della guerra: un modo efficace per far notare che nessuno come lui, in Italia, riesce a esprimere la sintesi delle diverse anime del centrosinistra. In tutto questo è rimasta lettera morta l'altra ipotesi: che Saddam lasci il potere con le buone. Concentrati sulle critiche all'America, nessuno o quasi (tranne Marco Pannella) ha considerato valida questa soluzione per evitare il conflitto.


Il legittimo sospetto e la fine del diritto
Giuseppe D'Avanzo su
la Repubblica

La lettura delle ultime "memorie" di Berlusconi e Previti non infuria. Imbarazza. Le ragioni di quel "legittimo sospetto" che dovrebbero consigliare alle Sezioni Unite della Cassazione il trasferimento dei processi milanesi a Brescia sono così fragili da apparire pulcinellesche. Gli argomenti suonano così ridicoli da configurare, se in Italia fosse previsto il reato, l'offesa alla Corte. Di certo, sono un'offesa al buon senso dei cittadini, al decoro della giustizia, alla dignità degli imputati e di chi, professionista, firma quelle carte. Le difese raccattano ogni cosa e la gettano sul piatto della bilancia.
Il tempo stringe si muove perciò il solito pedone, il ministro della Giustizia Castelli Le ragioni della difesa del Cavaliere nei processi milanesi appaiono pulcinellesche. Chiedono alla Corte - come se fosse possibile - di giudicare, ora subito, fatti che sono all'esame del processo (la testimonianza dell'Ariosto) o di un'istruttoria ancora in corso (le intercettazioni nel Bar Mandara). Ripropongono questioni già esaminate, riesaminate, anatomizzate come la competenza territoriale di Milano nell'affare della corruzione dei giudici.
Con l'acqua alla gola, afferrano qui e lì interviste pubbliche di due magistrati (Gerardo D'Ambrosio e Armando Spataro) per farne testimonianza di parzialità di tutta la magistratura milanese. Spiano in Internet per scovare, nel dibattito interno alle toghe, brani utili alla bisogna.
Alla disperazione, afferrano per i capelli Romano Prodi - sarebbe stato "immunizzato dall'inchiesta" - e lo rovesciano nel calderone. Dove tutto, a quanto pare, dovrebbe far brodo. Alla resa dei conti, l'argomento-principe è anche il più goffo. Perché nel Palazzo di Giustizia di Milano non può celebrarsi un processo a Berlusconi e Previti, si chiedono gli avvocati del presidente del Consiglio e del suo amico? Ma è chiaro, si rispondono: in quel Palazzo c'è troppo pubblicità, troppa informazione, troppe cronache, troppi servizi televisivi. Insomma, troppa attenzione.
Non è una burla. È quel che si legge nella "Memoria Berlusconi": la "straordinaria forza mediatica che ha ricevuto il processo non è tanto in relazione alla notorietà degli imputati, bensì in relazione alla fede giudiziaria dove questo si svolge" .
En passant, va detto, non si comprende perché quattro professionisti, qualcuno in cattedra all'Università, due eletti in Parlamento dal popolo sovrano, debbano maltrattare con tanta acrimonia la lingua italiana.

Eppure queste Memorie confermano la sensazione che i processi milanesi, che ne conservavano almeno la maschera, nei prossimi giorni non avranno più nulla di giuridico. Berlusconi e il suo minaccioso amico hanno convenuto di gettare nella spazzatura ogni parvenza di difesa tecnica per giocare il jolly del loro potere istituzionale. Il registro scelto è la provocazione politica. (Lasciamo questa volta in un angolo la necessità che ha Berlusconi di distrarre l'opinione pubblica dal catastrofico bilancio del suo governo).
L'obiettivo di queste mosse appare soltanto quello di provocare l'alzata di scudi della magistratura. Osservare l'agenda dell'ultima settimana e della prossima. L'inaugurazione dell'anno giudiziario è stata preceduta dall'approvazione alla Camera dell'inchiesta sull'"uso politico della magistratura".
A Palazzo Chigi e via Cicerone (c'è il quartier generale di Previti) ci si augura che la mossa renda agitate le acque e rumorosa fino all'intollerabile la protesta dei magistrati. Va buca. La protesta - toghe con la Costituzione in mano - non è poi così estesa e comunque compostissima. Il ministro Castelli se ne va a Milano con una squadra di bravi ragazzi nella speranza che ne nasca un bel parapiglia con i "girotondini". Ma i "girotondini" non abboccano, se ne stanno a casa e, quando si muovono, lo fanno in silenzio.
A Milano, i bravi ragazzi muoiono di noia mentre rumeggiano dentro il Palazzo di Giustizia. Mancano ora 6 giorni alla sentenza delle Sezioni Unite (27 gennaio). Il 23 gennaio (giovedì) si celebra a Roma il congresso di Magistratura democratica. Per Berlusconi e Previti è un'altra opportunità. Se quell'assise diventasse una bolgia, se in quel congresso un paio di mattacchioni in toga strologassero senza giri di parole contro il "regime", potrebbero le Sezioni Unite non tenerne conto? Si muove allora il solito pedone, il ministro di Giustizia. È notizia d'oggi.
Castelli annuncia che "stanno partendo azioni disciplinari che dimostreranno la commistione politica di molti magistrati". Quale commistione? "Sì, qualche magistrato è stato visto nei cortei dei no global". All'occhiuto ministro di Lecco non sfugge proprio nulla. C'è da scommettere qualche euro che l'azione giudiziaria promessa sarà notificata a magistrati di Md a congresso di Md aperto. Come qualche euro si può scommettere sul fatto che non finisce mica qui il piano di Berlusconi e Previti per condizionare il giudizio della Cassazione.


Il premier è arrabbiato, con la condanna si rivota
Marco Conti su
Il Messaggero

ROMA - E' stata la lettura dei giornali fatta di prima mattina a far andare di traverso a Silvio Berlusconi la giornata di ieri. Chiuso nel suo quartier generale di Arcore, il presidente del Consiglio aveva programmato una delle sue solite giornate di super lavoro con le quali avrebbe impostato la settimana prima di scendere nella Capitale. Raccontano come a metterlo di cattivissimo umore sia stata la lettura degli articoli che ieri su alcuni giornali hanno cominciato a raccontare fatti e possibili esiti della decisione che dovrà prendere a fine mese la Cassazione.
Disdetti gran parte degli appuntamenti fissati - compresa la riunione del "Tavolo per l'Italia" che sta preparando le amministrative - Berlusconi ha chiamato a raccolta tutto il collegio di avvocati che lo difende e che ha preparato le memorie per i giudici di Cassazione. Malgrado i toni soft usati negli ultimi mesi e la volontà più volte ribadita di voler procedere senza strappi nella riforma della giustizia arrivata sino al punto di esprimere plauso alla relazione del procuratore generale di Cassazione Francesco Favara, il premier vede come fumo negli occhi i rischi derivanti da una sovraesposizione mediatica di una faccenda che dovrebbe risolversi tra le quattro mura di una Corte chiamata a decidere tra qualche giorno.

L'immediata convocazione ad Arcore di ieri di tutto il collegio di avvocati con in testa Niccolò Ghedini, ha avuto come primo effetto la diffusione della memoria difensiva nella quale si spiega perchè il processo deve essere spostato a Brescia.
Nervoso e arrabbiato per essere stato distolto dai problemi più concreti, Berlusconi avrebbe avuto modo di sfogare la sua amarezza con lo stesso ministro Castelli. Su un punto però il premier non intenderebbe cedere se, nella peggiore delle ipotesi, venisse condannato dai giudici di Milano. Ovvero sulla necessità di dover sciogliere immediatamente le camere e tornare alle urne. Ieri più di una volta il premier ha brandito con i suoi collaboratori questa eventualità dicendo di averne anche parlato con il capo dello Stato. Anche se una condanna in primo grado non lo obbliga alle dimissioni, Berlusconi non ha nessuna intenzione di procedere "azzoppato" il suo mandato nell'attesa degli altri gradi di processo. Saranno gli elettori - ha ripetuto ieri - a esprimere la sentenza definitiva.
Chissà che questo scenario pessimista non sia poi quello che il Cavaliere alla fine non si auguri per risolvere una volta per tutte la sua partita "con quella parte della magistratura politicizzata che si è accanita contro di me e le mie aziende".


Divisi si perde
Antonio Padellaro su
l'Unità

L'Unità
ha chiesto alla Swg un sondaggio tra gli elettori, soprattutto tra gli elettori di centrosinistra, sulla popolarità dei magistrati, delle riforme e dei movimenti. Sulla magistratura, la grande maggioranza dice: va difesa. Basta con chi la vuole sottomessa al controllo della politica.
Sulle riforme, sono tutti d'accordo: vanno fatte. Tuttavia molti, anche nel centrodestra, chiedono che prima di arrivare al dialogo, il governo Berlusconi risolva il conflitto d'interessi, garantisca la libertà d'informazione televisiva e la smetta con gli attacchi ai giudici. Sui movimenti, le risposte sono ambivalenti. Più della metà degli interpellati sono convinti che i girotondi indeboliscono l'opposizione. Ma se la domanda viene fatta agli elettori del centrosinistra, soprattutto coloro che votano Ds e Rifondazione, il giudizio è positivo: i girotondi rafforzano lo schieramento.
Però il risultato più importante, e più preoccupante, riguarda le intenzioni di voto. Nell'ottobre scorso, sempre la Swg aveva segnalato che l'opposizione cresceva e la maggioranza calava. Sommando i voti di Rifondazione a quelli dell'Ulivo, il centrosinistra, addirittura, raggiungeva il centrodestra. Tre mesi dopo, invece, l'Ulivo torna alle percentuali del 13 maggio 2001, mentre il centrodestra mostra qualche segno di recupero. È vero che i Ds avanzano fino al 19 per cento (due anni fa erano al 16,6); e che Rifondazione passa dal 5 al 7 per cento. Ma se si votasse oggi Berlusconi tornerebbe ugualmente a vincere. Meno, rispetto al 13 maggio, e però il presidente del Consiglio sarebbe nuovamente lui.

Un'interpretazione, dunque, potrebbe essere questa. A ottobre, sull'onda della forte opposizione parlamentare alla legge Cirami, e della grande manifestazione dei movimenti a piazza San Giovanni, molti cittadini sono usciti dalla incertezza e dal non voto e hanno mostrato nuova fiducia nell'Ulivo. Così, la voce "Altri" si è asciugata: dal 3,9 per cento all'1,9 per cento. Poi, le divisioni, le lotte interne e il disprezzo pubblico di una parte della sinistra verso i girotondi hanno prodotto una gelata e la voce "Altri", probabilmente astenuti, è tornata sui livelli del 13 maggio.
Qualcuno, tuttavia, può sostenere la tesi opposta. Che a produrre l'arretramento sono state proprio l'aggressività dei movimenti e le loro aspre critiche ai partiti dell'Ulivo; che agli elettori moderati questo "estremismo" non piace affatto; e che, dunque, i girotondi fanno perdere più voti di quanto ne guadagnino.
Dalle risposte frammentate sulle riforme e i girotondi, si avverte la mancanza di una linea stabile dell'Ulivo a cui dare fiducia. Le molte polemiche (mettiamoci anche il referendum sull'articolo 18) possono essere il segno di una dialettica interna ricca e vivace. A lungo andare, però, rendono la situazione polverosa, friabile, facile agli smottamenti. Insomma: il nuovo consenso per l'Ulivo, quando c'è, poi non si consolida.
Uniti si vince. Divisi si perde. È la prima legge della politica.


I "movimenti" e l´Ulivo al voto
Miriam Mafai su
la Repubblica

La proposta di Rosy Bindi e Sergio Cofferati di dar vita, in preparazione delle prossime elezioni politiche, a un Forum programmatico tra l´Ulivo e i vari movimenti che sono cresciuti nel nostro paese nel corso dello scorso anno, merita una attenzione maggiore di quella che finora si è manifestata. La proposta può anche apparire velleitaria, in controtendenza, viste le divisioni e le polemiche all´interno dell´Ulivo e in ognuno dei partiti che lo compongono. E tuttavia non è insensato pensare che molti di quei contrasti possano depurarsi delle scorie dei personalismi e risolversi proprio attraverso un aperto confronto programmatico, in una sede di elaborazione nuova, meno asfittica di quelle abituali, nella quale tutti abbiano legittimità e cittadinanza.
La proposta tuttavia rischia di cadere nel vuoto, come altre analoghe che vennero avanzate in passato, se non verranno superati due diversi ostacoli. Da una parte la chiusura, determinata da un sentimento di autosufficienza e sospetto, dei partiti che dell´Ulivo fanno già parte, dall´altra la incapacità o il rifiuto dei vari movimenti di accedere al principio della delega, alla necessità cioè di esprimere una qualche forma di rappresentanza. Un passaggio, questo, inevitabile quando si voglia un incontro e confronto con altre forze. In modo diverso, ambedue questi atteggiamenti possono alimentare nuove polemiche e, alla fine, rendere impossibile ogni incontro. Far cadere dunque nel nulla la proposta della Bindi e di Cofferati.
Lo stesso Cofferati ha indicato come una possibile prima tappa in questo processo la partecipazione dei vari movimenti alla scelta dei candidati alle prossime elezioni amministrative, ed alla relativa impostazione programmatica (cui già partecipa in molti casi Rifondazione Comunista). Forse per questo passaggio è ormai tardi, e Paolo Flores, uno dei leader dei "girotondi" e direttore di "Micromega" l´ha infatti esclusa nel suo intervento su "Repubblica" di ieri. Ma la proposta di un Forum che prepari nei tempi necessari il programma delle prossime elezioni politiche e restituisca alla coalizione compattezza e voglia di vincere, va al di là dell´appuntamento amministrativo, e attende una risposta più meditata sia da parte dei vari movimenti sia da parte dei leader dell´Ulivo .Il richiamo alla necessità di un confronto e di un accordo programmatico che andasse oltre i confini attuali della coalizione non è nuovo. Ne parlò, se non sbaglio, lo stesso Piero Fassino dopo la straordinaria manifestazione di Piazza San Giovanni del settembre scorso, che, promossa dai "movimenti" , vide una larga partecipazione di uomini e donne dei vari partiti dell´Ulivo.

Può anche darsi che la vicenda dei vari movimenti di oggi si concluda così, ma una forza di sinistra dovrebbe proporsi di evitare, per quanto possibile, questa deriva e impegnarsi invece nel tentativo di recuperare energie e temi capaci di arricchire una politica che dà segni evidenti di stanchezza e di perdita di collegamenti soprattutto con il mondo giovanile. Intendiamoci: per portare avanti un processo di questo tipo, tutt´altro che facile, sarebbe necessario, da parte dell´Ulivo, un esercizio di intelligenza, pazienza e modestia. Questo compito infatti, checché ne pensi Rutelli, non può essere affidato soltanto ai Ds, nella speranza che i contrasti che questo processo può aprire e già in qualche misura ha aperto in quel partito si risolvano, alla fine, in un vantaggio elettorale per la Margherita. Il confronto con i movimenti, nei quali tra l´altro è assai forte la componente cattolica, può avere un senso soltanto se coinvolgerà l´Ulivo in quanto tale, non solo una delle sue componenti. Un Forum programmatico come quello proposto dalla Bindi e da Cofferati (qualcosa di assai diverso dall´Ufficio di Programma di cui nelle scorse settimane si è parlato) dovrebbe infatti definire, attraverso un aperto confronto, le linee programmatiche e, in definitiva il profilo dell´Ulivo non quelle dei Ds.


Il silenzio della Quercia
Andrea Colombo su
il Manifesto

Le amministrative come primo banco di prova di un possibile rapporto fecondo tra partiti e movimenti. Sergio Cofferati ha lanciato l'ipotesi e ora la riprende e rilancia. Perché"nelle amministrative "è in campo il tema di come presentarsi agli elettori e del futuro dello schieramento di sinistra". Ed è qui dunque, pensa Cofferati, che diventerà importante "non perdere i vantaggi" prodotti dall'azione dei movimenti e dal "dialogo inevitabile" tra questi e i partiti. Il tema dominante del suo discorso è sempre lo stesso: "Lasciamo che la destra si divida e occupiamoci invece di come unire la sinistra". Conclusione esplicita e conseguente: liste comuni tra partiti e movimenti per "presentarsi uniti già dalle amministrative". Insieme, "dove e quando è possibile", al Prc. L'ex leader della Cgil ha già segnalato che la prossima scadenza importante, le elezioni europee, si svolgerà col proporzionale, e tutto diventerà più difficile. E' ora il momento di partire, e di mettere così alla prova l'apertura ai movimenti sbandierata dopo Firenze dai leader dell'Ulivo.
La risposta della Quercia però è tiepida, ed è tiepida solo perché non può permettersi di essere francamente ostile. "Il successo del centrosinistra nelle amministrative del 2002 - dice Vannino Chiti, coordinatore della segreteria - è stato ottenuto proprio grazie al coinvolgimento di associazioni, movimenti, liste civiche. E anche stavolta il confronto, a livello territoriale, è già in atto". E' un modo garbato per rispondere di no, ma Chiti ci tiene ad aggiungere due parole, mettendo da parte il garbo, per chi pensasse a liste contrapposte a quelle uliviste: "Liste organizzate contro le forze del centrosinistra rischierebbero solo di essere elementi di divisione e frammentazione". Senza ulteriori commenti. Porte spalancate, ma solo a quelle liste che portano acqua al mulino della leadership ulivista senza rompere le scatole.
A porte chiuse, i commenti che circolano nella maggioranza diessina sono più caustici e ancor meno garbati. Passino le liste con Cofferati, che in un modo o nell'altro bisognerà recuperarlo e comunque è sempre un compagno riformista (sempre che sia rimasto "un po' di posto", e non è affatto detto). Ma con alcuni compagni di strada del cinese, con i giustizialisti accusati meno di dieci giorni fa di moderno stalinismo, i capi della Quercia, soprattutto quelli di più stretta osservanza dalemiana, non vogliono averci niente a che fare.
Conclusione: della faccenda per ora i leader diessini non hanno neppure parlato, e con i movimenti non c'è stata nessuna presa di contatto seria. Non c'è da stupirsi se tra i girotondini circola scetticismo in dosi industriali. Paolo Flores D'Arcais ricordava ieri su Repubblica che "in molte città gli apparati di partito hanno già scelto i candidati, e se i giochi sono stati già fatti dai vertici dei partiti, è evidente che si dice no alla proposta di Cofferati". Di conseguenza, secondo il direttore di Micromega, si potrebbe persino arrivare alla presentazione di liste alternative a quelle dell'Ulivo dove i candidati del centrosinistra fossero particolarmente "impresentabili".
Da Roma Marina Astrologo condivide il pessimismo, ma tira il freno a tavoletta sulla eventuale presentazione di liste autonome. "Posizioni di apparente disponibilità nei confronti dei movimenti - segnala - non sono una novità. Era stato così dopo il 14 settembre, salvo poi riunire una direzione come quella diessina di metà ottobre che sbarrò ogni porta". In ogni caso, Marina Astrologo sembra assai poco convinta dall'ipotesi di dar vita subito a liste autonome dei girotondi, e si può star certi che la prospettiva illustrata da Flores piace pochissimo a Sergio Cofferati, che punta tutto sull'immagine opposta, quella di chi unisce e non di chi divide.



Contratto metalmeccanici, tutti contro tutti
Roberto Giovannini su
La Stampa

La trattativa per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici inizia come tutti gli osservatori prevedevano: malissimo. È bastato il primissimo incontro, ieri, per confermare che questa sarà forse la trattativa più dura e difficile della già complessa storia recente delle relazioni sindacali del principale settore dell´industria italiana. I sindacati di categoria si sono infatti presentati con tre piattaforme diverse, e soprattutto con richieste di aumenti salariali che sono stati respinte al mittente dalle controparti di Federmeccanica. A questo punto, il prossimo incontro previsto per il 3 febbraio rischia di consumare una clamorosa rottura - e di dare il via a una stagione di proteste prevedibilmente durissima, e dalle prospettive molto incerte. Gli scenari possibili sono tanti: un accordo separato che tagli fuori la Fiom-Cgil, ma anche il puro e semplice non rinnovo del contratto di categoria. Sarebbe una "prima assoluta", a dieci anni di distanza dalla firma dell´accordo del luglio `93. E l´accordo del 1993 è un po´ la pietra di paragone cui i contendenti - Fiom-Cgil, Fim-Cisl, Uilm-Uil e Federmeccanica - si sono tutti riferiti ieri al tavolo negoziale, anche se per giungere a conclusioni diametralmente opposte. La Fiom ha chiesto, oltre al recupero del potere d'acquisto perso con l'inflazione, anche la distribuzione di una quota di produttività di settore affermando che questa possibilità è prevista nell'intesa. Fim e Uilm non hanno previsto aumenti per la produttività, ma hanno comunque richiesto incrementi superiori all'inflazione programmata considerando quella fissata dal governo (1,4% per il 2003, 1,3% per il 2004) "non credibile". Che l´inflazione programmata sia indubbiamente inferiore a ogni realistica previsione dei centri di ricerca è un fatto, ma per gli industriali le regole sono quelle che sono: per trovare un´intesa, Federmeccanica è disponibile a concedere aumenti del 4,3% (2,7% per l'inflazione programmata per il 2003-2004 e 1,6% per il recupero del pregresso considerando che una parte dello scarto era già stato anticipato con il precedente contratto). In soldoni, poco di più di 67 euro mensili in più. Fim e Uilm chiedono molto di più, i media 92 euro di aumento, mentre la Fiom - che non riconosce il precedente contratto, che non firmò - ne pretende 135, uguali per tutti. Scontato il no di Federmeccanica, che prende di mira soprattutto la piattaforma Fiom, sulla cui base - ha detto il presidente, Alberto Bombassei - è "impossibile pervenire a un accordo". Per Bombassei, le difficoltà congiunturali del settore e l´interpretazione delle regole del `93 impongono una moderazione salariale. Gli industriali naturalmente preferirebbero un avvicinamento delle piattaforme di Fim e Uilm, per andare poi a un´intesa separata. Per adesso, spiegano però i bene informati, si tratta di una prospettiva complicata, tenendo conto anche del fatto che la Fiom-Cgil spinge sul pedale salariale con molta energia, nei luoghi di lavoro. Se ne riparlerà.



Art.18, il governo punta a far mancare il quorum
Giuseppe Sarcina sul
Corriere della Sera

ROMA - Per un po' governo e maggioranza, spiega un ministro, "si godranno lo spettacolo" offerto da un centrosinistra, diviso e imbarazzato, goffamente impegnato con il referendum sull'articolo 18. Certo, nei giorni scorsi, il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi aveva dichiarato che "il referendum si farà". Ma nell'esecutivo e negli ambienti parlamentari della maggioranza quelle parole sono interpretate in modo univoco: Palazzo Chigi non ha alcuna intenzione di offrire una sponda ai diesse e tantomeno alla Cgil. L'unico modo per evitare il ricorso alle urne sarebbe quello di varare al più presto una nuova legge, sconfessando di fatto le modifiche all'articolo 18 (niente reintegro obbligatorio solo per le aziende che superano i 15 dipendenti), già previste nel disegno di legge delega depositato in Parlamento. L'ipotesi è all'attenzione delle forze politiche, anche della maggioranza. Nelle prossime settimane il capogruppo alla Camera dell'Udc, Luca Volontè, riprenderà i contatti con i segretari di Cisl e Uil, con la Confindustria, gli artigiani e i commercianti. Obiettivo dell'esplorazione: verificare se esistono le condizioni per modificare il "Patto per l'Italia", ricomprendendo norme sull'articolo 18 in grado di disinnescare il referendum. Il clima tra le parti sociali non sembra, però, particolarmente ricettivo. Il leader della Cisl, Savino Pezzotta, vuole mantenersi il più possibile defilato e, soprattutto, non vuole toccare il testo del "Patto". Il vertice della Confindustria guarda, invece, con preoccupazione alla riapertura del "dossier" articolo 18: troppi scontri, troppe polemiche. In una parola, tempo sprecato quando occorrerebbe, invece, concentrarsi su altri obiettivi (in primo luogo le pensioni). Insomma, "l'aria che tira non è quella di una nuova legge", sintetizza il segretario dell'Udc, Marco Follini.

Alla fine sembra che Palazzo Chigi si stia orientando su una strategia in tre mosse. Nella prima fase governo e maggioranza faranno "rosolare" il centrosinistra tra contrasti e polemiche interne, come suggerisce Fini. Subito dopo, però, si imboccherà una strada diversa, per non rimanere intrappolati in uno scontro che potrebbe durare mesi: il ministro dell'Interno, Giuseppe Pisanu, fisserà il referendum per una domenica di giugno, a distanza di sicurezza dalla campagna elettorale prevista per le amministrative. A quel punto, ed è la terza mossa, potrebbe risultare più facile togliere significato politico alla consultazione dell'articolo 18. In fondo, come dimostra l'esperienza degli ultimi anni, basta poco per far mancare il quorum (51% degli aventi diritto al voto) a un referendum.


   21 gennaio 2003