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La settimana in rete
a cura di P.C. - 27 aprile 2003



L´autodifesa del signor B.
Ovvero la giustizia fai da te
Franco Cordero su
la Repubblica 24 aprile

kley
  
Nei secoli futuri qualche gius-patologo studierà i dibattimenti milanesi contro B., P. & c. Come succede nelle imprese agonistiche, è opinione variabile chi abbia vinto: esistono condanne onorevoli; certi proscioglimenti marchiano d´infamia. Norme penali dipingono i fatti punibili, altre dicono come procedere. Assoluzione o condanna implicano processi validi. Ecco allora due linee difensive: discutere fatto e diritto, "nel merito"; o schermaglie dilatorie. Ogni prassi legale sviluppa espedienti, cavilli, tatticismi. Data dal XV secolo una letteratura cosiddetta cautelare: "cautela" significa astuzia causidica; Bartolomeo Cipolla, professore padovano morto anno Domini 1477, ne espone 258 nell´omonimo trattato edito 8 volte tra 1530 e 1586. Il fenomeno alligna particolarmente nella procedura, materia seria o malfamata, secondo le mani.
I casi milanesi sono memorabili perché vi appare imputato l´uomo politico più ricco del mondo, stregone dei media: trent´anni fa viene su misteriosamente; poi cresce nell´etere sotto l´ala d´un privilegio parassitario; ritrovandosi orfano dei protettori, converte la bottega in partito; e da due anni governa l´Italia come fosse roba sua, restando qual era, un boss furbo, inesorabile negli affari, politicamente brado. Gli pende sulla testa l´accusa d´avere comprato sentenze: non aveva potuto impedire i processi; allora vuol strangolarli; e alternando pose facete alle invettive, sbraita d´una "malagiustizia". Sono due i dibattimenti. Da uno esce fortunosamente sul presupposto che rispetto a lui l´ipotetico ma probabile delitto sia estinto dal tempo: lo salva un´enorme svista legislativa: non aveva ancora gli yes-men nelle Camere; pura fortuna, quindi; è nato nel sacco amniotico, vulgo con la camicia. Corruttori e corrotti rischiavano da 2 a 5 anni (ovvero da 6 mesi a 2 anni nell´ipotesi meno grave: artt. 318 e 319 c.p.): l´art. 319-ter c.p., nato dalla l. 26 aprile 1990 n. 86, commina da 3 a 8 anni quando il fatto avvenga nel processo; ma i compilatori se ne dimenticano nell´art. 321, che estende al corruttore le pene previste dagli artt. 318 e 319; rimedia al lapsus l´art. 2 l. 7 febbraio 1992 n. 181, interpolando un riferimento all´art. 319-ter; senonché i fatti de quibus risultano anteriori e, non essendo retroattive le norme penali, B. ne approfitta.
Resta nel brago in cospicua compagnia l´on. avv. P., ex ministro, suo stretto sodale. Con quanto metodo trascinava l´udienza preliminare, assorbito nei lavori parlamentari. I dibattimenti durano da 3 anni. A parte il tentativo fallito d´un trasloco bresciano, sette volte ricusa i singoli giudici (perdoni se dimentico qualche mossa), indi tutt´e tre: se il colpo riuscisse, bisognerebbe ricominciare da capo; ma nel diritto esiste ancora una grammatica, sebbene siano tanti gli analfabeti, sicché perde ogni volta, l´ultima giovedì 17 aprile; ed essendovi stata l´udienza camerale, il ricorso non ha effetto sospensivo (ancora meno l´avrebbe se i motivi fossero così "manifestamente infondati" da non richiedere il contraddittorio orale, ma predica l´opposto una recente massima, piuttosto stravagante). L´ennesimo atto ricusatorio lascerebbe il tempo che trova. Il ricusato non è iudex inabilis: lo diventa quando la domanda sia accolta; l´eventuale sentenza da lui emessa vale o non vale secundum eventum (lo notavo 13 anni fa nel commento all´art. 37, c. 2: e mi rileggo in Cass. 1 giugno 1998, Gallo; Id. 18 gennaio 2000, Anello; Id. 2 maggio 2001, Palau Giovannetti). Qui è zero la probabilità d´una decisione favorevole al ricusante. Insomma, avviene quel che pareva impossibile: nonostante il triplo potere politico, economico, mediatico, divus Berlusco non praevalet sulla dea minore; sabato 26 aprile niente impedirà una decisione che assolva o condanni.
Siamo solo al primo atto. Dov´è in ballo l´interesse del Boss, forzaitalioti e soci lavorano a testa bassa. Le Camere pullulano d´idee. Eccone una molto chic, estendere i patti sulla pena al punto d´includere i casi milanesi. Non che vogliano pattuirla (avremmo un capo del governo corruttore confesso). La clausola galeotta salta fuori dalla coda (art. 6, c. 3). L´imputato godrà d´un termine, almeno 45 giorni nei quali meditare cosa gli convenga. Sono tanti 45 giorni. Gli scolari svegli v´imparano l´"Ethica more geometrico demonstrata" o la "Critica della ragion pura". Sono pensatori così lenti B. e P.? Baruch Spinoza o Immanuel Kant hanno forse qualche sinapsi in più ma il punto sta altrove. Nonostante le mille risorse, i due eroi dell´italiana Chanson d´affaires, così disinibiti, non riescono a togliersi la rogna giudiziaria: resta una sola via d´uscita, immunità parlamentare (P. non vuol immolarsi al nume d´Arcore: "io non tradisco", rispondeva nell´epica seduta 9 gennaio 1998, sotto pericolo d´arresto; simul stabunt, simul cadent); nel loro calcolo 6 o 7 settimane bastano. I famigli chiedevano un decreto-legge: affare arduo; li emana il Presidente della Repubblica e vorrà sapere dove stiano i casi straordinari richiesti dall´art. 77 Cost. ("necessità e urgenza").
Venerdì 28 marzo l´augusta persona affida un annuncio al patrono: ha cose da dire nel dibattimento; saranno effusioni verbali "spontanee", da raccogliere in sedi congrue (non è chiaro quali, se Villa San Martino, Palazzo Chigi o Palazzo Grazioli o fiabesche dimore sarde), compatibilmente col daffare governativo. Venga o scriva, gli rispondono: quel privilegio compete ai testimoni eminenti; lui è imputato contumace. Chi non lo sapesse, attraverso i detti "spontanei" interloquiscono gl´imputati timidi, senza scomodi contraddittori. Timido lui? Dà del tu ai potenti della terra e racconterebbe barzellette in paradiso o all´inferno. Stavolta però appare cauto. Non vuol farsi escutere dal pubblico ministero nemico, ammette lo speaker. Nell´incantesimo del Venerdì santo, 18 aprile, appare davanti al Tribunale, pochi minuti, quanto basta a "purgare la contumacia". Siccome mancano i patroni d´un coimputato (le farse sono meccanismi a orologeria) e lui non ha tempo da perdere nell´attesa dei sostituti, se ne va. Fuori declama: gl´italiani devono sapere come stiano le cose; prenderà le redini della difesa dettando il calendario delle udienze; nel merito rivendica una medaglia d´oro perché l´affare Sme porta allo Stato 2 mila miliardi (possiamo rammentargli che la res iudicanda cade altrove, nelle solite sentenze vendute?); e proclama P. "perseguitato politico".
Questa nota (intitolabile "procedura, pirateria, vaudeville") non è un pronostico. Comunque finiscano, i giudizi conteranno oltre la memoria d´uomo sotto almeno tre aspetti. Primo, l´accusa stana dei verminai nel Palazzo: vecchi arnesi corrotti, gentiluomini da commedia nera, miliardi che corrono, una City del malaffare togato, sponde ministeriali; chi ha stomaco forte legga i dialoghi intercettati. Secondo, i fini d´una politica. Che l´attuale capo del governo sia probabile corruttore nella più sporca e pericolosa delle corruzioni, quella dei giudici, l´affermano Corte d´appello milanese e Cassazione (lodo Mondadori). Tale precedente e le furberie, nonché i soprusi con cui tentava d´aggiustarsi i processi, definiscono i suoi piani de iustitia. La vuole servile: organi requirenti al soldo del governo, repressione penale selettiva, una magistratura addomesticata dal potere esecutivo attraverso i meccanismi della carriera; ergo, mano libera alla malavita d´affari; quanti pingui profitti mieteranno compagnie, lobbies, cosche sul ponte Scilla-Cariddi, appena passi dal libro dei sogni agli appalti; e stavolta sarà bancarotta nella cassa, nei cervelli, nelle anime, mentre re Mida esce più ricco. Infine, l´aspetto morale: un imputato strapotente fa il diavolo a quattro; padrone del governo e delle Camere, riscrive le norme, ridisegna l´ordinamento sulla sua taglia anomala, strepita, minaccia, adesca, provoca, calunnia, mentre i due collegi del Tribunale lavorano imperturbabili, forti solo d´una legalità schernita dalle ciurme al potere. I fatti sono lì: ogni spettatore se li valuti; chi pende dalla parte del male?

kley
  

Il Vaticano è uno Stato canaglia?
Ma perché non invadere anche la Svizzera?
Michele Serra su
L'espresso 23 aprile

Sapresti riconoscere uno Stato Canaglia? È molto importante che ogni cittadino contribuisca a mantenere l'ordine mondiale segnalando subito alla più vicina autorità di pubblica sicurezza eventuali atteggiamenti sospetti da parte di questo o quello Stato. Ripassiamo l'elenco aggiornato.
Siria. Numerosi indizi, dalla collocazione geografica all'abbigliamento dei passanti, hanno indotto negli esperti del Dipartimento di Stato la convinzione che la Siria sia un paese arabo. La domanda che gira in questi giorni a Washington è: può smettere di esserlo? La gran quantità di tappeti e minareti individuati dall'intelligence a Damasco non lascia ben sperare. Da appurare se, come è tipico degli Stati Canaglia (vedi Iraq e Libia), il dittatore abbia un figlio scemo che gira in Lamborghini e dirige la locale Federcalcio. Sarebbe la prova definitiva.
Francia. Nazione corrotta come poche altre, dedita al sesso, al Pernod e al gioco delle bocce in mezzo alla strada. I francesi si sono rifiutati di andare in Iraq perché in questo periodo preferiscono la Provenza. La locale Federcalcio non è diretta dal figlio scemo di un dittatore, ma potrebbe essere un depistaggio. Possiede armi atomiche, ma per puro snobismo.
Vaticano. Il capo dello Stato non solo non è eletto democraticamente, ma sostiene di essere il rappresentante di Dio in Terra, si affaccia alla finestra osannato dalla folla e va in giro con un cappellino bianco non firmato, tipicamente no-global. È difeso da un corpo di guardie scelte armate di alabarda e disposte veramente a tutto, come dimostra la pazzesca divisa a striscioline multicolori che indossano. Armi di distruzione di massa: si segnalano le suore al volante (oltre seimila vittime all'anno sull'asfalto di tutto il mondo) e i primi piani di Baget Bozzo durante i dibattiti televisivi.
Corea del Nord. Possiede la bomba atomica. Una sola, avviabile a manovella e affidata a quattro veterani di guerra addestrati a trasportarla a braccia e lanciarla manualmente. Il dittatore è un comunista vestito come i gangster di Little Italy, un pericoloso schizofrenico che grida “baciamo le mani” durante la sfilata del Primo Maggio e canta l'Internazionale quando tratta le partite di eroina. Particolarmente nefaste le armi di istruzione di massa: gli unici libri pubblicati in Corea del Nord sono le opere di Kim Il Sung e le ristampe di Roberto Gervaso, scambiato dalla censura coreana per un comico di Pyongyang. Il dittatore non ha figli, ma è uno scemo e dirige la locale Federcalcio. Possiede una Lamborghini, ma ha perso le chiavi in un tombino mentre cercava di raccattare gli occhiali neri, caduti inciampando nel portafogli che gli si era sfilato di tasca.
Corea del Sud. Subdolamente distinta da quella del Nord, ne è in realtà la longa manus. Sta diffondendo in tutto l'Occidente automobili dal nome pazzesco (“Sorento”, “Korando”, “Musso”, “Placenta”, “Popeya”) con il proposito di umiliare i padri di famiglia che le guidano. Provate a dire a qualcuno “vengo a prenderti stasera sulla mia Musso”, e capirete quale pericolo la Corea del Sud rappresenti per il mondo civile. Quanto alla locale Federcalcio, da quando ha organizzato i Mondiali governa direttamente il paese. È il segretario della Federcalcio a nominare il figlio scemo presidente del Consiglio.
Svizzera. La Svizzera non ha mai voluto entrare nella Nato, non fa parte dell'Europa Unita e partecipa di malavoglia anche a Giochi Senza Frontiere. Non avendo sbocchi sul mare, si tiene minacciosamente fuori dal tiro delle portaerei americane: un atto di palese ostilità. “In ogni generale c'è un correntista” è lo slogan grazie al quale la Svizzera si è sempre salvata dalle aggressioni. Il segretario della Federcalcio non è figlio di dittatore e soprattutto non è scemo: dopo anni di insuccessi, ha molto migliorato il rendimento della Nazionale convincendo i giocatori a togliersi gli sci. Armi di distruzione di massa: gli ski-lift ad ancora, che hanno causato più morti e invalidi della Seconda guerra mondiale.
Italia. Appena uscita da una lunga dittatura comunista, non è ancora pienamente affidabile. Gli ex comunisti (come Ferrara, Bondi, Frattini) sono la spina dorsale del partito di governo e fanno i ministri a Roma o i comici a Cologno Monzese. Piena di arabi, l'Italia è governata da un venditore di tappeti che controlla direttamente la Federcalcio, tiene reclusa la moglie in una villa-bunker e spedisce videocassette alle reti televisive come Bin Laden. Non disponendo di figli scemi, il dittatore ha provato a rimediare nominando i capigruppo al Senato e alla Camera.


trieste
  
Quelle ferite (tutte riaperte) di Trieste
Gian Antonio Stella sul
Corriere della Sera 24 aprile

E i campi di concentramento fascisti dove morirono migliaia di civili sloveni e croati, compresi moltissimi bambini rastrellati nei territori occupati, quando li studiamo? La prossima puntata? Le polemiche sul 25 Aprile, dalle "colpe" dei partigiani nella strage di Marzabotto agli strascichi di sangue nel dopoguerra nel "triangolo della morte" emiliano, sempre lì ci portano. Al vizio di leggere, della nostra storia, solo le pagine utili alla rissa politica. Basta guardare Trieste. Dove un pezzo della città pare ancora traumatizzata dall'immagine del tenente Bozo Mandac che il 30 aprile 1945 scendeva lungo la via Giulia, su una camionetta, davanti ai carri della 20ª Divisione jugoslava per prendersi la città nel nome di Tito.
E dove un altro pezzo si rifiuta di dimenticare le responsabilità fasciste nelle stragi alla Risiera di San Sabba. Il tutto arroventato dalle scie, dentro il terzo millennio, di rancori antichissimi tra italiani e sloveni.
E' così che, dopo estenuanti trattative, il 25 aprile sarà celebrato domani (ammesso che all'ultimo istante il programma non cambi ancora) con due distinte cerimonie. Una alle 10 alle Foibe di Basovizza, con tutte le autorità comunali e provinciali e i gonfaloni che vorranno ma senza il bollino di "commemorazione ufficiale". E una alle 11, alla Risiera, con la musica, i discorsi e la presenza slovena ma soprattutto con quel bollino di "unica e sola manifestazione pubblica ufficiale" fortissimamente voluto dal Comitato per la difesa della Resistenza. Più una cerimonia di Rifondazione comunista che erigerà un "monumento provvisorio" ai partigiani. Più tre iniziative dei fascisti di Forza Nuova, del Fronte Sociale e degli skinheads dagli incerti profili.
Roberto Menia, l'uomo forte della destra triestina, assessore comunale alla Cultura e come tale presidente della commissione per la Risiera di San Sabba, ha già detto come la pensa. E l'ha ripetuto qualche giorno fa inaugurando il monumento ai caduti restaurato a San Giusto: "Per me esistono due sole liberazioni di Trieste: il 1918 e il 1954". Vale a dire la piena restituzione della città alla sovranità italiana. E la liberazione del 1945 dal fascismo e dall'occupazione nazista? Bah.
Tema: può invocare la chiusura delle antiche ferite chi la pensa così? Certo, la sinistra ha impiegato troppi anni a riconoscere i suoi imperdonabili errori. Come gli sputi dei portuali agli esuli dall'Istria appena sbarcati a Trieste. O le ambiguità di Togliatti che intimava ai lavoratori giuliani: "Il vostro dovere è di accogliere i soldati di Tito come liberatori e di collaborare strettamente con essi". O ancora i proclami alla radio del maggiore Giorgio Jaksetich, vicecomandante italiano della città, che esaltava "l'emergere di un nuovo popolo guida dopo l'Italia del Rinascimento e la Francia della Rivoluzione: la Jugoslavia". Per non parlare dei silenzi, delle rimozioni sul tema incandescente delle foibe dove furono gettate migliaia di persone colpevoli soltanto, troppo spesso, di essere italiane.
Le riflessioni anche dolorose e dure, su queste pagine, sono però arrivate. Molto tardi, sicuro, ma dopo i dibattiti e le autocritiche ai convegni di Cascina a metà degli anni Settanta, sono già passati tre lustri da quando una delegazione del Pci guidata da Stojan Spetic andò a rendere omaggio alla Foiba di Basovizza. E sono passati diversi anni da quando Illy e i sindaci sloveni dei dintorni adottarono il 1° novembre come una giornata di pellegrinaggio su tutti i luoghi del dolore triestino: dalla Risiera al poligono di Opicina dove vennero fucilati decine di irredentisti della minoranza, dalle Foibe al Cippo di Basovizza dove furono giustiziati gli autori di un attentato antifascista del 1930, fino al cimitero che ospita le vittime dei bombardamenti alleati. Un percorso faticoso, contorto, accidentato. Ma può dire, la destra, di aver fatto altrettanto? Certo, non sono mancati i gesti importanti ad Auschwitz, alle Fosse Ardeatine, alla Risiera. Si trattava sempre, però, di luoghi simbolo dell'orrore nazista. Sui lager in cui i fascisti concentrarono le popolazioni rastrellate nei territori occupati appena al di là di Trieste, però, abbiamo mai sentito una parola chiara e netta? Mai udito una richiesta di perdono? Mai visto qualcuno inginocchiarsi a Gonars, Renicci o Arbe dove nella sola notte di Natale del 1942 morirono, spiega inDeportazione e memorie femminili” lo storico trevisano Maico Trinca, 79 persone? Eppure furono davvero una vergogna, quei lager. Basti rileggere quanto diceva la circolare N.3c emanata nel marzo del '42 dal generale Mario Roatta, che oltre a teorizzare contro i partigiani che resistevano all'occupazione italiana della Slovenia un indurimento dell'antica legge (non "dente per dente": "testa per dente") imponeva di "internare a titolo protettivo, precauzionale e repressivo" intere popolazioni, e precisava: "Eccessi di reazione, compiuti in buona fede, non verranno mai perseguiti. Perseguiti invece, inesorabilmente, saranno coloro che dimostreranno timidezza".
Fu durissima, la nostra occupazione. Lo ricorda un volantino diffuso dalle nostre autorità che minacciava la "fucilazione di tre ostaggi per ogni palo telegrafico abbattuto". O il monito di Mussolini del luglio 1942: "Deve cessare il luogo comune che dipinge gli italiani come sentimentali incapaci d'essere duri (...) E' incominciato un nuovo ciclo che fa vedere gli italiani come gente disposta a tutto, per il bene del Paese ed il prestigio delle forze armate (...) Non vi preoccupate del disagio economico della popolazione. Lo ha voluto! Ne sconti le conseguenze (...) Non sarei alieno dal trasferimento di masse di popolazioni".
E così fu. Furono 30 mila, gli internati: un decimo dell'intera popolazione, dice la commissione mista italo-slovena incaricata qualche anno fa di provare a stendere una storia comune di questa ustionata zona di frontiera. Quanti morirono non si sa. Gli storici di Lubiana, ai tempi di Tito, parlavano di 7 mila persone. Oggi la stima è stata ridimensionata.
Restano comunque i rapporti, riportati da Davide Rodogno in un saggio sulla rivista “Qualestoria” , della Croce Rossa da Arbe che parlano di "circa 3 mila decessi dovuti principalmente alla cattiva nutrizione". O la lettera al Vaticano del vescovo di Veglia, monsignor Srebnic: "Testimoni vivi e oculari, che cooperano alle sepolture, affermano decisamente che il numero dei morti ammonta almeno a 3.500". Molti erano bambini. Come bambini erano 54 dei 187 morti del campo di Monigo, in provincia di Treviso, accertati da Maico Trinca.
Possiamo anche non raccontarcelo questo pezzo di storia che non ci fa onore. Fingere di non sapere. O usarlo in occasione di qualche altra polemica. Ma andando avanti così, strappando le pagine che non ci piacciono, arriveremo mai a ricostruire ciò che siamo e ciò che siamo stati?


Gentile, "la più fascista" delle riforme
Angelo D'Orsi su
La Stampa 26 aprile

Il 1° maggio 1923 Benedetto Croce scriveva al vecchio amico Giovanni Gentile: "La tua lettera mi recò grande soddisfazione e gioia. Tu hai potuto tradurre nel campo dei fatti un tuo antico pensiero; ed io mi compiaccio di avere in qualche modo preparata questa attuazione presentando in tempi avversi un disegno di legge, che sapevo senza speranze pel presente ma che poteva essere, come è stato, un germe per l'avvenire". Croce rispondeva a una lettera di pochi giorni prima, esattamente del 27 aprile, con la quale Gentile gli comunicava: "Ho finito di discutere in Consiglio la mia riforma della scuola media, che è stata integralmente approvata." Nella medesima lettera Gentile ammetteva con onestà il ruolo dell'amico ("a tanta parte di questa riforma abbiamo lavorato insieme"), il quale alla riforma aveva lavorato non solo nelle vesti di ministro della Pubblica Istruzione con Giolitti nel 1920-21, ma anche come uno dei principali partecipanti alla discussione che si era svolta, fra giornali e convegni, sin dall'inizio del secolo, insieme allo stesso Gentile, a Giuseppe Lombardo Radice, Ernesto Codignola, Gaetano Salvemini e molti altri.
Si può a ragione, anzi, sostenere che la riforma Gentile (che nei mesi seguenti avrebbe allargato il suo raggio, toccando l'intero assetto dell'istruzione, dai programmi scolastici agli organi di governo della scuola), sia largamente il frutto di quel movimento di idee e che, dopo lo sfortunato tentativo crociano, giungeva infine a compimento grazie anche ai poteri speciali concessi dal Parlamento a Mussolini.
Esattamente due anni dopo, il 1° maggio 1925, con la pubblicazione del Contromanifesto crociano, in risposta al Manifesto degli intellettuali fascisti redatto da Gentile, si sarebbe giunti alla definitiva rottura fra i due. Croce e Gentile non si sarebbero mai più incontrati, né scritti, pur seguendo di lontano l'uno l'attività dell'altra. E della riforma della scuola, anche una volta passato il Rubicone di una posizione benevola verso il fascismo, e divenuto il papa laico dell'antifascismo, Croce ebbe sempre un'ottima opinione, guardando anzi con sfavore le modifiche che via via il regime avrebbe apportato a quella che Mussolini aveva definito "la più fascista" delle riforme, e che in realtà era poco fascista, se non forse per i modi, autoritativi, con i quali fu approvata e per lo stile di comando dall'alto che la permeò. Da questo punto di vista, pur non essendo "fascista" al momento dell'approvazione della riforma (chiese l'iscrizione al PNF qualche mese dopo), Gentile in quel "pacchetto", come in generale nella sua politica culturale, espresse una volontà ferrea di controllo e di ordine, elementi che per lui contavano almeno quanto la sostanza della sua politica; tanto che un liberale come Luigi Einaudi, all'epoca anch'egli favorevole a Mussolini, esprimeva preoccupazione sul Corriere della Sera circa lo stretto controllo ministeriale sugli insegnanti, la nomina regia dei presidi di facoltà e dei rettori universitari e così via. La nomina di un paio di migliaia di nuovi direttori didattici completava il quadro, all'insegna di un perfetto allineamento del sistema scolastico agli orientamenti governativi.
Del resto, la riforma Gentile era più che fascista, statalista, nel senso dell'accentramento, dell'annullamento dell'autonomia, sia delle istanze locali, sia delle scuole, sia dei docenti, a dispetto delle proclamazioni del ministro in senso contrario (era nelle corde di tanti pedagogisti la valorizzazione delle responsabilità individuali dei funzionari, oltre che l'esaltazione dell'autonomia didattica dei professori). Al vertice dell'ordinamento, lo Stato, simboleggiato dal mitico, a lungo desiderato dagli uni e avversato dagli altri, esame: appunto, "l'esame di Stato". Che significava, tuttavia, la garanzia non solo della serietà dei lavori scolastici, ma anche dell'eguaglianza delle condizioni, contro i rischi di un'atomizzazione localistica delle valutazioni.
Decisivo, sul piano dell'accentramento e del controllo (che dunque presenta una faccia buona e una maligna), il corollario costituito dal drastico cambiamento delle competenze e del meccanismo di formazione del Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione, ridotto nei suoi componenti, divenuti tutti di nomina regia, su proposta del ministro. Una politica seguita a tappeto da Gentile, persuaso che l'"elezionismo" fosse un elemento "corruttore" del costume scolastico (non a caso Luigi Sturzo parlò di "monarchia assoluta"). Certo, ben altro avrebbero fatto i suoi successori alla Minerva, ma egli aveva aperto una strada: e la politica dei "ritocchi" alla riforma - una politica che avrebbe suscitato inquietudini crescenti nello stesso Gentile, che assisteva impotente a una progressiva modificazione della sua creatura - sviluppando alcuni dei germi illiberali e centralistici contenuti nel disegno gentiliano del 1923, avrebbe un po' alla volta costruito davvero la scuola fascista, dagli asili all'università.
L'altro carattere della scuola gentiliana - al di là di un empito classicamente idealistico, con una precisa gerarchia tra le discipline, coronate dalla filosofia - è lo schietto classismo: sociale e di genere. Lo notò, fra i primi, Piero Gobetti, in un articolo il cui titolo dice tutto: "La scuola delle padrone, dei servi, dei cortigiani". La riforma, infatti, stabiliva una rigida gerarchia fra tipi di scuole, introducendo addirittura, con la cosiddetta "scuola complementare" ("una scuola di sfortunati", secondo Gobetti), una razzistica sottoscuola per coloro che andavano immediatamente avviati al lavoro, chiudendo loro ogni possibilità di continuare. Una decisione che naturalmente era non frutto di una scelta, ma di una situazione sociale. Così come il "liceo femminile", che doveva preparare "la donna fida e degna" del suo maschio, cui erano riservate scuole diverse e superiori, pur con le differenze, di nuovo tipicamente classiste, al loro interno. Sicché, con il suo "estremismo", Gobetti poteva sbottare in un: "Meglio analfabeta che villano rifatto, fanatico di un enciclopedico sapere male appreso"…! I "derelitti" trovavano più conforto nella fumante officina studiata da Marx, che "tra i banchi di una scuola di pedanteria e di inerzia".
In realtà, quel carattere rigidamente selettivo sarebbe stato contestato dal regime avviato sulla strada della mobilitazione di massa: la riforma, come si diceva, un po' alla volta, senza ricevere mai alcuna sconfessione, fu profondamente modificata nel corso degli anni. Proprio davanti agli attacchi subìti da Gentile, Mussolini si sentì in dovere di scendere in campo con quella celebre etichetta ("la più fascista" delle riforme). Fu tra gli altri, l'amico Croce a difenderlo con vigore, anche presso Mussolini; anche se, l'anno dopo, in piena crisi Matteotti, Gentile stesso avrebbe preso l'iniziativa di dimettersi per facilitare il chiarimento da parte del "capo".
Che cosa resta di quella riforma? Poco, a giudicare dagli ultimi tentativi roboanti e rabberciati di creare la "nuova scuola": anche la signora Moratti ha in mente una scuola di classe, ma senza la nobiltà austera del disegno gentiliano. In luogo della superiorità della filosofia, si pretende di imporre quella dell'inglese, e invece della nobiltà dell'umanesimo si vuole convincerci della grandezza dell'informatica; d'altro lato, la lotta al "centralismo statalista" riduce la scuola in briciole, in una situazione di anomia assoluta, in cui bisogna cercare sul "mercato" le risorse che lo Stato non dà (del resto il primo atto dalla ministra è giunto lì dove né Gentile né i suoi successori erano arrivati: togliere l'aggettivo "pubblica" dal sostantivo "istruzione"!); in compenso, il governo pretende la stessa obbedienza cieca ed assoluta dai suoi funzionari locali, che in effetti, come aveva fatto il regime mussoliniano, vengono sostituiti con un semplice tratto di penna, non in nome di competenze didattiche, bensì di "affinità" politiche. Perciò è persino lecito esprimere rimpianto per quella scuola, idealista e classista, ma dotata di un progetto alto, che ebbe in mente Giovanni Gentile.


De Bibliotheca
La biblioteca di Babele

Stanno crescendo le biblioteche telematiche. Riguardano testi senza diritti d'autore, ed avere la Divina Commedia, l'Orlando Furioso o il Decamerone a portata di un click è utile e molto gradevole, anche se sono opere che nella nostra biblioteca tradizionale sono presenti. Ma nel sito
De Bibliotheca ci sono anche altri due pregi: la presenza di links che collegano a siti specializzati per autore e la presenza di diverse opere inattese: ecco tre esempi di Alfieri, Giusti e Gozzano.


Epigrammi di Vittorio Alfieri

Molti siete; i' son uno:
Ma in ogni cosa si' diversi noi,
Che quando voi sarete affatto Niuno,
Io saro' pur Qualcuno.
Potete or dunque, o masnadieri eroi
Rompermi si', ma non piegar me voi.


Sia Pace ai frati,
Purche' sfratati:
E pace ai preti,
Ma pochi e queti:
Cardinalume non tolga lume:
Il maggior prete
Torni alla rete:
Leggi, e non re:
L'Italia c'e'.


Dare e tor quel che non s'ha,
E' una nuova abilita'.
Chi da' fama?
I giornalisti.
Chi diffama?
I giornalisti.
Chi s'infama?
I giornalisti.
Ma chi sfama
I giornalisti?
Gli oziosi, ignoranti, invidi, tristi.


L'uom che in un sol sonetto
Ha un po' di me mal detto,
Io credero' che amico ognor mi sia
Fin ch'ei scrive tragedie in lode mia.


Ho visto gia' quel ch'e':
Tu sparli ognor di me,
Perch'io ti mandi....alla posterita'.
Se a cio' basta un mio calcio; eccotel, va'.
Ma nel nomar io te
Mai la mia penna non s'imbrattera'


Biasimando laudate;
Laudando biasimate;
Parlando tacete;
Tacendo tacete;
Ma non campate.



gibson
  
Proverbi toscani sull'amore
Raccolti da Giuseppe Giusti


Amare e non essere amato è tempo perso.

Amami poco, ma continua.

Amante non sia chi coraggio non ha.

Amor che nasce in malattia, quando si guarisce se ne passa via.

Amor di ganza, fuoco di paglia.

Amore è cieco, e vede da lontano.

Amore è orbo, ma vede anche troppo.

Amori, dolori e danari non posson star celati.

L'amore passa sette muri.

Amore non mira lignaggio né fede né vassallaggio.

Amore non si trova al mercato.

Amore vecchio non fa ruggine.

Amori di monaca e fiori di mandorlo, presto vengono e presto vanno.

Bella faccia il cuore allaccia.

Chi ama il forestiero: in capo al mese monta a cavallo, e se ne va al paese.

Chi arde e non lo sente, arder possa infino al dente.

Chi non ha denari non faccia all'amore.

Chi non piglia l'amante al laccio, resta in casa a guardare il catenaccio.
gibson
  

Chi si vuol bene, poco luogo tiene.

Chi vuol bene a madonna vuol bene a messere.

Chi vuol l'amore celato lo tenga bestemmiato.

Cicisbei e ganzerini fanno vita da facchini.

Cosa che punge, amor disgiunge.

Delle pene d'amore, si tribola e non si more.

Detto d'amore disarma rigore.

È lieve astuzia ingannar gelosia, che tutto crede quand'è in frenesia.

La lontananza ogni gran piaga salda.

L'amore del soldato non dura un'ora, dove egli va trova la sua signora.

L'amore di carnevale muore in quaresima.

L'amore non fa bollire la pentola.

L'amore si nasconde dietro una cruna d'ago.

L'amore si trova tanto sotto la lana che sotto la seta.

Amore e tigna non guarda dove si mette.

Meglio minuzzoli con amore, che polli grassi con dolore.

Nella guerra d'amor vince chi fugge.

Non è più bell'amor che la vicina; la si vede da sera e da mattina.

Ogni disuguaglianza amore agguaglia.

Quanto più s'ama, meno si conosce.

Scalda più amore che mille fuochi.

Sdegno d'amante poco dura.

Senza Cerere e Bacco è amor debole e fiacco.

Se occhio non mira, cuor non sospira.

Se tu vuoi che ti ami, fa' che ti brami.

Se vuoi condurre un uomo a imbarbogire, fallo ingelosire.



Tre farfalle di Guido Gozzano


Del parnasso
Parnassus Apollo

parnassus apollo
  
Non sente la montagna chi non sente
questa farfalla, simbolo dell'Alpi...
Segantini pittore fu compagno
intimo del Parnasso. Tutta l'arte
del maestro non è che la montagna
intravista dall'ala trasparente...
Voi sorridete, incredula, scorrendo
l'ali chiare. Passate sui Papili,
le Pieridi, le Coliadi, l'Antocari,
cercate invano, sorridendo muta.
Ma il vostro riso incredulo s'arresta,
sostate appena sopra una farfalla
ignota e dite risoluta: - È questa!
Questa e non altra. Tolgo l'esemplare:
osservate la grazia! Col Papilio
e la Vanessa, è certo la farfalla
dei nostri climi più meravigliosa.
Ma pure al vostro sguardo di novizia
non è questa bellezza singolare?
Mentre pensate il volo del Papilio
sul trifoglio fiorito e la Vanessa
in larghe rote lente sulle ajole,
non tollerate il volo del Parnasso
in un campo, in un orto, in un giardino:
evocate un pendio di rododendri,
coronato d'abeti, e di nevai,
e la bella farfalla ecco s'adagia
sullo scenario, in armonia perfetta.
È giusto. Meditate l'ali tonde
(frastagli e dentature le sarebbero
d'impaccio contro i venti delle alture)
meditate quest'ali trasparenti,
lastre di ghiaccio lucide all'esterno,
nell'interno soffuse di nevischio,
gelide in vista tanto che vi sembra
di vederle squagliare a poco a poco;
spiccano sul candore alcune chiazze
vermiglie come fior di rododendro,
come stille di sangue sulla neve,
cerchiano l'ali zone bigio-nere
che tengono del musco e del macigno:
il corsaletto è fitto di pelurie
bianca, d'argento come il leontopodi
e l'antenne le zampe la proboscide
n'escono brevi come dalla giubba
folta d'un alpigiano freddoloso.

La rivedo con gioia ad ogni estate;
sfuggito all'afa cittadina, appena
giunto al rifugio sospirato, indago
con occhi inquieti lo scenario alpestre:
senza l'ospite candida le nevi
sarebbero per me senza commento.
Ma rade volte scende a valle. Giova
attenderla sull'orlo degli abissi,
fra gli alti cardi i tassi i rododendri.
In quel silenzio primo, intatto come
quando non era l'uomo ed il dolore,
ecco la bella principessa alpestre!
Giunge dall'alto scende con un volo
solenne e stanco, noto all'entomologo,
s'arresta sulle cuspidi dei cardi,
s'adonta di un erebia, d'un virgaurea,
suoi commensali sullo stesso fiore;
s'avvia, s'innalza, saggia il vento, scende,
vibra, si libra, s'equilibra, esplora
l'abisso, cade lungo le pareti
vertiginose ad ali tese: morta.
Dispare, appare sui macigni opposti,
dispare sul candore delle spume,
appare sopra il verde degli abeti,
dispare sul candore dei nevai,
appare, spare, minima... Si perde...


Della cavolaia
Pieris brassicae

pieris brassicae
  
Se la Vanessa ed il Papilio sono
nobili forme alate e dànno immagine
d'un cavaliere e d'una principessa,
la Pieride comune fa pensare
una fantesca od una contadina.
È volgare, dal nome alla divisa
scialba, dal volo vagabondo al bruco
nero-verde, flagello delle ortaglie.
Ridotte queste a nuda nervatura,
i bruchi vanno su pei muri a mille,
fissano le crisalidi alle mensole,
ai capitelli, ai pepli delle statue,
curïose crisalidi, sorrette
alla vita da un filo e non appese,
angolari, sfuggevoli, aderenti,
concolori così col marmo e il muro
che lo sguardo le fissa e non le vede.
Se tutte si schiudessero, la Terra
sarebbe invasa d'ali senza fine.

La Cavolaia predilige gli orti,
l'attira il bianco delle case umane;
se scorge un muro, subito s'innalza,
lo valica, discende alla ricerca
di compagne festevoli ed ortaglie.
E l'istinto sovente la sospinge
nel cuor della città. Da primavera
a tardo autunno, giunge nelle vie.
E nulla è strano, come l'apparire,
dell'invïata candida degli orti
tra il rombo turbinoso cittadino.
Allora s'interrompe il ragionare
dell'amico loquace:-Una farfalla! –
Com'è giunta nel cuor della città?
Aveva la crisalide sui colli
oltre il fiume, nell'orto di una villa.
L'istinto delle razze numerose
sospinge la farfalla ad emigrare;
discese al piano, trasvolò sul fiume,
valicò gli edifici, immaginando
orti propizi e si trovò perduta,
prigioniera nel grande laberinto
di pietra che costrussero gli uomini.
Da ore ed ore, forse dal mattino,
s'aggira stanca per le vie diritte
dove non cresce un filo d'erba o un fiore.
Come si specchia nei diciottomila
occhi stupiti il turbinìo dell'uomo?
Forse a quei sensi minimi, la folla,
le case, i carri, quei corpi grandi
sono come la frana, il fuoco, l'acqua,
fenomeni malvagi da fuggirsi.
Fugge. L'attira un cespo semovente
di fiori finti, un cencio verde, azzurro,
si libra sulla folla, sull'intrico
metallico, tra il rombo e le faville,
e va senza riposo, un carro passa
e la travolge nella scia ventosa...
Con volo ravvivato dal terrore
cerca uno scampo in alto, sale obliqua
contro le case, attinge i tetti, il sole;
si ristora ad un cespo di geranii,
fugge lasciando un lembo d'ala a un mostro
tentacolare e candido: una mano;
vola sopra il deserto delle tegole
né più discende nelle vie profonde,
va tra la selva di colmigni spessi,
da tetto a tetto, va senza riposo.



Dell'aurora
Anthocaris cardamines

anthocari cardamines
  
Primavera per me non è la donna
botticelliana dell'Allegoria.
Primavera è per me questa farfalla
fatta di grazia e di fragilità!
Oggi, lungo il sentiero solatio
dove sosta la lepre alle vedette,
un orecchio diritto e l'altro floscio,
tra il grano verdazzurro, lungo il rivo
costellato di primule e d'anemoni,
tra il biancospino, che fiorisce appena,
ho rivisto l'Antòcari volare
e il cuore mi sobbalza nell'attesa
senza nome che tutte in me resuscita
le primavere dell'adolescenza...
Ma primavera non è giunta ancora.
È la quinta stagione. Un chiaro Marzo
canavesano, inverno già non più,
non primavera ancora. È l'anno vecchio
tinto a verde d'Enrico l'amarissimo.
Se cantano le allodole perdute
nella profonda cavità dei cieli,
non s'odono le rondini garrire;
lasciano appena il Delta o la Gran Sirte
o riposano a Cipro ovver vïaggiano
sul cordame d'un legno tunisino...
Ma l'Antòcari vola e il cuore esulta!
È la farfalla della novità,
la messaggera della Primavera,
la grazia mite, l'anima del Marzo.
Essa avviva la linfa nelle scorze,
il brusio, il ronzio, lo stridio,
risuscita l'incognito indistinto.

La messaggera della Primavera
è timida, sfuggevole alle dita,
coscïente di sua fragilità;
quasi non vola, s'abbandona al vento
e visita la primula e l'anemone,
la pervinca, il galanto, il bucaneve;
il vento marzolino fa tremare
petali ed ali dello stesso tremito
e l'occhio mal discerne la farfalla:
l'ali minori, marezzate in verde,
chiudono come un calice l'insetto.
Insetti e fiori; mimi scaltri, come
v'accordaste nei tempi delle origini?
Le pagine di pietra dissepolte
attestano che i fiori precedettero
gl'insetti sulla terra: fu l'anemone
che alla farfalla ragionò così:
"Sorella senza stelo, come sei fragile
d'ali e debole di volo! Salvati
dal ramarro e dalla passera:
rivestiti di me, tingiti in verde
ai lati, in bianco a mezzo, in fulvo a sommo,
e con l'antenne simula i pistilli!".
E il fior primaverile alla farfalla
primaverile diede i suoi colori:
dolce alleato nella vita breve...
E la caduca musa marzolina
sa che deve sparire con l'anemone,
sparire prima della Primavera...
Visita i fiori, intepidisce il regno
per le grandi farfalle che verranno,
poi, giunta al varco della vita breve,
congeda il Marzo, volgesi all'Aprile:
Aprile! Marzo andò: tu puoi venire!...


kley
  


   27 aprile 2003