
La settimana in rete
a cura di P.C. - 30 marzo 2003
Una pagina di Voltaire sulla guerra
Dizionario filosofico (1764)
Peste fame guerra: tre presenze endemiche in questo basso mondo, come tutti sanno. Nella fame possiamo includere anche i tanti cibi nocivi di cui, per carenza di quelli sani, siamo costretti a alimentarci, con il risultato di accorciarci la vita proprio mentre ci illudiamo di darle sostegno; alla peste dobbiamo assimilare tutte le malattie contagiose, che assommano a due o tremila. Fame e peste sono doni della Provvidenza. La guerra invece, che le riunisce e diffonde, ci viene elargita dalle decisioni di tre o quattrocento personaggi ben distribuiti sulla superficie terrestre e variamente insigniti del titolo di sovrano o di ministro: sarà per questo, vien fatto di pensare, che in molte dediche di libri questi signori ci vengono presentati quasi fossero immagini viventi della Divinità.
Anche il più ostinato di quei dotti adulatori riconoscerà pacificamente che la guerra ha sempre al suo seguito morbi e carestie: basta che visiti l'infermeria di un esercito o che capiti in qualche
abitato che abbia visto nei pressi un glorioso scontro tra armati.
Sì, è davvero un'arte suprema quella che devasta la natura, distrugge le case e porta alla morte, quando va bene, il quaranta per cento della popolazione su cui si abbatte. Si tratta di un'invenzione che fin dalle origini ha spinto a unirsi in ampie alleanze nazioni diverse, per l'utile comune. Celebre il fronte dei Greci e il suo annuncio al fronte dei Frigi che mille imbarcazioni di pescatori stavano per passare il mare per sterminarli, se appena possibile. Non diversamente i Romani, avvicinandosi la stagione della mietitura, si convocavano in assemblea per deliberare se aggredire i Volsci oppure i Veienti; e anni dopo, stabilito che i nemici erano diventati i Cartaginesi, li avrebbero combattuti per terra e per mare.
Oggi le cose vanno in altro modo. Comincia un genealogista, che mette insieme le prove della diretta discendenza del suo principe da un certo conte, gli antenati del quale avevano stipulato un accordo, due o tre secoli prima, con una dinastia di cui intanto si è persa anche la memoria. Si scopre poi che la stessa dinastia accampava diritti su un certo territorio, il cui ultimo signore è di recente morto d'un colpo apoplettico. Bene, il principe e il suo regale consiglio ne deducono con certezza che quel tal dominio gli appartiene per diritto divino. Si tratta magari di un territorio lontano centinaia di chilometri e chi ci vive protesta di non conoscere neppure il pretendente, proclama di non aver nessuna voglia di essere governata da lui, sostiene che per dettar legge a un popolo occorre almeno averne il consenso.
Sono discorsi che non arrivano neppure a sfiorare l'alto orecchio del principe, il quale resta fermo nel suo diritto incontestabile. Detto fatto, si trovano in gran numero uomini che non hanno niente da perdere; li si veste con un panno blu di pochi soldi al metro, si aggiunge al loro berretto qualche cordoncino bianco, li si prepara con un po' di evoluzioni a destra e a sinistra, e si marcia verso la gloria.
Gli altri principi, appena sentono parlare della spedizione, intervengono e partecipano, ognuno con un proprio contributo in modo da assicurare a una zona più o meno estesa del paese invaso un apporto di stragi da far impallidire quelle lasciate nel loro passaggio dai vari Gengis Khan, Tamerlano e simili. Anche tra gente lontana arriva la voce che lo scontro è imminente, che c'è da lucrare abbastanza a mettersi in mezzo, e rapidamente ci si divide in due schiere, al modo dei mietitori, e ognuno offre i suoi servizi a chi voglia pagarli.
Così due opposte moltitudini si sbranano reciprocamente, senza alcun interesse al fatto in sé e senza neppure sapere bene di che si tratti.
Vediamo cinque o sei potenze belligeranti, a volte tre contro tre, a volte due contro quattro, o una contro cinque, tutte cariche di odio vicendevole, in coalizioni che si fanno e si disfano: di costante e concorde c'è un solo punto, il proposito di fare tutto il male possibile.
In questo genere di luciferine intraprese c'è un particolare stupefacente: ogni capobanda, prima di andare a sterminare il prossimo, fa benedire i suoi drappelli assassini e invoca Dio con grande solennità. Se poi un capo avrà la limitata fortuna di far sgozzare soltanto due o tremila esseri umani, non ringrazierà il Creatore; ma se potrà vantare un diecimila trucidati dal fuoco e dal ferro del suo esercito e se, per colmo di grazia, qualche città sarà stata rasa al suolo, allora farà cantare un lungo peana di gratitudine, ovviamente composto in una lingua ignota a tutti i combattenti e infarcito di strane espressioni. E' curioso che lo stesso inno serva per i matrimoni e le nascite come per gli omicidi: sembrerebbe imperdonabile, soprattutto nella patria del canto.
Uno spontaneo senso religioso ha impedito mille volte ai privati di commettere un delitto. Un'anima ben nata non ne ha l'impulso, un'anima delicata se ne sgomenta alla sola idea; subito le si presenta l'immagine di un Dio giusto e punitore. Le religioni storiche invece spingono a ogni sorta di efferatezze collettive: a associazioni malavitose o sediziose, taglieggiamenti, agguati, depredazioni di città, saccheggi, omicidi. Ognuno va al crimine con animo lieto, sotto gli stendardi dei propri patroni celesti.
Oratori prezzolati vengono arruolati per esaltare quelle giornate di sangue. Alcuni sono vestiti con una lunga veste e una mantellina sulle spalle; altri portano sopra l'abito una camicia; altri si addobbano con una stola aggiunta. Parlano, parlano. Non si peritano magari dal citare fatti accaduti in Palestina secoli fa, a proposito di scontri in atto oggi in tutt'altra zona del globo.
Il bello è che per il resto dell'anno tipi così tuonano contro i vizi umani. Con quattro ragionamenti e qualche acrobazia dialettica dimostrano che se una ragazza si imbelletta le guance sarà colpita dalla vendetta senza fine del Padre eterno. Scoprono in immortali capolavori della letteratura lo zampino del demonio. Riescono a provare che un riccone che in giorno di quaresima si fa mettere a tavola nel piatto duecento scudi di pesce appena pescato ben provvede alla salvezza della sua anima, mentre il miserabile che cerca di placare la fame con qualche ritaglio di carne di montone finirà per sempre tra gli artigli del diavolo.
Di contro a tante prediche di questo genere, una persona di buon senso può contare sulle dita i discorsi di qualche ecclesiastico illuminato, magari di secondo piano, che non gli ispirino sdegno. Ma in tutti i discorsi sono pochi davvero, costituiscono eccezione, quelli in cui chi parla osi alzare la voce contro il flagello e il crimine della guerra, madre di tutti i crimini e di tutti i flagelli. La bestia nera, l'ossessione di quei predicatori è altro: è l'amore, l'amore solo conforto in realtà del genere umano e solo mezzo per reintegrarlo. Sugli ignobili sforzi che non facciamo per distruggerlo, non si trova niente da eccepire.
Quanti pessimi sermoni di moralisti sulla cosiddetta purezza! e quanto silenzio invece sugli orrori bellici, sulle devastazioni, i saccheggi, le violenze, su questa follia universale che travolge ogni cosa. Tutti i vizi privati, di tutti i tempi e di tutti i luoghi messi insieme, mai arriveranno a pareggiare il male prodotto da una sola campagna di guerra.
Miserabili medici dell'anima, voi vi sgolate per un'ora per commentare delle inezie e restate in silenzio sulla piaga che tutti ci strazia. E voi, egregi moralisti, i vostri libri bruciateli. Finché l'arbitrio di pochi potenti potrà far massacrare a migliaia i nostri fratelli, gli uomini dediti a quello che chiamate eroismo rappresenteranno in verità la peggiore feccia della natura.
Dove vanno a finire, che valore hanno umanità, benignità, senso del limite, moderazione, dolcezza, saggezza, quando ancora una mezza oncia di piombo sparata da qualche centinaio di passi mi può spappolare il corpo, quando mi accade di morire a vent'anni tra indicibili sofferenze, vedendomi accanto cinque o seimila morenti, mentre gli occhi, aperti per un'ultima volta, vedono la città in cui sono nato distrutta dagli ordigni e dal fuoco e mentre gli orecchi raccolgono come ultimo suono della vita gli urli delle donne e dei bambini spiranti sotto le macerie, e tutto questo per i pretesi interessi di persone sconosciute e lontane?
La cosa più infame è che la guerra appare un male inevitabile. Fateci caso, gli uomini hanno sempre adorato qualche Dio della guerra. Per esempio in ebraico Sabaoth, parola che indica il Creatore, significa Dio degli eserciti.
Consoliamoci con Omero. Nel suo poema si può leggere che Minerva, dea della saggezza, chiamava Marte un dio folle, insensato, infernale.
In questa crisi ci manca un americano tranquillo
Eugenio Scalfari su la Repubblica del 30 marzo
Mi ha molto colpito leggere qualche giorno fa, in una delle sue straordinarie corrispondenze da Bagdad, la citazione che Bernardo Valli ha fatto dal romanzo "Un americano tranquillo" di Graham Greene. Valli si richiama al Vietnam e alla disastrosa condotta non solo militare ma politica di quella guerra da parte americana, che finì con la sconfitta e la fuga da Saigon dell'ambasciatore Usa e coincise con il momento culmine della protesta pacifista contro il bellicismo interventista degli Stati Uniti, non solo in Europa ma soprattutto nella stessa America.
Siamo già alla vietnamizzazione della guerra irachena? Alcuni fatti lo farebbero pensare. Per esempio l'allungarsi dei tempi, l'evidente errore della strategia iniziale, la necessità di imponenti rinforzi, l'aumento delle vittime civili, la crescente agitazione delle folle arabe in Giordania e in Egitto.
E' di ieri la decisione, resa nota da alcuni comandi militari americani, di arrestare l'avanzata su Bagdad per alcuni giorni in attesa di forze fresche ed anche di viveri e carburante che cominciano a scarseggiare tra le truppe "insabbiate" nell'Iraq centrale: notizie del genere fanno dubitare della serietà con la quale la guerra è stata affrontata dai dirigenti politici e militari americani. Ancor più sinistra è la notizia del primo attentato kamikaze contro un reparto di marines sulla linea del fronte, che ha provocato la morte di quattro soldati.
Ma altri fatti ed altre considerazioni portano invece ad escludere il ripetersi di un secondo Vietnam per una ragione evidente: dopo l'11 settembre l'opinione pubblica americana voleva e anzi pretendeva una risposta vendicatrice. Le teorie imperiali della destra che si raccoglie intorno a Bush non avrebbero avuto spazio per attuarsi senza l'esistenza di questa condizione preliminare e cioè senza la volontà di risposta della grande maggioranza del popolo americano, chiaramente insoddisfatto dalla guerra afgana, dai suoi esiti precari, dalla mancata cattura di Bin Laden, dalla persistenza della minaccia terroristica internazionale.
In teoria non si può escludere che, in caso di un prolungamento della guerra irachena ed un aumento sostanziale delle perdite militari, l'opinione pubblica negli Stati Uniti evolva su posizioni contrarie a quelle del governo, ma in pratica sembra assai difficile che ciò possa accadere. Quanto alle vittime civili, che possano aumentare con assai maggiore rapidità, l'11 settembre ha in certa misura mitridatizzato il sentimento pubblico americano su questo aspetto del problema. Esso colpisce invece in misura estremamente intensa l'opinione pubblica europea e l'insieme del mondo cattolico. E qui si apre un altro discorso che potrà avere e già ha effetti molto seri sull'assetto dei rapporti cosiddetti interatlantici e delle istituzioni che dovrebbero costituirne il presidio e la garanzia.
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Non mi pare che la posizione del Papa e della Chiesa cattolica siano state ben comprese: il movimento pacifista le ha in qualche modo identificate con se stesso; i fautori della guerra preventiva l'hanno ascritta all'intenso amore per la pace connaturato alla religione cristiana, meritevole di rispetto ma ininfluente sulle vicende politiche concrete. Quanto a Bush e al grosso dell'opinione pubblica anglo-americana, il Dio degli eserciti che per definizione marcia alla testa degli Stati Uniti portatori di libertà, soppianta la concezione del Cristo fattosi uomo e vittima di altri uomini per portare nel mondo l'amore, la pietà e la salvezza.
Si tratta dunque di semplificazioni che non colgono a mio avviso la sostanza del problema. Ho avuto modo negli scorsi giorni di verificare alcune mie personali sensazioni con alti dignitari vaticani molto vicini al Papa e in qualche modo diretti strumenti del suo messaggio di pace e ne ho tratto le seguenti conclusioni.
1. L'ecumenismo cattolico, fin dai tempi del Concilio Vaticano II ma sempre di più fin dall'inizio dell'attuale pontificato, ha avuto l'Islam come uno dei suoi principali interlocutori, quanto se non di più delle stesse Chiese cristiane, protestanti o ortodosse che fossero.
2. Lo sforzo costante della politica ecumenica di questo Papa è stato quello di puntare sull'Islam aperto, sulla sua visione pacifica e tollerante delle altre culture e delle altre religioni, sul rilievo che la figura profetica del Cristo ha avuto nella mistica islamica medievale e che tuttora ha nelle scuole più autorevoli dell'islamismo a cominciare dalla grande università Al Azhar del Cairo, ai dottori che si raccolgono attorno alle moschee di Damasco e a molte altre manifestazioni della Sapienza islamica sia nelle regioni arabiche sia in quelle musulmane non toccate dal movimento wahabita.
3. Il Papa ha sempre posto una cura particolare nel distinguere accuratamente il Cristianesimo dall'Occidente. Questa cura è decisamente aumentata dopo la caduta del muro di Berlino dell'89. E' fuori dubbio che molti dei valori dei quali il cristianesimo è portatore fanno parte del patrimonio genetico dell'Occidente ma non sono i soli. Soprattutto molti dei valori che hanno dato forma all'Occidente non fanno parte del patrimonio religioso e culturale del cristianesimo e in particolare del cattolicesimo.
4. Nella visione di Giovanni Paolo II esistono dunque sul piano culturale tre grandi soggetti in qualche modo interdipendenti ma tuttavia nettamente distinti tra loro e sono il cristianesimo, l'Occidente, l'Islam. 5. La tentazione del fondamentalismo politico che si sta diffondendo nell'Islam contrasta l'ecumenismo religioso. Del pari lo contrasta quello che ormai può definirsi una sorta di fondamentalismo politico cristiano. L'affermarsi di quest'ultimo, speculare al primo, rischierebbe di appiattire e addirittura di far coincidere la Chiesa con l'Occidente e ridurrebbe i soggetti culturali da tre a due delineando così uno scontro di civiltà che è l'antitesi del messaggio universalistico del Cristo.
6. Ecco perché la guerra irachena è considerata dal Papa come una guerra criminale della quale chi l'ha scatenata al di fuori della legalità internazionale dovrà rispondere (sono parole letteralmente pronunciate dal Papa e dai suoi più prossimi interpreti) "dinanzi a Dio, al mondo e alla storia" .
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Il pacifismo cattolico si fonda dunque su questa base religiosa e culturale fortemente argomentata. Quello laico su motivazioni diverse anche se convergenti nel temere e nell'opporsi ad una guerra di civiltà. Ne ha dato una compiuta dimostrazione il ministro degli Esteri francese Dominique de Villepin nel suo recente discorso all'Istituto di studi strategici di Londra, pubblicato venerdì scorso su questo giornale. Le sue motivazioni sono tanto più importanti in quanto provengono da un diplomatico e non già da un uomo dei movimenti, per di più membro d'un governo di destra conservatrice.
In breve, le motivazioni riguardano il rapporto tra la forza, il diritto e la legalità. "Solo il consenso e il rispetto del diritto - dice de Villepin - danno alla forza la necessaria legittimità. Se usciamo da questi limiti, l'uso della forza non rischia forse di diventare un fattore di destabilizzazione? Noi non rifiutiamo l'uso della forza ma vogliamo mettere in guardia contro i rischi del suo uso preventivo eretto a dottrina; quale esempio daremmo agli altri Stati del pianeta? Quale legittimità conferiremmo alla nostra azione? E quali limiti poniamo all'esercizio della potenza? Non apriamo questo vaso di Pandora". E conclude con una citazione di Pascal che non potrebbe essere più appropriata al caso della guerra irachena e ai suoi fautori: "Non potendo rendere forte ciò che è giusto, si è fatto in modo di rendere giusto ciò che è forte".
Non si può descriver meglio ciò che ispira il movimento pacifista nel suo variegato complesso: il primato del diritto è un'esigenza morale e politica, è la condizione della giustizia ma anche dell'efficacia poiché solo la giustizia garantisce una sicurezza durevole.
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In attesa che il conflitto finisca si cercano fin d'ora le vie per recuperare in qualche modo la credibilità delle istituzioni devastate dall'improvvida guerra - che come ha detto l'altro ieri Romano Prodi non avrebbe dovuto esser cominciata. Tornare all'Onu - si dice - per la ricostruzione dell'Iraq e per l'aiuto umanitario a quella regione. Tornare all'Europa per recuperarne l'unità. Ebbene, è al tempo stesso troppo e troppo poco. E' troppo se si vuole scaricare sull'Onu, cioè su tutti i Paesi che ne sono membri, l'onere delle devastazioni provocate dall'armata di due paesi che hanno agito da soli scavalcando le Nazioni Unite. Loro hanno distrutto e sta a loro sopportare i costi di quella ricostruzione.
Sarebbe giusto effettuarla in un quadro multilaterale anche per evitare che la riparazione dei danni divenga un gigantesco e lucroso appalto di una cricca affaristica legata intimamente all'Amministrazione Bush, ma a condizione che i costi gravino sui responsabili di tali devastazioni. E' troppo poco se si scavalcherà ancora l'Onu nella sistemazione geopolitica della regione, a cominciare dallo stesso Iraq e dal conflitto Israele-Palestina.
E' molto improbabile che Bush ceda sia su un punto che sull'altro ed è pertanto improbabile che i rapporti transatlantici possano riprendere come se nulla o poco fosse accaduto. Quanto al tema dell'unità europea ho già scritto la scorsa settimana, e qui lo ripeto, che esso fa tutt'uno con la preminenza della costruzione europea rispetto al problema della ricucitura con gli Usa. Le due questioni non vanno insieme perché politicamente la prima non può che precedere la seconda. Se l'Europa non pensa prioritariamente a se stessa come entità e soggetto politico sarà difficile che recuperi un buon rapporto con gli Usa e con la loro deriva imperiale.
Da questo punto di vista è essenziale il compito della sinistra europea, della sua crescita politica, della sua capacità di riprendere il governo specie nei Paesi che hanno subito il fascino della forza senza legalità. E' essenziale anche che il Partito laburista inglese chiarisca la sua politica: l'ipotesi di Blair di condizionare l'"imperium" americano sol perché ha mandato quarantamila uomini a combattere nel Golfo si rivelerà probabilmente un'illusione; in realtà essa nasconde un'altra ipotesi, quella cioè che l'Europa dissenziente si converta di fronte alla forza della vittoria militare.
Tutto può accadere, ma se non accadesse sarà Blair e soprattutto il suo partito a dover scegliere tra la costruzione dell'Europa politica e la relazione speciale con gli Usa. Nelle condizioni attuali non si può essere cerniera tra un'iperpotenza e una potenza ancora ipotetica. Le cerniere funzionano per collegare due entità esistenti, altrimenti se ne fa volentieri a meno.
Il movimento pacifista può far molto affinché l'Europa politica cessi di essere un'ipotesi. Spero che ne acquisti piena consapevolezza così come spero che avvenga il reciproco da parte delle forze politiche di sinistra. La lite che in Italia ancora angustia queste due realtà complementari è fuori tempo e fuori luogo, fa solo danni senza alcun vantaggio.
Post Scriptum: in tutti questi frangenti di imponenti dimensioni un certo Catilina non meglio identificato si è prodotto sul sito della Fondazione Di Vittorio in insulti verso gli attuali dirigenti dell'Ulivo e dei Ds. Non critiche motivate, ma insulti. Chiunque sia la persona che sta dietro l'infelice pseudonimo, mi sento di prendere a prestito dalla brava Franca Valeri una sua antica e fulminante definizione: si tratta di un "cretinetti" e come tale va considerato.
Operazione arcobaleno
Marco Damilano su l'Espresso del 26 marzo
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L'Arcobaleno unisce. "Questa foto la vendi subito, eh, vedrai come va", scherza il segretario della Cisl Savino Pezzotta abbracciando Guglielmo Epifani sotto il bandierone della pace davanti all'obiettivo di un fotografo alla manifestazione dei sindacati per la pace.
Prima settimana di guerra, il drappo multicolore dilaga. Sono oltre due milioni e mezzo le bandiere esposte dai balconi di tutta Italia, calcolano quelli della Rete Lilliput. Nell'ultima settimana, poi, un ciondolo colorato è comparso sul collo delle deputate dell'Ulivo, regalato alle colleghe dalla diessina Giovanna Grignaffini. Rosy Bindi ha appeso il vessillo alle finestre della Margherita, "Sergio Mattarella all'inizio non voleva, gliene ho dato uno più piccolo". E alle manifestazioni del day after l'inizio dell'attacco angloamericano sotto l'arcobaleno ecumenico hanno fatto pace coppie a lungo spaiate: Epifani e Pezzotta. E Fausto Bertinotti e Massimo D'Alema, a braccetto alla fiaccolata romana organizzata da Walter Veltroni.
L'Arcobaleno divide. Sabato scorso le anime della pace si sono separate. I partiti dell'Ulivo in una piazza del Popolo semivuota con i segretari, il cantante Massimo De Cataldo e l'ex presidente della Rai Roberto Zaccaria. I movimenti riuniti nel comitato Fermiamo la guerra, con la Cgil e Rifondazione, un chilometro più in là, a piazza Venezia. I giovani cattolici in veglia di preghiera nella chiesetta di san Francesco a Torre Argentina, nel cuore di Roma. Tutto alla stessa ora, con le stesse parole d'ordine. Un errore di comunicazione, hanno minimizzato gli organizzatori. Solo l'anticipo di quello che potrebbe accadere tra qualche mese, prevedono altri. Quando, con le elezioni europee del 2004 ormai alle porte, la tentazione di misurare elettoralmente quanto vale la pace potrebbe diventare irresistibile. E sparigliare le carte in un Ulivo diventato ingovernabile.
Per ora se ne parla sottovoce, come un fantasma da esorcizzare. "Il desiderio di pace ha un valore elettorale inversamente proporzionale a chi spera di strumentalizzarlo", giura il deputato della Margherita Beppe Fioroni. "E poi come si fa a dire cosa succederà tra un anno?", si chiede il diessino Guido Alborghetti. "Tra 12 mesi la situazione sarà completamente diversa". Ma che l'idea circoli è sicuro. Una lista della pace alle europee. Con dentro i protagonisti dei movimenti dell'ultimo anno: sindacalisti, girotondi, giovani new globale, cattolici. La NoWar tv di Giulietto Chiesa e la Micromega vestita arcobaleno di Paolo Flores d'Arcais. E benedetta da Cofferati. Che però, alla fine, potrebbe decidere di restare fuori e presentarsi nelle liste dei Ds per fare il pieno delle preferenze.
Nello stretto cerchio degli uomini più vicini a Cofferati se ne ragiona da settimane. Senza per ora arrivare a una conclusione: "Anche perché è prematuro", fanno notare i cofferatiani. "Nel '94 Berlusconi mise in piedi Forza Italia in pochi mesi, Romano Prodi alle europee del '99 fece lo stesso con l'Asinello. A noi basterebbe ancora meno tempo". Ma nelle cene e nelle telefonate di questi giorni tra il Cinese e i suoi c'è la soddisfazione di aver visto giusto. È dalla scorsa estate che Cofferati spinge sul tema della pace. Lanciando l'allarme sulla guerra di Bush e candidandosi di fatto alla leadership del movimento pacifista. In un primo momento, a fianco di Gino Strada ed Emergency. "La prima volta che abbiamo partecipato a un'inziativa insieme, al teatro romano Ambra Jovinelli", ricorda un altro dei leader carismatici del movimento, padre Alex Zanotelli, "l'avevo trovato un po' impacciato, come se cercasse le parole giuste da dire in un ambiente che non conosceva bene".
Poi, via via, il Cinese ha trovato il ritmo. E ora, nei suoi tour in giro per l'Italia, non parla d'altro. Le bandiere della pace, già prima di diventare fenomeno alla moda, avevano colorato il palco del Palasport di Firenze, all'incontro tra Cofferati e Nanni Moretti. Hanno sostituito le bandiere rosse. E ora circondano il palazzone di Corso d'Italia, sede della Cgil. Dove, negli ultimi giorni, si riunisce il comitato Fermiamo la guerra.
Insomma, il partito della Pace, per ora, è in ebollizione, fin troppo. Meglio aspettare il momento opportuno, ragiona Cofferati, e sperare che l'Arcobaleno non svanisca nei cieli delle buone intenzioni. Intanto una decisione è stata presa: alla prossima assemblea dell'associazione Aprile, il correntone ds separerà almeno formalmente i suoi destini da quelli dell'associazione di area. A coordinare la minoranza ds sarà Fabio Mussi, alla presidenza di Aprile sarà confermato Giovanni Berlinguer. Una scelta che ha provocato i mugugni di chi avrebbe voluto affidare la presidenza a un esterno o, magari, ad Achille Occhetto, ormai estraneo alle vicende della Quercia. Come testimonial della pace si attende un intervento telefonico di Gino Strada. Fuori, invece, i professori fiorentini, Paul Ginsborg e Francesco Pancho Pardi. Che hanno declinato l'invito ad entrare in Aprile. Preferiscono lavorare nell'Ulivo.
Ma Cofferati non drammatizza rifiuti e distinguo. La bandiera della pace, per ora, non deve ancora diventare un simbolo elettorale. È una bomba ad orologeria puntata addosso ai vertici dell'Ulivo e dei Ds. Se il centro-sinistra entra in crisi profonda diventerà una necessità. Anche perché, ed è l'ultima scommessa di Cofferati, con il governo Berlusconi in grande difficoltà si potrebbe tornare presto a votare per le elezioni politiche. E allora l'Arcobaleno potrebbe tornare utile. Come simbolo di tutto l'Ulivo.
Tribù, quello che gli americani non hanno capito
Kaled Fouad Allam su La Stampa del 29 marzo
L'attuale conflitto che oppone la coalizione anglo-americana all'Iraq è per molti versi atipico, non tanto in ragione della legittimità dello stesso - su cui i pareri sono alquanto contrastanti - ma quanto alla sua tipologia. Quella che si sta svolgendo è probabilmente la prima guerra multiculturale dell'era globale. Ma attenzione: non mi riferisco assolutamente allo scontro di civiltà teorizzato dal celebre politologo Samuel Huntington. La nozione di guerra multiculturale vuole invece evidenziare come in questo caso le logiche dell'avversario iracheno, e dunque le sue capacità difensive e di attacco, siano totalmente estranee a quelle che stanno alla base della strategia angloamericana, vale a dire la logica classica di Klausewitz e le logiche belliche più recenti legate al concetto di guerriglia urbana.
A una settimana dall'inizio della guerra, balza agli occhi come la strategia angloamericana abbia completamente sottovalutato, per non dire ignorato, la dimensione culturale della complessa società irakena, e soprattutto la reale strutturazione del potere politico nell'Iraq di Saddam Hussein. Ne risulta un'enorme confusione in cui i singoli fatti sembrano tra loro in contraddizione. L'episodio della consegna da parte degli americani di derrate alimentari alla popolazione sciita, seguìta da danze euforiche e slogan inneggianti a Saddam Hussein, appare paradossale agli occhi occidentali. Esso fa intuire le difficoltà incontrate dagli angloamericani nell'individuare un blocco sociale che permetta di stabilire dei contatti localmente; e questo avviene semplicemente perché la coalizione non conosce la società irachena e il suo funzionamento.
Non si è considerato, ad esempio, che nei dodici anni trascorsi dalla prima guerra del Golfo il potere politico di Saddam Hussein non si è fondato unicamente sull'ideologia del partito nazionalista arabo Ba'ath: egli ha infatti rafforzato la sua legittimità politica basandosi su qualcosa che nelle società arabe è radicato molto più profondamente di quanto possa farlo qualunque ideologia: le strutture tribali, che definiscono un sistema di solidarietà e di coesione sociale e territoriale del tutto diversa da quella individualistica che regna in occidente. Saddam Hussein, per rafforzare una dinamica politica funzionale al suo totalitarismo, ha tribalizzato lo stato e statalizzato le tribù.
Perché controllare le tribù significa due cose: instaurare un rapporto di dipendenza della periferia verso il potere centrale attraverso un sistema basato sull'assegnazione di doni e privilegi (come il collocamento dei capi tribali nei più alti apparati dello stato) alle tribù più importanti e dunque egemoniche sul territorio; e aumentare la forza carismatica del suo potere. In effetti, a metà degli anni '90, Saddam Hussein ha assunto il titolo di "capo dei capi" (lo Sheikh al-Mashayikh). Perciò, se non si tiene conto della diluizione del potere realizzata attraverso il sistema tribale, spezzare il regime di Saddam Hussein si rivela un'impresa molto complessa.
Questa guerra sta diventando asimmetrica non tanto a motivo del gap tecnologico relativo ai mezzi bellici, ma soprattutto perché in essa si scontrano due modelli, due concezioni del potere politico. Nel caso iracheno, il totalitarismo di Saddam Hussein è in realtà conforme alla natura del potere politico nel mondo arabo-islamico, il mulk. Il mulk è un potere di tipo dinastico che si regge sul sistema della parentela e che si mantiene attraverso un potere coercitivo; esso non si traduce soltanto in un esercito istituzionalizzato, ma è presente in un'identità collettiva, quella tribale, che interviene ogniqualvolta si presenti una minaccia esterna per opporvisi. In questo caso il confine fra civile e militare si dissolve.
Quello che in occidente è interpretato come tradimento, in oriente si chiama takiyya o kitman (dissimulazione) e rappresenta un principio classico della strategia araba per cui l'individuo, in qualunque momento, si sente chiamato a difendere il territorio, la tribù, il clan. Ecco perché questa guerra presenta un'enorme difficoltà e complessità; e il dopoguerra sarà ancor più difficile e complesso, perché sarà necessario servirsi di una griglia di lettura totalmente diversa da quella classica occidentale.
Il carattere multiculturale di questa guerra è dato anche dal fatto che la strategia irachena deriva da un dosaggio molto sottile di elementi strategici imparati nelle accademie militari d'occidente e di elementi della strategia araba classica che si basa sul sistema di solidarietà di clan e su forti richiami di ispirazione religiosa e non, anche se filtrati dall'acculturazione. Dunque la confusione o contraddittorietà della situazione corrisponde semplicemente all'incapacità angloamericana di interpretare il codice culturale del nemico, e di conseguenza di individuare una strategia in grado di indebolirlo. La troppa informatizzazione, insomma, ha finito per far trascurare la dimensione umana nello svolgimento nella vicenda bellica.
Fra la fine dell'Ottocento e il primo Novecento, all'epoca degli imperi coloniali, gli eserciti occidentali, in particolare quelli britannici e francesi, erano in grado di leggere questo mondo in modo pertinente: per farlo avevano inventato una nuova disciplina, la sociologia coloniale, avevano fondato delle scuole specializzate per ufficiali nelle colonie francesi erano i celebri Bureaux Arabes - conoscevano le lingue e i dialetti di questo mondo, erano capaci di costruire equilibri, trattando con ogni singola tribù, oppure di rovesciare quelli esistenti per servirsene ai propri fini.
Ovviamente per me questo mondo rappresenta una triste memoria, ma tuttavia esso costituiva un ricco universo di conoscenza; non va dimenticato che molti grandi orientalisti provenivano all'amministrazione militare. Ma oggi una tale formazione culturale e conoscenza effettiva del terreno manca completamente nella strategia dei war games. Ciò riduce drammaticamente la portata politica di questa guerra vale a dire una prospettiva di democratizzazione e rischia di trasformarla in un'azione di pura distruzione meccanica. Ogni guerra si prefigge un obiettivo politico; tuttavia è grande il rischio di vincere militarmente la guerra ma di perderla politicamente.
La solitudine di Tony Blair
Jonathan Coe sul Corriere della Sera del 28 marzo
La settimana scorsa si teneva la Fiera del Libro a Londra e alcuni tra i miei editori si trovavano in città. In una sola serata, a un ricevimento all'Institut Français, ho parlato con editori provenienti da Norvegia, Danimarca, Olanda, Francia e Spagna. In circostanze normali, la prima domanda che mi avrebbero fatto sarebbe stata del tutto prevedibile: "Quando finirai il tuo nuovo libro?". Stavolta, invece, volevano chiedermi qualcos'altro: "Perché Tony Blair si sta comportando in questa maniera?". Lo sconcerto con cui viene guardato il comportamento di Tony Blair nell'Europa continentale è condiviso in Gran Bretagna, dove molti si stanno ancora opponendo con forza alla guerra contro l'Iraq voluta dagli americani. Però, per noi, il Primo ministro è sempre stato un personaggio sconcertante. Pochi politici hanno posto tanta enfasi sulla comunicazione ma - paradossalmente - pochi hanno avuto simili problemi a farsi capire. La sua espressione "terza via" (poi abbandonata in silenzio) è a questo proposito esemplare: una formuletta orecchiabile come uno slogan pubblicitario, che nascondeva una quantità di ambiguità e di contraddittorie indicazioni economiche e sociali. Nessuno in Gran Bretagna ha mai veramente capito che cosa volesse dire.
Nonostante ciò, Blair appare ancora ai suoi concittadini come un uomo dal forte senso morale. Questo piace molto ai britannici, che apprezzano il moralismo nei loro politici come nei loro scrittori. Il problema è che da qualche settimana la sua retorica morale sembra seguire calcoli sbagliati. Rendendosi conto che la gente prova per questa guerra una ripugnanza emotiva, viscerale, Blair cerca di toccare le corde giuste, di convincerci con argomenti affettivi - cioè, secondo lui, conformi ai nostri criteri di giudizio -, elencando le atrocità di Saddam Hussein e in particolare quelle commesse ai danni dei bambini.
I britannici potranno anche essere emotivi, ma non del tutto stupidi. Conoscono gli effetti delle bombe. Sanno che l'America possiede un arsenale immenso e devastante (a differenza dell'Iraq), e che si vanta di meraviglie tecnologiche come le bombe Moab, a micro-onde e a grappolo, e come i proiettili all'uranio impoverito. E potrebbero pensare, con qualche ragione, che colpire con queste armi il centro di Bagdad - bersaglio dei primi attacchi - sia un modo strano di migliorare le condizioni di vita dei bambini iracheni e degli altri civili innocenti. I britannici potrebbero anche pensare che ricorrere a questi metodi nel ventunesimo secolo, sia pure perseguendo un ideale (e davvero Bush assomiglia a un idealista?), sia vergognoso; e che a questa sola idea il genere umano in generale, e i suoi capi in particolare, dovrebbero abbassare la testa per la vergogna.
Una spontanea e massiccia repulsione per i metodi della guerra moderna: ecco che cosa minaccia realmente l'autorità morale di Blair. Non certo le dimissioni di qualche ministro, motivo tutt'al più di un imbarazzo passeggero. Il capo della maggioranza parlamentare, Robin Cook, ha perduto la sua autorevolezza da tempo, in seguito a uno scandalo sessuale (su questo argomento l'opinione pubblica britannica è notoriamente inflessibile); quanto a Claire Short, più popolare e generalmente considerata più attenta ai princìpi, alla fine ha deciso di non lasciare il governo. Sostenuto da una vasta maggioranza parlamentare, Blair riesce bene o male a controllare ancora il suo esecutivo. E' il suo rapporto con i cittadini, piuttosto, ad avere raggiunto una sorta di stallo emozionale: ogni parte si aggrappa appassionatamente alle proprie certezze morali, impermeabile a ogni ragionamento, e il fossato che separa l'una dall'altra non può essere colmato dalle parole o da argomenti razionali. Alla fine di questo processo, Tony Blair resta spogliato proprio di ciò che definiva la sua identità pubblica; si accorge - all'improvviso - di avere perso quell'infallibile istinto per il sentimento popolare che costituiva la più sicura delle sue qualità di politico.
Nel settembre 1997, pochi mesi dopo essere stato trascinato al potere da una marea d'entusiasmo che pareva abbracciare tutte le opinioni politiche, a sinistra come a destra, Blair pronunciò un discorso per la morte della principessa Diana. Sembrava volere canalizzare, concentrare nella sua persona il dolore collettivo provato da un'intera nazione per la perdita di quella che lui battezzò "la principessa del popolo" (espressione perfetta, dai rimandi quasi mitici, ma coniata in realtà dalla giornalista Julie Burchill, famosa per i suoi editoriali populisti). Dopo Churchill e i suoi discorsi in tempo di guerra, forse mai fino a quel momento era stato così forte il legame tra un Primo ministro britannico e il suo popolo.
Veniamo ora all'11 marzo 2003. Tony Blair, esausto e grigio in volto, è intervistato alla televisione da Trevor Mac Donald. Un incontro di un'ora davanti a un pubblico esclusivamente femminile, perché le donne britanniche - secondo i sondaggi - sono più contrarie alla guerra degli uomini. Le risposte di Blair non riescono a convincerle e il programma termina con uno spettacolo straordinario: un applauso ostile, beffardo, dal ritmo esageratamente lento, che continua mentre le luci nello studio si abbassano e scorrono i titoli di coda. Blair non può fare altro che restare immobile al suo posto, pietrificato dall'imbarazzo.
Queste due immagini televisive, a distanza di cinque anni e mezzo l'una dall'altra, riassumono bene il cambiamento avvenuto nei rapporti tra Blair e il popolo britannico. Quali che siano le conseguenze globali di questa guerra, l'effetto immediato sul piano nazionale sarà questo: una profonda frattura tra il Primo ministro e l'opinione pubblica che, fino a poco tempo fa, credeva in lui.
Sotto questo aspetto, Blair ha fatto un sacrificio immenso. E in nome di quale ideale? Continuo a pensare che sia guidato da un'intenzione morale, sì, ma angusta e relativistica. Certo, ben pochi piangeranno la fine di Saddam Hussein, se è questo il risultato che le migliaia di coraggiosi soldati americani e britannici riusciranno a ottenere. Ma guardiamo le cose in faccia: non sarà altro che il sottoprodotto - positivo - di una strategia americana di più lunga durata. E se la volontà di "disarmare" l'Iraq e "liberare" il suo popolo è (come credo) davvero una scusa per instaurare una forte presenza economica e militare dell'America in Medio Oriente, allora Tony Blair deve essersene reso conto e deve avere deciso che sta nell'interesse britannico sostenerla. Blair intuisce il carattere ineluttabile delle ambizioni globali degli americani e ha deciso di allearsi con loro, anche a costo di danneggiare i legami con l'Europa. La scelta che egli sembra avere ormai compiuto è fondata su una visione pragmatica dell'avvenire, ma di un pragmatismo sinistro. Mi rifiuto di credere che, tenuto conto dei suoi principi morali, Blair accetti questo a cuor leggero. Per giunta, questa scelta lo costringe a nascondere le sue vere intenzioni sotto la vernice retorica della compassione, e rischia di alienargli quel sostegno popolare che da sempre definisce la sua figura politica. Non stupisce che il suo aspetto tradisca il bisogno di una buona notte di sonno.
Jonathan Coe, 2003
Le Nouvel Observateur
(traduzione di Laura Toschi)
L'Europa guarda l'Italia con preoccupazione
Paolo Valentino sul Corriere della Sera del 30 marzo
BERLINO - Il governo tedesco è "molto, molto preoccupato" per gli atteggiamenti e le attuali posizioni, assunte dall'Italia in seno all'Ue, che sembrano segnalare un "progressivo allontanamento di Roma dalle sue tradizioni europeiste".
Lo rivelano al Corriere fonti molto autorevoli dell'esecutivo federale, "rammaricate e allarmate" dal moltiplicarsi delle scelte di rottura e dei segnali di straniamento, che giungono dal governo Berlusconi, proprio quando, l'imminenza del semestre di presidenza italiano dell'Unione Europea, avrebbe fatto sperare in un rilancio dell'impegno dell'Italia verso l'integrazione e in approccio più teso alla ricerca del consenso fra i partner.
"Non siamo soli a essere preoccupati - aggiungono le fonti berlinesi -, anche a Bruxelles sono in molti a chiedersi cos'abbia veramente intenzione di fare l'Italia della sua presidenza e se l'attuale governo si renda conto che, su queste basi, rischia di andare incontro a un grave insuccesso". Un'ipotesi impensabile e assolutamente da scongiurare, essendo l'Italia "fra i grandi dell'Unione, un Paese fondamentale per le sorti dell'Europa".
L'elenco degli episodi che alimentano queste perplessità è piuttosto lungo. Ci sono state le proposte presentate alla Convenzione, a nome del governo, dal vice-presidente del Consiglio, Gianfranco Fini, tutte orientate verso la collaborazione inter-governativa a scapito della dimensione comunitaria e federalista.
Poi è stata la volta di Berlusconi al Consiglio europeo, bloccato per ore sul tema delle quote-latte in nome di uno sconto sulle multe, che neppure gli alleati più stretti del capo del governo, in primis lo spagnolo Aznar, possono accettare: "Una scena imbarazzante". Una questione a parte è l'opposizione dell'Italia alla Procura europea - "una specie di ossessione", osservano le fonti berlinesi - che il governo sembra però gestire da dietro le quinte, attraverso i partiti della maggioranza di centro-destra.
Da ultimo, c'è "l'incomprensibile silenzio italiano" sull'iniziativa lanciata da Francia, Germania e Belgio, per un vertice sulla difesa europea, a fine aprile, a Bruxelles.
Il clima è naturalmente avvelenato anche dalla lacerazione prodotta dalla guerra in Iraq: "Si avverte nell'Italia - fanno notare a Berlino - una certa ostilità, a livello quasi epidermico, contro tutti quelli che non sono sulla linea Bush". Riferimento obbligato è ormai la sortita anti-francese di Berlusconi a Bruxelles, al termine del Consiglio europeo, quando il presidente del Consiglio ha additato Jacques Chirac come il vero responsabile della guerra.
Per gli ambienti governativi tedeschi, "è difficile, quasi impossibile immaginare che, in questa situazione, l'iniziativa comune dei sei Paesi fondatori, auspicata dall'Italia in seno alla Convenzione europea, possa veramente concretizzarsi, perché non si vede proprio quali potrebbero esserne le basi e lo spirito".
Berlino conferma la sua disponibilità ad appoggiarla, come hanno ribadito più volte sia il cancelliere Schroeder che il ministro degli Esteri, Joschka Fischer. Ma, ricordano le fonti, "soprattutto verso la Francia, indispensabile per un consenso, bisognerebbe gettare ponti, invece di far tracimare ripicche personali e contrapposizioni ideologiche: perché mai Parigi dovrebbe sostenere l'iniziativa, di fronte agli attacchi di Berlusconi e a posizioni che vanno in direzione opposta all'integrazione?".
Un grande punto interrogativo grava anche sull'altra ambizione italiana, quella di chiudere i lavori della Convenzione entro il prossimo semestre di presidenza e poter poi firmare il nuovo Trattato a Roma.
Spiegano le fonti berlinesi: "Chiudere entro il 2003 è importante, soprattutto sul piano politico. Ma ci sono molte variabili da considerare, legate alla situazione internazionale, alla guerra e ai suoi strascichi. E c'è anche un problema psicologico di fondo da risolvere, un clima da svelenire. L'Italia non sembra rendersene conto. Roma appare indifferente. E non in modo passivo, ma attivo, nel senso di contribuire, con le sue uscite, a peggiorare l'atmosfera".
Questa "indifferenza attiva" si combina poi, secondo i tedeschi, con un atteggiamento "in apparenza svogliato, del tutto incomprensibile alla vigilia di una presidenza europea". Berlusconi, Fini, il ministro degli Esteri Frattini "dovrebbero moltiplicare le iniziative, visitare le capitali, cooperare attivamente con la presidenza greca, ma di tutto ciò non v'è traccia". È giusto che una presidenza in pectore "non esca troppo presto allo scoperto, ma bisognerebbe già adesso gettare le basi, se si vuole un semestre di successo".
Viaggio verso Bagdad, il racconto degli inviati
Massimo Nava sul Corriere della Sera del 30 marzo
Francesco Battistini, con i colleghi Vittorio Dell'Uva, Leonardo Maisano, Lorenzo Bianchi, Luciano Gulli, Ezio Pasero Toni Fontana, è arrivato ieri pomeriggio all'hotel "Palestine" di Bagdad. Le autorità irachene sono state gentili ma esplicite: i colleghi non sono considerati giornalisti, ma cittadini stranieri entrati senza visto. Il Palestine è l'albergo dei giornalisti, ma Francesco non può trasmettere il pezzo che avrebbe voluto scrivere. Questi sono i suoi appunti, le cose che mi ha detto in fretta, nella hall, fra un interrogatorio e un controllo.
IL RACCONTO - "Abbiamo noleggiato alcune jeep e siamo partiti per Umm Qasr, il porto controllato dalle truppe britanniche. Si sentivano sparatorie, ma la strada sembrava percorribile e senza intoppi. Abbiamo percorso una quarantina di chilometri, fino alla periferia di Bassora. Due check-point inglesi ci hanno fermato e avvertito che la strada non era sicura. Ma i soldati lo dicono a tutti e poi eravamo in giro da qualche giorno, con tende, benzina e viveri. Non ce la siamo sentita di buttare via la nostra fatica. Siamo andati avanti, abbiamo passato un ponte e ci siamo trovati alla periferia di Bassora. Si sentivano colpi di mortaio, si vedevano profughi andare e venire dalla città, ma nel complesso la situazione ci è sembrata sotto il controllo degli iracheni. Ricordo di aver visto qualcuno pescare nel fiume e persino un traffico di automobili regolare".
I giornalisti non si sono fermati, hanno incontrato un altro check-point, copertoni e qualche pietra sulla strada. Di traverso. Era una barriera irachena. "Ma ce ne siamo accorti soltanto quando l'abbiamo passata, perché alle nostre spalle è apparso un uomo armato, uno dei tanti civili con il Kalashnikov a tracolla, ma non ci ha fermato".
FERMATI - L'ingresso a Bassora consente una presa di contatto con una realtà un po' diversa da quella dei bollettini di guerra. "Mi pare che gli iracheni tengano sotto controllo la città. Ci sono persino i vigili urbani, l'illuminazione, i negozi aperti".
Sono stati proprio i vigili urbani a mettere involontariamente nei guai i nostri colleghi. I quali si sono fermati per chiedere informazioni. "Volevamo raggiungere la Croce Rossa e l'arcivescovado, punti di riferimento più importanti per avere il quadro della situazione".
Ad un tratto è apparso un funzionario del Baath, il partito di Saddam Hussein. Un uomo gentile ma meno disponibile a dare notizie sulle vie e sulla situazione di Bassora. "Che cosa fate qui?" ha chiesto in inglese.
"Per allentare la tensione abbiamo offerto sigarette, ma il funzionario ci ha fatto capire che non era il caso. Poi ci hanno accompagnato alla sede del partito, un palazzo con un grande ritratto di Saddam Hussein e molte bandiere sulla facciata. Davanti all'edificio si era radunata una piccola folla. Hanno cominciato a lanciare slogan pro Saddam, alzando al cielo pugni e Kalashnikov. Probabilmente avevano pensato che fossimo prigionieri di guerra, probabilmente eravamo già nella condizione di prigionieri senza accorgercene".
INTERROGATORIO - Il gruppetto viene fatto salire al primo piano, nella sala delle riunioni del partito. Si ritrovano tutti sotto un grande ritratto di Saddam Hussein e davanti a un dirigente, abbastanza anziano, presentato da un interprete come un eroe. "Ci hanno detto che questa stessa mattina aveva fatto saltare in aria da solo due carri armati americani".
Per cominciare l'interrogatorio, viene chiamato un cronista della televisione araba Al Jazira. Intanto alcuni poliziotti frugano nelle borse, esaminano computer, maschere antigas, tute di protezione, telefoni satellitari, insomma tutto l'armamentario che ci segue ovunque, secondo la regola aurea che l'articolo più bello è quello che arriva al giornale. Questa volta il "pezzo" di Francesco non c'è, ma arriva al Corriere la sua preziosa testimonianza.
"Volevano capire se fossimo in possesso di informazioni militari, se avessimo visto truppe americane nella zona, ma abbiamo spiegato che volevamo fare soltanto il nostro mestiere, capire come stessero davvero le cose a Bassora. Il funzionario ci ha chiesto se sapessimo che per entrare in casa di qualcuno si chiede permesso e che si passa dalla porta principale. Abbiamo spiegato che non sapevamo se la porta fosse aperta o socchiusa nella zona da cui siamo passati noi".
CLANDESTINI - "Da questo momento siete ospiti del governo iracheno": il funzionario ha tagliato corto, ha fatto ritirare i passaporti e ha spiegato la nuova condizione dei colleghi, ribadita il giorno dopo a Bagdad dai funzionari del ministero dell'Informazione e degli Interni. I colleghi non vengono considerati giornalisti, ma stranieri entrati illegalmente.
Clandestini, insomma, "anche se trattati meglio di come trattiamo noi i clandestini in Italia" hanno fatto notare alcuni inviati nelle interviste televisive.
"Ci hanno portato in un albergo, lo Sheraton, e ci hanno assegnato camerette singole. L'albergo era buio, non c'era niente da mangiare. Ci siamo arrangiati con le scatolette. In serata hanno voluto fare un secondo interrogatorio. Questa volta singolo. Uno veniva sentito accanto alla cassa e gli altri aspettavano alla portineria il loro turno. Volevano accertarsi che la nostra versione dei fatti fosse veritiera. Il momento più brutto lo abbiamo passato all'alba, quando è cominciato un forte bombardamento della città. Poi è venuto il momento della partenza per Bagdad. Abbiamo attraversato ancora una volta Bassora, avendo modo di vedere distruzioni ed effetti dei bombardamenti e la sofferenza della gente che vive laggiù".
VERSO BAGDAD - Il viaggio verso la capitale irachena è andato liscio. Quattro ore, senza intoppi lungo il percorso. "La strada è sotto il controllo degli iracheni. Ci hanno dato una scorta e hanno fatto smontare e accartocciare per precauzione le targhe kuwaitiane delle nostre vetture".
Nella hall dell'albergo i colleghi sono stati nuovamente interrogati. Abbiamo potuto assistere, recuperando altri particolari del racconto. Di solito gli articoli sui colleghi sono pettegolezzi o necrologi. Questa è una necessità, perché il buon lavoro fatto da Francesco e dagli altri inviati non finisse nelle sabbie irachene. Lo abbiamo raccontato per lui.
Matteo Moder sul Barbiere della Sera
La Babel Melting Pot Army
Barbiere della Sera del 26 marzo
Dopo Desert Storm imperversa sull'Iraq e dintorni una nuova calamità: il Ferrara's Test che misura il Qi di americanismo
Ormai è appurato: a parte due cugini di Giorgio Dabliu, alcuni spasimanti di Condoleeza, il pusher losangelino di Rumsfeld, tre telepredicatori cristofondamentali della scorta personale di Cheney, la nipote di Powell, una dozzina di naziariani del Wisconsin, il segretario del Ku Kluk Klan del Mississipi e le sisters in patriot act del circo Petrol, di americano nelle truppe in Iraq non c'è niente.
Ci sono solo ispanici, santodominghesi, portoricani, cinesi, giapponesi, arabi, molucchesi, afros, disoccupati, homeless, battone di Baton Rouge, fruitori di carità, ecc. e qualche migliaio di 'terminali' ad americanismo impoverito della prima guerra del Golfo. Denominator patriottico comune: la sfiga nera.
Wolfowitz, detto Sun Tzu Clausewitz Winnie Pooh, avrebbe voluto arruolare anche alcuni ospiti dell' hotel Guantanamo Bay in quel di Cuba, ma è stato dissuaso dal fatto che marciando in catene nel deserto avrebbero potuto ritardare la gloriosa marcia anticomunista verso Hanoi (il vice di Rumsfeld agisce più rapidamente di quanto pensi dai tempi in cui era costretto a ventriloquiare Ronald Reagan).
Le truppe speciali, quelle che materialmente provvedono alle eroiche azioni di prima linea (fuoco amico sui camerati inglesi e americankitsch, abbattimento di elicotteri Apache, scontri tra Tornados, 'esecuzioni' di ordini, cucù, granata in tenda!, bombardamenti di intelligenti, gare di flatulenze pro Chirac, pacche alla berluscoojoones a quei militari iracheni che alzando le mani perdono i calzones, ecc.) e che fuckeranno Little Big Horn Bagdad (god bless gold) per vendicare il generale Cluster, sono in realtà degli ologrammi al laser, ideati dalla Walt Disney.
Questi riproducono da 00 a 350.000 la figura di Giorgio Dabliu mentre finisce a colpi di Bibbia 666 Magnum una bottiglia di bourbon, la greatest hits di Bruce Springsteen, Sean Penn, la foto con dedica della famiglia Bin Laden e quella del padre Giorgio Unabliu, con la dedica: "To Giorgio Dabliu... Ah, if I had had just an other condom...! Daddy".
Per ovviare all'incasinamento della Babel Melting Pot Army sono stati arruolati 350.000 interpreti simultanei tra i quali si sono avuti finora le maggiori perdite di vite nontradotte. E ciò a causa delle grandi difficoltà incontrate nella riproduzione propriolinguistica, all'orecchio dei soldati sparanti e non prettamente Wasp (ce n'è uno solo, un certo generale Franks che fa la tira alle inviate di tutte le testate, anche quelle ad ascella di distruzione di massa, nel Qatar), dell' ormai mitico Ferrara's Test - fatto proprio dalla junta Bush per togliersi dalle palle la Selma - che misura il Qi di americanismo nei soggetti a rischio.
L'ultimo Test da Kult è stato fatto direttamente da Ferrara's su monsieur Le Pen, un moderato della destra sanspapier francese, ma non ha dato risultati certi. La prova sarà ripetuta nei prossimi giorni con don Pinochet, titolare della Inti Illimani y Chile Corporaziòn e con el segnòr Masera, un simpatico argentino di mezz'età, compagno di tennis, ai tempi della sancta desapareciòn de toda una generaziòn, dell'allora nunzio a Buenos Aires di cui purtroppo è desaparecido el nombre.
Tornando a bomba (sboom)...
Liberami anche a costo di ammazzarmi
Barbiere della Sera del 28 marzo
Lettera di un bambino già nato, in un posto sfigato, al presidente più amato.
Dear Mister President Giorgio Dabliu,
sono un bambino di Bagdad (sto usando il traduttore automatico del mio pallottoliere), uno dei tanti che razzolano nelle strade del centro umano dietro a una palla o ai pezzi dei loro compagni di gioco.
So che lei è molto impegnato con Dio e i suoi consiglieri a rendere più felice il mondo che anche a me sembra un po' troppo canaglia, se mai qualcuno mi tradurrà questa parola, cazzo di un pallottolliere dimmerda... Ma io spero di intendermi con Lei che è rimasto bambino.
E' caduto forse da cavallo quando giocava allo sceriffo del Texas? Non ha importanza.
Bambini come Lei girano anche per le stradine del mio ex quartiere (è stato raso al suolo, mi diceva mia mamma, perchè era un obiettivo strategico in quanto il vecchio Iddàm, lo scemo del luogo, si ostinava a girare con un archibugio per spaventare i colombi) e devo dirLe che ci fanno molto ridere quando col tappo si fanno i baffoni alla Saddannà e si mettono a scoreggiare fagiolate agli angoli delle strade per gasare le vecchiette.
Ma sono dei buoni diavoli che non farebbero male a Mosca.
Proprio come Lei, Mister President Giorgio Dabliu, che se ne sta nel bunker della Casaccio ('sto pallottolliere!) a giocare a chi ce l'ha più lungo con Cheney, Rumsfeld e Condoleezza (strano nome per un uomo. E' forse di Bassora?) senza rompere le palle a papà Giorgio Unabliu e alla mamma Barbie.
Da qualche ora sono solo. I miei se ne sono andati senza dirmi dove e neanche Aldàm, l'infermiere della Mezzaluna Rossa, ha saputo dirmi quando.
"Forse dopo l'autopsia - mi ha sussurrato - o a maceria conclusa".
Io non ho ben capito il senso delle sue parole, ma credo che i miei - genitori, tre sorelline un fratello coi baffoni - stiano bene, meglio di me che non posso andare a scuola - il rais le ha chiuse, cazzolina - e devo stare ogni ultimo giorno in strada a fare scud scud ai Suoi simpatici missili (fischiano che neanche mio fratello Eddàm fischiava tanto con i polmoni perforati).
Staziono qui perché non ho mai voglia di tornare a casa, soprattutto ora che non ce l'ho più.
Così per le abluzioni prima della preghiera e per un tozzo di fame faccio riferimento all'ospedale di zona dove lunedì mi sono state applicate due bellissime protesi con le quali non occorre più che strisci.
Pensi, Mister President, adesso arranco grazie a due splendide stampelle giunte espressamente per me dall'Afganistan, in quanto il precedente titolare è ri-finito su una mina italiana rendendole così definitivamente disponibili.
Non voglio tediarLa con queste puttanate - scusi l'eloquio ma qui gli amici (quelli che non se ne sono andati con i miei) mi chiamano fame alla fame, raìs al raìs - ma solo dirle che Saddannà è il più grande criminale dopo Cristo (nel senso dell'era) e che io amo in Lei tutto il popolo americano e i suoi Duci passati (nome suggeritomi da un'inviato della Fox) che hanno liberato l'Europa dai comunisti nella seconda guerra mondiale (questo l'ho letto su un libro di storia inviato dalla regione Lazio alla mia ex scuola).
La prego quindi di sbrigarsi a liberare Bagdad con ogni mezzo, anche a costo di ammazzarmi, per sbaglio s'intende.
E' troppo profondo in me il bisogno di democrazia, di istituzioni stabili con un re scelto tra i marines, di un controllo oculato da parte Sua e in nome del Christian Science Monitor (è il nome scientifico del popolo americano, nevvero?) di quest'area geopolitica strategica per il nostro futuro di paese-consumatore di hamburger (food for oil) ma così instabile per le vostre Borse e per l'andamento del costo del Barile fino a quando un criminale come Saddannà resterà in vita.
Ciò però potrebbe essere probabile se non aggiusterete la mira e se non colpirete dalla testa, invece di partire dall'ultimo dei bagdadiani (eravamo sei milioni fino all'altra settimana). Ma questi sono dettagli.
Con il cuore gonfio di ammirazione per il vostro ueioflaif, che se anche non sarà mio sarà certo dei bambini siriani e iraniani (sempre che aggiustiate la mira), concludo ricordandoLe che ogni sera all'ospedale seguo alla Tv i suoi grandi consiglieri Lucky Sofri e Julienne Ferrarà che mi hanno insegnato, con la loro bonomia e dolcezza, che chi non è con Lei è uno sporco nazicomunista peggio di Saddannà.
Lei che può tutto, anche farsi ascoltare da loro, li convinca che è colpa di mia mamma se sono nato a Bagdad, in Iraq, stato canaglia. Se dipendeva da me non nascevo neanche.
Però così non avrei mai avuto l'occassione, fischiando, di veder subito arrivare i suoi simpatici mis...
(Giovanna Botteri): "Guardate! Guardate! Proprio davanti a me, qui, di fronte. Guardate! Lo hanno colpito in pieno! Guardate!"
30 marzo 2003