
La settimana in rete
a cura di P.C. - 23 marzo 2003
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Invasion
Matteo Moder sul Barbiere della Sera
Bush
S'incammina
Con Dio
Nella fondina
Come uscire dalla storia
E vivere in pace
Edgar Morin su La Stampa del 19 marzo
La storia umana è incominciata otto millenni fa. Si è messa in movimento con la nascita degli Stati, animata da una megalomania dominatrice, che ha determinato la sete di gloria dei sovrani e la sete di sangue degli dèi. La storia nasce dalla guerra e fa nascere la guerra. Essa vede lo slancio delle civiltà: ognuna apporta qualcosa, le sue arti, le sue tecniche, i suoi miti, i suoi capolavori. Ma essa vede anche il naufragio di queste civiltà, perdute in innumerevoli Titanic storici. La storia ha attualizzato una serie di potenzialità razionali, tecniche, economiche, estetiche, ludiche, poetiche, ma anche la demenza e la dismisura dell'Homo sapiens-demens.
Le guerre prendono un nuovo corso a partire dalla rivoluzione industriale che moltiplica la potenza mortale degli armamenti. Gli Stati, divenuti padroni di formidabili mega-macchine sociali, utilizzano armi sempre più massicciamente mortali.
La prima guerra mondiale provoca ecatombi senza precedenti, coinvolge le popolazioni civili e diventa guerra totale. La seconda decuplica l'efficacità delle armi di distruzione, annienta milioni di civili con bombardamenti e deportazioni e si chiude con i funebri funghi di Hiroshima e di Nagasaki. La civilità scientifica-tecnica-militare è ormai in grado di annientare l'umanità, cioè di annientare sé stessa.
Il pacifismo moderno è nato come reazione all'orrore della prima guerra mondiale. Si è disintegrato sotto l'occupazione nazista, la sua logica conducendo al paradosso della collaborazione alla guerra hitleriana. In molti, compreso il sottoscritto, ha lasciato il posto alla Resistenza, cioè l'ingresso sul campo di guerra.
Tuttavia la minaccia nucleare post-Hiroshima fece rinascere il pacifismo. Ma da quando l'Urss divenne potenza nucleare il movimento per la pace - manipolato dagli stessi russi che pure in patria vietavano ogni manifestazione pacifista - continuava a concentrarsi solo sull'armamento occidentale. Il che indusse Mitterrand a commentare, giustamente: "I pacifisti sono all'Ovest e i missili all'Est".
Le guerra del Vietnam e quelle di liberazione coloniale fecero nascere nei paesi colonialisti l'opposizione alle guerre repressive. Negli Stati Uniti il movimento pacifista idealizzò i Vietcong, ignorando il sistema totalitario di cui facevano parte, e poi si trovò preso in contropiede quando il Vietnam invase la Cambogia.
Nonostante la sua malattia infantile prosovietica, il pacifismo post-Hiroshima testimoniava dell'acquisita coscienza sulla minaccia globale per l'umanità. Il pacifismo contro la guerra del Vietnam testimoniava invece che nei paesi colonialisti s'era formata una coscienza dei diritti dei popoli, e si domandava di rompere il legame con un passato egemonico. Ma non c'è mai stato un movimento globale per chiedere la distruzione di tutte le armi di annientamento di massa, specie di quelle nucleari.
Le recenti manifestazioni hanno mostrato una coalizione eterogenea di pacifismo assoluto, anti-americanismo erede di una prospettiva morta, pacifismo ben motivato contro un'impudenza e un'imprudenza guerrafondaia, e infine pacifismo che tradisce i bisogni vitali dell'era planetaria.
Eccoci dunque davanti al paradosso del terzo millennio: abbiamo la possibilità di uscire dalla storia dall'alto, accedendo a una società-mondo che superi gli Stati e i loro conflitti, e instauri un governo mondiale che possa discutere di temi vitali per il pianeta. Ma nello stesso tempo le nazioni non sono capaci di instaurare il potere sovrannazionale che limiterebbe le loro sovranità; le Nazioni Unite sono incapaci di costituire il nucleo del governo mondiale che consentirebbe di superare l'era della guerra accantonando la sovranità assoluta degli Stati nazionali.
Quindi siamo di fronte all'alternativa: o l'Onu riesce veramente ad assumere il ruolo che porta alla pacificazione planetaria, oppure la via sarà sgombra per il dominio di un nuovo impero che oggi aspira a prendere in carico questa società-mondo. Dunque, ricostruire le Nazioni Unite è divenuta un'esigenza fondamentale per l'avvenire dell'umanità. L'alternativa diventa sempre più urgente: o uscire dalla storia dall'alto, oppure farsi inghiottire dagli ultimi scossoni della storia. E in tal caso usciremmo dalla storia dal basso. Qualcosa che assomiglierebbe allo scenario del film.
L'idea di uscire dalla storia può sembrare utopistica. Ma l'umanità non è già uscita, qualche migliaio di anni fa, dalla preistoria? Uscire dalla storia non significa immobilizzarsi. Vuol dire invece continuare l'evoluzione ma secondo altre norme.
© Le Monde
Va in onda la voce del padrone
Giorgio Bocca su l'Espresso
Il mondo cambia in fretta, anche nell'informazione. Dieci anni fa, al tempo della guerra del Golfo, la Cnn era sinonimo di informazione immediata, oggettiva, super partes che trasmetteva da Baghdad mentre gli Stati Uniti la bombardavano, l'informazione che aveva per unica ragion d'essere se stessa, le notizie, la storia in fieri.Oggi Madeleine Albright, la segretaria di Stato di Bill Clinton, dice: "La Cnn è il nuovo rappresentante americano nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite", per dire che ha un ruolo paragovernativo, non si limita a raccontare la politica estera americana, ma vi partecipa, la fa.
Nel giro di pochi anni il giornalismo americano ha cambiato le sue regole di autonomia, di indipendenza, che in gran parte erano una favola edificante, ma che comunque rappresentavano un contropotere. Ora il giornalismo americano, come quello europeo, ha riconosciuto di essere subalterno al potere politico, al governo che è l'indiscusso protagonista: le prime pagine sono dedicate a cosa dicono George W. Bush e i suoi ministri o a quello che rispondono i capi dell'opposizione, il paese reale è stato retrocesso, le inchieste sull'America reale emarginate o declassate, idem da noi: qualsiasi cosa accada, anche le scritte fasciste contro Paolo Mieli, riempie i giornali solo con le dichiarazioni degli uomini politici, le notizie sulle indagini vengono dopo, in breve.
Regna nella stampa e nella televisione l'anarchia autoritaria che è una contraddizione in temini, ma che connota il capitalismo vincente dell'espansione perenne e del profitto, il capitalismo onnipotente ma selvaggio, trainante ma autolesionista. Il valore dominante è quello del denaro e il potere reale è quello del governo che lo distribuisce e lo moltiplica.
È diventato molto pericoloso anche nei giornali e nelle televisioni americane mettersi in posizione critica verso questi due padroni, i licenziamenti dei riottosi o dei non assonanti sono all'ordine del giorno. Nell'età dell'informazione e della manipolazione di massa l'uso politico dei giornali e delle televisioni è diventato più importante, più pesante, ma anche più condizionante per la professione. Quando un segretario di Stato come Donald Rumsfeld, ministro della guerra di grandissimo peso, tiene una conferenza stampa, tutto è già amichevolmente, cortigianamente combinato: si sa chi farà le prime domande, il ministro li saluta per nome come dei vecchi amici, le obiezioni sono rare.
L'etica professionale è un'altra bella favola del passato, oggi è ammirato e rispettato il giornalista che arriva in una caverna dei talebani in Afghanistan un mese dopo che vi sono passati senza trovare niente migliaia di colleghi, di uomini dell'intelligence e lui, bravissimo, scopre 120 cassette in cui i dirigenti talebani si mostrano e si raccontano e persino il cadavere di un cagnolino ucciso con armi chimiche.
Nel regno della pubblicità e della televisione l'immagine conta più della realtà, la propaganda più che la verità e la guerra non va vista e raccontata dal vivo, ma ricreata, immaginata secondo i voleri del Pentagono. Nella guerra del Golfo si è talmente esagerato in questa virtualità e subalternità che ora si corre ai ripari, concedendo ai reporter mezzi supertecnici equivalenti a una censura più sofisticata. In sostituzione dell'informazione proibita come della politica inconfessabile serve il gossip, il pettegolezzo, sui retroscena delle nomine alla Rai o sulla raccomandata bulgara del direttore generale Agostino Saccà.
Di questo modo di informare il nostro Berlusconi non ha inventato niente, ma ha per affinità accettato tutto: quando nacque Canale 5, era chiaro che le luci, il trucco, le scene, la selezione degli attori erano quelli del modello americano. Un modello unico e universale che fa delle televisioni di Stato come di quelle private la stessissima cosa.
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Sfida alle armi: la marea pacifista
Curzio Maltese su la Repubblica del 21 marzo
Con il ritorno di milioni di persone in piazza, nelle capitali occidentali è ricominciata la guerra parallela, l´unica che Bush può perdere. Quella fra la Casa Bianca e l´opinione pubblica pacifista, le due super potenze rimaste in campo in un conflitto che ha ridotto in macerie l´autorità dell´Onu e l´unità europea, prima ancora dei palazzi di Bagdad. A differenza della guerra vera e propria, non sappiamo chi vincerà.
Quelle fra ricchi e poveri non si dovrebbero neppure più chiamare guerre. Nella Tempesta nel Deserto del '91 sono morti 150 mila iracheni e una sessantina di occidentali, la metà per il cosiddetto "fuoco amico". Le prime immagini da Bagdad confermano ora i penosi sentimenti della vigilia. È come assistere a un incontro di boxe fra Mike Tyson e un bambino di nove anni. Gli orrori del regime di Saddam, troppo a lungo tollerati e anzi favoriti dall´Occidente, sono naturalmente fuori discussione. Ma è sulla soluzione armata e sul nuovo ordine mondiale del dopoguerra che le visioni rimangono distanti. Qui si combatterà l´altra guerra, davvero lunga e difficile, con i suoi generali, le sue vittime, i suoi strateghi, i falsi allarmi e le bombe più o meno intelligenti lanciate dall´alto sul terreno dei media.
L´Italia "non belligerante", rapidamente uscita dalla scena politica e militare, è in prima linea sul fronte dell´opinione pubblica. Non soltanto per la presenza a Roma del più autorevole e deciso oppositore della dottrina Bush, il Papa, e nel Paese di uno dei più grandi movimenti pacifisti del mondo, come testimoniano anche i cortei di ieri. Ma anche perché qui la battaglia dell´opinione si è già combattuta e ha visto la vittoria dei pacifisti.
Comunque la si pensi, la svolta o le svolte del governo Berlusconi sono cominciate dopo i tre milioni in piazza San Giovanni del 15 febbraio. Se l´Italia non è in una guerra che il governo considera "legittima e necessaria", se insomma "vorrebbe ma non può" fare la guerra, è grazie alla mobilitazione dell´opinione pubblica.
La dottrina Bush e il movimento pacifista saranno i protagonisti del dopoguerra. Non più l´Onu né l´Europa divisa né le istituzioni internazionali che il braccio di ferro di questi mesi ha rivelato di colpo deboli e vecchie.
Nuovi e forti sono i due soggetti, le super potenze rimaste. È inedita la strategia della Casa Bianca. Nessuno aveva mai teorizzato la "guerra preventiva", nemmeno l´impero romano. Si tratta, secondo chi la propugna, di una soluzione alle tensioni fra Nord e Sud della terra e alla sfida del terrorismo internazionale. Secondo chi la contesta, si tratta della più clamorosa fuga dalla realtà concepita da una presidenza americana negli ultimi decenni. Un non voler prendere atto che sono le crescenti disuguaglianze fra ricchi e poveri a produrre i mostri di Osama Bin Laden e Saddam Hussein e non viceversa, una specie di guerra santa dei ricchi. In ogni caso, la dottrina Bush è un progetto globale e ambizioso, così come lo è il nuovo pacifismo. La formula pacifismo uguale antiamericanismo è bolsa retorica da guerra fredda. Fra l´altro, chi la sostiene non rende un buon servizio agli Stati Uniti. Se valesse davvero l´equazione, Bush dovrebbe prepararsi a bombardare i quattro quinti del pianeta.
Il nuovo pacifismo è qualcosa di meno e qualcosa di più di un movimento politico. È il rifiuto del nuovo ordine mondiale deciso da uno solo, la difesa in buona parte istintiva e spontanea da un modello unico e indiscutibile. Qualcosa insomma di profondamente radicato nei valori democratici dell´Occidente, quindi lontanissimo dall´antiamericanismo filosovietico del passato. Per queste ragioni il pacifismo ottiene consensi crescenti senza bisogno di solide strutture organizzative. Per questo riesce a trovare per strada alleanze impensabili, la vecchia Europa e la Russia, la Cina comunista e il Papa. Ma soprattutto attira e battezza alla politica un´intera generazione, i giovani destinati a vivere domani nel nuovo ordine costruito oggi con i bombardieri. Il Novecento, il secolo dei massacri, ha visto al principio scendere in piazza una gioventù interventista. Questo secolo si apre con i cortei dei giovani pacifisti e non è un piccolo progresso.
La guerra in Iraq, dicono gli esperti, si concluderà in pochi giorni con la vittoria di Usa e Gran Bretagna e tanti morti innocenti da nascondere agli occhi del mondo. Il conflitto fra la dottrina Bush e il movimento per la pace è invece destinato a durare e non è detto che l´esercito più forte della storia serva a vincerlo. Un anno e mezzo dopo l´11 settembre l´America di Bush si ritrova quasi da sola, con una politica delle armi che non riesce a sostituirsi alle armi della politica. Fra un anno e mezzo in America si voterà. È difficile immaginare che la guerra permanente di Bush possa diventare per allora la terra promessa, la nuova frontiera dell´umanità.
"Finchè l'Europa è divisa decideranno sempre gli Usa"
Intervista a Massimo Cacciari
Natalia Lombardo su l'Unità del 21 marzo
ROMA "Da Berlusconi francamente non mi aspetto nulla di buono". Massimo Cacciari risponde alle sprezzanti parole del presidente del Consiglio, che dalle manifestazioni pacifiste si aspetta "solo cose negative". L'ex sindaco di Venezia, preside della Facoltà di Filosofia dell'Ateneo di Cesano Maderno, fuori Milano, accusa l'inconsitenza dell'Europa e la fine del ruolo dell'Onu.
Berlusconi disprezza i pacifisti, ma è convinto di avere il 64 per cento delle persone dalla sua parte. Che ne pensa?
"A parlare di Berlusconi mi cade la lingua... Già di fronte a una tragedia simile vedere un leader politico che si appella ai sondaggi, cosa che non fa neppure Bush, mi fa cadere le braccia".
Cosa rivela l'insofferenza verso l'espressione democratica?
"Berlusconi è stato il primo a fare manifestazioni, quando era all'opposizione. Il suo è un evidente tatticismo strumentale. Non è certo la destra in doppiopetto, né il Lord inglese, il vecchio ministro Tory insofferente alle piazze. È un populista, un demagogo nell'animo. Ma sta ben attento alle manifestazioni di piazza, eccome".
Un atteggiamento di paura?
"È un modo per esorcizzare il timore che questa guerra gli costi parecchio elettoralmente".
Per il governo la guerra è legittima. Che ne pensa?
"Che questa guerra non è legittima lo sanno tutti, è contro tutte le norme scritte, come la Costituzione. Bush usa toni messianici dell'intervento per il bene, Powell ha cercato di leggittimarla senza riuscirci, infatti parlano di guerra giusta".
Berlusconi si è barcamenato con la soluzione "siamo un paese non belligerante".
"Ma sì, si barcamenano tutti. Trovo più grave che lo facciano i vari Buttiglione e Follini...".
Si aspettava che votassero contro la maggioranza?
"Ma figurati...Neppure se bombardassero Napoli lo farebbero".
Il Polo però ha dei problemi.
"Quelli scoppieranno più per le elezioni in Friuli-Venezia Giulia che per l'Iraq.".
La sinistra invece è stata unita.
"Non hanno trovato il modo di dividersi, questa volta...".
Quanto ha contribuito Berlusconi nella spaccatura europea?
"Lo ha fatto anche Aznar, con la differenza che è più coerente, ha detto: condivido in toto la guerra, la faccio. E ha mandato una barchetta... E Blair? Ha mille difficoltà in più di Berlusconi ma è stato il primo a parlare di guerra preventiva contro Saddam. Berlusconi avrebbe dovuto fare come loro, per essere coerente. Ma lo spettacolo europeo è penoso da dieci anni. Certo il presidente del Consiglio fa di tutto per peggiorare la situazione, ma non applaudo neanche a Chirac o a Schroeder".
Perché?
"Perché finché non costruiamo un'Europa con una voce unica, non possiamo piagnucolare contro la superpotenza americana. Stiamo andando verso un disastro epocale. Tutti i paesi occidentali devono capire che gli equilibri politici usciti dalla Seconda guerra mondiale sono tramontati per sempre. Questo comporta una riforma radicale dell'Onu: ha avuto un ruolo, alquanto scarso, finché si reggevano i due pilastri vincitori. Insomma, se non consideriamo il fattarello che c'è stata una Terza Guerra Mondiale siamo degli illusi irrealisti".
Terza Guerra Mondiale?
"Quella che ha fatto fuori l'Unione Sovietica, no? Allora, o l'Unione Europea riesce a darsi una politica estera, di sicurezza, di difesa oppure non potrà essere mai l'interlocutore efficace della potenza americana. Se non vogliamo un unico ordine monocratico, occorre che gli europei, in primis, si diano una voce, una politica e una forza".
Una situazione esplosiva, ora che la guerra è iniziata?
"Speriamo che non travolga la costruzione europea, sennò dovremmo arrenderci all'ordine imperiale monocratico. Un Enduring disastro, terrorismo infiniti, perché gli Usa non hanno una auctoritas imperiale, Magari nel il nostro destino ci fosse l'Impero Romano..."
Qual è lo scopo del conflitto?
"Ridisegnare il potere totale in quell'area strategica, dove tutto dev'essere sotto controllo, costi quel che costi. E dare un segnale preciso a Siria Iran e Arabia Saudita: devono obbedire, i conti si fanno con l'impero".
Il re nudo e la regina Veronica
Claudio Rinaldi su Libertà e Giustizia
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Il re è nudo dal 14 marzo. Quel giorno The Economist ha citato l'Italia, a colpo sicuro, fra i paesi schierati con gli Stati Uniti. Sfortuna ha voluto che nelle stesse ore George W. Bush annunciasse il summit delle Azzorre con i fedeli Tony Blair e Josè Maria Aznar, Gran Bretagna e Spagna, ma senza invitare Silvio Berlusconi. La coincidenza era troppo plateale per passare inosservata. Già prima dell'attacco a Saddam Hussein, così, la questione dell'ambiguità italiana è esplosa in tutta la sua virulenza. Un moderato come Ernesto Galli della Loggia ha accusato Berlusconi di "barcamenarsi", di "rifugiarsi nelle formule che possono voler dire tutto e proprio per ciò non dicono nulla". L'Ulivo ha alzato il tiro contro un governo incapace di decidere. Nella maggioranza si è mugugnato.
Attenzione, però. Se per l'Italia l'inconsistenza del premier è un guaio estremamente serio, sia nella crisi irachena sia in ogni altro campo, lui ha sempre avuto la certezza che nemmeno una guerra rifiutata dall'opinione pubblica sarebbe stata la sua Caporetto politica. E questa sicumera è il risvolto farsesco di una situazione drammatica.
Che egli si sia mosso come un pesce in barile è una verità acclarata oltre che imbarazzante. Ha fatto il pendolo fra la moglie Veronica, pacifista, e i bellicosi nati tipo il suo ministro Antonio Martino. Ha detto che la guerra gli faceva orrore, eppure nel suo piccolo o piccolissimo vi ha contribuito. Il suo cuore batteva all'unisono con quello di Bush, "Fra noi c'è assoluta vicinanza!"; i suoi occhi leggevano i sondaggi, ultimo quello Ispo-Corriere della sera del 17 marzo (75 italiani su cento contrari all'intervento americano senza se e senza ma), e i sondaggi lo inducevano a darsi una calmata.
Ma non era un Berlusconi alla deriva. Era il solito Berlusconi, il furbastro che anziché nuotare verso un qualche approdo galleggia sopra un mare di chiacchiere. L'uomo è un peso leggero: non ha mai avuto una visione sua, salvo che nella difesa dei suoi personali interessi. Chiunque gli chieda una posizione netta non lo mette in difficoltà. La vaghezza è sempre stata la sua ricetta vincente, pur se disastrosa per il paese; e lui è spensieratamente convinto che lo sarà anche stavolta.
Bisogna ammettere che la lunghissima incubazione del conflitto ha dato una mano al re. Ha dirottato l'attenzione dei sudditi: dal miserrimo bilancio del governo sul piano economico e sociale a un problema immenso, planetario, la cui soluzione non si poteva ragionevolmente pretendere dal Cavaliere. Lui non aveva che da sguazzare felice nel bla bla.
Neppure per i pesi massimi, d'altronde, l'attacco a Baghdad si prestava a una scelta drastica fra il sì e il no. Giovanni Sartori ha rivendicato il diritto all'incertezza: "Chi ci ha incastrati? In partenza Bush. Ora mi fa altrettanta paura Chirac, che può delegittimarlo ma non fermarlo. È un gioco a somma negativa nel quale tutti i giocatori perdono. Fra i due chi finirà per fare più danno?". Al dilemma Berlusconi ha risposto nel suo modo tipico: scantonando. In certi giorni imponendosi perfino il sommo sacrificio di tenere chiusa la bocca.
Le stesse divisioni all'interno dell'Onu hanno offerto al re degli opportunisti una chance. L'Onu non è il governo del mondo, non lo è mai stata. Dacché esiste, ricordava The Economist, ha autorizzato il ricorso alle armi in tre soli casi: Corea 1950, Irak 1991, Afghanistan 2001. Per il resto ognuno ha menato le mani come gli pareva, compresa l'Italia dalemiana nella Jugoslavia del 1999. Pure l'Unione europea si è malamente lacerata. Ebbene: fin tanto che la comunità internazionale non è in grado di dare una linea, rimanere alla finestra può apparire agli sprovveduti una volpina astuzia.
Ecco perché Berlusconi crede di poter superare l'emergenza senza cali di popolarità. Non è della pasta di quegli statisti che, notava Ralf Dahrendorf, sanno perseguire i propri obiettivi, magari rischiosi, anche contro la grande marea dell'opinione pubblica. È la caricatura di uno statista. Si adatta alle circostanze, segue le correnti quali che siano. E in ciò si erge a campione di un'Italia vecchia, l'Italietta che nonostante le sue pose da demiurgo continua a contare zero.
La sua politica estera, come l'intera sua politica, è il nulla. Lui lo sa, ma se ne frega: la debolezza del paese è la sua forza. Gli basta che di riffa o di raffa i voti arrivino. Gli elettori, però, non sono sciocchi. Prima o poi nella famiglia reale sceglieranno Veronica. Perché farsi rappresentare da un aspirante maggiordomo, se né Bush né Chirac si degnano di ordinargli il caffè?
Enzo Biagi: torna il rantolo della sirena
Maurizio Chierici su l'Unità del 22 marzo
MILANO Due giornalisti stanno parlando sul balcone dell'albergo, notte del Kuwait, quando suona l'allarme: "La sirena
", mormora Enzo Biagi: "Fa impressione più delle immagini finora viste. Di questa guerra, credo, vedremo poco, e solo ciò che è opportuno farci sapere, ma il rantolo della sirena dà i brividi. Risveglia il disagio di certi ricordi. Quelle notti, in rifugio
" I ricordi cominciano.
"A Bologna suonavano la sirena ogni mattina alle dieci per provare se funzionava. Suonava spesso, purtroppo". Sconvolgimento del sonno interrotto dal preallarme, ordine di scendere in cantina "perché i rifugi erano solo cantine con strisce di carta incollata ai vetri per evitare schegge". Gli adulti andavano a letto il più tardi possibile. Non avevano voglia di rivestirsi in fretta. Un lessico nuovo scandiva i saluti delle famiglie. Non si diceva buonanotte, ma dopo aver osservato le nubi che offuscavano la luna, con un po' di speranza mormoravano: troppo buio, forse non vengono. "Il radar ancora non c'era. Bombardavano a vista".
Biagi confronta la guerra degli altri che l'entusiasmo dei commentatori trasforma in videogame, con l'esperienza malinconica dell' Italia sotto le bombe, proprio come Baghdad. Alla sera, prima di coricarsi, i vestiti non si appendevano agli armadi, meglio piegarli sulla sedia, a portata di mano. Le signore riducevano le forcine nei capelli. Addio ai i bigodini per mantenere la permanente. Riservatezza e pudore della piccola borghesia venivano messe a dura prova. Il cappotto infilato sopra il pigiama tradiva la mancanza del lusso di una vestaglia da camera. Né indossare gli abiti da giorno per nascondere la biancheria rammendata, aiutava in qualche modo il decoro delle famiglie precipitate in cantina. Ragazzi addormentati avvolti nelle coperte da letto. Sorelle più grandi, dentro vecchi scialli. Le cantine-ricovero sembravano corsie di un ospedale improvvisato. Gli anziani si appisolavano su una panca. E gli odori che accoglievano i ritardatari nel rifugio gremito, erano gli odori indiscreti di un'umanità strappata al riposo dalla sirena.
"Sentivamo il ronzio delle fortezze volanti crescere da lontano. Mia madre recitava il rosario, le voci della cantina rispondevano. Poi il fischio, poi l'esplosione. La casa tremava ma noi respiravamo. Sono lontani, una voce nel buio".
Quando il ron-ron delle fortezze volanti svaniva nel silenzio, aspettavano con le orecchie tese. "Vanno via. Io non li sento e voi?". Il "voi" era per la vicina di gomito: "lei" proibito, non bisognava rilassarsi anche nei momenti di paura perché l'attenzione del capo fabbricato, custode della fede fascista degli inquilini, restava all'erta. E subito rimarcava l'autorità, "Nessuno si muova fino a quando non sentiamo il cessato allarme".
Una sirena senza angoscia, finalmente.
Si tornava nei letti disfatti, finestre spalancate per salvare i vetri e il fumo degli incendi che spandeva odori di bruciato. Un'occhiata all'orologio per calcolare quante ore di sonno prima della sveglia. La memoria di Biagi è quella di una generazione che la minaccia costringeva a queste fughe immobili.
Qual era il sentimento che agitava i rannicchiati al buio sotto le bombe: rabbia per gli aerei o mormorii scontenti contro Mussolini che aveva trascinato l' Italia nel dramma ? "Nessuno parlava. Il nemico ti ascolta, avvertivano i manifesti sui muri. Meglio tacere, non si sa mai.". Il regime infilava fra la gente che tremava informatori incaricati di interpretare il morale della popolazione. Ma pronti a segnalare le voci sospette. Soprattutto nei rifugi aperti in ogni strada ai passanti che non conoscevano il quartiere. Bologna si difendeva dalle stesse orecchie della Baghdad di Saddam Hussein: tacendo.
"Intimidire", quel verbo che fa discutere l'America
Gianni Riotta sul Corriere della Sera del 23 marzo
NEW YORK - L'America si divide nei sondaggi sulla guerra e nelle manifestazioni. A Chicago, sulla ventosa Federal Plaza, i pacifisti gridano "niente guerra per il petrolio", mentre i giovani repubblicani intonano "George W. fino al 2008" e le bande dei motociclisti fanno rombare le Harley Davidson cromate. Chi credeva che i rancori dell'elezione presidenziale finita alla Corte costituzionale nel 2000 fossero sopiti, deve studiare il sondaggio Cbs-New York Times interpretato dal sociologo Bill Schneider. Il 67% degli americani dice di "stare dalla parte del presidente" nelle ore drammatiche della guerra. Una buona maggioranza ma analizzandola da vicino ne vediamo le crepe. George Bush padre aveva, nei primi giorni della guerra del Golfo 1991, un margine più confortante, l'86%. E se il 93% dei repubblicani si schiera con George W. Bush, il 45% dei democratici lo contesta (nella prima guerra del Golfo solo il 14% dei democratici disse no alla liberazione del Kuwait).
Tra gli elettori indipendenti, ago della bilancia in tutte le elezioni dal 1988, il 32% si dice ostile alla offensiva contro Saddam. Sono cifre aride, ma che Bush esamina con la stessa cura con cui segue l'avanzata dei marines in Iraq.
Schneider sconta il consenso di superficie e indica le fratture nella coscienza americana: il 55% dei democratici e il 39% degli indipendenti bocciano l'invasione (Bush padre era promosso da 3 democratici su 4, e da 4 indipendenti su 5). Il 92% dei repubblicani ha "fiducia nella scelta bellica" di Bush, il 65% dei democratici e il 43% degli indipendenti no. "Un Paese diviso. Questi numeri apparvero durante la guerra in Vietnam solo negli ultimi mesi del conflitto, per anni c'era larga unità. Bush ha scommesso la Casa Bianca sulla guerra. Se non vince perderà le elezioni. E anche la gestione della pace a Bagdad sarà complessa, con una nazione così lacerata", chiosa Schneider.
I numeri diventano scontro di culture, di colori, di immagini quando si incarnano nella società civile. Ieri il quotidiano parigino Le Monde informava di una telefonata dello scrittore Philip Roth al grafico Milton Glaser, che coniò il logo "I love NY" e dopo l'11 settembre lo chiosò come "I love NY più che mai". Roth ha proposto all'anziano designer di preparare un adesivo per i paraurti delle automobili, che, all'italiana, potremmo tradurre in "Aridatece Monica Lewinsky". Meglio, molto meglio gli scandali di Bill Clinton con la sua stagista, dice Roth, della guerra di Bush contro Saddam.
L'irrefrenabile democrazia americana esporta il concetto di Roth oltremare, fino al campo più avanzato dei marines in Iraq, dove la mano ironica di un soldato ha graffito, sull'asse malferma della latrina comune lo slogan "Ragazzi, se votavate Gore a quest'ora eravamo tutti a casa!".
A New York, nella prima bella giornata di primavera, centomila pacifisti hanno sfilato per tre chilometri lungo Midtown . Erano le facce e le voci del dissenso profondo calcolato dal sondaggio, un Paese che non dice solo di no alla guerra, vuole ribaltare le priorità economiche del presidente. "Io sto con le truppe - spiega diligente Ofer Horowitz, organizzatore studentesco - non siamo nel 1972, non odiamo i marines. Molti di loro sono al fronte perché non hanno avuto una borsa di studio per laurearsi all'università statale. Ecco: noi chiediamo che quei missili sofisticati che costano tanto diventino posti di lavoro, scuole, sanità e pensioni. E che poi Saddam vada al diavolo". Accanto a lui la Lega degli studenti arabi, keffiah al collo.
Ad Atlanta, invece, il corteo si dirige subito verso il quartiere generale di Cnn , la rete globale fondata in Georgia da Ted Turner.
Chiedono di non "glorificare la guerra in diretta", e al tempo stesso, con intelligenza mediatica, si dislocano al centro dell'informazione, finendo in onda in tutto il mondo. "Perché vediamo i bombardamenti ma non le vittime? Non il sangue? Il Pentagono censura!", accusano. Ogni corteo, accanto ai nonni cattolici in marcia per la pace, conta un crescente numero di "duri" no global, che si fanno arrestare a ripetizione, da San Francisco a New York e Washington. Sono gli eredi del "popolo di Seattle" che mise a sacco la città dello Stato di Washington, in protesta contro l'Organizzazione mondiale del commercio. Una rabbia finora contenuta, ma che può crescere.
L'uomo che, dopo il presidente George W. Bush, i dimostranti detestano di più è Harlan Ullman. E' probabile che molti di loro non l'abbiano neppure mai sentito nominare, ma i loro ritornelli, le danze, le maschere dipinte con il sangue finto da set cinematografico, contestano la sua filosofia "Shock and awe", choc e timore, il nome dell'operazione di bombardamento in corso su Bagdad ("awe" è stato frettolosamente tradotto in italiano come "terrore", ma solo i dizionari arcaici annotano quel significato: "awe" vuol dire in americano contemporaneo "timore, rispetto, ammirazione, timore reverenziale").
"Choc e timore" è il titolo di un saggio che Ullman, veterano del Vietnam e docente al National War College, scrisse a quattro mani con James Wade, ex sottosegretario alla Difesa, nel 1996. "Per i contestatori io sono l'albero della cuccagna ambulante, nel mio testo trovano tesori per le loro proteste", ghigna Ullman, felicissimo della pubblicità. Il libro sostiene che "occorre seguire una linea di forza selettiva, di brutalità senza freni, applicando la violenza rapidamente per intimidire il nemico".
"Intimidire" è la parola chiave, spiega Ullman: "Se passa la nozione che "awe" vuol dire terrorizzare il mondo, come la bomba atomica su Hiroshima, sarà un vero disastro di immagine per noi". Elegante nel doppiopetto gessato con camicia inglese rosa, Ullman è contento dell'etichetta di "Dottor Stranamore" che il Washington Post gli appiccica: "La verità è che "choc e timore reverenziale", la mia strategia, salva molte vite al nemico. Si impressionano e si arrendono, prima di essere uccisi".
Una logica che convince pochi in Europa e solo la metà degli americani.
Tra i persuasi non c'è Michael Waters-Bey. Suo figlio Kendall Damon Waters-Bey, sergente dei marines, è morto nel disastro dell'elicottero Ch-46 Sea Knight progettato 44 anni fa e considerato obsoleto da molti esperti. Michael Waters-Bey è andato davanti alle telecamere della rete Wbal-Tv di Baltimora, agitando in lacrime la foto del ragazzo in divisa: "Voglio che il presidente Bush guardi bene questa immagine, la guardi proprio bene. E' l'unico figlio che ho, l'unico figlio". Il Pentagono è intervenuto, il generale Franks ha citato il sacrificio del sergente ma il padre insiste: "Ringrazio per la solidarietà, ma resto contrario alla guerra". La foto di Kenneth, orfano di Michael Waters-Bey a soli dieci anni, che fa il saluto militare al padre morto, sta già facendo il giro dell'America perplessa. Così, dall'attivismo di Roth&Glaser, al successo di Ullman, alle proteste che riempiono le strade, alle lacrime di un padre e un orfanello, finisce il primo week end di una guerra che tanti sperano sia conclusa già domenica prossima.
Conflitto a obiettivo variabile
Angelo D'Orsi su il Manifesto del 22 marzo
Gli storici sono sempre alla caccia di eventi che indichino discontinuità, rotture nel flusso del tempo, eventi epocali, insomma, che possano distinguere un'era da un'altra, una fase dalla seguente, un periodo da un altro: è, appunto, quell'operazione che ha nome "periodizzazione". I metodologi della storia anzi sostengono che proprio in questo difficile, e spesso assai soggettivo esercizio, accanto a quello volto a individuare le cause di un evento, si misuri l'intelligenza dello storico. Si corrono molti rischi, a periodizzare; specie quando si pretende di farlo a caldo. Abbiamo così avuto il 9 novembre 1989 (abbattimento del Muro), il dicembre 1991 (scioglimento dell'Urss), e poi l'11 settembre 2001, con le sue Torri Gemelle. Tutte date legittimamente indicate come periodizzanti; e lascio perdere gli argomenti a favore o contro.
E ora? Non possiamo vedere nell'attacco a Baghdad da parte angloamericana un evento epocale? Se fossimo seguaci della numerologia potremmo scorgere nella stessa data - 20 03 2003 - un dato, magari per qualcuno sinistramente premonitore. Ma non lo siamo e ci fermiamo agli elementi di sostanza.
Che cosa dunque potrebbe indurci domani a leggere in questa data un segno di trapasso da un'epoca all'altra? Non è difficile. Da un decennio e oltre - dopo il biennio '89-91, con il crollo della seconda superpotenza e il passaggio da sistema bipolare a sistema monopolare e monopolistico - cerchiamo di definire le "nuove guerre": guerre asimmetriche, guerre non dichiarate, guerre "per la democrazia", guerre "umanitarie", "chirurgiche" o addirittura "etiche"...; guerre "non guerre", per certi versi; "operazioni di polizia", o con un certo macabro sense of humour, "operazioni di peace keeping"; ma, per altri versi, guerre totali: ossia indirizzate prevalentemente contro i civili, contro il territorio, contro l'ambiente; guerre terroristiche, spesso combattute da bande invece che da eserciti, con collusioni tra forze armate e criminalità comune, con conseguenti contaminazioni tra operazioni militari e regolamenti di conti, grassazioni, mercati paralleli di tipo privato e, naturalmente, illegale. Ciascuna delle guerre degli ultimi anni mostra ad abundantiam uno o più di questi aspetti.
Che cos'ha di nuovo questa Seconda Guerra del Golfo? Certo è assolutamente asimmetrica: non solo nel senso della mostruosa disuguaglianza di mezzi e di forze, ma nel senso che uno dei due contendenti non è neppure in grado di reagire, e il suo ruolo consiste nell'incassare, come un pugile che aspetti il gong: il problema è che qui non c'è arbitro, e dunque la sola possibilità è che chi colpisce presto o tardi si stanchi o si vergogni di farlo. Inoltre, ancora una volta si tratta di una guerra non dichiarata (ma reiteratamente e clamorosamente annunciata, o piuttosto minacciata); soprattutto, non è legittimata da alcun appiglio, per quanto fragile ed evanescente, di diritto internazionale; e inoltre non è resa nemmeno surrettiziamente legale da alcun organismo internazionale, compresa la stessa Alleanza Atlantica e la sua organizzazione militare, la Nato. È dunque una guerra illegittima sul piano giuridico, illegale su quello della morale comune nell'ambito delle relazioni internazionali.
Tuttavia, ciò rappresenta situazioni solo relativamente nuove. Più dirompente è il dato che questa guerra non solo non è "autorizzata", magari implicitamente nel senso che non è stata sconfessata, dall'Onu; ma addirittura trattasi di una guerra contro l'Onu, ossia contro la volontà delle Nazioni Unite, per di più condotta da un paese membro che non paga i suoi contributi all'Organizzazione da anni, e che rappresenta la più grande potenza militare, economica, finanziaria mondiale. Rilevante, benché non decisiva, la novità relativa della sua natura "preventiva" (una guerra fatta per impedire di nuocere prima che il contendente abbia nuociuto, ma addirittura prima che si sia provato che egli possa nuocere). In definitiva, a me pare che, pur collegato ai precedenti, il fatto più nuovo consiste forse nella sua natura di guerra "a obiettivo variabile".
E, davanti a una guerra siffatta, illegale, illegittima e moralmente ripugnante, ci tocca sentirci porre davanti al fatidico, prevedibile e previsto aut aut: o con Bush, o con Saddam; ossia, ci traducono, o con la democrazia e l'Occidente, o con la tirannia e l'Islam (nero fantasma che popola gli incubi degli occidentali). Un'alternativa fasulla, naturalmente. Saddam ci fa orrore; ma chi è oggi il nemico dell'umanità? Chi sta producendo uno stato di guerra permanente, globale, infinita? Chi sta distruggendo quel poco che, faticosamente, da almeno tre secoli, l'umanità ha saputo costruire in fatto di diritto internazionale? Chi ha praticamente ucciso l'Onu? Chi pretende di imporre regimi politici a ogni altro Stato sulla Terra? Chi sostiene ad oltranza le insostenibili posizioni del governo israeliano contro i palestinesi, prima causa di tensione oggi sulla scena internazionale? Chi sta, in una parola, facendo la guerra al mondo?
Nel deserto del Grande Cervello
Un granello di sabbia o, forse, Bagdad
Matteo Moder sul Barbiere della Sera del 21 marzo
Un bambino pensa nella testa di ogni soldato. Fa bene, fa male? E' un po' come l'omino nel cervello di Pasquale
Caporale, dov'è Bagdad?
Non c'è luce laggiù e la luna è un groppo nella nostra testa. Alla cieca, Caporale, cerchiamo la strada sotto di noi. Eppure da qualche parte, hai detto, è cominciata. Un rivolo di sabbia, un vento improvviso, un uccello che albeggiava i suoi confini.
Le maschere ci stringono alla gola, i cinturoni comprimono aria e paura. Abbiamo mangiato, Caporale, come per la traversata della vita e gli stivali stringono e il male ci fa da coscienza.
Cosa abbiamo fatto, Caporale? Dove sono le nostre tute sporche di olio e grasso? Dove le attese, la fatica? Chi fa andare i pistoni? Chi i motori? C'è silenzio, qui, e Bagdad è di buio. Siamo invisibili indefinitamente, Caporale: questo passo di guerra si fa un bisbiglio di vecchi.
Siamo stati bambini e le spade di legno confitte nelle sabbia segnavano ciò che eravamo e non siamo, infinite cose. Le riconosceremmo in questa notte senza voci? Le saluterebbero mai le donne, con fiori e fazzoletti?
Le abbiamo lasciate senza un sorriso perchè Bagdad era al di là di ogni addio, il luogo dove la ragione, Caporale, sarebbe capitolata davanti al futuro, oggi.
Qui, al termine della strada, mentre affondiamo nella sabbia e nel sonno, vorremmo salutare in te quegli occhi di donna che ci hanno lasciato andare, bambini, per non attenderci più sulla soglia di casa, la mano a proteggersi dal tramonto. La certezza del ritorno annegata nel mistero di una gonna.
Fatti donna della buona notte e raccontaci di quando eravamo un unico passo sulla strada. Quando, Caporale, accaldati, intonavamo la canzone di battaglia, detergendoci col braccio il sudore.
Caporale, dov'è Bagdad? E' quel chiarore?
23 marzo 2003