
La settimana in rete
a cura di P.C. - 23 febbraio 2003
Maria Giulia, a 16 anni il 15 febbraio a Roma
Chissà che hanno da ballare, si chiedeva Giuliano Ferrara, a La7, durante la diretta della manifestazione di sabato scorso. Questa cronaca ingenua, un po' iperbolica, ma fresca - di una sedicenne mi sembra la migliore risposta (Manuela Faccani)
Un viaggio passato a cantare, strimpellando una chitarra, canzoni considerate intellettuali, spaziando da Guccini a De Gregori a De André. Cantando canzoni ricercatamente in tema con la giornata attesa da mesi, euforicamente invasati dalle bandiere e dai cappellini giamaicani rispolverati per l'occasione. Finalmente arriviamo, scendiamo, ci raggruppiamo e ci prepariamo alla manifestazione, quasi come a una festa in maschera. Ci avvolgiamo nelle bandiere, ci coloriamo i volti, si distribuiscono i fischietti e i più bravi si allacciano i tamburi alla vita.. Ok, ci siamo, partiamo in cerca della metropolitana. Dall'altro della scalinata ci si prospetta una folla brulicante che si accalca verso i binari. Ci uniamo alla miriade di persone che urlano, il rumore ci invade le orecchie, canzoni, rulli di tamburi, fischietti. Riusciamo sgomitando a guadagnare un posto in piedi sul treno aggrappandoci l'uno all'altro quando i sostegni sono troppo lontani. Un caldo soffocante ci opprime, mentre contiamo le fermate che ci separano dalla manifestazione. E finalmente arriviamo. Usciti dalla stazione il sole ci acceca e ci lasciamo trascinare dalla folla verso i corteo. Ragazzi, donne, uomini, bambini e anziani. Ci sentiamo tutti cellule di un unico grande animale strepitante, che, impaziente, si disperde per le vie della città. Passiamo davanti al Circo Massimo, e i ricordi tornano al 23 marzo; è la stessa sensazione, ma invece che rosse le bandiere sono arcobaleno. Invece di un sindacato in piazza c'è la gente libera, senza un partito, senza un'etichetta, solo un'idea comune: il rifiuto di una guerra. Abbiamo tutti idee diverse, siamo tutti di partiti diversi, giovani e vecchi che sfilano insieme per raggiungere un obiettivo. Qualsiasi slogan scatena grida di approvazione e c lasciamo trasportare dall'allegria generale, improvvisiamo una specie di danza tribale accompagnati dai tamburi che ci eravamo portati da casa. Ci sentivamo uniti, come non ci eravamo mai sentiti prima. E' questa la cosa più importante, eravamo amici, come non eravamo mai stati, amici con 3 milioni di persone.
Ci vediamo a Roma, sotto l'elicottero
Cartelli visti in giro a Roma il 15 febbraio da Massimo Marnetto
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1) categorici not in my name
2) espliciti Bush ci hai rotto i coglioni
3) ammirevoli Statunitensi contro la guerra
4) disubbidienti Berlusca sei la Lewinski di Bush
5)avanguardie Sezione DS-Arcore per la pace
6) giovani in erba i cannoni sono solo quelli che ci fumiamo
7) matematici Bush + Osama = tragedia umana
8) procreativi trombiamo per la pace
9) su un cane PierFido, manchi solo tu
10) Emergency ...e poi noi li ricuciamo
11) televisivi Sulle reti di Berlusconi, tette e culi, ma mai opinioni
12) disarmanti le bombe intelligenti, sono quelle che non si costruiscono
13) centro sociale Forte Prenestino in un mondo senza confini, siamo tutti clandestini
14) statistici Berlusca, beccate sto sondaggio
Che spettacolo: il toro infilza il matador
Giuliano Ferrara travolto dalla manifestazione romana
Eugenio Scalfari su l'Espresso del 20 febbraio
Qualche tempo fa m'era venuta voglia di scrivere un elogio di Emilio Fede, un personaggio del mondo dell'informazione che, forse a sua insaputa o forse no, ci rallegra la vita, e che, forse a sua insaputa o forse no, si è trasformato in un personaggio del mondo dello spettacolo: non è da tutti. Ma poi lasciai andare; era accaduto che quell'elogio, con toni ironici che non gli sono abituali nei confronti dei suoi laudatores, lo fece Berlusconi in persona.
Oggi voglio invece tributare un elogio a Giuliano Ferrara. Ci pensavo da parecchio tempo ma ne rinviavo il momento: conosco Giuliano da molti anni, sono stato grande amico di suo nonno, Mario, negli anni in cui - io poco più di un ragazzo e lui grande intellettuale liberale antifascista - ci si incontrava nelle stanze del Mondo in via di Campo Marzio a Roma; di suo padre e di sua madre e soprattutto di suo zio Giovanni, a me carissimo da una vita. Giuliano poi, a dispetto della sua aggressività intellettuale e gestuale e del suo esplicito desiderio di mettersi sotto i piedi chi non la pensa come lui, è nel tratto privato persona gentilissima, segno che ha avuto in famiglia una buona educazione. A vederlo e ad ascoltarlo in tv, quando riesce a prendere per il collo il suo interlocutore e spezzargli la parola in bocca sotto l'incalzare di contestazioni sempre più prevaricanti, non lo diresti così compito in un salotto o in una cena. Il personaggio insomma ha una natura duplice se non addirittura triplice perché oltre alla gentilezza che si trasforma velocemente in iracondia come quella del toro eccitato alla vista di un panno rosso, possiede anche una vena di ironia che esercita con esiti talvolta felici in qualche corsivo firmato con il timbro di un elefantino sul suo giornale, tanto citato quanto poco venduto.
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Ho già fatto, scrivendo quanto precede, un mezzo elogio del direttore del Foglio, commentatore televisivo de La 7 e ospite frequente di molti altri talk show televisivi delle reti Rai e Mediaset. Dimenticavo di aggiungere che il Nostro è diventato da tempo una vera star televisiva e se lo merita: in un sistema di comunicazione che privilegia la rissa verbale, gli accenti tonitruanti, le ordalie semplificatrici e l'esibizione impudente della faziosità, chi può competere con Giuliano, il quale accoppia a tutti questi requisiti così richiesti dal mercato perfino quel sovrappiù di intelligenza della quale i suoi concorrenti sono totalmente sprovvisti? Ma il riconoscimento che voglio oggi dedicare a Ferrara riguarda il suo comportamento nel giorno della sconfitta, che si è consumata senz'appello il 15 febbraio durante le sette ore dell'immane corteo della pace per le strade di Roma in un mare di bandiere dai colori dell'arcobaleno.
Doveva essersi preparato con molta cura a quell'appuntamento cui partecipava da una tribuna televisiva, quella de La 7, diventata improvvisamente esclusiva, in condizioni monopolistiche per l'ignavia imbecille della Rai e la semi-assenza ideologica di Mediaset. Doveva aver deciso che per l'occasione avrebbe tenuto nel fodero la sciabola dell'ira e affrontato i contraddittori con il fioretto dell'ironia. Sapeva che i cronisti de La 7 avrebbero raccontato per immagini l'evento facendosi in qualche modo sedurre dalla simpatia che inevitabilmente si prova verso uno spettacolo così colorato, così allegro, così giovanile e così imponente. Gravava dunque sulle sue sole spalle il compito di contraddire i manifestanti raccolti sotto tante bandiere: lui e il corteo, lui e il pacifismo, lui e la sinistra nelle sue varie e variopinte accezioni. Che cosa poteva desiderare di meglio e di più un personaggio della stazza di Giuliano Ferrara?
Eppure qualche cosa è andata storta fin dall'inizio. E poi ha continuato ad andare sempre più storta, per lui naturalmente. Le dimensioni del corteo, il triplo e forse più di quanto gli stessi organizzatori si aspettassero. L'assenza di spirito antiamericano. L'allegria. La tranquillità non turbata da alcun incidente. La varietà umana dei partecipanti e insieme la loro unità di fondo. E insieme le notizie e le videate di quanto nelle stesse ore stava avvenendo in tutta Europa e in tutto il mondo.
Di fronte all'enormità dell'evento dentro al quale restavano sommersi gli stessi organizzatori e dal quale non emergeva altro protagonista che non fosse quel popolo, anche la spavalda burbanza di Ferrara ha cominciato a sbriciolarsi. L'ironia è diventata petulanza, poi rabbia a stento contenuta, infine ira, vera e propria ira. "Perché ballano, che c'è da ballare?". "Dicono d'essere più di un milione, ma perché non dire due, tre, sei?". "Non ci sono bandiere di Israele, domandateglielo, perché?", fino alla domanda finale: "Ciampi ha elogiato Berlusconi, si è dunque secondo voi rincoglionito?".
Mi si dirà che questo non è un elogio. E invece sì, perché alla fine Giuliano ha abbandonato a metà la sua postazione, ha gettato la spugna sconsolato e iracondo e se ne è andato a casa. Non lo aveva mai fatto prima. Il matador aveva sempre infilzato il suo toro o almeno aveva preteso di averlo infilzato. Questa volta no, è stato anche lui inghiottito e messo al silenzio da quell'immensa fiumana di popolo e si è ritirato sotto gli occhi di milioni di spettatori.
Un mattatore costretto a inchinarsi di fronte al toro è uno spettacolo nello spettacolo e merita un elogio, perdinci.
Due articoli di Piergiorgio Odifreddi
Archivio de la Repubblica
Quando il male combatte con Dio
"Dacci oggi la nostra sfida quotidiana", prega l' uomo occidentale contemporaneo, e come spesso gli accade si rivolge a Dio senza accorgersi che sta bestemmiando. La positività che noi associamo a sfide e disfide rimuove infatti il significato originario di queste parole, e dimentica che in origine esse significavano letteralmente infedeltà, inaffidabilità e insicurezza, a seconda delle accezioni del latino fidus (negato dal prefisso dis). La stessa cosa succede con l' inglese challenge, derivato dal latino calumnia (attraverso il francese arcaico calonge), che rivela come la sfida partecipi della menzogna e, appunto, della calunnia. Se la natura dello sfidante è dunque di essere un infedele nei fatti e un mentitore nelle parole, il suo prototipo non può essere altri che il Diavolo, cioè colui che ha lanciato la prima sfida alla fede e alla verità, rivolta naturalmente contro Dio. Nella mitologia mediorientale questa sfida primigenia è stata presentata negativamente, come rottura primordiale dell' ordine divino delle cose. Ma la positività a cui alludevamo mostra che oggi noi apprezziamo nella disobbedienza a Dio il primo eroico atto di liberazione dalla suprema tirannide. Agli inizi, infatti, le cose appartenevano tutte a quell' unità indivisa che è la vera essenza della divinità. Ma nel momento in cui qualcosa decide di staccarsi dal tutto per acquistare un' autonomia individuale, l' unità divina si spezza e si crea una scissione dalla quale prende appunto il nome il Diavolo. In greco, infatti, diabolé significa divisione, e il suo contrario è symbolé, la riunione: per questo Dio parla olisticamente per simboli, e il suo alter ego dualisticamente per contrapposizioni. La sfida diabolica che contrappone il Male al Bene non è dunque altro che un' immagine metaforica della contrapposizione del Falso al Vero, senza la quale sarebbe impossibile l' intero pensiero logico. Non a caso il Diavolo, nel ventisettesimo canto dell' Inferno, mentre strappa dalle mani di San Francesco l' anima peccatrice di Guido da Montefeltro, rivela beffardamente la sua natura esclamando: "Tu non pensavi ch' io loico fossi". E nel Faust, dando alla matricola un diabolico suggerimento per il suo piano di studi, reitera: "Ti consiglio anzitutto di iscriverti a un corso di logica". Scendendo dalle astrazioni celesti alle concretezze terrene, la ribellione della logica si sposta dalla trascendenza all' immanenza e si manifesta nella sfida contro la superstizione e l' irrazionalità, proprie non soltanto delle religioni e delle metafisiche ma di ogni tradimento, piccolo o grande, del pensiero: i concetti vuoti, i discorsi insensati, le argomentazioni inconcludenti, le imprecisioni, gli errori, le contraddizioni... Tutti quegli artifici, cioè, che costituiscono il pane quotidiano di coloro che fondano la loro influenza e il loro potere sulla sola forza delle parole: preti, avvocati, politici, giornalisti, pubblicitari... Naturalmente soltanto i bambini e i poveri di spirito, ai quali non casualmente si rivolgono i Vangeli, possono accontentarsi di continuare a pensare a Dio e al Diavolo nelle forme antropomorfe, quando non addirittura incarnate, variamente proposte dai tre monoteismi istituzionali. Chi matura biologicamente e intellettualmente, presto o tardi arriva invece a capire che la religione, sfrondata delle sue convenzioni e circonvenzioni, si riduce all' identificazione di Dio con le forze "sovrapersonali" che ci costringono internamente da un lato, e con quelle impersonali che ci sovrastano esternamente dall' altro: ovvero, rispettivamente, con l' inconscio e la natura. La prima identificazione risale almeno a William James, che nel classico Le varie forme dell' esperienza religiosa stabilì: "Ciò con cui ci sentiamo connessi nell' esperienza religiosa è il prolungamento conscio della nostra vita conscia". Nell' altrettanto classico L' esercizio koan come mezzo per realizzare il satori, Daisetz Suzuki riecheggiò: "L' illuminazione zen è la realizzazione dell' inconscio". Ma se Dio è l' inconscio, allora la sfida del Diavolo non può che essere la presa di coscienza caratteristica di ogni produzione artistica e intellettuale: di ogni tentativo, cioè, di far affiorare dal profondo di noi stessi ciò che non sapevamo vi fosse sommerso. La seconda identificazione fu invece compendiata da Spinoza nel famoso motto Deus sive natura, che divenne poi la professione di fede di Einstein. In questo caso, ovviamente, la sfida diabolica a "Dio come natura" è lanciata e portata avanti dalla scienza, che cerca di piegare l' apparente caos e la reale complessità dell' universo alla razionalità delle leggi fisiche, chimiche e biologiche, condensate in formule matematiche: espresse, cioè, in quel linguaggio che Pitagora, Galileo e Newton ritenevano essere quello in cui è scritto il libro stesso dell' universo. La logica e la matematica, in quanto mezzi di espressione della coscienza e della scienza, sono dunque gli strumenti di cui si serve il diabolico per sfidare il divino: per questo entrambe si trovano in perenne rotta di collisione con l' inconscio irrazionale delle religioni e delle superstizioni. Ma, come direbbe Nietzsche, la logica e la matematica risultano anche "umane, troppo umane": non soltanto perché realizzano, ovviamente, categorie "a priori" della nostra natura e "a posteriori" della nostra evoluzione, ma anche perché possono diventare, come ogni cosa, canali di sfogo delle nostre passioni.
Il paradosso di Russel
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Compie un secolo il celebre paradosso di Russel. Nell' estate del 1902 Bertrand Russell inviò a Gottlob Frege una breve lettera. Dopo i convenevoli di rito il giovane inglese espose un semplice paradosso, che sembrava minare il sistema sul quale Frege pensava di aver fondato l' intera matematica. Il 22 giugno lo sconsolato tedesco rispose, ammettendo la sconfitta: il suo sistema era crollato in pezzi, e la matematica rimaneva senza fondamenti. Riformulato in termini linguistici, l' argomento di Russell partiva dall' ovvia constatazione che alcuni aggettivi si applicano a se stessi, e altri no: ad esempio, "corto" è corto, ma "lungo" non è lungo. Anzitutto Russell propose di chiamare autologici gli aggettivi del primo tipo ed eterologici quelli del secondo, creando cosi due nuovi aggettivi. Poi si fece una domanda di troppo, chiedendosi di che tipo sia eterologico, e scoprì una contraddizione. Se infatti eterologico fosse autologico, dovrebbe applicarsi a se stesso, e dunque essere eterologico. E se fosse eterologico, non si applicherebbe a se stesso, e non potrebbe essere eterologico. Di tutti i problemi che affliggono il mondo, quello dell' aggettivo eterologico non è certamente il più preoccupante. Ma può diventarlo se uno ha la passione della razionalità, e vede nelle contraddizioni il sintomo di una malattia del pensiero che va in qualche modo curata. Russell si autoelesse a medico, e nel 1908 scoprì un vaccino che immunizza dalle contraddizioni: la teoria dei tipi logici, che consiste sostanzialmente nel tenere distinti gli aggettivi primari, come "corto" e "lungo", da quelli secondari che si riferiscono ad altri aggettivi, come "autologico" ed "eterologico". Come spesso succede, questa prima cura era efficace ma eccessiva. Nella migliore tradizione della medicina, del corpo o della mente, nel corso del Novecento ne furono dunque proposte varie altre, via via più raffinate, che hanno permesso alla logica di forgiare un bisturi del pensiero col quale si possono estirpare i tumori metafisici diffusi dalle parole in libertà. Lo stesso Russell, che scrisse un saggio dal significativo titolo In difesa del pensar chiaro, dedicò la maggior parte della sua vita all' impresa, con alterne fortune: perché, come è noto, "non si addice ai bovini cioè che si addice ai divini". Ad esempio, nel 1940 i puritani chiesero e ottennero il suo licenziamento dal City College di New York per le idee "libertine, libidinose, lussuriose, lascive, erotomaniache, afrodisiache, irriverenti, grette, menzognere" espresse in Matrimonio e morale, e nel 1950 lo stesso libro fu citato nella dichiarazione di assegnazione del premio Nobel per la letteratura. Gli atti della vera e propria caccia alle streghe che ebbe luogo contro Russell negli Stati Uniti si possono trovare nell' appendice al suo libro intitolato, in barba a Croce, Perché non sono cristiano. Un perché che è presto detto: ragione e fede sono incompatibili, nonostante gli eroici o patetici tentativi di coniugarle che vanno dalla scolastica alla Fides et ratio, e chi vuol essere logico non può essere teologico. Per ironia della sorte, non c' è miglior prova dell' incompatibilità fra ragione e fede dell' odierna canonizzazione di Francesco Forgione, in arte padre Pio. Il 16 giugno 2002, a un secolo esatto dal paradosso logico del 16 giugno 1902, la Chiesa ne propone infatti al mondo uno teologico: le stimmate miracolose di un frate, dapprima "invisibili" per anni, e poi "scomparse" al momento della sua morte. Che qualcuno possa anche credere a queste amenità, passi: come diceva Gadda, non tutti sono condannati a essere intelligenti. Che la televisione di Stato si dedichi a diffondere queste notizie urbi et orbi, dalle trasmissioni agiografiche di Porta a porta alla diretta della cerimonia di canonizzazione, è invece un triste segno dei tempi. Dai mezzi pubblici di informazione, infatti, ci si potrebbe e dovrebbe attendere un ruolo più da infermieri che da untori, nei confronti dell' epidemia di irrazionalità diffusa nella società contemporanea, e che coinvolge non soltanto i miracoli di cui ogni beato o santo deve dar sfoggio per poter ricevere il titolo che gli spetta, ma anche le affini attività di esorcisti, demonologi, medium, maghi, parapsicologi, chiaroveggenti, sensitivi, cartomanti, guaritori, astrologi, e chi più ne ha più ne metta. Non ci preoccupano, qui, i guadagni di coloro che esercitano queste lucrative attività. La vera preoccupazione è che, nell' orgia di irrazionalità drogata dai "media", la razionalità finisca per soccombere. E non sarebbe la prima volta, come dimostra la storia dello stesso paradosso di Russell. Infatti, esso compare già pari pari nel terzo libro della Metafisica dove Aristotele lo usa per dimostrare che non esiste un genere universale, e ricompare poi nella Perutilis logica di Alberto di Sassonia. Anzi, la stessa cosa è successa non soltanto per il paradosso di Russell, ma per buona parte della logica, la cui storia si può sintetizzare con un verso manzoniano: "due volte nella polvere, tre volte sugli altari". Ai periodi di fioritura dei greci e della scolastica, sono infatti seguiti secoli bui di rimozione e di dimenticanza. Ora tutto è tornato alla luce per la terza volta, e c' è da augurarsi che non risprofondi presto nelle tenebre. L' augurio non è puramente intellettuale. Certo, la logica mostra come ridurre i ragionamenti a sequenze elementari del tipo: "Se oggi è il compleanno di mio fratello, allora gli faccio gli auguri. Ma oggi è il compleanno di mio fratello. Dunque, gli faccio gli auguri". Con una tale riduzione diventa impossibile fare le anguille con i ragionamenti, e gli errori saltano immediatamente agli occhi. Ad esempio, sulla base di alcune semplici regolette George Boole fu in grado di dimostrare, ne Le leggi del pensiero, che la prova cosmologica dell' esistenza di Dio data da Samuel Clarke era sbagliata: come commentò seccato il deista Anthony Collins, nessuno aveva dubitato dell' esistenza di Dio, prima che Clarke si fosse messo in testa di dimostrarla e avesse sbagliato i conti. Un minimo di logica basta anche per farsi
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due risate delle superbe pretese di dedurre la soprannaturalità di un evento dall' ignoranza delle sue cause naturali. Ad esempio, in centocinquant' anni la Madonna di Lourdes ha ufficialmente concesso sessantacinque miracoli a cento milioni di pellegrini. Ma la media, inferiore a uno su un milione, è di gran lunga più bassa della percentuale delle remissioni spontanee dei tumori, che è dell' ordine di uno su diecimila. Dunque, se anche fosse vero che la Madonna fa miracoli, a un malato di cancro converrebbe cento volte di più stare a casa che scomodarsi a fare un pellegrinaggio a Lourdes! Ma la logica non è soltanto uno strumento di igiene mentale: senza di essa non ci sarebbero i computer, l' informatica, Internet, ~ E tutto deriva proprio dal paradosso di Russell, il cui argomento sembra veramente essere una costante universale del pensiero logico: attraverso la riformulazione di Kurt Godel, che lo usò nel 1931 per dimostrare l' incompletezza dei sistemi matematici, esso è infatti confluito nel 1936 nel lavoro di Turing, e ha portato al progetto della macchina universale che oggi fa mostra di sè su (quasi) tutte le scrivanie pubbliche e private. Il dibattito fra ragione e fede non è dunque un'accademica questione filosofica, ma una scelta di civiltà: stare dalla parte di Russell o di Padre Pio, significa contribuire all' andata verso l'era digitale o al ritorno verso i secoli bui. Decidiamo ora, per non doverci lamentare in seguito. E che Dio ci assista, soprattutto se non c'è.
Due Buongiorno di Massimo Gramellini
su La Stampa
San Singolino
14 febbraio 2003
Dedicato ai cuori solitari per scelta. Altrui.
Quelli che sono stati appena lasciati e non ci stanno.
Quelli che ci starebbero anche, se solo trovassero qualcun altro disposto a stare con loro.
Quelli che fanno gli innamorati di riserva e da svariate festività aspettano che lui/lei lasci il titolare.
Quelli che "io dall'amore non mi aspetto più niente", ma sperano ancora di aver detto una bugia.
Quelli che non sanno che sapore ha un bacio, o non se lo ricordano più, e oggi mangeranno troppi cioccolatini.
Quelli che se lo ricordano benissimo e mangeranno troppi cioccolatini lo stesso.
Quelli che "ma come cantava Baglioni, strada facendo troverai anche tu un gancio in mezzo al cielo?"
Quelli che "ma fammi il piacere!" e alzano la testa, così, per controllare.
Quelli che la testa non la alzano più e invece gli farebbe bene.
Quelli che leggono che oggi, san Valentino martire, gli italiani spenderanno 800 milioni di euro in fiori, peluches, messaggini telefonici e cene a base di carciofi e pensano: "Dove andremo a finire?"
Quelli che vorrebbero finire proprio lì, sepolti da fiori e peluches, a scambiarsi messaggini fra i carciofi.
Quelli che "se potessi tornare indietro" o "se riuscissi ad andare avanti" e intanto intralciano il traffico.
Quelli che si sentono esclusi, sconfitti, diversi, incompresi, inadeguati: soli, eppure sono tantissimi.
Quelli che non sentono più niente e, dopo averlo rincorso invano, adesso scappano dall'amore.
Quelli che tanto l'amore prima o poi li raggiunge.
Le patatine della libertà
20 febbraio 2003
La guerra fredda fra Stati Uniti e Francia è in realtà una guerra fritta che il cuore dell'Impero e la sua colonia più riottosa combattono da anni intorno a un hamburger con patatine. A ribellarsi a Washington molto prima di Chirac fu il contadino José Bové, scagliatosi non solo a parole contro la madre di tutte le polpette: McDonald's. Ora è arrivata la rappresaglia.
Per protesta contro le titubanze di Parigi nel bombardare l'Iraq, il ristoratore Neal Rowland ha cambiato nome in menu alle patate fritte, che in America da sempre sono "french fries", ma da ieri a Beaufort, Carolina del Nord, si chiamano "freedom fries": patatine della libertà.
Moltiplicato dalle tv, il gesto di sfida ha raccolto proseliti un po' ovunque negli Usa. Ora l'euforia epuratrice minaccia di estendersi al "french kiss", lo struscio intimo e insistito: diventerà il "bacio della libertà"? Impossibile prevedere se a quel punto Chirac resterà col moccolo in mano, oppure reclamerà in- dietro la Statua della Libertà, che furono proprio i francesi a donare agli americani. I quali però nel frattempo potrebbero averle già sostituito la fiaccola che tiene nel pugno con un cartoccio di patatine.
A noi sembrano scemenze, ma gli americani patriottici, cioè quasi tutti, hanno cominciato a boicottare sul serio i vini e i formaggi dei francesi "traditori", rimpiazzandoli nel carrello della spesa con quelli di un alleato che li fa altrettanto buoni ma è molto più fedele... E poi ditemi che il nostro Silvio Patatoni non è un commerciante nato!
Esercizi di stile in rete
Alla maniera di Queneau
Zop blog
INCIPIT
In un'ora di grande traffico e di molteplici affluenze sul WEB, un pomeriggio di un mercoledì qualsiasi, stavo curiosando trai bloggers quando mi sono imbattuto in un blog che aveva un template azzurro, un po' confuso... ma ricco di link interessanti...
Il blogger in questione doveva essere piuttosto giovane, almeno stando a quello che scriveva. Ad un tratto ho notato un commento a un suo post, un po' banale... commento a cui il proprietario del blog aveva a sua volta risposto in modo molto secco e alterato, inveendo contro questo mal costume di lasciare in giro commenti gratuiti e inopportuni sui blog degli sconosciuti.
Due ore più tardi, mentre navigavo su un sito dedicato a un poco noto ma geniale cantautore italiano, ho rincontrato quello stesso blogger, o meglio una sua mail, che diceva al webmaster del sito in questione: "Dovresti far mettere un bottone in più al menu principale". Gli fa vedere dove (vicino all'icona dell'uscita) e gli dice perché.
ORIANA FALLACI STYLE
E' tutta colpa della sinistra bolscevica e di questi parassiti teocrati che non fanno un cazzo tutto il giorno e passano il tempo a navigare sui siti porno, rallentando così anche la mia connessione. Scaricavo con estrema lentezza dal sito di un fesso, un cretino che non sa nemmeno scrivere, uno di quei blog, o black block, o come diavolo si fanno chiamare, maledetti, ma un giorno ve la farò pagare, oh se ve la farò pagare. Il cretino deve essere il solito figlio di papà, uno di quei giovani noglobal che vanno in giro per il mondo a incendiare cassonetti della spazzatura, lo so!
Ebbene, su questo sito nazicomunista un'eroe, un pio cristiano aveva osato contraddire i vaniloqui dell'autore, di questo fascista rosso - scusate ma mi sta venendo voglia di bestemmiare.
Apriti cielo! Per tutta risposta il black blocg gli rispondeva con una violenza mai vista, la violenza tipica di questi porci arroganti che vogliono fare la rivoluzione dei miei coglioni linciando i fiorentini per bene.
Più tardi stavo perlustrando il sito di un altro criminale, un infame snob che guadagna fior di quattrini scrivendo canzoni sulla povertà (miodio, cosa ne sa della povertà questo bischeraccio?
Ma non ha ritegno? Chi glieli dà i soldi per comprarsi le chitarre e i pianoforti?). E qui, tra le varie menzogne pubblicate, mi tocca leggere il messaggio del black blog di prima. Era indirizzato al gestore del sito del cantautore-miliardario-ma-di-sinistra (maremma maiala). E vuoi saperla tutta? Il cretino aveva l'audacia di dare consigli su certi bottoni! Sicuramente straparlava di bottoni per azionare a distanza delle belle bombe fisiche o psicologiche. Ho subito telefonato al Papa per denunciare questo sconcio ma un centralinista cattosovietico non me lo ha voluto passare. Vergognatevi! E ora basta, dopo questo non dirò mai più niente.
Personalità Confusa
STILE MASSAIE AL MERCATO
- "Ma ha sentito che freddo è arrivato? Guardi, son contenta con quel caldo che c'era, una paura! non è mica normale di novembre, dice che fa venire i terremoti..."
- "Mah! Io non ci credo mica a questi discorsi sul caldo e i terremoti; oggigiorno la gente discorre tanto a vanvera... Ora gliene racconto una... C'era la Mariuccia che l'altro giorno navigava sull'internet, sa quel coso nuovo che hanno aperto ora..."
- "Ah sì sì l'ho sentito anch'io!"
- "Eh, dicevo la Mariuccia navigava e ha visto un posto blu che non ci leggeva manco bene perché ci mancano due dottrine..."
- "Diottrie vorrà dire"
- "Sì sì quelle robe lì e poi l'internet era pure intasato..."
- "E che è come un lavandino?"
- "No, vuol dire che non si naviga bene perché c'è troppa gente. Insomma, dicevo, la Mariuccia ti vede questo posto blu, un sito, che è come dire programma tivvù, tipo Uno di noi, Sì sì è proprio lui..."
- "Via signora, stringa per piacere c'ho da andare alla posta e il lunedì c'è sempre una fila..."
- "Dicevo, la Mariuccia vede che che il conduttore del programma blu aveva trattato male un altro che gli aveva detto qualcosa sul programma"
- "E che ora uno non può più parlare?"
- "Difatti la Mariuccia ci è rimasta male e che si trattano così le persone? Quello è già tanto che glielo guardava il suo programma, non è mica un programma di prima serata, se fa così mica gli sale l'odiens...
Per farla corta la Mariuccia dopo va a vedere un altro sito, un altro programma per ri-capirci. E che ti vede?"
- "E che ti vede?"
- "Era il programma di un cantante di quelli di Destinazione Sanremo, comunque era passato di lì il tizio del programma blu, quello di prima, e si era messo a insegnare al cantante il perché e il per come, "tu il tuo programma lo devi fare così, lo devi fare cosà..."
- "Ah.. quello non voleva che gli si insegnassero le cose a lui e le voleva insegnare agli altri?"
- "Eh sì signora mia, tutti vogliono fare i maestri oggigiorno e nessuno vuol più andare a scuola. Ma ha sentito che vento ghiaccio che arriva?"
- "Mamma mia signora, a me questo freddo prima mi mancava ma ora mi è già venuto a noia, non vedo l'ora che ritorni il caldo, guardi..."
Mim*mina
STILE PICCOLO GRANDE AMORE
Quella paginetta fiiinaaa
tanto azzurra al punto che non si leggeva il succo
poco più che una bambiiinaaaa
o bambino, chi lo sa, che un nick nasconde tutto
e nelle mia mattinata
con la linea intasata
io leggo le sue parole un poco svampite
e dopo due o tre cliccate
sulle parole linkate
si apre un pop-up piccino
davvero piccino
si apre, si apre, lo giuro...
e lì, lì nei commenti c'era un tipo
che gli suggeriva di cambiare sfondo al sito
e lui (o lei) rispondeva con sospetto
e non sorrideva e gli diceva di star zitto
ma lui, lui era un piccolo cantautore
solo un piccolo cantautore
niente più di questo, niente più
cosa voleva dirgli
l'altro piccolo bloggatore
quando poi
ricambia il favore
e gli dice che manca un bottone
a lui che è
solo un piccolo cantautore?
Mu
STILE DECAMERONE
Decima giornata
nella quale sotto il reggimento di Zizifile, si ragiona di chi con alcuno sconvenevole motto, tentato nel suo loco, si riscosse, e poscia con pronta risposta in altro loco apparve.
Cari compagni, le novelle fin qui da voi dette mi tiran a dirne una in molta cosa alle vostre simili.
Fu adunque non molto tempo, che ardii inoltrarmi in un tal sito di piacevole aspetto e gran pezza ivi a sollazzarmi stetti. Nel qual sito, giovin persona e gradevole e leggiadra, le sue forze dimostrava.
E' il vero che io, veggendo missiva d'un cotal anonimo, e il risponditore morder come cane, essendo come da cane prima stato morso, non parmi da riprendere, come, se ciò avvenuto non fosse, sarebbe.
Finiti adunque per quella sera li miei sollazzi, la mattina seguente come il giorno apparve, in altro sito a dilettarmi avvenni.
Quivi giovine menestrello di non soverchia fama stava. E di molto meravigliommi la giovin persona e gradevole e leggiadra all'ovra nuovamente rinvenire. La quale la sparuta apparenza dell'altro motteggiando mordea onde negligenza di mancato tasto dove la necessità il richiede, sdignosamente apostrofando, riclamava.
Swe
BERLUSKA STYLE
Ma è mai possibile? Ieri sera ero a Macherio, stavo navigando sull'internet col Piersilvio, che si è autoprodotto il suo nuovo megaportale privato. Lui dice che è un diario ma io ci ho fatto mettere anche i colori di forzaitalia, con un bel fascione azzurro in testa e i link ai siti dell'Umberto, del Pera e del Fini.
Siamo lì che ce la ridiamo leggendo i racconti del piersilvio che descrive le sue avventure negli spogliatoi delle letterine, quando all'improvviso un terrorista fa irruzione nel Pierblog e si mette a commentare il diario! Mi volto affabile verso il Pier: "Cribbio, Piersilvio, ma tu consenti di farti insultare da un pirla telematico qualsiasi!" e il Piersilvio mi fa "Ma dai, papy, lasciamo stare..."
"Lasciamo stare un corno - ho detto io - gli dobbiamo rispondere per le rime a questo qui!" - che secondo me era pure un magistrato, e poi quante volte glielo devo dire al Piersilvio che deve tirarmi fuori i coglioni nella vita, sennò quando io e il Fedele non ci saremo più, alla Mediaset gli fa fare la fine dell'Alfaromeo! Ma faso tuto mi: gli ho strappato dalle mani la tastiera e ho risposto io al magistrato: "Mi consenta
si contenga..." e così via.
Poi già che eravamo sull'internet ho chiesto al Piersilvio di passare sul sito del Mariano Apicella, un posteggiatore napoletano che canta, bravissimo, che se mi consente... i testi delle canzoni li ho scritti io a questo simpatico analfabeta. Al Mariano ho fatto incidere il disco, da quelli della Five Records, e adesso ha pure il sito, realizzato da Mediadigit. Entriamo nell'hompeig del Mariano e scopro con enorme dispiacere che i tennici mi hanno sbagliato il menù! Ma benedettoiddio, non avevano nemmeno aggiunto il banner del backstage del calendario di Luisa Corna, e neppure l'icona con il dialer a pagamento per scaricare lo scrinseiver della Natalia Estrada (che tra l'altro adesso deve stare col Paolo, poverina)! E' una vergogna!
Ma ghe pensi mi! Ho mandato subito un'email al webmaster, e gli ho spiegato tutto! Cribbio, tutto a me mi tocca fare!
Personalità Confusa
STILE ZEN
Il maestro Ho-Chi chiese all'allievo: "E' questo blog ad essere blu o è lo schermo del tuo computer? O forse il colore è nel tuo occhio?"
L'allievo andò per due anni a meditare.
Tornò e disse: "Maestro, né il blog né il monitor né l'occhio sono blu; il colore è nella loro interazione"
Il maestro prese un bastone e picchiò l'allievo. "Stolto!" disse "Avresti potuto leggere il blog semplicemente invece di confondere il tuo pensiero con simili corbellerie".
...
Due ore più tardi il maestro Ho-Chi parlava con un altro allievo, che usava meditare suonando il liuto: "Ti voglio lodare per il pulsante di uscita dal tuo sito". L'allievo ribatté: "Ma nel mio sito non c'è nessun pulsante di uscita".
Rispose Ho-Chi: "Tu non hai inserito il pulsante di uscita, io non ho visto alcun pulsante di uscita. Questo è il vero pulsante di uscita".
Gokachu
La formazione di Van Gogh
Grande mostra ad Amsterdam
Van Gogh il dritto
Fiorella Minervino su La Stampa del 13 febbraio
AMSTERDAM Pareva che tutto fosse stato già detto, scritto, indagato, scandagliato, "consumato". Le infinite masse che per le vie del mondo accorrono in file interminabili per ammirarlo paiono non saziarsi mai di quelle ansie, turbamenti, sconquassi del sottosuolo psichico che Van Gogh ha saputo così autenticamente, direttamente, lucidamente esprimere nella pittura. Le angosce e le depressioni dei tempi nostri ben si riconoscono in lui, nella follia che registrava con pennellate ondulanti e svariate, con violenza, stridori o sinfonie dei colori, in spazi obliqui e ambigui, in composizioni pericolanti, ma assai meditate. Nasceva 150 anni fa, il 30 marzo, nel villaggio di Grott-Zundert il predicatore mancato, il teologo accanito, il "mercante" curiosissimo di quadri, il cronista di se stesso e della propria esistenza, il critico più lucido delle proprie opere come della pazzia. Van Gogh possiede ogni ingrediente per coinvolgere, commuovere e sommuovere le masse: miseria, maledettismo, pazzia, suicidio a soli 37 anni. Ma sopra ogni cosa possiede una pittura che riesce a dare un'anima a ogni persona, a ogni oggetto, a ogni aspetto della natura. Scriveva al fratello Theo: "Bisogna far in modo che gli alberi facciano smorfie" e riuscì a farle fare ai girasoli, a una seggiola, a un ramo di pesco, a una mela. Appare allora ancora più stupefacente che Amsterdam, al Museo Van Gogh abbia saputo allestire una mostra superba, che da domani schiera in campo 173 opere, fra stampe, disegni, dipinti, superando l'emozione del "fenomeno" Van Gogh e raffrontando il pittore con gli artisti che nel passato e nel suo presente egli amò, frequentò, venerò, copiò e comunque citò nelle sue lettera a Theo. Una mostra magistrale e anche scientifica che illumina aspetti tuttora reconditi del "miracolo" Van Gogh. Già il titolo, voluto dai curatori Andrea Bloom, Chris Stolwjik, Sjraar van Heugten, Leo Jansen, è eloquente: La scelta di Vincent - il museo immaginario di Van Gogh (aperta sino al 15 giugno). La panormaica è occasione irripetibile per capire a fondo il pittore dalla sensibilità perturbante, penetrando fra le scelte che fin da principio intrisero la sua pittura. Se dapprima furono i paesaggisti olandesi con marine alla Ruisdael o abitate da mulini a vento di Weissenbruck o le città di Maris, ben presto comparvero "I bellissimi Constable", il "sublime Corot" con L'agonia nell'orto, dove "si sente Omero, Eschilo, Sofocle, e talvolta il Vangelo", nonché "prepotenti sensazioni moderne che tutti noi possiamo sentire". Affiancato, compare il mirabile Campanile di Neuen dell'85, una rovina simbolo del faticoso lavoro dei campi nei secoli, con una minuscola fossa, la croce di legno, i fiori, il cielo grigio attraversato da nubi minacciose e i gufi che ricompariranno nelle opere ultime di Van Gogh. Presto nel cuore si porta Millet, ed ecco il celebre Seminatore divenire nell'olandese dapprima uno studio drammatico, più tardi una cupa figura al tramonto, sovrastata da un incredibile sole giallo mentre è dominata da un albero originato dalle stampe giapponesi. Se "la tosatura" di Millet è per lui da "copiare", in realtà nel magnifico dipinto realizzato nell'89 di Millet non restano che figure e gesti. Poi Franz Hals, Rubens, soprattutto Rembrandt. E' questa una parte illuminante dell'esposizione. La luce della Sacra Famiglia di bottega di Rembrandt si irradia e diviene il lume giallo nella magistrale Notte d'una misera famiglia dentro una casupola, così come la stupenda Resurrezione di Lazzaro del 1890 si rinnova in quel sole raggrumato, che lascia nel biancore perlaceo le sorelle, la donna con fazzoletto bianco e braccia alzate, i capelli arancione, l'abito verde dai contorni neri, mentre dietro, in lontanaza, compaiono colline blu. Uno dei molti pregi dell'esposizione è di mostrare come Van Gogh, qualsiasi cosa riprenda o tocchi, riesca sempre a essere se stesso, a siglare del proprio genio e originalità fin le copie per lui più somiglianti. Basta il celebre Autoritratto di Rembrandt: lo ripresero Poussin, lo stesso Cézanne, in seguito Picasso.
Tuttavia van Gogh ne offre una versione mirabile con "il volto della morte", come scrive, capelli biondi con tocchi di rosso fuoco come i colori sopra la tavolozza che regge in mano insieme ai pennelli, la barba arancione "triste e trascurata", un camiciotto blu a minuziose e minuscole pennellate, il retro della tela in primo piano e gli occhi quasi opachi, disperati che guardano fuori dal quadro. Parecchi i raffronti con i più o meno contemporanei, Delacroix, Puvis de Chavanne, Courbet, poi Monticelli, Emile Bernard, Albert Besnard, Monet, Seurat, Pissarro, Lautrec, Signac e una serie di pittori, noti al tempo, in seguito in parte dimenticati, che sono con astuzia e competenza ravvicinati in una sala sulle pareti rosse come nei musei del tempo, autori ricercati nei musei e nei Salons. La camera che ospitò Van Gogh ad Arles è stata ricostruita, e di conseguenza il rapporto profondo e talora ambiguo che legò Vincent a Gauguin, al quale dedica al celebre Sedia "con la candela che raffigura l'assenza e al tempo stesso la presenza di Gauguin". Una parte preziosa della mostra è riservata al suo vero Museo: quello composto dai doni dei pittori amici come Bernard, Laval, Gauguin con i ritratti che rinviano l'uno all'altro e quello, bellissimo, in cui Gauguin lo raffigura mentre dipinge i girasoli. Ecco poi le copie delle opere che avrebbe voluto: la Pietà da Delacroix, resa assai più sofferente nei blu tormentati e nel paesaggio che pare muoversi; segue un paesaggio innevato da Millet. La mostra peraltro presenta pure opere meno note o poco viste di Van Gogh. Infine la stampe giapponesi, di cui l'olandese come parecchi Impressionisti, post e neo furono avidi. Il celebre Ponte di Hiroshighe diviene motivo per una composizione straordinaria dalla prospettiva inconsueta, non lontana dalle soluzioni fotografiche, ma le onde sono frementi, i colori esaltati, sul fondo si allungano colline blu e appare un cipresso caro a Vincent. La cornice attorno è altra invenzione e capolavoro che ribadisce, con il quadro, come ogni spunto servisse a Van Gogh per creare opere soltanto sue, segnate dalla propria emotività e genialità.
"La scelta di Vincent"
Viaggio nella formazione
Adriana Polveroni su laRepubblica del 20 febbraio
"Tutto quello che si vede qui, Van Gogh lo aveva visto". E' un puntualissimo viatico l'incipit della mostra "La scelta di Vincent. Il museo immaginario di Van Gogh", che si è aperta il 14 febbraio al museo di Amsterdam dedicato al grande artista olandese di cui quest'anno si celebrano i 150 anni della nascita. E' un viatico perché fa entrare subito nel vivo, ed è puntuale perché propone quasi tutte le opere sulle quali Van Gogh si è formato e che ha amato visceralmente, riflettendoci con numerose prove al cavalletto e tantissime lettere inviate per lo più a Theo, l'inseparabile fratello nonché collezionista d'arte (fino al 15 giugno, cura e catalogo anche in italiano del museo).
"La scelta di Vincent" è dunque un viaggio nel gusto e nelle passioni di Van Gogh. E al tempo stesso è una mostra singolare, perché è uno scavo nella formazione di un artista di cui mette bene in luce alcuni decisivi debiti che questi ha contratto verso alcuni predecessori. Ma è anche una mostra quasi impietosa, perché racconta un lato poco conosciuto del genio, e che potremmo definire un po' zelighiano. Vincent diventa un po' Gauguin accanto a Gauguin (l'unico che incontra dal vivo) da lui stimatissimo e con il quale condivide nove settimane di febbrile sodalizio artistico. Ma è un po' Bernard accostato a Bernard, che a sua volta molto insegna a Gauguin ed è molto Millet, se confrontato con Millet. Ed è ancora di più Delacroix, così acceso nella composizione scenica, quando si incanta davanti a un'opera di Delacroix. Ed è parecchio Monet quando del padre degli impressionisti studia le pennellate vibranti e i colori luminosissimi. Mentre non riesce mai ad essere Rembrandt, nonostante nutra per il suo connazionale un'ammirazione sconfinata: "Così profondamente misterioso. Superbo", confida a Theo.
Più che di Scheffer, Corot, Ruisdael, Rubens, Van Goyen, Seraut e Signac (tutti presenti con aluni lavori) sono soprattutto le opere di Millet e di Delacroix che Van Gogh all'inizio della sua formazione riprende fedelmente, quasi ricopia. Tanto che, da grande genio malato di solitudine e di tormento artistico, rischia di fare un po' la magra figura del copione.
Ma se le cose stanno così, se Vincent delle figure di Millet - di cui studia, ammira, fa e rifà il "Seminatore", riuscendo poi a trasformarlo in un capolavoro di fine secolo in sostanza cambia i colori e storce un po' la prospettiva, se di Delacroix assorbe invece per intero la drammaticità che è all'origine di quel tratto nervoso grazie al quale si è ritagliato un posto a sé nella storia dell'arte della seconda metà dell'Ottocento, dove sta la novità, il genio che da anni sbanca aste e botteghini di musei? John Leighton, composto direttore del museo Van Gogh, è molto prudente: "Millet è portatore di un mondo preciso, ordinato, costellato da valori religiosi. Van Gogh interpreta tutto questo mettendoci i suoi sentimenti".
Ma proprio qui, in questa "interpretazione" sta la chiave di volta. Ciò che in Millet è solenne, nelle mani di Vincent diventa drammatico. I paesaggi perfetti di Ruisdael sotto i colpi del suo pennello si accendono di colori. Tutto diventa più grafico, più vibrante perché contrastato cromaticamente: "I colori esprimono la forma quando sono nel posto giusto e nel contesto giusto", annoterà Vincent commentando un'opera di Rubens. Dunque, forzando un po' l'aplomb britannico del direttore Leighton, vorremmo dire che tra i suoi illustri predecessori e Van Gogh c'è lo scarto della modernità, che si è consumata la lezione impressionista che aveva elevato il modo di dipingere, le impressioni dell'artista a oggetto stesso dell'arte. E che "l'interpretazione" di Van Gogh incarna tutto questo.
23 febbraio 2003