
Attentati a Gerusalemme e Gaza, 7 morti
Umberto De Giovannangeli su l'Unità
«Tutti quelli che consigliano di attendere all'infinito, quelli che non sanno che cosa fare, quelli che preferiscono astenersi da qualsiasi decisione, quelli che ci portano verso una maggioranza demografica araba in questo lembo di terra, quelli che si rassegnano a una guerra senza alcun orizzonte politico o economico, costoro mi incutono una paura ben maggiore che non Don Chisciotte». Non porge l'alta guancia ai suoi tanti detrattori, Shimon Peres. «Shimon la colomba» viene attaccato frontalmente nel corso di un infuocato dibattito alla Commissione Difesa ed Esteri della Knesset. «Perfino Don Chisciotte è più realistico di Peres», tuona Yossef Lapid, leader del partito centrista Shinui. Ma «Shimon-Don Chisciotte» non demorde e rivendica la giustezza del tentativo in atto (con il piano di pace messo a punto assieme al presidente del Consiglio legislativo palestinese Ahmed Qrei) di dare una chance alla ripresa del dialogo con i palestinesi. «Non mi rassegnerò mai alla guerra», ripete il ministro degli Esteri. Ma è la guerra a scandire inesorabilmente il presente d'Israele e dei palestinesi. Una guerra combattuta con ogni mezzo, che non distingue i civili dai militari, che non conosce soste né pietà. E la guerra, sottoforma di autobomba, ha di nuovo bussato alle porte di Gerusalemme, per poi estendere la sua scia di morte e di terrore sino alla Striscia di Gaza, nel più grave episodio di questa ennesima giornata di sangue.
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Gli insediamenti ebraici nella Striscia di Gaza sono l'obiettivo primario della nuova escalation di violenza: la conferma avviene poche ore dopo l'agguato di Kissufim, quando un miliziano palestinese viene ucciso e almeno un altro ferito gravemente dal fuoco dei soldati israeliani dopo che erano penetrati nelle serre della colonia di Morag, nel sud della Striscia.
Ed è in questo scenario di guerra totale che Ariel Sharon riunisce in serata, nel suo ufficio di Gerusalemme, alti ufficiali delle forze armate al fine di cercare nuovi modi per reprimere la lotta armata e il terrorismo palestinese. Il vertice era stato convocato prima della notizia dei nuovi attentati. «La rappresaglia sarà durissima, definitiva», annuncia Ranaan Gissin, portavoce del primo ministro. Contestato per l'eccessiva «moderazione» dall'ala oltranzista del governo, pressato dall'«ala dialogante» laburista, Sharon prova anche a parlare di politica: di fronte ai deputati e ai dirigenti del Likud, la coalizione di destra di cui è leader, il premier afferma che non intende «liquidare» l'Anp di Yasser Arafat e rioccupare i Territori, ma «colpire nel modo più duro le organizzazioni terroristiche».
Dopo 102 anni il Salone di Torino alza bandiera bianca
Giampiero Bottino su Il Sole 24 Ore
Non si può parlare di fulmine a ciel sereno. L'ipotesi che il 69° Salone dell'automobile di Torino potesse avere vita difficile, e magari anche saltare come poi è successo, era nell'aria da tempo. Qualcuno sussurra già dall'ultimo appuntamento quando si erano evidenziati i primi sintomi di affanno.
Secondo gli organizzatori in primo piano va posto il voltafaccia di parecchi costruttori i quali, dopo aver chiesto e ottenuto che la manifestazione slittasse a giugno, hanno dato comunque forfait, inducendo gli organizzatori a tornare alla data tradizionale. Se il calo dei visitatori aveva trovato nel 2000 giustificazioni anche attendibili (troppo caldo, troppo vicino alle vacanze, due giornate festive in meno rispetto alla collocazione a cavallo del 25 aprile e Primo Maggio), si avvertiva comunque qualche scricchiolio di ordine "strutturale". E ieri è venuta la conferma nell'annuncio che ha sancito la cancellazione dell'edizione 2002 per la quale evidentemente non ha giovato nemmeno il "ritorno alle origini" per quanto riguarda le date (25 aprile-5 maggio). Il motivo: la rinuncia della «quasi totalità delle case automobilistiche operanti nel nostro Paese», giustificata dalle case stesse con la difficile situazione del mercato.
Indubbiamente, in un momento in cui troppi conti non tornano e le prospettive sono tutt'altro che rassicuranti, bisogna stare attenti a come si spendono i soldi. E la partecipazione a un salone di primo piano costa davvero tanto.
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Semmai, la prudenza suggerita dalla congiuntura sfavorevole ha finito col portare al pettine dei nodi di antica data. Molte case estere parlano senza mezzi termini di "collocazione sbagliata", per tempo e luogo, oppure di inopportunità di tenere due rassegne in Italia quando mercati certo non meno "pesanti" come Francia e Germania hanno bienalizzato, alternandoli, i saloni di Francoforte e Parigi. E poiché il Motor Show di Bologna è molto ambito sia per l'originalità della formula, sia per la collocazione (dicembre) adatta a tracciare bilanci e sbilanciarsi in previsioni, era inevitabile che la scure dei tagli finisse per abbattersi sul Lingotto.
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Pausa di riflessione o addio definitivo? Difficile rispondere adesso, davanti a una "retromarcia" che lascia poco spazio all'ottimismo. Di certo si chiude malinconicamente un'epoca (la prima edizione risale al 1900), che aveva vissuto i suoi momenti più fulgidi negli anni 50 e 60, quelli della motorizzazione di massa. Quando Torino, reimpossessatasi del "suo" salone che tra le due guerre la "ragion di Stato" fascista aveva trasferito a Milano, rappresentava il sogno a occhi aperti per tutti gli appassionati d'auto. Una sfolgorante vetrina in cui mettere a confronto l'innovativa e spesso geniale produzione europea con la monumentale opulenza americana, tutta pinne e cromature. Mentre il boom del made in Japan era ancora di là da venire.
I dati del mercato dell'auto/1: quanto pesa l'export
Nel 2001 le vendite all'estero sono crollate del 14,2%, ma dicembre ha registrato il cambio di tendenza con un incremento del 4,2%.
I dati del mercato dell'auto/2: i dati di vendita
In gennaio le immatricolazioni sono scese dell'8,76% rispetto allo stesso periodo del 2001. Per Fiat flessione del 6,23%. Secondo gli analisti i dati sono in linea con le previsioni.
Cosa prevedeva l'edizione 2002.
La 69ma edizione del Salone internazionale dell'automobile di Torino, che avrebbe dovuto aprire i battenti al Lingotto Fiere il 25 aprile e chiuderli il 5 maggio, era stata battezzata «AuTOnext». Una nuova denominazione che voleva sancire una sorta di rifondazione della storica rassegna torinese per collocarla in un ruolo distinguibile e originale rispetto alle altre manifestazioni internazionali. Nell'ambito della manifestazione torinese si sarebbe dovuta tenere la prima edizione di Infomobility, il salone internazionale delle tecnologie di comunicazione applicate all'automobile...
Storia di un successo (passato). Cento anni di esposizioni, 68 edizioni interrotte finora solo dai conflitti mondiali: è la storia del Salone dell'automobile di Torino, inaugurato per la prima volta il 21 aprile del 1900, ad esatti cento anni dall'edizione del giugno 2000, l'ultima prima dell'annullamento dell'esposizione, con 34 case presenti e 500 mila visitatori. Nell'edizione del 1900 oltre alle vetture della neonata Fiat (che nel 1900 si chiamava ancora Fabbrica italiana automobili) furono allora esposti ed ammirati anche i modelli Peugeot, Panhard e Daimler.
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Dopo la guerra, il Salone torna protagonista nel 1920, ma abbandona la sua sede naturale per trasferirsi a Milano, dove rimane fino alla 30/a edizione del 1937. La manifestazione fa il suo ritorno a Torino dopo 11 anni, nel 1948, dopo un'ulteriore sospensione a cavallo del secondo conflitto mondiale. Protagonista assoluta è la Fiat, mentre i marchi esteri sono presenti in modo pressochè simbolico. Le edizioni clou della manifestazione coincidono però con gli anni del boom: l'esposizione si amplia e celebra la nascita della Fiat 1100 e della Lancia Appia ('53), dell'Alfa Romeo Giulietta Sprint ('54), della 600 ('55) e della intramontabile 500 ('57). Nel 1969 il salone si sdoppia tra vetture e veicoli industriali. Nel 1972 il Salone di Torino diventa a cadenza biennale.
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Casini: nomine Rai dopo il conflitto d'interessi
E Ciampi insiste sul pluralismo: quel che avevo da dire l'ho già detto
Antonella Rampino su La Stampa
ROMA Mentre a viale Mazzini i consiglieri d'amministrazione uscenti iniziano ad inscatolare gli effetti personali, non accenna a calare la tensione sulle nuove nomine. L'opposizione chiede per bocca di Piero Fassino un presidente di garanzia, Gavino Angius precisa che «non può essere Carlo Rossella perché è un dipendente Rai», Francesco Rutelli esige che «chi ha vinto le elezioni non si prenda tutto». Mentre si apre una settimana cruciale, e Vittorio Emiliani tiene l'interim della presidenza Zaccaria, ancora non è chiara la composizione del Cda. Umberto Bossi ieri era su tutte le furie, «Berlusconi è paziente, io molto meno: dovremmo fare anche noi come questi democratici di comunisti che quando si presero la Rai fecero scomparire la Lega dalle trasmissioni».
Dopo le polemiche della scorsa settimana e lo stop a Rossella presidente e Agostino Saccà direttore generale comunicato da Pierferdinando Casini a Marcello Pera previa telefonata di Gianfranco Fini, non è ancora stato fissato un nuovo incontro tra i presidenti delle Camere, anche se sembra ormai prevalere l'idea, espressa ieri con chiarezza da Casini, che le nomine seguiranno di poco il voto in Commissione sul conflitto d'interessi, previsto per giovedì. E ieri, un soffio di polemica è salito fino al Colle. Perché il professor Giovanni Sartori, in un editoriale sul Corriere della Sera, ha spronato il presidente della Repubblica ad usare di nuovo la propria moral suasion in materia di lottizzazione Rai, come già a Genova dove Ciampi esortò al «pluralismo dell'informazione».
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Il leader dell'Ulivo ha ricordato che ... «c'è in pendenza un conflitto di interessi, il presidente del Consiglio ha la diretta proprietà di metà del sistema dell'informazione, e l'emendamento all'articolo 3 del progetto Frattini sul conflitto di interessi può solo peggiorare la situazione». Pier Ferdinando Casini per tutta risposta puntualizza: «Io non voglio entrare nel merito della legge sul conflitto di interesse. Tuttavia considero un'occasione perduta non aver varato la legge che raccolse consensi quasi unanimi sul finire della scorsa legislatura. Valuteremo le nomine che dobbiamo fare anche in conseguenza del voto sul conflitto d'interesse». Tradotto dal linguaggio della terza carica dello Stato: le nomine arriveranno dopo che la commissione Affari istituzionali avrà esaminato, giovedì prossimo, il disegno di legge Frattini sul conflitto d'interesse. Un disegno al quale comunque Casini non dà il proprio pieno gradimento.
Ecce Nanni
Moretti «supplente» dei leader scomparsi
Maria Laura Rodotà su La Stampa
Se l'ultimo Nanni Moretti fosse un film s'intitolerebbe «Il supplente» della leadership che a sinistra non c'è più, ovvio. Se i fans dell'ultimo Moretti non fossero gente di sinistra seria e seriamente preoccupata ripenserebbero al film Quinto Potere, in cui Peter Finch si mette a gridare in diretta tv «Sono incazzato nero e non ne posso più di tutto questo» e la gente lo ripete urlando dalle finestre, e penserebbero che il loro «tutto questo» è Berlusconi-Bossi-Fini a destra; e D'Alema-Rutelli-Fassino, si diceva, a sinistra.
Se il movimentismo in corso fosse un film sarebbe un po' «Febbraio», seguito di Aprile di Nanni Moretti; un po' Zeta, di Costa-Gavras; e molto una storia che non è ancora stata scritta. Perché quello che vien fuori dall'effetto Moretti (e dintorni, parecchi dintorni) non è che Moretti è il nuovo leader dell'Ulivo. E che molta gente di sinistra è molto perplessa; ma non è stupida.
Solo che è successa la cosa più semplice del mondo: un regista che il personaggio-specchio della gente di sinistra, e che non parla quasi mai, ha parlato. Ha detto poche cose, esattamente quelle che tantissima gente pensa, né più né meno, l'ha fatto usando il palco, la piazza, e soprattutto la tv come i leader dell'Ulivo non sanno, non possono più fare. Ha saputo farlo in un momento in cui molta gente (non tantissima, ma molta) ha voglia di nuovo di manifestare, di mandare segnali. Extra partiti, va da sé. E anche extra-fesserie.
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L'AMACA
Michele Serra su la Repubblica
Sarà anche vero che l´insieme di tutele e diritti che il sindacato difende fanno parte di un vecchio mondo, e di un vecchio assetto del lavoro, come dice l´estremista di centro Tony Blair. Pure, ognuno di noi, se non è cieco e sordo, continua a imbattersi in casi molteplici di nuovo sfruttamento (trovate una parola più efficace, se ne siete capaci), giù giù lungo i mille rivoli del nuovo precariato professionale. Garanzie zero, mansioni che non corrispondono al titolo di studio, salario che non corrisponde alle mansioni: provate a parlarne con un venditore porta a porta di polizze-vita, o con il tastierista sgobbone di qualche service internettaro o editoriale.... I nuovi Cipputi hanno magari la cravatta, ma l´unica vera differenza con le vecchie tute blu è che non mugugnano più in gruppo, mugugnano da isolati, spersi nelle nicchie di un mercato-babele che provvede caso per caso a spremere i suoi limoni, e a sconsigliare vivamente qualunque rivendicazione o recriminazione. Servono nuove garanzie per nuovi sfruttati, d´accordo. Nel frattempo, è comprensibile che ci si affezioni almeno a quelle vecchie.
A Tokyo Bush difende il suo Asse del Male
sommari de l'Unità
George Bush è furibondo. La trovata dell'asse del male, alla quale tiene moltissimo, non convince nessuno. Gli europei lo hanno deluso con le loro rimostranze, e ora i paesi asiatici reagiscono con educazione, ma senza impegnarsi.
Bush a Koizumi parla di «svalutazione» e lo yen affonda.
19 febbraio 2002