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Minaccia
Valentino Parlato sul il Manifesto del 17.02

Riprendo dal governativo Corsera di ieri: "il ministro degli Interni Claudio Scajola rivela che l'estate scorsa, durante il G8 di Genova aveva dato alle forze di polizia `l'ordine di sparare a chi avesse violato la zona rossa'. `La decisione è stata presa poche ore dopo la morte di Giuliani' specifica il ministro. Un'affermazione inedita, destinata probabilmente a suscitare polemiche". Fin qui il Corsera.
Una tale affermazione non è solo inedita, ma gravissima: in uno stato di diritto la polizia può sparare solo quando le leggi lo impongano e nessun ministro degli interni può impartire un tale ordine. In secondo luogo l'affermazione - va detto - è inedita solo perché il ministro l'ha taciuta davanti al parlamento, nel quale gode pure di una larga maggioranza che l'avrebbe complimentato. Si può ancora aggiungere che il suddetto ministro questa superba affermazione l'ha fatta dopo che la sua maggioranza ha bocciato la commissione d'inchiesta sui fatti di Genova e sulle sparatorie fuori della zona rossa.
Tutto questo è molto grave e pericoloso, sarebbe sufficiente a dire che la maggioranza (di circa 90 voti in parlamento, ma solo di qualche centinaia di migliaia di voti nel paese) vuol fare strame di leggi e costituzione. Ma c'è un interrogativo di più: perché mai il ministro Scajola (ex responsabile dell'organizzazione di Forza Italia) ha fatto questa sparata sei mesi dopo i fatti di Genova, a commissione d'inchiesta bocciata e quando si potevano mettere pezze di potere ai misfatti di luglio? E' "l'inedito" che ha colpito anche il Corsera. Perché sollevare un canaio quando le acque si stavano, sia pur malamente, acquietando?
Ho provato a sentire esperti del Palazzo, anch'essi piuttosto sorpresi. Qualcuno, non degli ultimi, mi ha detto che l'aereo di ritorno da Santiago di Compostela aveva subito brutte turbolenze e che, forse, il ministro aveva bevuto un po' di più. Se fosse così, in nome della famosa debolezza della carne e della solidarietà tra peccatori, la partita potrebbe considerarsi chiusa e che non se ne parli più, senza neppure una formale confessione del ministro.
Senonché, in serata, le agenzie hanno portato sui nostri tavoli le guerresche dichiarazioni del senatore Renato Schifani, capo dei senatori di Forza Italia, seguito a ruota da tutta la sua truppa, che fanno rabbrividire e inchiodano Scajola a quella che avrebbe potuto essere una voce dal sen fuggita. Allora? Allora la "inedita" dichiarazione del ministro degli interni (avevo dato e posso dare ordine di sparare) è una minaccia che neppure i talebani avrebbero osato avanzare: chi ci tocca avrà il piombo. L'Italia sta tornando a muoversi, ci sono manifestazioni di massa in tutto il paese, c'è la prospettiva di uno sciopero generale e, a questo punto, il ministro forte del governo dichiara: avevo dato ordine di sparare e posso ridarlo, l'ho taciuto per sei mesi, ma adesso ve lo dico. Un annuncio di difesa violenta che neppure Mario Scelba, che non era un cuore tenero, aveva mai osato fare. Ma, appunto, è l'inedito, peraltro scontato dai più avvertiti, dell'attuale governo del gentil cavaliere Silvio Berlusconi. Ma chi deve ricorrere, nel nostro paese, alla minaccia delle armi, confessa una sua enorme debolezza, confessa l'incapacità di governare civilmente.


Le nomine alla Rai questione indecente
Eugenio Scalfari su
la Repubblica del 17.02

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Non posso chiudere queste note senza un cenno alla triste vicenda della Rai.
Anzi tristissima poiché ha messo in mostra un´Italia del potere che più squallida, avida, proterva e incurante di ogni dignità non poteva rivelarsi.
Vedo che molti si consolano (!) ricordando che è sempre stato così.
Anzitutto non è una consolazione ma semmai un motivo di ulteriore sconforto; e poi non è vero: così, fino a questo punto di scellerata cupidigia, non si era mai arrivati.
Ci sono alcune cose, alcuni punti fermi, da ricordare:
1. Il presidente del Consiglio possiede oltre a parecchie altre cose anche la metà del sistema televisivo nazionale. Già questa situazione crea un´anomalia mai vista in nessun paese del mondo. Altro che repubblica delle banane o fichi d´India che siano: non c´è frutto che serva a definire un fenomeno simile senza che si offenda il frutto medesimo.
2. Quest´anomalia richiederebbe come minimo che la maggioranza parlamentare di cui il presidente del Consiglio è il capo a tutti gli effetti non mettesse bocca in nessun modo nelle questioni che riguardano la Rai.
3. È del pari evidente che anche l´opposizione dovrebbe astenersi dal partecipare alla riffa televisiva. Del resto esiste una legge che attribuisce ai presidenti delle Camere la nomina del Consiglio d´amministrazione della Rai. È vero che sono entrambi uomini della maggioranza, ma si vorrebbe sperare che il loro ruolo istituzionale faccia premio sulla provenienza politica.
4. Il presidente della Repubblica è particolarmente attento a questa questione che tocca direttamente la libertà di stampa; si tratta di un diritto costituzionale garantito ed essenziale per ogni sistema democratico-liberale.
5. Comunque il presidente del Consiglio avrebbe dovuto rigorosamente astenersi dall´intervenire, caldeggiare, indicare, porre veti ai nomi dei futuri dirigenti della Rai, sia per non aggravare la sua già gravissima posizione di portatore d´un conflitto di interessi di enormi proporzioni sia per non interferire con i poteri assegnati dalla legge ai presidenti delle Camere.
6. È avvenuto invece l´esatto contrario: Berlusconi ha fino all´ultimo e tuttora voluto imporre un suo ministro al vertice della Rai (una legge vieta che un ministro vada a presiedere un ente pubblico; la natura formale della Rai, società per azioni interamente posseduta dal Tesoro, non cambia ovviamente la sostanza delle cose), oppure in alternativa un giornalista suo dipendente. Quando il presidente della Camera ha resistito, Berlusconi ha proferito nei suoi confronti oscure minacce e tra l´altro «quello lì me la pagherà», «mi avete tutti stufato». Ci mancano le corna dietro la testa di Casini.
7. L´indignazione di Fini è stata motivata dal fatto che le sue richieste non erano state soddisfatte. Lui vuole Baldassarre al posto di Rossella.
Sull´indipendenza di Baldassarre è inutile interrogarsi, del resto non a caso Fini lo porta come candidato irrinunciabile venendo meno anche lui al rispetto che sarebbe dovuto ai presidenti delle Camere.
8. Quanto a questi ultimi, non si capisce perché non abbiano anch´essi un soprassalto di dignità e non esercitino in doverosa autonomia da chiunque i poteri che una legge dello Stato gli conferisce.
Io trovo questa vicenda assolutamente indecorosa. Trovo anche che i dirigenti dell´opposizione debbano rifiutarsi di parteciparvi, non indicare nessun nome, incitare Casini e Pera a fare fino in fondo il loro dovere (anche se per Pera, forse, non sarà così facile).


La posta in gioco tv e troppo potere
Giovanni Sartori sul
Corriere della Sera

Non mi è chiaro se sarei anch'io un «apocalittico». Nell'uso comune questo aggettivo sta per una esagerazione spaventante e per un gridare al lupo quando il lupo non c'è. Berlusconi minaccia la democrazia? Chi risponde sì è un apocalittico. Ma alla stessa stregua chi risponde no diventa un Berlusco-comprato. Discutere a questo modo non serve a nulla. Ed è un gioco poco serio dal quale mi chiamo fuori. Il fatto è che siamo a una stretta decisiva. Da un lato c'è la cattura (o meno) della Rai. Dall'altro c'è la disciplina (o meno) del conflitto di interessi. Le due partite sono collegate, ma sono diverse. Un Berlusconi che conquista anche la televisione pubblica ingigantisce il problema del suo eccesso di potere. Ma quel problema sussiste in ogni caso, e deve essere affrontato nei termini che gli sono propri.
Ma qui restiamo a viale Mazzini. L'argomento del Cavaliere è che la Rai è sempre stata colonizzata dai vincitori delle elezioni, e dunque che lui si propone semplicemente di fare quel che hanno fatto i suoi predecessori. La prima asserzione è purtroppo vera; ma la seconda «non consegue». Perché si fonda su un'analogia che è falsa. I vari Fanfani, Moro, Andreotti del passato non erano proprietari di altre televisioni e non controllavano una televisione privata che costituiva la metà dell'universo mediatico. Invece un Berlusconi che conquista il servizio pubblico andrebbe a raddoppiare un suo preesistente potere privato. Questa è una differenza fondamentale. Possibile che sfugga persino al capo dello Stato?
Io ho molto apprezzato e condivido di tutto cuore la esternazione a Genova del presidente Ciampi sul pluralismo dell'informazione. Però, e dall'altro lato, il presidente Ciampi ha sempre lasciato capire che lui accetta il principio della conquista berlusconiana. Il nuovo presidente della Rai deve essere, per il capo dello Stato, «leale» alla maggioranza che lo esprime. Ora, un presidente Rai «leale» a Berlusconi è, fuor di perifrasi, un presidente che gli ubbidisce. Diciamo le cose come stanno.
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Pro veritate , come dice Caianiello, si deve soggiungere che anche in questa vicenda il centrosinistra ha volato basso. Sino all'altro giorno Fassino si è lasciato invischiare in una miserabile trattativa di posticini in consiglio di amministrazione che implicitamente avalla la conquista berlusconiana. Che miseria! C'è voluta la rivolta della base (Santoro e Giulietti) per costringere l'Ulivo a lasciar perdere «il tavolinetto delle nominucce» e ad affrontare il problema di fondo, il problema di un presidente di garanzia. Questa è la posta. È vero che il presidente della Rai viene eletto dal consiglio di amministrazione. Ma tutti sanno che il padrone è lui. E se il Cavaliere sceglierà un suo fedele, allora l'opposizione non deve vendere l'anima per due consiglieri che non conterebbero nulla. Chieda invece al capo dello Stato un messaggio che dichiari se questa sia una situazione compatibile con il pluralismo dell'informazione e con un assetto democratico.


Le leggi-burla del Cavaliere
Paolo Sylos Labini su
la Repubblica del 17.02

C´è una bella sorpresa per i "demonizzatori": il Cavaliere conferma che la loro opera gli ha tolto in poche settimane prima delle elezioni di maggio qualche cosa come 3 milioni di voti - prima si parlava di 2 milioni o meno; di recente, sempre secondo il Cavaliere, il suo indice di gradimento è sceso dal 64 al 47%. Ma allora non è vero che la demonizzazione porta acqua al suo mulino e i suoi avversari hanno un motivo di più per perseverare e magari per intensificare la loro diabolica azione.
Qualche osservatore, sconcertato, ha detto che si tratta di un errore del Cavaliere. Dico di no: quella denuncia, che ritengo esagerata, serve a dimostrare che è indispensabile un´epurazione alla Rai, da cui sono partiti gli attacchi più devastanti a Berlusconi, come quello compiuto da Satyricon di Luttazzi con la presentazione del libro "L´odore dei soldi" di Travaglio e di Veltri.
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Il programma del Cavaliere - epurare la Rai dai «comunisti» - è dunque chiaro, anche se non sarà per nulla facile da attuare, sia perché è in gioco la credibilità dei presidenti delle due Camere, sia perché c´è il monito del presidente della Repubblica.
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Dopo l´accusa di "demonizzazione" è venuta quella di Apocalisse. Ci saremmo dunque sognati il mostruoso conflitto d´interessi, il barbaro attacco alla magistratura ed alla sua indipendenza, gli attacchi a Enzo Biagi e a Norberto Bobbio, il telefono verde con l´invito agli studenti a fare da delatori di chi parla male di Berlusconi, cioè dell´Italia, le leggi della vergogna - rogatorie, falso in bilancio, rientro dei capitali illecitamente esportati - contro cui stiamo organizzando referendum abrogativi e che sono talmente oscene da avere attirato le censure più sferzanti dei principali organi di stampa dei paesi civili e da spingere diversi parlamentari della maggioranza a votare contro quando c´è stato il voto segreto o ad andare al bar invece di votare.
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Forza Italia, torna la voglia di proporzionale per «domare» i partiti più piccoli
sul
Corriere della Sera

ROMA - E in Forza Italia torna la voglia di proporzionale. Certo, tutti ammettono che è prematuro tirare fuori l'argomento all'inizio della legislatura, quando presumibilmente mancano quattro anni alle prossime politiche. Ma dopo che si è parlato di un Silvio Berlusconi pronto a minacciare l'«arma» delle elezioni anticipate per domare i partiti più piccoli della Casa delle Libertà, dopo i veti e controveti di questi giorni sulle nomine Rai e l'ira contro il presidente della Camera Pierferdinando Casini, c'è chi ci sta pensando davvero. Enrico La Loggia (Fi) non ha dubbi: «Condivido le preoccupazioni del presidente del Consiglio, non si può stare sempre con il patema d'animo per forze che stanno sull'uno o il due per cento». Alleati «importanti», precisa il ministro per gli Affari regionali, ma «che non possono bloccare decisioni altrettanto importanti». E così, «al momento opportuno» una riforma elettorale che introduca più elementi di proporzionale «sarà una cosa di cui tenere conto». Il ragionamento è semplice: senza il maggioritario, anche in presenza di un premio di maggioranza, certi partiti come ad esempio il Ccd-Cdu o la stessa Lega conterebbero di meno perché avrebbero comunque meno deputati. In altre parole il loro peso parlamentare corrisponderebbe di più a quello elettorale.
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Bush non convince Tokyo sull'Asse del Male
Bruno Marolo su
l'Unità

Ognuno per sé. George Bush è stato accolto dal maltempo e da qualche dimostrazione ostile in un Giappone flagellato dalla crisi economica, ma ha detto agli alleati che gli Stati Uniti tireranno dritto. Un corteo di protesta è stato bloccato prima di raggiungere l'ambasciata americana, e anche il ministro della Difesa giapponese ha espresso obiezioni sulla crociata contro l'asse del male. Gli ambientalisti hanno accolto il visitatore americano con un manifesto pieno di rimproveri. Ma Bush non se ne è dato per inteso. Ha confermato che per quanto lo riguarda l'accordo di Kyoto contro l'effetto serra è morto e sepolto. Alla Corea del sud, che cerca di riannodare il dialogo con i suoi scomodi vicini del nord, ha lanciato un segnale negativo: l'America si aspetta il peggio.
Era partito sabato sera dall'Alaska dove era appena finita una tempesta di neve, ed è arrivato a Tokyo ieri sotto un temporale. Ha attraversato una città ferita dalla recessione: nei parchi pubblici si moltiplicano le tende dei senza tetto, davanti agli uffici di collocamento ci sono lunghe code di disoccupati. Le banche giapponesi hanno accumulato crediti inesigibili per mille miliardi di dollari e il primo ministro Junichiro Koizumi è stato definito l'Arafat dell'Asia. Il vecchio capo palestinese promette di tenere a freno gruppi estremisti su cui non ha più presa, il nuovo leader del Giappone annuncia dolorose riforme economiche che non ha la forza di mettere in pratica.
Gli Stati Uniti sono irritati per la progressiva svalutazione dello yen, che mette le loro industrie in una posizione sfavorevole.
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Per quel che riguarda l'ambiente, la rottura è consumata. «Ho capito – ha dichiarato Bush alla stampa giapponese – che il primo ministro Koizumi ha deciso di firmare l'accordo di Kyoto che limita le emissioni di anidride carbonica. Per me sta bene. Se crede che questo sia l'interesse del suo paese, buon pro gli faccia. Io ritengo più importante difendere i posti di lavoro del popolo americano e non firmerò».
Per la verità, gli Stati Uniti hanno già firmato l'accordo sotto il governo di Bill Clinton. Bush si è limitato ad annunciare che non lo presenterà al Parlamento per la ratifica. La sua idea di un ambiente pulito contrasta con gli sforzi del resto del mondo, ma non per questo rinuncia ad esporla con tono battagliero. Prima di partire per Tokyo ha fatto un comizio in Alaska, dove vorrebbe aprire il parco naturale dell'artico alle trivelle dei petrolieri. Ha affrontato anche il tema della bancarotta dell'Enron, il gigante texano dell'energia che ha finanziato la sua campagna elettorale. Ha sostenuto che ci vorrebbe maggiore trasparenza nei bilanci delle grandi aziende. Il pubblico ha creduto che fosse una battuta di spirito ed è scoppiato in una risata. Il presidente c'è rimasto male.
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Alla Corea del Nord, altro paese sulla sua lista di nemici, lascia capire che la resa dei conti non è imminente, ma da parte americana non ci saranno concessioni.. «Mi domando ad alta voce – ha dichiarato all'arrivo in Asia - perché i gesti concilianti del presidente della Corea del Sud Kim Dae Jung non hanno trovato reciprocità dal nord. Fino a quando la società della Corea del Nord non sarà più trasparente, fino a quando il regime non smetterà di esportare armi di sterminio, potrò soltanto pensare al peggio».
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Trent'anni fa un altro presidente conservatore americano, Richard Nixon, andò in Cina e chiuse uno dei fronti più pericolosi della guerra fredda. Oggi George Bush stringe d'assedio in Corea l'ultimo bastione del comunismo, e sonda con diffidenza le intenzioni del colosso cinese, intento a sperimentare una sua via totalitaria al capitalismo.
... prima di partire ha annunciato che solleverà il tema dei diritti umani e della libertà religiosa, ma ha evitato di fare discorsi infiammati su Taiwan. «Gli Stati Uniti – ha dichiarato – vogliono una soluzione pacifica, senza provocazioni da nessuna delle due parti». Non parlava così nella scorsa primavera, quando annunciava la vendita di armi all'isola che i cinesi considerano una provincia ribelle. Ora ha deciso di attendere. Per il suo Asse del male tre paesi bastano e avanzano. Il drago cinese sarebbe di troppo


   18 febbraio 2002