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Scajola: "Ordinai di sparare se superavano la zona rossa"
Agnoletto attacca: "Deve dimettersi"
su la Repubblica
         
GENOVA - Carlo Giuliani era morto poche ore prima. La tensione a Genova era altissima. E il ministro degli Interni diede l'ordine di sparare, ma solo "se i manifestanti avessero sfondato la zona rossa". Di ritorno dalla Spagna, Claudio Scajola rievoca con i giornalisti la tensione che si respirava a Genova in quei giorni, durante il G8. Un ordine che non era legato al pericolo che rappresentavano i manifestanti in sé e per sé, quanto probabilmente alla minaccia di un attentato terroristico di matrice internazionale. Claudio Scajola su questo non si pronuncia. Ma aggiunge: "A Genova in quei giorni si giocava una partita seria. Dopo lo hanno capito tutti quanti. C'era Bush, c'erano i capi di stato stranieri, ma c'erano anche 36 mila persone" chiuse nella zona rossa. Il pericolo, fa intendere il ministro, non proveniva dall'interno, ma da fuori. Almeno così facevano pensare i segnali e le informative arrivate dalle Intelligence di tutto il mondo. E dopo l'11 settembre e gli attentati alle Torri gemelle "tutti quanti hanno compreso a fondo ciò che sarebbe potuto accadere durante quel summit".

Per Vittorio Agnoletto, leader dei No golobal, le dichiarazioni di Scajola "confermano quello che noi abbiamo immediatamente detto a Genova". E cioé che "non ci siamo trovati né di fronte a un susseguirsi di fatti casuali né a episodi di legittima difesa ma bensì a un piano repressivo preparato in precedenza dal governo con settori dei servizi segreti e con i carabinieri. Un piano nel quale era prevista la possibilità che qualcuno rimanesse ucciso".



L'Italia a pezzi. Via libera alla devolution
I governatori della Casa delle libertà all'attacco. Bossi porta "fuori sacco" la versione hard a palazzo Chigi. Scuola, sanità, polizia competenza delle regioni.
Ernesto Milanesi su
il Manifesto

ROMA La devolution di Umberto Bossi entra "fuori sacco" a palazzo Chigi: il consiglio dei ministri ieri sera ha varato un disegno di legge che spacca in due l'Italia delle regioni…Di fatto, il governo di Roma affida alle regioni competenze cruciali come scuola, sanità e "sicurezza locale". Il ministro Bossi esulta e incassa la "sua" riforma istituzionale, Berlusconi una volta di più spariglia le carte in tavola (si stava giocando con la Rai...) e nell'agenda della politica torna in primo piano l'ingorgo costituzionale.

Nel mirino, le fondamenta dello stato sociale e insieme l'ordine pubblico: scuola, sanità, sicurezza diventeranno appunto competenza delle regioni. Abdicherà anche il presidente Ciampi al momento di firmare una simile legge della repubblica berlusconiana e leghista?
La svolta matura dopo lo scontro all'interno della conferenza unificata: i presidenti delle regioni vanno, infatti, allo scontro frontale. Quelli eletti da Forza Italia, An e Biancofiore all'assalto compatti sotto la bandiera della devolution leghista. Quelli dell'Ulivo sono ridotti nel fortino del federalismo confermato dal referendum. I numeri sono impietosi, quanto scontati. Finisce 9-6. Vince la Casa delle libertà. Scatta il semaforo verde. Bossi corre a palazzo Chigi con le modifiche "condivise" dalle regioni.
Dal punto di vista istituzionale, la spaccatura anticipa quella che si profila per i diritti ed i poteri futuri. La sovranità passerà di mano, salute ed istruzione non saranno più solo quelle definite dalla Carta del 1948. E lo stato non avrà più il monopolio esclusivo e legittimo sulla sicurezza. Dal federalismo padano alla devolution ministeriale: Bossi non ha cambiato obiettivo. La secessione da Roma ha ceduto il passo alla dissoluzione dello stato-nazione.
E forse non per caso anche la Valle d'Aosta (simbolo di un autonomismo regionale consolidato) ha preferito le ragioni dell'Ulivo, schierandosi con Emilia, Umbria, Marche, Toscana e Campania. Sono le regioni che hanno bollato la devolution come "sbagliata, inutile e pericolosa". Vasco Errani, Maria Rita Lorenzetti, Vito D'Ambrosio, Claudio Martini e Antonio Bassolino hanno sottoscritto una dichiarazione comune, che boccia senza appello il ministro Bossi: "Non istituisce nessuna Camera delle Regioni, necessaria per completare una vera riforma delle istituzioni, è certamente fonte di confusione e contenzioso istituzionale per la genericità con cui tratta temi delicatissimi quali sanità, scuola e polizia locale e non dà in realtà più poteri e responsabilità ma solamente la possibilità di creare più differenze e divisioni fra le regioni e i cittadini". La conclusione è un vero grido d'allarme: "Così si mettono in discussione diritti sociali essenziali uguali per tutti i cittadini e i fondamenti unitari del paese".



Datemi un logo, farò la guerra
Da "Cucchiaio blu" a "Enduring Freedom", così vengono scelti i nomi delle operazioni militari
Antonio Polito su
la Repubblica

LE PAROLE contano, più dei fatti che descrivono. Le grandi fedi sono "logos": l´Antico testamento, Cristo, il Corano. Il capitalismo globale è "logo". La rivoluzione antiglobale è "no-logo". La democrazia stessa è "logomachia", battaglia di parole, e se davvero quelle di Benigni e Biagi sono costate tanto a Berlusconi, benedette siano, perché servono proprio a questo, a non far vincere le elezioni col 70%. Con i "logo" si combattono le guerre commerciali ed elettorali, ma si vincono anche le guerre vere.
«Desert Storm» (il Golfo) finì perfino sulle T-shirt, come fosse il «branding» della Nike. «Enduring freedom» (l´Afghanistan) non ha avuto lo stesso successo di pubblico. Ma è pur sempre meglio di «Infinite Justice», cestinato all´ultimo momento tra le proteste dei musulmani e di chiunque ritenga che la giustizia infinita sia il mestiere di Dio, non di Bush.
Il guaio è che i generali non sono proprio il massimo nell´uso delle parole. Hanno capito che contano, ma balbettano alquanto. Secondo il «Financial Times», che al tema del «branding militare» ha dedicato ieri un lungo articolo, l´invasione di Panama del 1989 fu bloccata un attimo prima dello sbarco dei commandos americani. L´ufficiale che li guidava telefonò al quartier generale e disse: fermi tutti, così non va. Che cosa non andava, la disposizione delle truppe? «No, ma volete forse che i nostri nipoti dicano: mio nonno era in Cucchiaio Blu»? Aveva ragione. L´operazione inspiegabilmente denominata «Blue Spoon» fu su due piedi ribattezzata «Just Cause», «logo» alquanto rancido ma meno da rancio.
Per non incorrere in incidenti del genere, gli stati maggiori americani si sono addirittura scritti una grammatica e una sintassi dei nomi in codice da dare alle operazioni militari. Vige dal 1975, e prescrive che la scelta non «esprima un grado di bellicosità non congruo con gli ideali tradizionali dell´America e la sua attuale politica estera». Si capisce la preoccupazione dei dottor Stranamore: avevano chiamato la Corea «Operation Killer» e il Vietnam «Operation Masher», con delicata allusione allo schiacciamento delle patate per farne un purè. Il nome in codice, inoltre, «non deve essere offensivo del buon gusto o denigratorio di un particolare gruppo o credo». Da cui la censura di «Infinite Justice», ma anche la deriva politicamente corretta che ha prodotto tanti nomi senza senso per non offendere nessuno: il raid del 1986 contro la Libia fu denominato «Eldorado Canyon», manco fosse un western-spaghetti.

Seguendo l´antica lezione di Winston Churchill, che aveva una passione speciale per i nomi in codice, al punto da insistere per ribattezzare l´invasione della Normandia «Overlord» (Capo Supremo), da «Roundhammer» (Martello Circolare) che era. Churchill fu il primo a scrivere un vero e proprio glossario della guerra. In cui avvertiva che il nome prescelto per le operazioni militari non doveva «implicare un vantarsi eccessivo o tradire troppa fiducia in se stessi», ma allo stesso tempo non doveva suggerire «un´impressione di avvilimento».
Sottigliezze inglesi, difficili da spiegare agli americani, più inclini allo stile pellerossa: tipo «Rolling Thunder», Tuono che Cammina.

Anche in guerra, un marchio deve sedurre. Al punto che i professionisti del settore, i «creativi» della pubblicità, hanno cominciato a occuparsene, forse intravedendo un nuovo mercato in cui esportare il loro «know-how» e le relative parcelle.
Il mese scorso, in un articolo su «Admap», rivista dell´industria della pubblicità, la signora Master, …la chiave del successo di un «logo» è la sua metrica e il suo ritmo poetico. Perché «Desert Storm» funzionava? Ma perché suonava bene: sentite come è fluido, due sillabe brevi e una lunga, «de-sert-storm». Insomma, è un anapesto, secondo le regole della lirica greca. Cretici, trochei e pirrichi non funzionano. Meglio attenersi all´anapesto. Come in Shining Hope, «sciai-nin-heup»...
Ma attenzione: la metrica non è tutto, oltre al significante ci vuole il significato. La formula vincente sta dunque nella successione aggettivo-sostantivo. Il primo deve essere «vivido», il secondo «incisivo», e l´insieme deve dare un´idea di «determinazione ed azione». Che ne dite di «Urgent Fury», «Noble Eagle» e «Freedom Train»? Prima del prossimo conflitto, prepariamoci dunque alla convocazione di un «focus group», nel quale i consumatori potranno indicare a un team di pubblicitari e linguisti il nome giusto per una guerra giusta. Lo fanno già con la pastasciutta, con i nomi dei bebè famosi e con i partiti politici. Che male c´è a vendere anche un bombardamento?


E ora i "mercenari per la pace"
Londra vuol dare a ditte militari private il peacekeeping Onu
O. C. su
il Manifesto

LONDRA - Mercenari ingaggiati da compagnie militari private potrebbero essere in futuro "affittati" per svolgere compiti di peacekeeping in giro per il mondo. La proposta è del governo laburista di Tony Blair che, ieri, ha confermato che in fondo agenzie private "affidabili" potrebbero svolgere un lavoro migliore (in termini di rapporto qualità-costi) delle forze di pace delle Nazioni unite. Nella prefazione al Green Paper (documento di consultazione) pubblicato ieri, il ministro degli esteri Jack Straw sottolinea che "un settore militare privato forte e affidabile potrebbe in futuro avere un ruolo nel consentire alle Nazioni unite di rispondere più rapidamente ed efficacemente a delle situazioni di crisi".
La reazione di una buona parte della sinistra laburista e di molti altri deputati Labour è stata immediata e di condanna unanime. "Un'idea semplicemente ripugnante", ha definito la proposta il deputato Andrew Mackinlay, membro della commissione affari esteri della Camera dei comuni. Ma Straw nel suo commento ribadisce che in fondo, considerato il modo in cui sta cambiando il mondo, una crescita dell'industria militare privata è quasi inevitabile.
Quindi, perché non cogliere l'occasione e favorire questa crescita magari, come suggerisce Straw, pensando a ruoli importanti per i mercenari offerti in affitto dai privati? Del resto il documento, in un passaggio che sta già suscitando polemiche, sottolinea che in Africa le compagnie militari private spesso hanno più rispetto per i diritti umani che non i governi locali.



Clima, Bush vara la sua alternativa a Kyoto
Presentata la «via americana alla difesa dell'ambiente». Il piano punta su misure volontarie e incentivi fiscali
Marco Valsania su
Il Sole 24 Ore

L'amministrazione del presidente George Bush si converte alla necessità di combattere l'inquinamento attraverso la progressiva riduzione delle emissioni di biossido di zolfo, di ossidi di azoto e di mercurio. E offre un abbattimento dell'intensità dei gas dell'effetto serra - il rapporto tra emissioni e crescita del prodotto interno lordo - del 18% nell'arco di dieci anni. Purché, però, si dimentichino gli obblighi ecologici iscritti nel protocollo di Kyoto e si imbocchi una strada alternativa e più prudente, battezzata «Iniziativa cieli limpidi» e caratterizzata da un «rallentamento, arresto e, sulla base della scienza, un'inversione» nella marcia delle emissioni.

Meccanismi di mercato. L'amministrazione americana ha difeso i nuovi obiettivi come simili a quelli contenuti nei documenti di Kyoto. Ma le armi imbracciate dalla Casa Bianca sono rappresentate dagli incentivi alla cooperazione delle aziende, da meccanismi di mercato (quali gli scambi di diritti d'inquinamento) e dai legami con la crescita economica piuttosto che da severe regole e imposizioni. Una ricetta subito attaccata dai critici, a cominciare, in prima linea, dalle associazioni ambientaliste: «Si tratta di un nuovo esempio dei tentativi dell'amministrazione di garantire trattamento privilegiato ai grandi inquinatori che finanziano le campagne elettorali», ha accusato Carl Pope del Sierra Club, che denuncia la riluttanza del Governo statunitense nel colpire anzitutto le emissioni da carburanti fossili quali i derivati del petrolio e il carbone.

L'offensiva Usa. L'organizzazione ha denunciato che le emissioni aumenterebbero del 36% in più rispetto ai livelli di Kyoto entro il 2010 e del 50% in più entro il 2020, senza contare che ogni difficoltà economica americana potrebbe tradursi in un abbandono degli obiettivi. Bush, che l'anno scorso scatenò dure polemiche internazionali prendendo le distanze ufficialmente dagli accordi di Kyoto sul clima, è tuttavia passato all'offensiva definendo il suo piano «un nuovo cammino ambientale per l'America». E parlando al National Oceanic and Atmospheric Administration, il presidente ha dichiarato che questo «nuovo approccio è basato sul buon senso, sull'idea che una sostenibile crescita economica sia la chiave del progresso ecologico perché fornisce le risorse per gli investimenti in tecnologie pulite».

Le ragioni politiche. La nuova proposta Bush intende rispondere alle accuse di insensibilità ambientale che gli sono state rivolte a partire dai primi giorni alla Casa Bianca. L'opposizione democratica al Congresso potrebbe trasformare questa tematica, legata anche ai finanziamenti ricevuti dai repubblicani da colossi dell'energia quali la Enron al centro degli scandali, in un cavallo di battaglia in vista delle prossime elezioni parlamentari di novembre. Particolare urgenza nel presentare la strategia è derivata dall'imminente viaggio del presidente Bush in Asia: tra le tappe della sua visita che comincerà nel fine settimana ci sono il Giappone e la Cina, entrambi Paesi chiave impegnati nel dibattito sull'effetto serra.


La «guerra» sulle strade e le riflessioni dei ragazzi
Beppe Severgnini sul
Corriere della Sera

L'ecatombe ha prodotto un'eco. Voi direte: è normale. Io penso invece che sia una notizia consolante, anche se stiamo parlando di una tragedia. Erano anni che non ricevevo tanti messaggi dopo un articolo ("Mucca pazza e le stragi del sabato sera", 7 febbraio). Ritengo, quindi, che sia giusto andare avanti. Forse non tutti siamo rassegnati a vedere una generazione che s'ammazza la notte sulle strade, mentre un'altra - quella dei genitori quaranta/cinquantenni - si consuma d'ansia aspettandoli fino all'alba. Ogni anno, negli incidenti post-discoteca, muoiono seicento ragazzi italiani, e migliaia rimangono feriti. E' una guerra sotto falso nome. Nemmeno il Medio Oriente produce tante vittime. Si può fare qualcosa? Credo di sì. A patto di ascoltare i ragazzi. Per essere salvati, devono diventare salvatori.
Le lettere migliori le hanno scritte loro. Una studentessa del liceo Parini di Milano spiega: «Non avete idea di quanto beve la mia generazione. Per questo vorremmo controlli seri fuori dalle discoteche. Non possiamo chiederli. Ma li vorremmo. Per individuare chi esce strafatto e sale su un'auto-bomba non ci vuole Sherlock Holmes». Un'altra ragazza di Milano aggiunge: se la metropolitana restasse aperta, molti lascerebbero a casa l'auto. Luca Baldoni (lucabaldoni @hotmail.com) scrive da New York: «Mai stato fermato per un controllo durante 8 anni di patente in Italia. Qui in America, in 5 anni, mi hanno fermato 17 volte». Interessante, non trovate?
I l primo punto, dunque, è chiaro: occorrono più controlli.

Punto due: i luoghi. Perché in Gran Bretagna (dove i ragazzi bevono e si drogano di più) il problema, in pratica, non esiste? Ho appena trascorso qualche giorno a Londra e l'ho chiesto a chiunque mi stesse ad ascoltare. Risposta: perché i locali sono concentrati tutti nella stessa zona delle città. Possono sembrare - anzi sono - campi di concentramento alcolici, ma salvano vite umane. Anche Linus (Radio Dj), dimostrandosi un tipo sveglio, è arrivato alle stesse conclusioni ( Corriere , 11 febbraio): bisogna evitare di usare l'automobile.
Punto tre, gli orari. Il ministro Carlo Giovanardi (grazie per essersi fatto vivo) ha spiegato in un'intervista ad Alessandra Arachi che «le catastrofi avvengono all'alba. Colpi di sonno. Sulle strade non rimangono le tracce delle frenate, non ci provano nemmeno a frenare». Agghiacciante, ma istruttivo. Chiudere tutti i locali alle tre (che non è presto, andiamo) significa ridurre il nomadismo da una discoteca all'altra. Quindi, i morti.

Il punto cinque è una domanda: perché il Parlamento italiano non ha fatto nulla? Rispondiamo con le parole di Giovanardi, che - diamogliene atto - si è battuto a lungo per questa causa: «Non gliene può fregare di meno a nessuno». Resta da capire perché ai parlamentari non gliene freghi niente (scusare il linguaggio: è ministeriale). Mi ha detto il cardinale Ersilio Tonini, un uomo che ha visto troppi funerali evitabili: «Perché i nostri politici sono terrorizzati di perdere il voto dei giovani. Quindi, non toccano la questione». Se è vero, complimenti alla politica. Questa si chiama lungimiranza.


Messico ´68, le foto dell´eccidio
Per la prima volta le immagini-choc del massacro di 300 studenti
Stefania Di Lellis su
la Repubblica

Il corpo di una ragazza, abito nero senza maniche, sulla spalla un livido enorme e scuro. Accanto a lei sul pavimento di piastrelle, sangue e una scarpa Chanel rovesciata. «Colpi d´arma da fuoco al torace», dice la didascalia. Un´altra giovane donna, gli occhi sbarrati. Sulle gambe velate dalle calze lunghi rivoli scuri. «Probabilmente ha camminato dopo essere stata raggiunta dalle pallottole», la spiegazione. E ancora un torso nudo maschile, diviso a metà da un taglio. «Baionetta», il riassunto efficace della nota. Scene da un massacro vecchio di più di trent´anni, ma che in Messico brucia come una ferita fresca. Il quotidiano messicano El Universal ha pubblicato 12 fotografie inedite scattate il 2 ottobre del 1968 dopo l´eccidio di oltre 300 studenti compiuto dalla polizia nel quartiere Tlatelolco di Città del Messico, pochi giorni prima dell´apertura dei Giochi Olimpici. Una strage prima negata, poi ridimensionata, infine parzialmente ammessa dall´allora presidente Gustavo Diaz Ordaz, ma mai del tutto chiarita. Da due anni - da quando cioè si è chiusa la stagione lunga sette decenni del Partito Istituzionale Rivoluzionario - quella pagina nera è tornata attuale: i messicani chiedono finalmente verità.
Le foto sono firmate da un fotografo de El Universal, Manuel Rojas. Riuscì a salvarle dalle perquisizioni a tappeto che seguirono il massacro. Le tenne lontane dalla redazione dove la polizia compì numerose perquisizioni. Le nascose accuratamente, perché quelle immagini in bianco e nero erano le prove che lo squadrone "Olympia" della polizia (un gruppo paramilitare messo su dall´allora ministro dell´Interno Echevarria per assicurare lo svolgimento "tranquillo" dei Giochi) voleva eliminare a tutti i costi: giovani dimostranti ammazzati non per caso, ma con colpi pensati esattamente per uccidere.

Le foto di Rojas non sono le prime a essere pubblicate sulla strage di piazza delle Tre culture, ma sono le più scioccanti. A dicembre altre immagini avevano fatto il giro del mondo chiarendo il ruolo - sempre negato dal Pri - dello squadrone "Olympia". Il nuovo presidente Vicente Fox in campagna elettorale aveva promesso di istituire una commissione di inchiesta, ma finora l´ancora potente Pri è riuscito a bloccarla, così come a evitare l´apertura degli archivi segreti del ministero dell´Interno.


   16 febbraio 2002