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E all´Aja va in scena l´illusionista dell´orrore
Guido Rampoldi su la Repubblica

ET VOILA', torna in scena il prestigiatore di cadaveri. Destrezza e sapienza: è nel mestiere da dieci anni. Con l´assistenza della sua tv, Milosevic trasformava cadaveri di musulmani in salme di serbi ufficialmente uccisi dalla Bestia islamica. Complice la sua polizia, più tardi fece sparire centinaia di albanesi, ammazzati e sepolti in segreto alla periferia di Belgrado.
Ieri, sul palcoscenico dell´Aja, l´illusionista mortuario ha materializzato i resti umani di civili serbi e kosovari periti nei bombardamenti della Nato. Inclusi quei tecnici della tv di Stato che lo stesso Milosevic costrinse ad attendere l´annunciato missile americano nella sede di Belgrado. La testa decapitata, la nudità di una bambina morta, un tronco divelto, un braccio, una gamba, un cranio spaccato a metà: esibiti senza pietà, senza rispetto, ma con l´occhio illanguidito da uno sforzo di commozione. E mentre quegli orrori da Goya scorrevano sui video della corte, il grande prestigiatore tentava l´ultima magia: processare il processo.
Rovesciare i ruoli. Chiamare in giudizio la Nato. Non l´Occidente di Bush, col quale Milosevic lascia intendere d´essere simpatetico, considerandosi anzi un precursore di quella «battaglia senza precedenti contro il terrorismo» in cui s´è lanciata la nuova amministrazione americana. Ma l´Occidente che fu.
Clinton, la Nato. E i governi europei, perché succubi dell´egemonismo clintoniano: «Quando ricevevo membri dell´Alleanza atlantica, mi dicevano che non erano in grado di agire in maniera autonoma». Come per avvertire che imbarazzanti rivelazioni sono stipate nel cappello a cilindro di mago Slobo.
Nella sua lunga perorazione si concentra sulla guerra del Kosovo, «l´aggressione della Nato». Sorvola, invece, sulla guerra di Bosnia: sa benissimo che quella è la corda con cui potrebbe essere impiccato. C´erano lager per musulmani? Possibile, dice flemmatico: ma lui ignorava. C´era un via-vai di elicotteri dell´esercito jugoslavo in Bosnia? Missioni umanitarie, trasporto feriti. Un patto con Tudjman per spartirsi la Bosnia? Calunnie clintoniane. E se poi i suoi servizi segreti lavoravano con i servizi segreti serbo-bosniaci, normale routine, ovvia collaborazione tra apparati solidali.
Ad ascoltarlo, i musulmani sterminati in Bosnia, almeno centomila, sembrano un dettaglio rispetto ai 500 civili ammazzati dalla Nato.

I tentativi di Milosevic per imbarazzare i governi occidentali, passati o presenti, sembrano aperti a due esiti opposti. Da una parte, potrebbero produrre una riflessione salutare sulla mediocrità morale e politica di cui diede prova l´Occidente finché coltivò l´acquiescenza verso lo sterminio. Ma all´opposto, potrebbe spaventare europei e americani, confermando quali rischi alla loro immagine comportino oggi i processi alla storia. Nel secondo caso si rafforzerebbero le ostilità e i dubbi che fin d´ora incontra il processo dell´Aja. Questa è la ragionevole scommessa di Milosevic.


I veti dei nuovi Ghino di Tacco
Curzio Maltese su
la Repubblica

A PRIMA vista, la rissa sulle poltrone Rai, censurata ieri dal presidente Ciampi, riporta l´orologio della storia agli anni grotteschi della prima Repubblica, al periodico scannarsi nel pentapartito per i posti migliori in viale Mazzini. Una vecchia commedia con nuovi interpreti. La Lega, già movimento rivoluzionario contro «Roma ladrona», s´è ridotta a minacciare la crisi se gli verrà negata una poltrona nel consiglio, come neppure il Psdi di Nicolazzi. Fini e An, ex «partito delle mani pulite», rilanciano il ricatto di Ghino di Tacco: o ci date più posti o di qui non si passa. Forza Italia applica alla virgola il manuale Cencelli della lottizzazione, cercando di trovare l´accordo con tutti, ma conservando la presidenza e/o la direzione generale, come la Dc di Andreotti.

Ma la farsa che si ripete ha un elemento nuovo, che la peggiora di molto. Ed è il conflitto d´interessi. Questa non è una lottizzazione come le precedenti. Questa è anche l´annessione della Rai da parte del padrone di Mediaset e la creazione di un unico polo televisivo guidato da Arcore. Non si tratta di un´opinione «apocalittica» ma di una semplice constatazione, assai diffusa all´estero. Berlusconi, del resto, non ha fatto nulla per smentire le peggiori profezie.

Il premier aveva diverse buone strade per superare il passaggio delicato cui lo attende l´opinione pubblica italiana e ancor di più quella internazionale. Avrebbe potuto scegliere di risolvere il conflitto d´interessi con una legge sul modello europeo o americano, oppure astenersi dalla rissa per la Rai, o meglio ancora offrire lui stesso un «presidente di garanzia», lontano dal mondo delle sue aziende. Al contrario, Berlusconi ha cominciato col dire che venderà a chi gli pare due reti Rai (invece delle sue), quindi s´è immerso fino al collo nelle nomine, infine ha battuto il pugno padronale sul tavolo pretendendo la presidenza per un suo dipendente, Carlo Rossella, direttore del Panorama elettorale e dei dossier anti magistrati. Simpatica persona ma tutto fuorché un «presidente di garanzia». Una presidenza Rossella è come dare l´interim della Rai allo stesso Berlusconi.

Prima che la commedia ricominci e si concluda, è forse il caso che qualcuno porti in scena l´unico possibile deus ex machina: il conflitto d´interessi. Berlusconi non può e non deve nominare un suo uomo alla presidenza della Rai finché possiede Mediaset, pena il definitivo rinchiudersi dell´Italia in una quarantena autarchica. È quasi ovvio dirlo, eppure finora nessuno dei protagonisti del pasticcio Rai ha sollevato la questione del conflitto d´interessi. Non il renitente Casini, che almeno ci ha provato, rischiando la fine di Ruggiero. Non il presidente Ciampi, pure assai vigile e preoccupato per l´immagine del Paese. Ma nemmeno, ed è sbalorditivo, l´opposizione, che si sarebbe contentata di lucrare un paio di poltroncine di minoranza, una Ds e una Margherita, tanto per evitare altri inutili spargimenti di sangue.

Almeno oggi che il duopolio precipita in monopolio politico e aziendale, qualche liberale riformista, se c´è, batta un colpo.
Quanto agli orfanelli Rai, non si smentiscono. In attesa del padrone, per non sbagliarsi il Tg1 dell´ulivista Longhi ha fatto scivolare in fondo al notiziario il «no» della Svizzera all´accordo sulle rogatorie. Fedeli nei secoli al motto di Rossella (O´Hara): domani è un altro giorno.


Non c´è pace per l´Ulivo
Maria Teresa Meli su
La Stampa

ROMA. Non c´è pace per l´Ulivo. E, soprattutto, per Piero Fassino e Francesco Rutelli. A due settimane dall´invettiva morettiana a piazza Navona, i due leader della coalizione si ritrovano nuovamente sul banco degli imputati. Questa volta, a puntare l´indice contro di loro, le personalità più rappresentative del centrosinistra in Rai. L´accusa? Benché l´oggetto del contendere sia un altro (il consiglio d´amministrazione della tv di Stato), è sempre la stessa: la tentazione di «inciuciare» con il centrodestra. E´ Michele Santoro il primo a imbracciare il fucile e a sparare: «Sono critico - dice - nei confronti del centrosinistra. E´ stato uno sbaglio avanzare delle candidature. Questa lottizzazione non è un bene in un momento in cui si affronta una questione tale per la democrazia. Non bisogna trattare sul meno peggio, ma pretendere il meglio. Spero che i personaggi che sono stati indicati facciano un passo indietro». Santoro spara anche su Carlo Rossella, lasciando intendere che l´Ulivo non ha fatto nemmeno questo: «Un uomo di Berlusconi - osserva - non può essere un presidente di garanzia».

L´anchorman del Tg3, Maurizio Mannoni, è sconsolato: «Dobbiamo dire grazie a Fini se l´altra sera la partita non si è chiusa?», osserva amaro. David Sassoli, invece, è imbufalito: «Non saremmo qui - sottolinea - se la passata maggioranza avesse risolto il problema delle regole». Insomma i telegiornalisti vicini alla sinistra e all´Ulivo ce l´hanno con i loro leader politici. Addebitano a Fassino e Rutelli il silenzio dell´altro ieri su Rossella, e le parole (ossia i nomi dei candidati dell´opposizione) pronunciate nell´incontro con Casini. E´ un malumore che monta, un malumore contagioso.



Rogatorie, la Svizzera firmerà dopo la «soluzione» dei processi Previti-Berlusconi
Fiorenza Sarzanini sul
Corriere della Sera

ROMA - Più che un rinvio tecnico, sembra un vero e proprio braccio di ferro. Non basterà la sentenza della Corte costituzionale a convincere la Svizzera a firmare l'accordo bilaterale di assistenza giudiziaria con l'Italia. Sono ben altri i segnali che il governo di Berna attende prima di ratificare l'accordo sulle rogatorie. E così tocca al portavoce del dipartimento di Giustizia (svizzero ndr) Folco Galli smentire ufficialmente le dichiarazioni del ministro Roberto Castelli che due giorni fa aveva detto di aver ricevuto assicurazioni sulla soluzione del problema entro il primo semestre di quest'anno. «Spero che la firma arrivi entro giugno - aveva spiegato il guardasigilli - così come assicurato da incontri avuti». «Nessuno tra i magistrati e tra i funzionari può aver detto una cosa del genere - sottolinea Galli - perché non è questa la nostra intenzione». Si scopre così che sono soprattutto i processi in corso a Milano a preoccupare i giudici elvetici perché è davanti a quel tribunale che gli avvocati della difesa si sono opposti formalmente all'acquisizione dei documenti bancari che arrivano dalla Svizzera. Imi-Sir, Sme e Lodo Mondadori, All Iberian: i legali di Silvio Berlusconi, di Cesare Previti e degli altri imputati hanno tentato in tutti i modi di far ritenere inutilizzabili gli atti arrivati dall'estero. Soprattutto quei documenti che ricostruivano passaggi di denaro su conti esteri. Finora, hanno avuto torto, ma il giudizio prosegue e non è escluso che alla fine riescano a far valere le proprie ragioni.
«I magistrati di qui - chiarisce Galli - non vogliono lavorare a vuoto e soprattutto non vogliono che ogni carta proveniente dal nostro Paese venga messa in discussione. La nuova legge italiana chiede che gli atti trasmessi siano originali e certificati. Ebbene: i documenti bancari vengono stampati al computer e "vistati" dal servizio giuridico dell'istituto di credito. Che cosa dovremmo fare, andare ogni volta dal notaio? I difensori di numerosi imputati italiani hanno presentato ricorso e, dunque, noi aspettiamo di capire quale sarà l'orientamento dei vostri giudici, quale sarà la giurisprudenza. Soltanto allora prenderemo una decisione».

E, comunque, la Svizzera non è l'unica ad aver perplessità su questa legge. Molti deputati dell'europarlamento l'hanno criticata e noi non possiamo esporci. Del resto, numerosi giudici svizzeri hanno espresso pubblicamente le loro riserve su questa normativa e sugli effetti negativi che avrà rispetto alla reciproca assistenza in materia penale».
L'Ulivo ha annunciato che dal primo marzo raccoglierà le firme per un referendum abrogativo e ha chiesto la procedura parlamentare d'urgenza per ratificare la convenzione Ue sulla collaborazione giudiziaria. È probabile che le autorità elvetiche vogliano attendere anche questi ulteriori passaggi prima di firmare.


Se l'Italia fa da sola
Euro, nuove regole e vecchie scorciatoie
Salvatore Brigantini sul
Corriere della Sera

La comunità degli affari ha due grandi domande per il governo: qual è il posto dell'Italia in Europa, anzitutto, al di là delle affermazioni di principio? E poi, tutti gli investitori hanno eguali diritti, e sono davvero egualmente soggetti alla legge? In un continente sempre più interconnesso dall'euro, le vecchie scorciatoie sono finite; l'unica via è la crescita della competitività del Paese, anche se qualcuno si illude che i «campioni nazionali» possano supplire ai vecchi strumenti ormai inservibili. Sarà determinante come ci collocheremo nell'Unione, come contribuiremo a determinarne l'evoluzione, infine come ne osserveremo le regole, sia quelle obbligatorie sia quelle implicite, quelle cioè che è solo conveniente osservare, ma che nulla obbliga a seguire. Se un po' di maggior combattività nella difesa degli interessi nazionali va bene, assumere posizioni di isolamento totale non aiuta a perseguire i legittimi interessi nazionali. Credere di poter imporre i sofismi della legge italiana sulle rogatorie a tutto il mondo sarebbe velleitario se non fosse, nella situazione concreta, inconcepibile; anche la vittoria nella disputa sulla Convenzione è dovuta al prestigio di Amato, non ai pugni sbattuti sul tavolo. Ma il vero test sarà sulle procedure di voto (all'unanimità o a maggioranza); la coerenza sulla posizione italiana, da sempre favorevole all'aumento delle materie sulle quali decidere a maggioranza, è ancor più ovvia alla vigilia dell'allargamento, per evitare la paralisi. Speriamo che non si cambi strada, contando su benefici di utilità più o meno generale; sarebbe questa una materia sulla quale cercare di costruire quel consenso bipartisan che a fasi alterne si invoca.
C'è poi la questione dell'incidenza del debito pubblico sul Pil; l'Italia, notoriamente molto al di fuori dei parametri di Maastricht, fu ammessa nell'Euroclub solo con la promessa di un costante impegno alla graduale riduzione del parametro.

Ma le regole europee che sarà più difficile rispettare sono quelle implicite. I vincoli allo sviluppo non vengono dal sindacato, come i milioni di collaboratori coordinati testimoniano, ma da altre, e mai citate, direzioni. Basta accennare ai mali atavici dell'amministrazione pubblica, di cui nessuno (pur nella dominante retorica sull'impresa) parla più, e al calo dell'allarme antimafia, degradato a ordinaria emergenza, quasi la mafia fosse bizzarro folklore locale, e non uno spaventoso freno allo sviluppo.

Qualcuno plaude in buona fede, altri sono disposti al servo encomio; il mercato, invece, vuol solo sentirsi protetto dalla rule of law, valida per tutti in egual misura, senza eccezioni; le sole condizioni necessarie dello sviluppo sono la certezza dell'imperio della legge e una collettività che si riconosca davvero nella cosa comune, nello Stato.


Gli addetti alle pulizie dei treni vincono la prima vertenza nell'epoca Berlusconi
sommari de
l'Unità


Prima vittoria dei lavoratori degli appalti ferroviari. Dopo una durissima vertenza per difendere i loro posti di lavoro, i lavoratori delle ditte appaltatrici delle pulizie sui treni hanno strappato la proroga dei contratti fino a maggio.


Kyoto addio. Bush ora dice: "Lasciamo fare alle nostre industrie"
sommari de
l'Unità

Gli Usa, hanno abbandonato l'accordo di Kyoto, sui gas serra. Ora il Presidente Bush dice: fidiamoci della capacità "autoregolatrice" dell'industria americana. Insomma, il trattato di Kyoto è definitivamente sepolto.


   15 febbraio 2002