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Rogatorie: la legge Berlusconi pone limiti inaccettabili, dice la Svizzera
su l'Unità

La Svizzera non ratificherà l'accordo con l'Italia per accelerare e semplificare le procedure di assistenza giudiziaria tra i due Paesi. Un accordo, sostiene il Governo, contraddetto dalla legge italiana di applicazione, quella sulle rogatorie. La legge italiana «non preoccupa unicamente la Svizzera, ma anche un gran numero di Stati terzi che l'hanno messa ugualmente in discussione».
Anna Finocchiaro: "Ormai nessun paese si fida più dell'Italia"


Milosevic alla sbarra
Uno speciale a cura di Andrea Cairola su
La Stampa

E' in corso all'Aja il processo a Slobodan Milosevic (foto a destra) che negli anni '90 trasformò il sogno di una «Grande Serbia» nell'incubo di migliaia di croati, bosniaci e kosovari. Sarà il più grande giudizio per crimini di guerra dai tempi di Norimberga. L'ex uomo forte di Belgrado dovrà rispondere dei crimini contro l'umanità compiuti dai serbi in Croazia tra il 1991 e il 1992, di genocidio per la pulizia etnica in Bosnia del 1992-1995 e di crimini contro l'umanità in Kosovo nel 1999. Il procuratore capo del Tribunale dell'Aja, Carla Del Ponte (a sinistra), si è detta fiduciosa: «Non sfuggirà a nessuna delle tre incriminazioni - ha dichiarato- e sono sicura che sarà condannato».


"Milosevic, barbaro medievale"
Liana Milella su
la Repubblica

L´AJA - Solo sette pagine, cinque in inglese e due in francese, per aprire il processo contro l´"imputato" Slobodan Milosevic. Un intervento letto in meno di trenta minuti. Carla Del Ponte, procuratore capo del Tribunale dell´Aja, ha parlato dalle 9 e 31 alle 9 e 53 minuti. Senza un sorriso o un ammiccamento al presidente Richard May, né agli altri due giudici. Senza uno sguardo verso l´accusato più importante di tutta la sua carriera, l´ex presidente dell´ormai ex Grande Serbia. Lui l´ha ricambiata con la stessa indifferenza. Non ha mai mutato espressione, occhi leggermente socchiusi, il mento rivolto all´insù con aria arrogante, le mascelle appena contratte. Con l´atteggiamento di chi dice: «Voi mi avete fatto prigioniero, ma io vi disprezzo». Non ha neppure preso un appunto sui fogli che aveva davanti, come invece ha fatto più volte dopo, con sorrisetti via via sempre più irridenti indirizzati al viceprocuratore Geoffrey Nice.

Chi è dunque, per Carla Del Ponte, l´"imputato" Slobo? Un politico che nella sua vita ha perseguito esclusivamente un fine personale, la «ricerca del potere». Ma oggi, «come mai è avvenuto prima», finalmente «la giustizia internazionale entra in azione». L´orrore nei Balcani è sintetizzato in un´espressione che, come ha sottolineato la Del Ponte, è entrata nel linguaggio comune: "Pulizia etnica". «Gli eventi sono noti - ha detto - e alcuni rivelano una barbarie quasi medievale e una calcolata crudeltà che vanno ben oltre i limiti dello stato di guerra».

«Il genocidio e i crimini contro l´umanità» non possono essere considerati solo un «fatto locale» ma vanno valutati sul piano internazionale. Perché offendono «i sacri principi del rispetto dei diritti e della dignità dell´uomo».
In ogni caso, la Del Ponte ripete ancora una volta quanto va dicendo ormai sin dal suo arrivo all´Aja nell´autunno del '99, quando l´arresto e l´estradizione di Milosevic, allora ancora solido in sella, sembravano un miraggio: «Lui è sotto accusa come persona ed è indiziato sulla base di una sua personale responsabilità criminale». Sotto processo c´è l´ex presidente, non la sua Nazione, non la popolazione serba che peraltro ha subito e pagato cara la smisurata volontà di potere del suo presidente. Naturalmente, tutto questo dovrà essere provato. E la Del Ponte sa bene quanto sarà difficile. Sa che risalire la catena di comando sarà complesso e già vede le difficoltà di portare in aula quelli che in Italia si chiamano "testimoni eccellenti", uomini dell´apparato, ora in disgrazia, che già vengono minacciati di morte dagli ultimi fans del nazionalismo serbo.
La stessa Del Ponte, del resto, è stata più volte oggetto di attentati. A Belgrado come all´Aja. Uno sparo contro la sua vettura, forse dell´esplosivo in una stanza d´albergo, recenti messaggi di sedicenti organizzazioni serbe che starebbero girando per l´Europa per farla cadere in un agguato. Un fatto è certo: da prima di Natale la sua protezione è stata rafforzata. Oltre all´auto con due agenti è arrivata anche una seconda vettura che la segue ovunque. Ci sarebbero squadracce in giro pronte a colpirla in un attimo di distrazione.


Dopo l'imposta sulla fettina sicura, il governo propone quella sugli aerei: 4,50 euro in più per volare senza rischi
su
il Manifesto

Anche per oggi si paga. Dopo il ticket sulla carne, il governo ieri ha proposto il pagamento di un tributo sulla sicurezza degli aeroporti: 4,5 euro a carico dei diritti aeroportuali di passeggeri e merci. Ad annunciarlo è stato il ministro degli interni Claudio Scajola a cui è spettato il compito di spiegare perché un governo che ha vinto le elezioni promettendo di diminuire le tasse, non passa giorno senza che istituisca un nuovo balzello. "I nostri scali - si è giustificato Scajola davanti allacommissione Trasporti della camera - necessitano di 1.100 vigili del fuoco in più e di un adeguato contingente di mezzi specializzati". Scajola ha così fatto i conti, che ammonterebbero a 146 milioni di euro che il governo si propone di reperire istituendo per l'appunto il ticket sulla sicurezza. Della possibile introduzione della nuova tassa si parla in un emendamento a un disegno di legge che prevede misure su infrastrutture e trasporti: "Questi aumenti - ha aggiunto il ministro degli Interni - potrebbero andare a incidere 4 euro per ogni fruitore annuale del trasporto, una cifra molto modesta, molto limitata che credo il sistema possa caricarsi". Intanto il ministro della Salute Sirchia ci ripensa e scarica il collega per le Politiche agricole Alemanno e la sua proposta di istituire un ticket per la sicurezza della carne. "Sono contrario a ogni tipo di ticket sulla carne e più in generale a qualsiasi ticket sulla sanità", ha spiegato.


«Mai un partito con chi è stato comunista»
Lo schiaffo di Rutelli fa infuriare i Ds
Gianna Fregonara sul
Corriere della Sera


I fatti: ospite notturno a «La 7» Rutelli parla di sé e dell'Ulivo. Dice «io non sono mai stato comunista: la prima volta votai per i repubblicani, erano le regionali a metà degli anni Settanta e la sera andai a festeggiare sotto Botteghe Oscure. Ho una formazione cattolica che mi consente di interloquire con i cattolici democratici, ho militato con i radicali e gli ambientalisti». Seppure colloquiale nei modi, Rutelli vorrebbe far capire che in lui convivono le diverse anime che sono sintetizzate nell'Ulivo, dice che «se devo scegliere da che parte stare, sto dove sta la sinistra e non starò mai con la destra e i post fascisti».
Ma quando si passa a discutere di un eventuale partito unico dell'Ulivo, Rutelli è molto esplicito nel dire quello che pensa da tempo e che finora non era emerso con tanta chiarezza: «Quando avessimo l'occasione di fare un partito unico democratico, riformista dell'Ulivo o come si debba chiamare, è certo che starò nel partito in cui stanno laici, socialisti, cattolici democratici e ambientalisti. Ma finché ci sarà un partito che è continuatore della tradizione del Pci io non ci sarò, perché appartengo ad una cultura diversa». Ce ne sarebbe già abbastanza per far riesplodere la miccia nell'Ulivo, ma Rutelli continua filato: «I ds sono una filiazione del Pci e del Pds con i quali sono stato sempre alleato, ma di cui non ho mai fatto parte».
L'accostamento Pci-Pds-Ds fa andare su tutte le furie l'intero gruppo dirigente diessino: «E' una campagna di stile berlusconiano», si sfogano tra di loro in Transatlantico. Fassino sceglie di non rispondere direttamente, fa parlare il suo vice Pierluigi Bersani che bacchetta Rutelli: «Abbiamo replicato troppe volte agli avversari per rispondere anche agli amici».

Sullo sfondo dell'ennesima polemica infatti c'è uno scontro politico vero, che vedrà la sua prossima puntata venerdì quando si riunirà per la prima volta il direttivo dei segretari dell'Ulivo. Fassino e D'Alema hanno deciso di accelerare nel proporre la federazione, nel costruire oltre al direttorio anche una «cabina di regia» di poche personalità (lo stesso D'Alema, Amato e Dini) che deve studiare il futuro dell'Ulivo: insomma, se il soggetto unico deve essere la prospettiva dell'Ulivo, che almeno si faccia alle condizioni dei Ds. Rutelli ha finora subito questa accelerazione e non vuole altri balzi in avanti: ieri ha infatti proposto che la cabina di regia sia allargata a personalità della società civile, che il direttorio venga allargato «perché i soli segretari non esauriscono l'Ulivo». Un modo per frenare il progetto diessino e dilatare i tempi delle decisioni ad un momento che possa essere più propizio per la Margherita. E per ora, spiegano nel suo entourage, meglio dedicarsi a costruire proprio la Margherita andando a cercare anche quei voti moderati che nel centrodestra cominciano a tentennare, ma che non si sentono di sinistra, o per dirla con Rutelli, «comunisti».


Il centrosinistra? Più si divide, più perde consensi
un'intervista a Mannheimer su
l'Unità


Mettendo sullo sfondo i rilevamenti, cosa potrebbe essere accaduto in rapporto all'exsploit di Moretti?
«Si è manifestato esplicitamente un disagio già fortemente presente nell'elettorato del centrosinistra. Inoltre, una sensazione di sfiducia si è esplicitata - noi l'abbiamo rilevata - anche da parte degli elettori del centrosinistra sulla leadership del centrosinistra».

Si riferisce a Rutelli o al gruppo dei dirigenti dell'Ulivo?
«Sto parlando di una sfiducia sul complesso della leadership».

Una frustata da parte di un personaggio noto può incidere e modificare orientamenti, sensibilità, impegno?
«No. Ogni uscita, ogni avvenimento in sè modifica molto poco. Ma ognuno di quegli avvenimenti si sedimenta. Una loro successione a un certo punto determina quella che si indica come una goccia che fa traboccare il vaso. E' a quel punto che si manifesta lo spostamento. Non so dire se questo avvenimento specifico, mi riferisco all'intervento di Moretti, può spostare elettori perché le elezioni non ci sono e quelle su cui noi lavoriamo sono le intenzioni di voto. Posso invece dirle che questo avvenimento ha portato all'esplicitarsi di sentimenti di minor fiducia nel complesso della leadership».

Rutelli parlando con Giuliano Ferrara ha detto che c'è un problema perché i Ds sono eredi del Pci-Pds, di una tradizione che ha avuto un forte apparato che rende impossibili processi unitari. Per gli italiani l'ex appartenenza al Pci è ancora un elemento di giudizio a favore o contro?
«Bisogna distinguere. In questa discussione c'è certamente un elemento di polemica interna e bisogna lasciare che le forze politiche del centrosinistra dibattano tra loro. Dall'esterno posso solo sottolineare come tutti gli elementi di frattura dentro il centrosinistra abbiano un riflesso negativo nell'entusiasmo degli elettori. Detto questo, esiste una parte di elettorato che ricorda con negatività l'eredità del Pci. Che questa quota esista, è vero. Proprio per questo mi sembra giusto e bello che all'interno del centrosinistra convivano diverse componenti, come del resto convivono all'interno del centrodestra».


Sott´inchiesta il ministro Lunardi per gli appalti del Monte Bianco
La Procura indaga anche sui rapporti con il commissario Anas
Claudia Fusani su
la Repubblica

ROMA - Il sostituto procuratore Silverio Piro ha aperto un fascicolo d´indagine sulla gara d´appalto che all´inizio del 2001 affidò i lavori di progettazione e ristrutturazione del tunnel del Monte Bianco. Il fascicolo ipotizza il reato di turbativa d´asta e fra le persone iscritte al registro degli indagati ci sarebbe il ministro delle Infrastrutture Pietro Lunardi, all´epoca dei fatti solo ingegnere titolare della Rocksoil, società leader in Europa nella progettazione, consulenza e assistenza tecnica per le opere di ingegneria civile e, come si vedrà, società titolare di parte della progettazione del tunnel del Monte Bianco.
La notizia è rimbalzata ieri dopo che il senatore diessino Paolo Brutti è stato sentito come persona informata dei fatti per un paio d´ore a piazzale Clodio dal pm Piro. Alla fine Brutti ha firmato circa cinque pagine di verbale. Nulla trapela dalla procura e non si sa se quello di ieri sia stato il primo atto di indagine ufficiale. Di sicuro Piro ha voluto sapere da Brutti tutti i particolari di un´interrogazione parlamentare presentata il 5 novembre scorso dallo stesso Brutti e da Anna Donati, senatrice dei Verdi.
La storia va raccontata dall´inizio, almeno dall´autunno 2000, un anno e mezzo dopo la tragedia del tunnel del Monte Bianco. Inizia con una gara d´appalto sospetta, che vede almeno due protagonisti principali (Pietro Lunardi e Vincenzo Pozzi, attuale commissario straordinario dell´Anas) e finisce in questi giorni in cui Lunardi mostra una grande determinazione nel voler confermare Pozzi alla guida dell´Anas, come amministratore delegato. Secondo la ricostruzione dei senatori Brutti e Donati, la gara d´appalto per la progettazione del tunnel fu vinta all´inizio del 2001 dal consorzio italo-francese Scetauroute-Spea, società quest´ultima del gruppo Autostrade spa. Sempre secondo la ricostruzione dei senatori, che ieri è stata ripercorsa nei dettagli durante l´interrogatorio di Brutti, a quella gara partecipò senza successo anche la Rocksoil di Lunardi. Per strani percorsi, poi, la stessa Rocksoil rientra nei lavori con un subappalto concesso dalla Spea. E qui scatterebbe la turbativa d´asta. Infatti Vincenzo Pozzi era tramite la Rav collegato alla Spea. Non solo, Pozzi e Lunardi erano già insieme nella commissione tecnica d´inchiesta sull´incidente del Monte Bianco che doveva stabilire responsabilità nell´incidente e prescrivere poi le modalità di ricostruzione.


   13 febbraio 2002