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«Portiamo la pace a Gerusalemme»
Forum Sociale Mondiale, il movimento lancia le sue sfide
Piero Sansonetti su l'Unità

Porto Alegre - Il movimento no-global apre il suo gigantesco raduno a Porto Alegre con una "spallata": entra con tutta la sua forza nell'arena della grande politica internazionale. Ospite non invitato, forse non troppo gradito. Cioè compie un passo molto importante, che finora non aveva compiuto. Decide un proprio mutamento, che possiamo spiegare così: da grande forza giovanile - combattiva, intelligente, ma ai margini della battaglia politica generale che scuote il pianeta - si candida a diventare una delle forze fondamentali in campo. Una forza "generale". Uno dei poli della battaglia che investe i popoli, gli Stati, le dottrine politiche. Vuole contare, vuole sedersi al tavolo dei grandi, vuole disfare i giochi. E lo fa con tre gesti. Il primo è quello di assumere come temi fondamentali del meeting di Porto Alegre la questione Argentina e la questione Mediorientale, cioè le due grandi questioni di attualità nella politica internazionale.
Il secondo - davvero clamoroso - è quello di indire un forum mondiale straordinario (cioè un seguito di Porto Alegre) nella città di Gerusalemme. Il che significa portare migliaia e migliaia di giovani, pacifisti, nel cuore e nel fuoco della guerra tra palestinesi e israeliani. Con l'obiettivo di cambiare i termini e i punti di riferimento di quel conflitto. E di avviare una specie di iniziativa diplomatica di massa, che colmi il vuoto dell'iniziativa diplomatica dei governi.
Il terzo gesto è rivolto a se stesso, è un gesto di «identità»: quello di fissare alcune linee generali che rappresentano i confini del movimento. Invalicabili. Dentro questi confini si sviluppa il pluralismo, che è connaturato a un movimento costruito sulla varietà delle migliaia di movimenti che lo compongono. Ma fuori di questi confini non si esce. Chi sta fuori può essere un interlocutore importante, un amico, ci si può dialogare, ma è altra cosa dal movimento.
Quali sono queste linee di confine? Due sole: opposizione al liberismo e opposizione alla guerra. Che poi alcuni dicono sia un'unica linea, perché considerano liberismo e guerra due espressioni della stessa idea politico-sociale.

Ieri Vittorio Agnoletto, che è il leader della delegazione italiana al social forum, ha riferito sulle discussioni e sulle decisioni prese nelle ultime 48 ore dal Consiglio internazionale (tra cui quelle che abbiamo appena detto). Il Consiglio è un organismo di circa ottanta persone, le quali rappresentano tutti i movimenti sociali che partecipano al Forum, e costituisce il centro di organizzazione e di decisione politica. Una specie di «Comitato centrale», per usare il vecchio gergo dei socialisti e dei comunisti. Nel Consiglio sono rappresentate tutte le nazioni e tutte le correnti di pensiero. I più forti sono i brasiliani, i francesi e gli italiani, sul piano nazionale, mentre sul piano delle organizzazioni hanno un grande peso Attac e la Caritas. La componente cristiana resta fortissima, sia come partecipazione di massa sia come elaborazione di idee.
Agnoletto ha spiegato che al Forum partecipano circa 14 mila delegati, e poi ci sono migliaia e migliaia di invitati e osservatori, ma tra i delegati e gli altri c'è una distinzione. Gli uomini politici, cioè i rappresentati dei partiti - ha detto Agnoletto - sono qui come osservatori, non fanno parte del Forum. Ci fa piacere che ci siano, ma la discussione del Forum è nostra e resta nostra: non è aperta a loro.

Agnoletto ha polemizzato con Veltroni sulla sua proposta di aprire il G8 ad Africa e America Latina («Il G8 va abolito e basta»), ma poi ha accolto le aperture del sindaco di Roma e gli ha lanciato una sfida: realizzi a Roma il bilancio partecipativo, cioè la nuova forma di democrazia diretta inventata dai brasiliani e che è stata l'argomento principale del Forum delle autorità locali. Agnoletto poi ha illustrato il prossimo programma del forum. Tema dell'anno sarà la Fao, e cioè la fame nel mondo. Appuntamento a Roma in giugno, non contro la Fao («che a differenza del G8 è un organismo legittimo») ma contro la sua politica, seguendo la quale occorrerebbero 60 anni per dimezzare il numero (un miliardo) delle persone che rischiano la morte per fame. Poi forum continentali o regionali fino al nuovo forum mondiale, che si terrà anche nel 2003 a Porto Alegre.

Ieri sera, mentre i no-global si preparavano alla grande giornata di apertura - che sarà oggi, con un corteo in città - all'Hotel Plaza si è concluso il forum delle autorità locali. Il momento più importante della giornata è stato il discorso tenuto dall'ospite d'onore, e cioè dal giudice Garzon, il «capo di mani-pulite in Spagna», che è diventato un po' il simbolo, nel mondo, della lotta tra giudici e potere politico. Garzon diventò famoso qualche anno fa con il mandato di cattura contro il dittatore cileno Augusto Pinochet, e poi con varie inchieste su Telecinco e Berlusconi. Anche ieri Garzon ha polemizzato con Berlusconi e ha preso un grande applauso dalla sala. Garzon ha detto che oggi c'è una «triade» che minaccia la democrazia, cioè l'attacca e la corrode come un cancro: la corruzione politica, la malavita organizzata e la liberalizzazione finanziaria, che è un portato della globalizzazione e rende impossibile la trasparenza dell'economia e dei suoi intrecci con la politica.

Porto Alegre 2002
Forum Social Mundial
Attac Fsm


I dirottatori dei bilanci
La lezione, non solo americana, del caso Enron
Francesco Gavazzi sul
Corriere della Sera

Nel discorso sullo stato dell'Unione il presidente Bush ha dedicato non più di tre righe al fallimento della Enron, la più grande bancarotta che si sia mai verificata al mondo. E tuttavia molti concordano con il giudizio di Paul Krugman, professore a Princeton, che sul New York Times ha scritto: «Tra dieci anni, non le stragi dell'11 settembre, ma lo scandalo della Enron sarà visto come la grande svolta degli Stati Uniti». Enron era la settima società americana, la più grande al mondo nel settore dell'energia. Il motivo banale della bancarotta è una montagna di debiti, accumulati per speculare nel mercato dei derivati dell'energia... Debiti occultati agli azionisti, grazie a regole contabili che consentono di nascondere un debito trasferendolo a una società controllata…

Negli Usa il caso Enron scuote la politica al punto che l'Ufficio del bilancio del Congresso ha deciso di portare la Casa Bianca in tribunale. E non solo per i rapporti tra il presidente, e soprattutto il vice Dick Cheney, e la società texana: tra i 248 parlamentari che in vari comitati stanno indagando sulla Enron, 212 hanno dichiarato di avere ricevuto finanziamenti elettorali dalla società. (Ieri anche il partito laburista inglese ha ammesso di aver ricevuto un finanziamento dalla Enron e il caso non rimarrà unico in Europa).

Il vero guaio è che questa vicenda rischia di minare la fiducia dei risparmiatori americani, e questa sì, purtroppo, sarebbe una grande svolta. Ci si può ancora fidare di bilanci certificati da società di revisione, come Arthur Andersen, che o non hanno visto o hanno fatto finta di non vedere la montagna di debiti? Ci si può fidare di analisti finanziari che più il titolo cadeva più consigliavano: «Comprate, sta diventando un buon affare»? Di grandi banche, come Citibank e J.P.Morgan-Chase che sembrano non essersi accorte di ciò che stava succedendo in casa del loro maggiore cliente? Di fondi pensione, come Calpers, quello dei dipendenti pubblici della California, il più grande al mondo, che ha continuato sino alla fine ad acquistare azioni della società? Nei mercati finanziari la fiducia è tutto, e oggi vacilla. I risparmiatori sono preoccupati che in Borsa vi siano altri casi Enron.



Il discorso di George Bush il giovane alla nazione
Vincitore, popolare, ma anche fragilissimo.
su
il Manifesto

Gli apologeti repubblicani hanno definito "storico", in anticipo, il primo discorso sullo Stato dell'Unione pronunciato dal presidente George Bush il giovane. Bush capitalizza i successi nella "guerra contro il male" e la conseguente ondata di popolarità personale. Ma il successo è tutto relativo - Osama bin Laden non è prigioniero. E il presidente non può dichiarare vinta la guerra, perché innescherebbe un processo di smobilitazione nell'opinione pubblica. Gli Usa hanno vinto, ma il pericolo del terrorismo resta più minaccioso che mai. Altrimenti come giustificare agli occhi degli americani colpiti dalla recessione la proposta di uno stanziamento record per il Pentagono? Si tratta di 379 miliardi di dollari (quasi 400 miliardi di euro), cioè 48 miliardi di dollari (56 miliardi di euro) in più rispetto all'anno precedente, il più forte aumento da vent'anni.
Bush non dice dove troverà questi soldi, anche perché vuole spenderne altri per la sicurezza interna e vuole tagliare ulteriormente le tasse. E mentre per la "guerra al terrorismo" può contare sul quasi unanime appoggio (o sul pavido silenzio) del Congresso, la politica interna, a novembre al vaglio delle elezioni, è ben più scivolosa. Perciò Bush estenderà il concetto di sicurezza, per far rientrare nella "lotta al terrorismo" il rilancio dell'economia: in pratica immani sgravi fiscali alle grandi corporations.


Il pasticciaccio di viale Mazzini
Curzio Maltese su la Repubblica
http://repubblica.extra.kataweb.it/repubblica/Edizione_Giornaliera/scelta_web.html

UNA dose minima di cultura liberale e democratica dovrebbe sconsigliare la maggioranza dal mettere le mani sulla Rai, almeno finché il suo capo rimane proprietario di Mediaset. Al contrario, l'occupazione di viale Mazzini appare, come nel '94, obiettivo primario del governo Berlusconi. Ma con una violenza e una sfrontatezza ancora maggiori. Tre obiettivi ne guidano la strategia. Il primo è indebolire la tv pubblica, soprattutto la prima rete, in modo da favorire il «sorpasso» da parte dell'ammiraglia di Mediaset, Canale 5, che significa un regalo di molti miliardi all'azienda del Presidente del Consiglio. Il secondo è screditare e sterilizzare l'informazione Rai, censurando ogni voce critica. Il terzo obiettivo è punire gli elettori del centrosinistra che, secondo le ricerche, costituiscono il 70 per cento del pubblico dei telegiornali Rai.



Bahamas, avanti piano
Gian Antonio Stella sul
Corriere della Sera

«Occ, memoria, pazinzia e bus del...». Vabbè, avete capito: occhio, memoria, pazienza e fortuna. Così Arrigo Sacchi riassumeva in romagnolo, ai tempi del grande Milan, i motivi del successo. Anche Silvio Berlusconi è un uomo baciato dalla buona sorte. Ricordate cosa diceva Indro Montanelli? «Con tutto il rispetto per la signora Veronica, la sua vera moglie è la Fortuna». Gli è capitato così di diventare ministro degli Esteri proprio nel momento in cui alla Procura di Milano danno di matto per la rabbia di non riuscire a ottenere dalle Bahamas una rogatoria chiesta nel lontano agosto 1997 su un conto benedetto da vari versamenti di Cesare Previti.

Dicono le carte recuperate finora dai giudici milanesi che l'esame di quel conto, chiamato «Portefeuille 11», potrebbe chiarire una volta per tutte responsabilità e innocenze. Risulta infatti che dal conto «Mercier» (come lo champagne: prosit) intestato a Previti, alla moglie Silvana e a suo figlio Stefano presso la Darier Hentsch di Ginevra siano partiti una serie di bonifici miliardari. Un po' diretti verso il conto «Osuna» della Neue Bank di Vaduz, un po' (oltre una quindicina di miliardi di lire, anche via Liechtenstein) verso il «Portefeuille 11» caraibico.
A volte, scherzi della vita, il viavai di soldi avvenne in giornate curiose. Come i 7 miliardi di lire circa spostati a Vaduz il 14 luglio '94, il giorno dopo il varo del cosiddetto decreto Biondi. O i 2 miliardi spediti al conto americano presso la sede locale della «Darier Hentsch», il 21 novembre '94, il giorno in cui i magistrati milanesi firmavano il primo famoso avviso di garanzia a Berlusconi impegnato a Napoli nel vertice sulla criminalità. Sei anni e mezzo dopo quel «golpe giudiziario», il Cavaliere ha dunque una opportunità unica. Potrebbe zittire la sinistra forcaiola. Umiliare i magistrati che si lagnano di questa stucchevole faccenda del conto caraibico. Smentire chi in Europa ha osato pensar male della sua scelta di severità nel vaglio delle rogatorie internazionali. Irridere a chi pensa che anche in questo caso, essendo le sue vicende giudiziarie legate a quelle di Previti, ci possa essere un teorico conflitto di interessi. Ma soprattutto ridicolizzare i suoi predecessori: ma vi pare possibile che in 5 anni non siano riusciti a fare ciò che lui potrebbe in poche settimane?


Ulivo, sì alla Federazione
Rutelli sceglierà dopo il voto
Natalia Lombardo su
l'Unità

Dopo cinque ore di discussione «difficile» esce fuori il «Lodo Rutelli». Lo scrive di suo pugno e stabilisce il principio dell'incompatibilità nel doppio ruolo di leader dell'Ulivo e della Margherita. Un conflitto di interessi messo sul piatto del coordinamento dell'Ulivo da Ds, Udeur, Verdi e Pdci. Anche nell'alleanza di centrosinistra, quindi, sarà messa nero su bianco la non compatibilità del doppio incarico: quello di leader della coalizione di centrosinistra e quello di segretario o presidente di uno dei partiti che lo compongono. Tant'è che Piero Fassino passa subito ai fatti: «Da oggi non sono più il numero due dell'Ulivo», dichiara all'uscita, «sono il segretario dei Ds e questo mi basta e mi avanza». Addio ticket, quindi, l'Ulivo rinascerà come federazione di partiti, come hanno proposto i Ds, con un leader affiancato nella gestione dai vari segretari, aperta anche ad associazioni e movimenti. Un altro punto incassato dalle «foglie» minori: interrompere la diarchia Ds-Margherita, avere pari dignità.

Rutelli resta il leader sia dell'alleanza che del partito nascente, finché le nuove regole non saranno sancite e messe in atto. In autunno. Un tempo utile, lo ha detto lui stesso, «per far crescere una forza che ho contributo a creare e che potrebbe non crescere, dato che nelle amministrative conta anche il sistema proporzionale».

Una riunione attesa come «resa dei conti» nell'Ulivo e finita tutto sommato con un compromesso accettabile per tutti. Sette otto ore di discussione «impegnata», sdrammatizza Oliviero Diliberto, «difficile», commenta Rutelli, decisamente «cruenta», riferisce Cesare Marini, dello Sdi

Per molte ore si gioca un vero braccio di ferro fra la Margherita e gli altri partner. Ma alla fine Francesco Rutelli prende la penna, seduto a fianco di Fassino, e butta giù a mano quello che subito prende il suo nome, «Lodo Rutelli». Ammette che il problema c'è, dunque. Mette la firma sulla sua condanna? Non proprio, perché in realtà ottiene tempo fino all'autunno per decidere il suo ruolo: «Se sarò io il capo dell'Ulivo sarà la Convenzione d'autunno a sceglierlo», dice alla fine. A marzo c'è il congresso della Margherita, che quasi certamente lo eleggerà Presidente. Una carica che dà un «valore aggiunto» al nuovo partito centrista nella «competition» con i Ds alle amministrative. Alla fine la voce corale è: «Rilanciamo con forza l'Ulivo, con regole chiare». Adesso pensiamo a fare bene l'opposizione.


Confronto Italia-Francia "Il carofarmaci abita qui"
Indagine del Movimento consumatori su oltre 20 medicinali
Stefano Rossi su
la Repubblica

ROMA "Farmaci più cari del 5 per cento rispetto alla media europea? Il dato del ministro della Sanità, Girolamo Sirchia, è ampiamente sottostimato". Dal Movimento consumatori parte una nuova denuncia, dopo quella di un paio di settimane fa, relativa a un aumento generalizzato del prezzo dei medicinali. In quella occasione, come del resto dopo l'indagine del ministero che ha portato Sirchia a parlare di necessità di arginare l'ondata di rincari, Farmindustria ha smentito.

"Farmindustria ha assolutamente ragione per i prezzi controllati dal Cipe, che sono quelli delle fasce A e B", osserva Sandro Miano, dirigente nazionale del Movimento consumatori: "Ma in fascia C il prezzo è libero ed è in questa fascia che i rincari da dicembre sono stati mediamente del 10 per cento". Nella denuncia precedente, il Movimento consumatori aveva messo a confronto i prezzi italiani prima e dopo gli aumenti, che hanno interessato 4.870 prodotti, fra i quali farmaci importanti. Ad esempio il Lixidol (antidolorifico) e il Periactin (stimolante del'appetito). Ora diffonde i risultati di una ricerca comparata fra farmaci italiani e francesi. I risultati, pubblicati nella tabella, "sono inquietanti", secondo Miano.

E poi c'è una domanda di fondo. Perché nei farmaci di fascia C ci sono stati rincari medi del 10 per cento se l'inflazione è ferma al 2,4? Su tutto questo comparto, la fascia C, il ministero della Sanità non esercita alcun controllo e le case farmaceutiche sono assolutamente libere di imporre i prezzi che vogliono".        


L'omicidio di Marta Russo richiede nuovi riscontri
La sentenza della Cassazione 2743/2002
su cittadinolex di
la Repubblica
 
È indispensabile acquisire nuovi riscontri che confermino l'attendibilità delle dichiarazioni rese da Gabriella Alletto e Francesco Liparota, in quanto la loro posizione non è quella di semplici testimoni ma di coimputati, in riferimento ai quali occorre fare una corretta applicazione dell'art.192 del codice di procedura penale in tema di valutazione delle prove. Questa in sintesi la motivazione che ha portato la Prima Sezione Penale della Corte di Cassazione ad annullare la sentenza della Corte di Assise di Appello di Roma che aveva condannato Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro per l'omicidio della studentessa romana Marta Russo, avvenuta il 9 maggio 1997 lungo un vialetto dell'Università di Roma 'La Sapienza'. La Cassazione ha ritenuto che la sentenza di appello abbia erroneamente interpretato il terzo comma dell'art.192 del codice di procedura penale, che dispone che le dichiarazioni rese dal coimputato del medesimo reato o di reato connesso sono valutate 'unitamente agli altri elementi di prova che ne confermano l'attendibilità'. La Suprema Corte ha infatti rilevato che la posizione dei cosiddetti 'chiamanti in correità' (che sono a loro volta imputati) sia diversa da quella dei semplici testimoni, e quindi diversa deve essere la valutazione delle rispettive dichiarazioni; infatti, mentre rispetto alle dichiarazioni accusatorie del testimone non imputato il giudice deve porsi solo il problema della sua attendibilità, rispetto alle dichiarazioni rese dal coimputato è indispensabile acquisire tutti gli elementi, anche estrinseci, che servano a confermare quanto dichiarato, attraverso una indagine di secondo grado che non significa negare a priori l'attendibilità del dichiarante ma renderla piena con riscontri probatori esterni.



  31 gennaio 2002