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Ne verra' fuori un can-gatto?
Giovanni Sartori sul Corriere della Sera

Dobbiamo dialogare? Certo, ci mancherebbe altro. Better ballots than bullets , meglio schede (di voto) che pallottole. Del pari, meglio dialogare che sparare. Ma il dialogare presuppone - lo dice la dizione - il logos , e cioè la capacità e la volontà di entrare in un discorso razionale. Il dialogare presuppone sincerità di scambio (di idee). Inoltre, per dialogare bisogna essere in due (come per sposarsi o ballare il tango). E la domanda è: come si fa a dialogare con un sordo? E cioè con un finto dialogante che si rifiuta di ascoltare e che evita sistematicamente di rispondere? Me lo chiedo perché il dibattito sul conflitto di interessi si svolge proprio così. La parte che appartiene alla civiltà del dialogo critica la «situazione Berlusconi» adducendo argomenti, spiegando perché. Ma la controparte non contro-dialoga, ripete sempre una identica velina e tira imperturbabilmente innanzi

Dialogando, dialogando si arriverà a un can-gatto? Questo no. Però si potrebbe benissimo arrivare a un gatto (l'opposizione) che si lascia mangiare dal cane (la maggioranza), e cioè che legittima la presa in giro del progetto berlusconiano in cambio di un piatto di lenticchie. Dialogando, dialogando.


Conflitto d'interessi, Caianiello non esclude la vendita dei beni
Ascoltato anche Cheli (Authority Comunicazione): sì al modello americano
D. D. V. sul
Corriere della Sera

ROMA - Sono iniziate con una maratona di sette ore le audizioni per la legge sul conflitto di interessi. E non sono mancate le sorprese. Teatro degli eventi: la commissione Affari costituzionali di Montecitorio che aveva deciso di ascoltare un ampio ventaglio di pareri forniti in diretta da giuristi ed esperti. Già dalla prima seduta gli schemi sono saltati in virtù dei giudizi espressi dall'ex presidente della Consulta Vincenzo Caianiello e dal professor Sabino Cassese. Il primo ha sostenuto con dovizia di argomentazioni che la sua proposta non è assolutamente integrabile con il disegno di legge governativo firmato dal ministro Franco Frattini, il secondo invece ha detto che sono conciliabili. Chi si aspettava che Caianiello desse una mano al governo e Cassese all'opposizione si è dovuto ricredere. Il terzo protagonista della giornata è stato Enzo Cheli, attuale presidente dell'Authority delle Comunicazioni, che si è speso per «il modello americano» e comunque ha sostenuto che la sua struttura oggi non ha né i poteri né i mezzi necessari per vigilare sugli atti del governo.

Il presidente emerito Caianiello ha ribadito la sua contrarietà ad una struttura ad hoc e ha proposto di affidare la vigilanza sugli atti del governo alle due authority attualmente presiedute da Cheli e Tesauro... Caianiello si è detto contrario a un regime di incompatibilità e ha giudicato incostituzionale il progetto presentato dall'Ulivo.
Per Cheli il modello americano da copiare prevede «misure limitative che mirino a separare temporaneamente proprietà e gestione» come il blind trust o l'amministrazione fiduciaria. Da escludere invece l'obbligo di cessione dell'impresa.



Fini e Amato nella Convenzione Ue
Berlusconi ottiene al consiglio Esteri di Bruxelles l'obiettivo che si era prefisso
Adriana Cerretelli su
Il Sole 24 Ore

BRUXELLES - È finita come doveva finire ieri alla riunione dei ministri degli Esteri Ue a Bruxelles: alla convenzione europea sulle riforme istituzionali, che sarà inaugurata il 28 febbraio prossimo a Bruxelles, l'Italia avrà due inviati: il vice-presidente Giuliano Amato e il rappresentante del Governo nella persona del vice-premier Gianfranco Fini. È finita in un lampo a colazione: «Non ne abbiamo discusso più di 4 minuti, il nome di Fini non è stato mai evocato perché non era il caso di contestare la scelta di un candidato o l'altro fatta dai Governi», ha riassunto in modo telegrafico il francese Hubert Védrine. Poco dopo, nel corso della conferenza stampa, lo spagnolo Josep Piquè, presidente di turno dell'Unione, ha precisato: «L'accordo è totale tanto sulla composizione quanto sulle modalità di finanziamento della Convenzione indipendentemente dai termini dell'accordo di Laeken». Alla sua prima uscita da ministro degli Esteri, Silvio Berlusconi ha portato a casa un'intesa scontata perché, come lui stesso ha spiegato, «era logica e dovuta, era l'unica soluzione possibile». Non ho mai avuto dubbi al riguardo, ha continuato il presidente del Consiglio dicendosi tra l'altro convinto che «Amato e Fini, due persone di forte fede europeista, lavoreranno bene insieme».

Di fatto a sostegno della tesi italiana c'era e c'è il testo della dichiarazione di Laeken in tutte le lingue (con la sola eccezione della versione olandese) in cui si afferma che ogni Paese ha diritto a un proprio rappresentante governativo oltre al presidente e ai due vice-presidenti. «Indipendentemente dai termini dell'accordo di Laeken - ha tenuto a puntualizzare Piquè - c'era comunque un elemento da prendere in considerazione e cioè la posizione del Governo italiano su Amato, che è del resto coerente con quella di quest'ultimo: Amato non è da ritenere rappresentante del Governo italiano né tale si ritiene.



E il militante piange su Internet "Le sconfitte ce le meritiamo"
Antonello Caporale su
la Repubblica

ROMA — «Canticum graduum de profundis clamavi ad te Domine». Gaius Iulius non ne può più dei capi e dei loro litigi. Demoralizzato e stordito dalle notizie provenienti da Roma, intona il de profundis. Anche Rowena va all'osso della questione: «Si parla di leadership: leadership di cosa? Non fu D'Alema a dichiarare che era anomalo il fatto che il leader dell'Ulivo non fosse il capo del maggior partito in esso rappresentato (e fu il primo colpo di accetta). Si discute di leadership seduti sulle macerie. Generali senza eserciti...». Ma Giancarlo: «Guarda Rowena che poi c'è anche il contrario, ed è anche peggio: un esercito (noi) senza generali».
Sono randellate via web.
Se gradiscono sempre che il tempo si trovi anche Rutelli, anche Fassino possono farsi un giro nel minitour tra le macerie uliviste. www.ulivo.it ospita il militante in una dimensione colorita e multiforme: chi spacca e chi aggiusta, chi denuncia e chi spera, chi propone e chi piange, chi combatte e chi si arrende. Basta un nick per andare in piazza e gridare.

«Siamo seri per favore» è il titolo del forum a cui i partecipanti destinano le migliori risorse.

Solimano, militante con tutti i galloni al posto giusto. Propositivo: «Proprio nei collegi più sfigati è possibile lavorare come Ulivo: ci sono meno seggiolini e seggioloni». Skywise, imbufalito: «Cari Rutelli e Fassino, ci state condannando alla politica forsennata di Berlusconi, non potete tradire il mandato tra battibecchi e inutili dettagli. Se volete unirvi a noi è un piacere, altrimenti non fateci perdere tempo...».
Roberto, altro non allineato: «Sottoscrivo completamente. Il vostro comportamento alimenta sempre di più la sensazione che siate mossi da una bramosia di autoconservazione e non dall'interesse generale. Finitela e cominciate a fare un po' di opposizione».
Khayno pensa al dopo e domanda (forum «Il figliol prodigo»): «Sembra che Tonino Di Pietro voglia iniziare a collaborare. Che facciamo? Gli chiudiamo la porta in faccia?». Ulistar, depresso: «Ci meritiamo di perdere. D'Alema è cotto e stracotto... Rutelli guida un partito che in Europa è alleato con Berlusconi». Poi: «Si dovrebbe avere il coraggio di fare un Partito federale con primarie tra gli iscritti per la scelta dei candidati». Sognare non costa, clicchi chi può.


Lodo Mondadori e Imi-Sir, unificati i processi
Cesare Previti ridà il mandato ai suoi legali e la difesa torna in aula
p. col. su
La Stampa

MILANO - Ritornano in aula, più agguerriti che mai, gli avvocati di Previti - che lo stesso parlamentare aveva revocato lo scorso dicembre in polemica con il tribunale - e si riunificano i processi. Non sono mancate le novità ieri nelle udienze per la presunta corruzione dei giudici romani, divise finora tra i processi Imi-Sir e Lodo Mondadori e d´ora in poi unificati semplicemente sotto il nome di «toghe sporche». Lo ha deciso il presidente della quarta sezione Paolo Carfì dinanzi al quale i due dibattimenti si erano comunque incardinati. L´ordinanza è stata presa in accoglimento di richieste di alcuni difensori e parti civili ed è stata motivata con il fatto che «i processi sono nello stesso stato e grado, hanno lo stesso collegio e sono nella stessa fase di assunzione delle prove. La mancata riunione porterebbe a un grave ritardo nella definizione di uno o di entrambi i processi. Nei processi c´è una parziale comunanza delle fonti probatorie, vi sono imputati in comune, stessi testimoni, sono contestati gli stessi articoli di legge, c´è la stessa epoca dei fatti e lo stesso contesto». Si legano dunque le presunte maxi tangenti (67 miliardi) pagate agli avvocati Cesare Previti, Attilio Pacifico e Giovanni Acampora (che però ha già ricevuto una condanna in rito abbreviato a oltre 6 anni) per pilotare la sentenza che attribuì alla famiglia di Nino Rovelli, proprietaria della Sir, un risarcimento pagato dall´Imi di quasi mille miliardi e quella notevolmente inferiore (poco più di 400 milioni) che sarebbe stata versata all´ex giudice Vittorio Metta per cambiare i destini della proprietà Mondadori con una sentenza d´appello.
Si legano sulla carta, un po´ meno nei fatti. Visto che tra le frecce dell´accusa a quanto pare manca ancora un´importante rogatoria avviata ben nel 1997 con le Bahamas per sapere la reale proprietà di alcuni conti pari a circa 30 miliardi. Ieri il pm Boccassini ha chiesto al tribunale, tra le proteste e le polemiche delle difese Previti, di attivarsi presso il ministero di Grazia e Giustizia e quello degli Esteri per sapere come mai non sono stati ancora pagati nemmeno degli acconti agli avvocati delle lontane isole tropicali, incaricati di condurre la rogatoria per conto della Procura. E questo nonostante esistano accordi pregressi per il pagamento di una parcella di 20 mila dollari a carico dello Stato italiano. La situazione avrebbe determinato il rifiuto da parte dei legali americani nominati dalla Procura di condurre la causa dinanzi al tribunale delle Bahamas - dove si sono svolte due udienze nel novembre scorso - che deve decidere se rivelare il reale proprietario di quei conti. Causa nella quale si sono costituiti degli avvocati di Cesare Previti, sebbene formalmente nessuno sappia chi sia il reale beneficiario dei misteriosi conti.

«Giallo», nel frattempo, a Como: il processo a Previti per diffamazione della Ariosto era stato rinviato perché l´onorevole era «legittimamente impedito» in quanto impegnato a Milano nel dibattimento Imi-Sir. La verifica disposta dal tribunale ha accertato però che Previti non era a Milano: subito è stata decisa la prosecuzione del processo comasco. A quel punto, nuova istanza di rinvio della difesa, stavolta con un certificato medico che attestava una «sindrome influenzale» dell´onorevole.


De Benedetti accusa
Per l'ingegnere quella sul Lodo Mondadori "fu una sentenza comprata"
Bruno Perini su
il Manifesto

MILANO - Mi sono fatto la convinzione che fu una sentenza comprata... L'avvocato Vittorio Ripa Di Meana mi riferì una rivelazione fatta dall'ex presidente della Consob, Bruno Pazzi: `La sentenza vi sarà sfavorevole, sono stati pagati 10 miliardì". E' il passaggio più delicato della deposizione di Carlo De Benedetti al processo per il Lodo Mondadori, la vicenda che all'inizio degli anni `90 celebrò un durissimo scontro tra il gruppo De Benedetti e la Fininvest per il controllo della Mondadori. L'accusa, già acquisita in istruttoria, è gravissima e la dice lunga sul passato dell'editore che da qualche mese abita a palazzo Chigi. Il capo del governo in questo processo è stato prosciolto in fase preliminare ma tra gli imputati eccellenti compare puntuale Cesare Previti, accusato in questa vicenda di aver pagato, chissà per conto di chi, quattrini ai magistrati per comprare la sentenza che il 24 gennaio del 1991 diede ragione a Berlusconi.
La burrascosa udienza inizia attorno alle ore 10 con una durissima requisitoria della pm Ilda Boccassini nei confronti governo, colpevole di non aver fatto nulla per accelerare le rogatorie alle Bahamas che riguardano l'imputato Cesare Previti. "Il problema, rivela il magistrato, è che non vengono pagati i legali delle Bahamas che dovrebbero rappresentare il nostro paese nella rogatoria". La pm non si limita ad attaccare il Guardasigilli Castelli ma, senza citarlo per nome e cognome, chiama in causa lo stesso ministro degli esteri, ad interim, che alla faccia del conflitto d'interessi dovrebbe accelerare le pratiche della rogatoria riguardante un processo dove era imputato e dove è ancora imputato il suo avvocato.

Dopo Carlo De Benedetti tocca proprio a Caracciolo che conferma la circostanza raccontata da De Benedetti a proposito della rivelazione di Bruno Pazzi con qualche particolare in più a proposito di Ciarrapico, allora uomo di Andreotti: "Ciarrapico ci disse con il suo modo scherzoso tipico del personaggio che eravamo stati dei bambini perchè non avevamo contattato in nessun modo di giudici della Corte di Appello. Ciarrapico aggiunse - ha concluso Caracciolo-che tutta Roma sapeva che i giudici giravano col cappello in mano".


Enron, Cheney impone il segreto
Scontro Casa Bianca Congresso sull'inchiesta
Vittorio Zucconi su
la Repubblica

WASHINGTON — Nel giorno politico più solenne dell'anno, nel martedì del rapporto del Presidente sullo «Stato dell'Unione», i tentacoli del primo grande scandalo di un'amministrazione Bush che si credeva immunizzata dalla guerra raggiungono e stringono la Casa Bianca con sospetti gravissimi contro il vice di Bush, Dick Cheney. L'"Affare Enron", il "kolossal" di falso in bilancio, influenza politica e ora, dopo il suicidio di un suo dirigente a Houston, anche una storia di morte, apre dubbi di "leggi contro soldi", costringe il portavoce di Bush a difendere in pubblico il Presidente dai sospetti e sta ricostruendo pezzo dopo pezzo il copione del dramma costituzionale classico e "deja vu": il duello tra la magistratura che vuol sapere a nome della nazione e il potere politico che si nasconde dietro la bandiera della "immunity" esecutiva. E per condurre le indagini su Cheney, il Ministero della Giustizia ha scelto un avversario rognoso, quel procuratore della repubblica di New York, Weissimann, che riuscì a mandare in galera il super padrino della mafia, John Gotti.
Ci sono cinque inchieste ufficiali in corso sulla bancarotta politicamente esplosiva di questa azienda di Houston, nel Texas, nel feudo dei Bush, che il 21 dicembre scorso si è arresa alla montagna di debiti, dopo avere arricchito i suoi 29 massimi dirigenti e privato di pensioni, oltre che di lavoro, i 20 mila dipendenti tenuti sempre all'oscuro.
Indagano lo Fbi, per possibili azioni criminali, la Sec, guardiana della Borsa per truffa ai danni degli azionisti e per "insider trading", il GAO, General Accounting Office, sorta di ragioneria generale dello Stato, il Ministero della Giustizia, dove il capo, il ministro John Ashcroft si è auto squalificato per avere preso in passato finanziamenti dalla Enron, la Procura della repubblica di Houston per falso in bilancio

Le fortune della Enron erano state coltivate con piogge di danaro su destra o sinistra e nessuno era stato concimato generosamente come Bush e il suo gruppo. Al momento della assunzione alla Casa Bianca, la Enron aveva incassato i dividendi, ottenendo da Bush la nomina di ministri, alti funzionari, consiglieri già nel suo libro paga. "Tutti gli uomini della Enron" si erano sistemati in varie posizioni chiave nell'amministrazione repubblicana, fino al "segretario dell'Esercito", White, che ora è accusato di avere cambiato i contratti di rifornimento energetico della Us Army per favorire i suoi benefattori.
Ma quando neppure i molti «occhi di riguardo» riuscirono a fermare la slavina dei debiti che la Enron accumulava "cucinando" i bilanci, il presidente bussò alla porta di un ex petroliere e amico, la porta del Vice Presidente.

Cinque volte il presidente della Enron fu in diretto contatto con il VP, il Vero e non Vice Presidente americano, come si dice semischerzando a Washington, e di quelle cinque conversazioni la muta degli investigatori vorrebbe conoscere il contenuto.

«Neanche per sogno — ha risposto Cheney utilizzando la stessa arma che Nixon, Reagan, Bush il Vecchio e Clinton tentarono invano di usare contro i loro scandali — rivelare il contenuto di quei colloqui violerebbe il privilegio costituzionale dell'esecutivo, il diritto di avere contatti riservati». E' quel "privilegio esecutivo" che tutti i Presidenti e i politici nei guai puntualmente evocano, dopo avere naturalmente accusato gli accusatori di "manovre politiche" e che la Corte Suprema ha sempre, unanimemente, respinto, riaffermando che nessuno, neppure il Capo dello Stato, può sottrarsi alla legge.
E mentre il presidente guerriero parte oggi per l'aula del Senato e per il suo discorso alla nazione, cominciano a partire gli esposti ai tribunali per schiodare il Vice Presidente dalla trincea del "privilegio" e i controesposti di Cheney. Può darsi, naturalmente, che nulla di illegale o neppure di scorretto, sia avvenuto. Ma i sondaggi, che pure proteggono Bush, dicono che una maggioranza di elettori di destra come di sinistra sospettano che la casa Bianca nasconda la verità.
Non è un Watergate, non è un Sexgate e nessuno appiccica ancora alla Enron il suffisso stantìo e ufficiale degli scandali, il "gate". Ma le talpe della giustizia scavano, Cheney si arrocca nell'immunità esecutiva e l'immagine luminosa del presidente guerriero e giustiziere si offusca un poco, nel giorno della gloria, con la prima ombra della sua presidenza. E questo è un anno di elezioni politiche.


  29 gennaio 2002