
Un grido per reagire all'orrore
La mala pianta del razzismo non è stata sradicata
Amos Luzzatto - Prefazione a «Il libro della memoria. Gli ebrei deportati dall'Italia (1943-1945)» di Liliana Picciotto, Mursia 2002, riportata da la Repubblica
Dopo le prime due edizioni de Il libro della memoria si sono verificati diversi mutamenti che ne hanno promosso nuovamente il bisogno. L'opinione pubblica, ebraica e non ebraica, si è dovuta progressivamente rendere conto di alcune situazioni, fra loro connesse da una logica spietata.
Primo: la memoria va coltivata; altrimenti, vuoi per la scomparsa dei testimoni, passati a miglior vita, vuoi per il tempo che ci separa dalla Shoah e che ne sfuma i contorni e lo stesso impatto emotivo, essa si indebolisce, viene sopraffatta da nuovi eventi, da nuove tragedie, diventa fatalmente un capitolo da consegnare ai testi di storia.
Secondo: la memoria può essere attivamente, coscientemente rinnegata. I motivi possono essere vari. A volte si tratta del desiderio dei colpevoli di rifiutare le proprie responsabilità durante un passato non onorevole e non troppo remoto. Altre volte invece il negazionismo (o suo fratello, il revisionismo) serve per porre la vittima di ieri sul banco degli accusati di oggi, scivolando da oggi a ieri, quasi insensibilmente. Si tenta di giustificare, quando non si può negarlo, lo sterminio degli ebrei.
Il terzo passaggio, molto comune nel nostro Paese, è quello di addossare ai «tedeschi» («popolo violento, crudele, intrinsecamente razzista») tutte le colpe. Gli altri, gli italiani in particolare, subivano per debolezza, ma quando potevano cercavano di soccorrere le vittime, di salvarle, di proteggerle. Per loro, dunque, la memoria è pulita e non riguarda atti che possono prevedere un rimorso per non dire un pentimento. La recente relazione della «Commissione Anselmi» sulla rapina dei beni ebraici non conferma questa tesi ed evidenzia dati abbondanti di confische e di vessazioni da parte delle stesse autorità italiane, che non devono essere trascurati.
Non dimenticheremo mai i «giusti delle nazioni», indipendentemente dalla loro nazionalità, religione, ideologia, ma la mala pianta del razzismo e dell'antisemitismo aveva messo radici velocemente ed efficacemente dovunque. E non è stata ancora sradicata.
Non è lo spirito di vendetta che ci anima quando ricordiamo, documentiamo, quando parliamo ancora della Shoah. Si tratta semmai della speranza che questo serva per prevenire future recidive.
Se sarà così, ce lo dirà il futuro. (...)
Il secolo è cominciato con una nuova forma di stragi: le stragi del terrorismo. Ed è proprio alla loro sfida a cui intendiamo rispondere oggi. Non più solo ricordare, ma ricordare nel momento del pericolo, quando ricordo e attualità si intrecciano, si spiegano, si declinano a vicenda. E invocano dagli uomini quel «grido» che un grande artista del nostro tempo ci ha tramandato. Non un grido di disperazione e di abbandono, ma di sdegno, di orrore. Un grido che conferma che si può e si deve reagire. E che da questo dipenderà se avremo un avvenire.
Il fanatismo degli umiliati
Sandro Viola su la Repubblica
FORSE non c'è, nella storia delle democrazie, un caso di promesse elettorali non mantenute altrettanto clamoroso di quello accaduto in Israele. Nel gennaio dell'anno scorso Ariel Sharon venne eletto primo ministro perché prometteva al paese di farlo vivere in condizioni di sicurezza. Di tenerlo al riparo dagli attentati del terrorismo palestinese. Gli elettori gli credettero, liquidarono il candidato laburista l'Ehud Barak che aveva negoziato sino all'ultimo con i palestinesi e scelsero Sharon. Il risultato di quella scelta è sotto i nostri occhi inorriditi. In Israele si susseguono, ogni giorno o quasi, le esplosioni.
Nessuna città al mondo salvo forse la Beirut della guerra civile è mai stata tanto vulnerabile come lo sono oggi Gerusalemme e Tel Aviv. I genitori vivono perennemente in ansia per i figli, i figli per i genitori. E ogni misura di protezione, poliziesca o militare, risulta vana. Anzi: più forze Israele mette in campo aerei, elicotteri, carri armati più cresce la sua insicurezza. Più aumentano, infatti, il numero e la folle determinazione degli attentatori suicidi. Che provengono ormai da tutti i settori del mondo palestinese, non soltanto dai gruppi fondamentalisti, e non sono più solamente uomini: sono anche, come s'è visto con l'attentato di ieri a Gerusalemme, giovani donne.
Quando Sharon ha parlato (e lo ha fatto sempre in modo oscuro) di quel che sarebbe disposto a concedere ai palestinesi, s'è capito soltanto che le sue concessioni non sono accettabili. Il cinquanta per cento, più o meno, dei territori in ritagli separati l'uno dall'altro dalle strade militari e dai posti di blocco nessuno smantellamento delle colonie ebraiche, nessun compromesso su Gerusalemme.
Date queste condizioni, in questi ultimi mesi la natura e gli obbiettivi del conflitto israelopalestinese sono a poco a poco mutati. Il problema della terra di come dividere cioè la terra di Palestina tra i due popoli che la abitano è scivolato in secondo piano: e al suo posto è subentrato un meccanismo micidiale. Lo scontro tra umiliazione e onore. Da una parte l'umiliazione inferta in tutti i modi possibili ai palestinesi, per dimostrarne la debolezza: dall'altra la risposta dei palestinesi, decisi a mostrare il loro orgoglio, la loro volontà e capacità di reazione.
Ogni obiettivo politico, ogni tema di negoziato, ogni disponibilità al dialogo si sono andati man mano offuscando. Nessuno dei due antagonisti sembra più pensare all'eventualità d'un accordo. E quel che resta in questo vuoto impressionante, è la spirale umiliazioneonore. Sharon umilia i palestinesi: il loro leader agli arresti, i simboli del loro embrione di patria in macerie la radio, la televisione, le piste d'atterraggio le città chiuse nella morsa dei carri armati, le case rase al suolo. E i palestinesi si lanciano con le bombe al petto contro gli israeliani per dimostrare che non sono una mandria rassegnata, ma un popolo che tiene alla propria dignità.
Due scorpioni nella bottiglia: questa è ormai l'immagine più calzante dei due nemici in Palestina. E se si sposta lo sguardo da quella piccola terra tra il Giordano e il Mediterraneo, colpisce l'atteggiamento americano. L'appoggio, che da qualche settimana sembra incondizionato, al tentativo di Sharon di liquidare politicamente Arafat. Di espellerlo dalla partita. Perché a un popolo già ossessionato, dopo anni di pazienza e rassegnazione, dal bisogno d'affermare la propria dignità, non si può imporre di scalzare il suo leader. Non gli si può far accettare che sia Israele a decidere chi deve guidarlo.
Le ragioni del disastro in Palestina sono tante, e le colpe divise (anche se in parti moralmente non uguali) tra ambedue gli antagonisti. Ma l'Arafat con i cannoni dei carri armati d'Israele che quasi sfiorano le sue finestre è l'ultimo errore, l'ultima umiliazione fatta subire ai palestinesi: e certamente una delle cause dello slancio forsennato con cui continuano a far scoppiare le loro bombe.
Ulivo, Rutelli in tv si appella agli elettori
«Resto per l'unità del centrosinistra». Rinviato il vertice della coalizione, Fassino media
G. Fre. sul Corriere della Sera
ROMA - E oggi tocca a Piero Fassino e Francesco Rutelli. Il segretario dei Ds dovrà convincere il suo partito, riunito per la direzione, a trovare una posizione unitaria, non tanto sulla fine dell'Ulivo e del ticket che lo guida, quanto sulla linea da seguire nei prossimi mesi. Francesco Rutelli invece riunisce l'esecutivo della Margherita che dovrà esprimersi su come affrontare il vertice dell'Ulivo in programma in settimana. La riunione dei leader della coalizione è formalmente ancora convocata per domani, ma slitterà, forse a giovedì, come ha ripetutamente chiesto Fassino. Intanto Rutelli sta giocando la sua battaglia tattica: ha capito che, tolta di fatto la fiducia da parte del primo partito della coalizione, non c'è molto da fare per la sua leadership indebolita, tutt'al più si potrà trattare sui tempi e i modi della ristrutturazione dell'Ulivo. Ieri, in un'intervista al Tg3, il leader della Margherita ha rivolto un messaggio ai «16 milioni di elettori dell'Ulivo», per rassicurarli che «ci vuole più Ulivo e non il ritorno alla frammentazione del passato» e che lui resterà «per dare il mio contributo soltanto per l'unità del centrosinistra». L'idea è quella di lasciare ai Ds la responsabilità di rompere l'alleanza e, in quel caso, il tentativo è di provare a identificare la Margherita con l'Ulivo.
Fassino per ora ha tentato la mediazione. Ieri, costretto a casa dall'influenza, ha avuto una lunga telefonata con Rutelli. Sembra intenzionato a concordare un percorso per i prossimi mesi, con una convention finale prima delle amministrative per cercare di rimettere insieme i cocci in anticipo sul voto. Ma l'esplosione della coalizione ha già prodotto altre reazioni. Pdci e Verdi oggi annunceranno un incontro con Antonio Di Pietro, per domani. Nei giorni scorsi l'ex pm, ora leader dell'Italia dei Valori, aveva chiesto di partecipare alla manifestazione sulla giustizia convocata il 2 febbraio dall'Ulivo e aveva ricevuto un'accoglienza molto fredda sia dai Ds che dalla Margherita. Ora sta ritornando in gioco e non si sottrae: «È estremamente necessario contrastare la politica aziendale del governo Berlusconi e prendere atto che la prima fase della coalizione dell'Ulivo si è conclusa e c'è necessità di un nuovo soggetto politico».
Bersani: "Un nuovo programma e un nuovo ponte di comando, in cui si riconoscano tutti"
su l'Unità
Due cose subito: l'allargamento a Di Pietro e il confronto con Rifondazione. "Pensiamo ad un rilancio non ad un arretramento dell'Ulivo e della coalizione: con un suo allargamento verso altre forze d'opposizione come l'Italia dei valori, con la conferma di una progressiva convergenza tra le forze della sinistra riformista e con un confronto con la sinistra antagonista di Rifondazione Comunista". Parte da qui Pierluigi Bersani nella relazione d'aperturta dei lavori della direzione nazionale della Quercia.
Bersani vede un rischio. Questo: quello di "restare fermi". "Se lo facciamo - spiega - rischiamo di avvitarci in un meccanismo introflesso". Ecco, allora la proposta dei diesse: "Una struttura unita e plurale, un nuovo impegno sul piano programmatico" e poi, anche, "nuovo ponte di comando" in cui vi sia la corresponsabilità delle forze di partito e anche di quelle che non aderiscono a nessuna forza organizzata.
Questo sul futuro, prossimo. Ma intanto c'è la battaglia da fare contro il governo Berlusconi. Governo rispetto al quale però "non c'è stata affatto una revoca del consenso politico" da parte dell'elettorato, come qualcuno sostiene. È per questo che secondo Bersani il centrosinistra deve "lavorare sulle contraddizioni" del centrodestra puntando "non ad una spallata ma ad un logoramento" sfruttando il "deficit di credibilità" che Berlusconi sta subendo.
Secondo la Bandoli, invece, i Ds devono ritrovare il loro ruolo e la loro ispirazione di sinistra. "Noi ci collochiamo sul marciapiede del neoliberismo cercando di correggere le sue storture senza però dare alternative concrete". Insomma, in Italia non c'è nessuno che fa la sinistra, non certo la fa Rifondazione ma neanche i diesse. Quindi
servono "radicali correzioni", a cominciare dal superare l'errore di dire che "l'Ulivo è prima di tutto una alleanza tra Ds e Margherita".
Fortemente critico è stato anche Claudio Petruccioli, presidente della Commissione di Vigilanza Rai e punto di riferimento dell'ala 'liberal' della Quercia
riferendosi alla polemica sulla designazione di D'Alema alla Convenzione europea Petruccioli è stato pungente: "Dico a D'Alema - ha affermato - che l'eccessiva preoccupazione per le sorti di un leader può determinare per una organizzazione più danni che vantaggi". Poi, riferendosi all'Ulivo, Petruccioli è stato chiaro: "Tentare di farne a meno è un suicidio".
Giustizia, chi difende mamma Ebe?
Massimo Fini su Il Giorno
E il «tintinnar di manette»? E la violenza della custodia cautelare? E l'infamia degli arresti all'alba? E la presunzione di innocenza? E lo Stato di diritto? Quei princìpi con cui gli improvvisati garantisti sorti come funghi dopo il '92 (prima, naturalmente, degli indagati si poteva far anche carne di porco) e i loro giornali ci hanno rotto le scatole per anni, sembrano non valer più ora che alle prese con il «tritacarne della giustizia», non ci sono più vir eccellenti, ma personaggi che, per quanto noti, certamente eccellenti non sono, come Wanna Marchi e mamma Ebe. Ora noi pensiamo che l'ipergarantismo in voga nell'ultimo decennio sia una delle cause principali dell'esasperata lunghezza dei processi, che fra le altre conseguenze ha quella di trasformare la sacrosanta presunzione di innocenza in una sostanziale impunità, però se vale per alcuni deve valere allora per tutti, anche per Wanna Marchi e la Ebe. E chi ci garantisce poi che questi personaggi famosi non siano stati arrestati dai magistrati «per comparire sui giornali» o magari da pm politicizzati o moralisti o giustizialisti?
La conseguenza di dieci anni di delegittimizzazione sistematica della Magistratura è che il cittadino ha diritto a non averne più nessuna fiducia, chiunque colpisca.
28 gennaio 2002